“Alle donne è stata garantita una tutela completa”: l’inchiesta della procura di Torino sulla sperimentazione della pillola abortiva RU486 si avvicina a grandi passi verso il processo in tribunale, ma il ginecologo Silvio Viale, la figura centrale della vicenda, si dice “tranquillo e a posto in scienza e coscienza”.
Il nuovo farmaco venne provato su 332 pazienti fra l’agosto del 2005 e il luglio del 2006 - con un paio di sospensioni - al presidio del Sant’Anna: per interrompere la gravidanza bisognava prendere una prima pillola (misosterione) e tre giorni dopo una seconda (misoprostolo). Ma come ha ricostruito il pm Sara Panelli, in 38 hanno abortito fuori dalle mura ospedaliere, in anticipo sui tempi previsti, e questo - secondo il magistrato - comporta la violazione della legge 194 del 1978.
“Ero sola in casa”, ha raccontato una ragazza, “quando, all’improvviso, mi è arrivata un’emorragia. Non sapevo comportarmi e ho dovuto chiamare un’amica prima di precipitarmi in ospedale”. Molte hanno spiegato che il medico diceva loro di continuare tranquillamente le loro attività : una ballerina di tango ha persino sostenuto uno spettacolo, per poi abortire qualche ora dopo. “L’Emea, l’Agenzia europea del farmaco, non prevede il ricovero”, ribatte Viale, “e nel corso della sperimentazione della RU486 tutti gli atti volontari per interrompere la gravidanza sono stati praticati in ospedale. Se per usare la RU486 la donna deve essere ricoverata per diversi giorni, si avrà una forte limitazione, se non addirittura il divieto, dell’uso della pillola nelle nostre strutture”.
L’avviso di chiusura indagini (atto che anticipa la richiesta di rinvio a giudizio) è stato spedito a Viale, al primario, Mario Campogrande, al professore universitario Marco Massobrio e al direttore generale dell’epoca, Gian Luigi Boveri. Ma è solo Viale che risponde degli episodi avvenuti per l’intero arco della sperimentazione. Gli altri, che ritengono di non aver violato nessuna norma, sono indagati solo per il primo periodo (l’estate del 2005). Si parla di una violazione dei protocolli e, per Viale, di una tentata truffa alla Regione legata a irregolarità , che potevano costare un esborso, nel rilascio di 289 permessi di uscita temporanea. “È solo un equivoco”, spiega il ginecologo. La Regione, comunque, non si costituirà parte civile.
Viale ha incassato la solidarietà dei radicali: la segretaria del partito, Rita Bernardini, spiega che nelle carte dell’indagine “non si configurano reati” e torna a chiedere che la registrazione in Italia della RU486 venga effettuata nel più breve tempo possibile. Contrari il giornalista Giuliano Ferrara (”è un veleno farmacologico che ripristinerà la solitudine degli aborti clandestini”) e il senatore leghista Massimo Polledri (”la pillola è la nuova mammana”), mentre l’associazione di consumatori Aduc ribadisce che il prodotto “è legale da anni in quasi ogni Paese occidentale, è raccomandato dall’Oms e approvato dalle agenzie del farmaco Usa e Ue. E praticamente ovunque lo si assume fuori dal regime di ricovero”.

Di Ignazio Ingrao
“Ho deciso dopo aver praticato aborti per 5 anni. L’ultimo è stato su una ragazza tossicodipendente al terzo mese di gravidanza. Siamo stati costretti a procedere in anestesia locale, monitorando l’intervento con l’ecografia. Per la prima volta ho visto in diretta quello che stavo facendo: il feto pesava quasi 100 grammi. Pochi giorni dopo ho comunicato alla direzione dell’ospedale l’obiezione di coscienza”. È la drammatica testimonianza, raccolta da Panorama, di Giorgio Epicoco, ginecologo presso l’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia. Oggi è tra i medici più attivi contro la Ru486, la pillola che permette di interrompere la gravidanza entro le prime 9 settimane senza ricorrere all’intervento chirurgico.
L’azienda farmaceutica francese Exelgyn ha chiesto l’autorizzazione a commercializzare la pillola anche in Italia. Il 10 dicembre si riunisce la sottocommissione dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) incaricata di valutare la richiesta. Entro metà febbraio è atteso il via libera. Anche il Consiglio superiore di sanità si è pronunciato a favore della pillola abortiva, a condizione che venga somministrata in una struttura ospedaliera.
In primavera la Ru486 potrebbe arrivare negli ospedali italiani ma i medici obiettori daranno battaglia. “Sono convinto che la legge 194 sia la migliore legge possibile” afferma Epicoco. Però, prosegue, “bisognerebbe applicarla fino in fondo, offrendo alle donne una vera libertà di scelta tra abortire e non abortire. Invece sembra quasi che per lo Stato sia più facile e sbrigativo spendere meno di 1.000 euro per un’interruzione volontaria di gravidanza piuttosto che impegnarsi ad aiutare le donne costrette ad abortire per ragioni economiche o lavorative. Con la pillola abortiva lo Stato fa un altro passo indietro: con meno di 80 euro a paziente risolve il problema. Ma per un aborto chirurgico bastano 7 minuti in day hospital con anestesia generale mentre per un aborto con la Ru486 occorrono almeno 3 giorni, l’assunzione di due farmaci a distanza di 48 ore e forti dolori addominali, accompagnati spesso da nausea, vomito e diarrea. Mi chiedo allora perché si fa tanta propaganda alla pillola abortiva”.
Gli fa eco Assuntina Morresi, che con Eugenia Roccella ha scritto La favola dell’aborto facile. Miti e realtà della pillola Ru486 (Franco Angeli): “La pillola abortiva ci riporta indietro di 40 anni. L’aborto torna nella clandestinità : anche se la paziente assume i farmaci in una struttura ospedaliera, di fatto l’aborto e l’espulsione dell’embrione avvengono quando la donna è di nuovo sola, a casa. E, come dimostrano i dati della Francia, nel 20 per cento dei casi le donne non tornano in ospedale per il necessario controllo”.

Dal punto di vista psicologico la minore invasività fa preferire la pillola all’aborto chirurgico: “Le pazienti non hanno avuto alcun problema e per la loro salute l’aborto farmacologico è stato migliore di qualsiasi altro tipo di interruzione di gravidanza” riferisce il ginecologo Massimo Srebot, primario dell’Ospedale Lotti di Pontedera, dove è già stata utilizzata la Ru486 acquistata dalla Francia.
“Non è vero” ribatte Morresi: “Nel 15 per cento dei casi, dopo l’aborto indotto dalla Ru486, l’espulsione dell’embrione avviene dopo i 3 giorni previsti e può richiedere fino a 15-20 giorni di attesa. E in oltre il 5 per cento dei casi bisogna comunque intervenire chirurgicamente. Ci si rende conto di cosa significa per una donna un aborto protratto per due settimane?”. La Ru486 “riconduce la pratica abortiva nel tunnel dell’aborto fai da te e contravviene alla legge 194″ osserva Filippo Boscia, presidente della Società italiana di bioetica. Inoltre, riferisce il ginecologo, “nella letteratura scientifica sta crescendo l’attenzione sulle ricadute sfavorevoli dell’aborto farmacologico sulla salute mentale”.
Per un tragico destino, a pagare le conseguenze più gravi della Ru486 è stato il responsabile del Comitato francese di etica che diede il via libera alla commercializzazione della pillola abortiva oltralpe. Didier Sicard ha perso una figlia, morta a 34 anni dopo aver assunto la Ru486. Favorevole all’aborto chirurgico, Sicard lancia l’allarme sulla pillola abortiva: “In presenza di un’infezione uterina la situazione può divenire drammatica a causa dell’insufficienza surrenale creata dalla Ru486″. Silvio Viale, il ginecologo dell’Ospedale Sant’Anna di Torino che ha coordinato la sperimentazione della Ru486, contesta queste affermazioni: “Ogni anno nel nostro paese muoiono 50 donne che hanno deciso di portare avanti la gravidanza: una su 8 mila, rispetto a una su 100 mila morti negli Stati Uniti per la pillola abortiva”. È vero, ammette Epicoco, “statisticamente si muore più di parto che per aborto. Ma non ha senso confrontare questi due dati. Il confronto va fatto tra aborto con Ru486 e aborto chirurgico. Il tasso di mortalità dell’aborto farmacologico è 10 volte superiore a quello chirurgico”.
Sulla scorta di queste considerazioni, numerose organizzazioni cattoliche, tra le quali il Forum delle associazioni operanti in sanità , i medici cattolici e il Forum delle famiglie, hanno scritto all’Aifa per fermare l’introduzione della pillola abortiva. Nel frattempo negli ospedali italiani sono sempre meno i medici disposti a praticare gli aborti chirurgici, con liste di attesa fino a 2 settimane. Secondo un’indagine del Comune di Milano, solo in Lombardia i ginecologi obiettori sono il 67 per cento. Per Andrea Natale, ginecologo all’Ospedale Mangiagalli di Milano, “il vero problema non è quello dei medici obiettori bensì la facilità con la quale i consultori rilasciano i certificati di aborto senza aiutare le donne a valutare una scelta alternativa. Il vero obiettivo della Ru486 allora non è ridurre l’impatto psicologico dell’aborto bensì eliminare l’ostacolo dei medici obiettori, azzerare le liste di attesa e svuotare la legge 194″.
L’Emea (European agency for the evaluation of medicinal products) che regola la commercializzazione dei farmaci nell’Unione Europea ha fissato le modalità per la somministrazione della Ru486: sono previste tre visite, le prime due a distanza di 48 ore per l’assunzione dei due farmaci, la terza di controllo dopo due o tre settimane. Ma per la legge italiana l’aborto può avvenire solo in ospedale, quindi occorre il ricovero anche per la pillola abortiva. Per questo la magistratura di Torino ha iscritto nel registro degli indagati Viale per aver lasciato tornare a casa le donne sottoposte al trattamento con pillola abortiva. È su tale aspetto che sono decisi a far leva i medici contrari alla Ru486, anche dopo l’eventuale via libera dell’Aifa.