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Con nomi e simboli depositati, è ufficialmente partita la corsa verso le Europee. E mentre i partiti sono impegnati nel riempire le caselle con i nomi dei candidati, almeno i loghi delle formazioni ci sono già . Aperti domenica 19 aprile i termini per presentare i contrassegni delle liste, si sono chiusi lunedì 20 alle 16.
A presentare il simbolo sono state 93 liste. Meno delle 181 che c’erano ai nastri di partenza per le Politiche del 2008, ma sono comunque un buon numero.
Naturalmente ci sono il Pd, che figura al 17/mo posto e il Pdl (58/mo), l’Idv e l’Udc, ma anche molti altri partiti rimasti fuori dal Parlamento, lo scorso aprile.
A ben guardare il tabellone del Viminale, anche questa volta, si presenta come un puzzle piuttosto bizzarro. Loghi possibili, altri improbabili, almeno fino a quando la commissione elettorale provvederà alla verifica delle firme necessarie per la presentazione alla corsa per Straburgo. Ma adesso sono tutti lì, a far bella mostra di sé nei corridoi del mnistero dell’Interno.
Ci sono le falci e i martelli dei comunisti, mentre di socialisti ce ne sono tre e di democrazie cristiane una moltitudine. C’è poi un’orda di richiami a Lega: i simboli che si rieccheggiano il Carroccio sono numerosi: c’è la Lega per l’autonomia lombarda, la Lega alleanza lombarda, la Lega Nord-Bossi, la Liga veneta, Indipendenza veneta ed anche una lista dei Grilli parlanti-Lega nord-No euro.
La sinistra è richiamata in numerosi simboli: ci sono Sinistra e Libertà , il Partito comunista dei lavoratori e quindi Rifondazione comunista, Sinistra democratica e così via.
Non mancano poi i contrassegni legati ai centristi (uno ha anche il nome di Pier Ferdinando Casini sul logo) e alla Democrazia Cristiana. Colpisce uno in particolare: il Terzo Polo di centro con uno scudo crociato. Bisogna vedere se sarà ammesso perché l’unico detentore dello storico simbolo è Giuseppe Pizza, attuale sottosegretario all’Università e ricerca.
Ma siccome negli apparati romani, si calcola che molti voti vengano dati, soprattutto dagli elettori più anziani - per confusione o semplice sbaglio - al simbolo dei partiti che non ci sono più, gli strateghi del Partito democratico hanno presentato anche il vecchio simbolo della Margherita e della Quercia diessina. Così come è stata tutelata Forza Italia, oggi Popolo della libertà .
Non corre questo pericolo il promotore di cinque liste, Giuseppe Cirillo. Sessuologo, autore di libri sulla seduzione, il Dr. Cirillo ha presentato: Italia dei Malori; Italiani poca cosa…?; Donne insoddisfatte e incomprese; Preservativi gratis; Partito impotenti esistenziali.
Salernitano, 45 anni, con il partito Preservativi gratis si era già presentato 4 volte a consultazioni elettorali. Depositò il contrassegno degli Impotenti esistenziali anche alle scorse politiche del 2008 e il nome della lista è diventato anche il titolo di un film, in cui Cirillo interpreta uno psicologo specializzato in sessuologia e recita assieme a Tinto Brass nei panni del regista erotico, cioè di se stesso.
Un’altra habituée della corsa alla presentazione del simbolo elettorale è Mirella Cece, leader del Sacro Romano Impero Liberale Cattolico: lo sta presentando da anni. E anche in questo caso deve aver fatto la posta fuori dal ministero diversi giorni per essere la prima a depositare il logo e poter sperare almeno nel miglior posto sulla scheda (in alto a sinistra, in basso a destra). Ma si è dovuta accontentare del secondo posto: il primato le è stato soffiato dai Liberal democratici Movimento associativo italiani all’estero.
Di altra ispirazione la lista Spirito del Tempo, con il simbolo in campo verde su cui spicca la scritta Zeitgeist (spirito del tempo, appunto), espressione cara alla filosofia otto-novecentesca. In 68/a posizione sul tabellone del Viminale, spicca il logo arancione del Movimento giovani poeti d’azione, guidato da Alessandro D’Agostini. “Siamo una lista di artisti” spiega lui stesso. “Vogliamo portare l’arte all’attenzione della politica. Il mio poeta preferito? Montale”.
C’è la lista Non serve, non voto, con lo slogan programmatico: Amo l’Italia non voto le Province. C’è la Lega federale del Sud, dove un orso marsicano divide il simbolo con uomo che beve avidamente e lancia l’appello: Arsura del Sud. E c’è anche la lista Parlamentare Indipendente che si riassume in una sola persona: “Lamberto Roberti, la lista sono io”, sintetizza il promotore, che viene da Pesaro-Urbino. “Nel 2001 mi ero candidato al Senato” racconta “ma mi hanno impedito di fare pubblicità in tv. Ho fatto una serie di ricorsi: li ho persi tutti. Allora me ne sono andato un paio d’anni in esilio in Ucraina”. Ora ritenta la carta della politica con le europee.

Guarda alla Rivoluzione francese Liberté egalité fratenité, nel simbolo un salvadanaio con impressa la frase “recupero del maltolto” e sotto un mini-programma: chiudiamo le province, acqua bene comune, no amnistie. Di sapore asburgico la Destra libertaria, con aquila bifronte, corona e cavaliere con lancia in resta. Diversi i simboli autonomisti, non solo per il Nord, ma anche per il Sud. Come La discussione la forza del Sud o la Lega per il Meridione, entrambe con lo Stivale dimezzato.
Ma tra il termine Lega (anche nella variante Liga) e quello Italia è praticamente testa-a-testa: compaiono pressoché lo stesso numero di volte. Ci sono così le liste Gente d’Italia, La mia Italia protagonista democratica popolare, Terre d’Italia, Nuova Italia, La Rosa d’Italia. Resta sempre curioso - ma fedele all’originale, quello fondato dal commediografo e giornalista Guglielmo Giannini nel ‘44 - il Fronte dell’Uomo qualunque (UQ), con il tradizionale cittadino stritolato nelle fauci di una pressa.
Invoca e si (ri)chiama “L’Autonomia” la lista che raccoglie l’Mpa, La Destra, l’Alleanza di Centro e il partito dei Pensionati. Un alleanza, spiega Francesco Pionati (Adc) che “non è solo un cartello elettorale” e che mira a “reagire ad una legge elettorale con lo sbarramento al 4% volto solo ad escludere dal Parlamento europeo autonomie e territori, garantendo loro la rappresentanza che meritano”. Le liste dell’Autonomia, spiega il leader dell’Mpa Raffaele Lombardo, “nascono per dimostrare che siamo leali e conseguenti rispetto a quanto abbiamo promesso contrastando la nuova legge elettorale, che è assurda ed iniqua. Andiamo da soli, senza inseguire la certezza di seggi e di rimborsi elettorali” ribadisce il governatore della Sicilia, che ha scelto di candidarsi: “Sono incompatibile in quanto presidente della Regione” spiega “ma non ineleggibile. Per questo darò il mio contributo”.Scopo del cartello elettorale è superare lo sbarramento del 4%.
Con lo stesso simbolo si presentano infatti Prc-Pdci-Socialismo 2000-Consumatori uniti.
Altri piccoli partiti hanno invece scelto di presentarsi soli come Udeur, Azione sociale con Alessandra Mussolini, Nuovo Psi, Italiani nel mondo De Gregorio e Pri: ma tutti questi partiti sono comunque nell’area del Pdl e il leader dell’Udeur, Clemente Mastella, sarà candidato con il Cavaliere.
Si è conquistato l’ultima posizione il comitato delle Pari opportunità maschili, con un guerriero greco che campeggia nel logo: i promotori sono stati gli ultimi, in ordine di tempo, a effettuare l’operazione di deposito. Ora, chiuse le operazioni di deposito, scatta la fase due, quella dei controlli: 48 ore durante le quali il Viminale, filtrerà eventuali irregolarità . Successivamente gli interessati avranno 48 ore di tempo per modificare i simboli. In caso di ricusazione del contrassegno, i promotori potranno presentare opposizione all’Ufficio elettorale nazionale presso la Cassazione. Al termine di questo iter, si avrà la lista definitiva dei relativi simboli ammessi alle elezioni europee del 6 e 7 giugno.
Il VIDEO servizio:
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Anche l’ultimo rischio di rinvio delle elezioni politiche e amministrative dovuto alla Dc di Giuseppe Pizza è definitivamente caduto. Il Consiglio di Stato ha dichiarato estinta l’ordinanza con la quale la Dc era stata riammessa alle elezioni dopo che Pizza ha formalizzato la rinuncia al ricorso. Sui ricorsi in materia elettorale, anche quelli relativi alle procedure pre-elettorali, l’unico organo competente a decidere sono le Giunte delle elezioni di Camera e Senato. La giustizia amministrativa non ha alcuna giurisdizione in materia. Lo hanno deciso le sezioni unite civili della Suprema Corte esaminando il ricorso dell’Avvocatura dello Stato contro la decisione con la quale il Consiglio di Stato, lo scorso 2 aprile, aveva riammesso alle elezioni la Dc di Giuseppe Pizza.
Con una nota firmata dal primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, le sezioni unite di Piazza Cavour affermano che, “a conferma della propria precedente giurisprudenza” si dichiara “il difetto assoluto di giurisdizione, spettando il giudizio esclusivamente alle Giunte delle elezioni di Camera e Senato, così come già avvenuto in passato”. “La Corte” prosegue la nota, riferita non solo alla questione della Dc di Pizza ma anche ai ricorsi della Sinistra Arcobaleno e delle altre liste “ha tenuto conto delle decisioni della Corte Costituzionale e degli orientamenti di recente manifestati dai predetti organi che potrebbero non essere condivisi dalle nuove Giunte”. “In mancanza di una legislazione specifica sul punto, le sezioni unite - conclude la nota -, per l’affidamento che il cittadino pone sull’alta funzione di garanzia dei diritti fondamentali espressi dalla Corte, come interprete del diritto vivente, hanno ritenuto di dover ribadire le precedenti posizioni”.
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È dal 1992 che non c’è più lo scudo crociato sulle cartelle elettorali. Non ci sarà nemmeno alle prossime elezioni. “Costretto, per il bene del Paese, a ritirare la lista Democrazia cristiana-Dc dalla prossima competizione elettorale, riservando ogni tutela dei relativi diritti nelle sedi competenti, salvo che quella di contestare la validità delle elezioni”, Giuseppe Pizza, segretario della Dc, ha infatti annunciato, nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Marini, con Sandro Bondi e Maurizio Gasparri, la rinuncia a partecipare alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile.
Ai giornalisti, il segretario ha illustrato il contenuto di una lettera che ha inviato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al presidente del Consiglio Romano Prodi e al ministro dell’Interno Giuliano Amato.
Nei confronti del quale Pizza lancia le maggiori critiche, e per l’esclusione del simbolo del suo partito, e per il ricorso giurisdizionale da lui promosso dopo la decisione del Consiglio di Stato di riammettere la Dc. “Tali iniziative rivelano un intento politico nelle decisioni assunte dagli Organi preposti che avrebbero dovuto rispettare le procedure elettorali; queste invece, dopo aver operato scelte dimostratesi errate, hanno persistito nell’intento, facendo trovare il Paese di fronte all’incresciosa realtà secondo cui al legittimo riconoscimento del diritto della Dc,a prescindere dalla buona volontà di questa, non avrebbe potuto che corrispondere un rinvio delle elezioni”.
Il simbolo della “sua” Dc - in coalizione al Senato con Pdl, Lega ed Mpa - non era stato ammesso dal Viminale perché troppo simile a quello dell’Udc, ma il Consiglio di Stato ha poi bocciato questa decisione, riammettendo la Dc alla competizione e causando un mezzo pasticcio istituzionale. Il ricorso davanti alla Corte di Cassazione contro la decisione del Consiglio di stato era stata prevista per l’8 aprile.
Sandro Bondi ha definito “incredibili” le affermazioni di Amato con le quali ipotizzava il rinvio delle elezioni, fatte “senza quella prudenza tipica di chi ricopre il ruolo di ministro dell’Interno”. Al titolare del Viminale il coordinatore di Forza Italia attribuisce “un pressappochismo allarmante”, e “un comportamento non limpido, non trasparente sul piano politico e formale”. Tutto ciò “ha avvantaggiato il Pd e svantaggiato il Pdl, dando all’Udc dell’onorevole Casini un indebito vantaggio”.
Gasparri “in rappresentanza di An” ha portato la solidarietà a Pizza, che ha mostrato di essere una persona “responsabile”. Alla domanda su come il Pdl ripagherà la Dc per la sua rinuncia, Gasparri ha risposto: “Non ci sono accordi segreti o protocolli segreti, però c’è la necessità di assicurare la presenza politica ad una forza il cui peso non si può misurare, perchè non ha potuto presentarsi alle elezioni. Ma queste sono decisioni che saranno prese insieme da tutti gli alleati”.
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E a una settimana dal voto, scatta la sindrome “voto nullo”. Anche gli elettori più esperti, considerata la “scheda lenzuolo” uscita dal Viminale, dicono gli esperti, rischiano di non riuscire a manifestare correttamente la propria preferenza politica dentro la cabina elettorale. Per le due principali coalizioni (Pd-Idv, Pdl-Lega al Nord e Pdl-Mpa al Sud) c’è il pericolo concreto di essere privati di voti validi. Il perché è presto detto: i simboli di tutti i partiti sulla scheda sono molto ravvicinati.
Quelli delle coalizioni (Pdl e Lega-Mpa, ma anche quelli di Veltroni e Di Pietro) sono praticamente attaccati. Per cui l’elettore dovrà apporre una croce sul “suo” partito senza sfiorare il simbolo che gli è vicino. Fosse pure quello di un movimento politico alleato. Se così non fosse il voto potrebbe essere considerato nullo. I più esposti a questo rischio sono gli elettori che avranno in mano più schede, come i cittadini di Roma che voteranno per Municipio (scheda grigia), Comune (azzurra), Provincia (verde), Camera (rosa) e Senato (gialla). Sulle schede di Camera e Senato la croce dev’essere una sola e deve essere scritta solo ed esclusivamente dentro il quadrato che contiene il simbolo prescelto, pena nullità . Qualsiasi scritta sulla scheda (fosse anche il nome di uno dei candidati premier) compromette la validità del voto. Esattamente come non è consentito assolutamente manifestare le proprie idee politiche al seggio, pena la nullità del voto, né tantomeno portare dentro la cabina telefonini o macchine fotografiche. In questo caso l’elettore rischia una denuncia penale, non l’annullamento del voto.
Ma di cambiare la disposizione dei simboli e ristampare la scheda, il Viminale non ne vuole sapere. Anzi, dice il ministro Amato, mettere tutti i simboli in fila verticale, l’uno accanto all’altro i due simboli delle due coalizioni: “Sarebbe incostituzionale perché darebbe alle stesse coalizioni una visibilità maggiore e quindi un inammissibile vantaggio rispetto a tutti gli altri simboli”.
In una lettera a la Repubblica il ministro dell’Interno scrive che : “È stato il Parlamento alla quasi unanimità a consentire a tutti di presentare simboli e liste senza bisogno di raccogliere le firme”. Inoltre cambiare le schede non è possibile perché c’è chi ha già votato “e quindi si invaliderebbe tutto il processo elettorale facendo votare gli elettori con schede fra loro diverse”.
Ma sul voto, e soprattutto sulla possibilità che gli elettori possano esprimerlo correttamente, è ormai scontro. Innanzi tutto tra i due “big”, Walter Veltroni e Silvio Berlusconi : in seconda battuta anche tra i loro rispettivi alleati. Primo tra tutti: Umberto Bossi che minaccia addirittura di imbracciare “i fucili contro la canaglia romana” che non vuole ristampare le schede. Una provocazione che scatena reazioni durissime come quella del segretario del Pd che, rivolgendosi direttamente al suo avversario “che si è candidato a guidare il Paese”, chiede come si possa candidare a ministro delle Riforme una persona che “dica queste cose”.
Il Cavaliere, che aveva lanciato un appello al Capo dello Stato per evitare ogni possibile confusione nei seggi, risponde per le rime a tutti quelli che, come il ministro dell’Interno Giuliano Amato, ma anche Veltroni e Franceschini, “leggono” nel “nervosismo” del Pdl un timore per il risultato elettorale. “Io non ho paura di perdere” ha tuonato da Palermo Berlusconi “è un’assoluta menzogna. La questione schede è stata sollevata dal Pd, con Franceschini che ha telefonato a Gianni Letta, e io ho concordato sul fatto che ci possano essere incertezze e confusione”. Il distacco tra Pd e Pdl, sottolinea, “lo conosco ed è evidente”.

Veltroni non risponde, ma al suo posto è Dario Franceschini a buttare benzina sul fuoco dicendo che probabilmente l’ex premier sta tirando in ballo la storia delle “schede-confuse” solo per avere una scusa pronta nell’imminenza della sua “vicina sconfitta”. Ammette di aver telefonato lui a Letta per segnalare il problema dei simboli troppo attaccati, ma poi, ad aver alzato tutta questo polverone sul caso-schede, è stato il Cavaliere perché “è sempre più in affanno”.
Berlusconi contrattacca e spara a zero contro l’ex sindaco di Roma. Prima lo definisce “Walterino Settedoppiezze” e poi ne elenca davanti ad una platea di fans “tutte le cose che aveva detto e che poi non ha fatto” e tutte le promesse elettorali che non potrà mantenere per totale assenza di soldi. Al di là del “caso-schede” il duello tra i “big” continua. Con battute al vetriolo. L’ex sindaco definisce quella di Berlusconi una leadership “stanca e logorata”, mentre il leader del Pd conclude il suo intervento a Palermo con una domanda: “Volete che Veltroni realizzi il suo sogno e vada in Africa?”. Un coro di “si” è la risposta.
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Per evitare il caos in cabina e ridurre il rischio di invalidare il voto, il Pdl chiede che si ristampino le schede elettorali. Siete d’accordo?

Ormai è un classico di stagione. Per lo meno, di quella del voto. Ovunque vada, il candidato Giuliano Ferrara riceve dure contestazioni, a colpi di uova e insulti. Domenica 6 aprile, a Crema, i contestatori si sono spinti anche un po’ più in là : hanno dato alle fiamme una specie di spaventapasseri con l’immagine della sua faccia. Ma non che lui si fermi per questo, ci mancherebbe. Anche perché altrimenti verrebbe meno alla mission che uno tra i più importanti quotidiani internazionali gli ha, indirettamente, riconosciuto.
A incoronare il direttore del Foglio come la “personalità politica più avvincente” della campagna elettorale in corso in Italia è stato il New York Times. Le doti dialettiche e intellettuali del giornalista sono in grado quantomeno di evidenziare, scrive il Nyt, “il vuoto di potere” esistente in questo momento nel Paese, tanto quanto “uno sguardo veloce” del potere. Più dei candidati leader delle due maggiori formazioni politiche, Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, liquidati come i “soliti sospetti in uno scenario politico quasi incomprensibile agli osservatori esterni, dove gli stessi politici compaiono e svaniscono in dissolvenza promettendo riforme e producendo stasi se non declino”.
Il lungo articolo che porta la data del sei aprile non appare, in realtà , come un mero applauso incondizionato alla figura del giornalista e polemista, bensì come un amaro riconoscimento che nel desolato panorama politico italiano è la sua figura a staccarsi con maggiore forza. In una corrispondenza da Roma firmata Rachel Donadio, non si esclude una possibile vittoria alle elezioni del “carismatico miliardario leader del centro destra Silvio Berlusconi” che “potrebbe ancora una volta riemergere dalle ceneri”, e questa volta “per sconfiggere Walter Veltroni, un baby boomer amante del rock’n'roll che si è appena dimesso da sindaco di Roma”.
In mezzo a tale poco luminoso contesto (”La vita politica dell’Italia è sempre stata assurda”, afferma Rachel Donadio), Giuliano Ferrara è “un provocatore e un barometro culturale, in sintonia con la disperazione dell’umore nazionale”. Oltre che “un ateo che chiede all’Italia di diventare religiosa” e un “comunista trasformato in conservatore, l’intellettuale provocatore più melodrammatico e mutevole” del Paese.
E così, conclude questo strano endorsement a stelle e strisce: “Più della real politik dei candidati principali, Ferrara, evitando il politichese, con la sua insistenza nelle idee, incide nelle ansie dell’Italia sul futuro dell’Europa, la perdita delle identità nazionale, l’aumento dell’immigrazione, il declino del credo cristiano”.
Tutte considerazioni che i feroci contestatori del leader della lista “Aborto? No grazie”, non condividono. O non le hanno lette…

La riammissione della Dc di Giuseppe Pizza, decisa ieri dal Consiglio di Stato, potrebbe comportare un rinvio della data delle elezioni. Lo ha detto stamattina il ministro dell’Interno Giuliano Amato. “A noi stamane viene comunicata una decisione cautelare che potrebbe essere modificata dal giudizio di merito per la riammissione di un simbolo e quindi la presentazione di una lista” ha spiegato Amato “questa è una procedura non prevista dalla legge elettorale che può avere tempi indefiniti, alla quale tuttavia bisogna conformarsi, e quindi al momento non posso escludere che essa comporti un rinvio della data delle elezioni”.
Il ministro ha precisato che la decisione “spetta a chi ha fissato la data delle elezioni, quindi a Governo e Capo dello Stato”. Il ministro ha spiegato ancora che, dopo il via libera del Consiglio di Stato, “la decisione finale di merito deve essere ancora espressa dal Tar Lazio. Poi è possibile che su questo si innesti un regolamento di giurisdizione da parte della Cassazione per valutare se i tribunali amministrativi sono o no competenti a intervenire nel procedimento elettorale”.
Insomma, ha ribadito Amato, “se la cosa rimane su questi binari, io non escludo che il risultato a cui porti sia intanto il rinvio delle elezioni”.

I tempi per la fissazione dell’udienza potrebbero in realtà essere lunghi, dal momento che il ricorso in questione è stato proposto secondo le modalità ordinarie che non prevedono i tempi brevi per la fissazione dell’udienza propri dei ricorsi elettorali. Nel frattempo sono in programma nei prossimi giorni, davanti alla seconda sezione bis del Tar Lazio, altri ricorsi elettorali. Si inizia domani con i ricorsi di La Sinistra l’Arcobaleno (che chiede l’esclusione della lista Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo dalle consultazioni per il Senato) e di Forza Nuova (che contesta l’esclusione della lista dalle votazioni per la Camera nel collegio Lombardia 1).

Era già notevolmente affollata la scheda elettorale del 13 aprile. Eppure si dovrà trovare altro spazio per fare posto a un ulteriore simbolo: la Dc di Giuseppe Pizza. Che una decisione a sorpresa del Consiglio di Stato ha riammesso nella competizione elettorale. Il simbolo era stato inizialmente escluso dal Viminale (lo scorso 4 marzo) perché giudicato troppo simile, con lo scudocrociato in campo blu invece che in campo bianco, a quello di un altro piccolo partito della galassia democristiana, la Dc di Angelo Sandri.
Poche righe quelle del Consiglio di Stato, ma dal contenuto fondamentale: le controversie relative alla fase antecedente le elezioni “devono ritenersi rientranti nella giurisdizione del giudice amministrativo”, mentre la cosiddetta giurisdizione domestica, di cui sono competenti le Camere, riguarda solo la verifica dei titoli di ammissione dei componenti.
E ora, al di là dell’angolino da ricavare sul lenzuolo elettorale, che cosa accadrà ? Il segretario Pizza, non ha dubbi: “Adesso, spetta al governo ed al ministro Amato rimetterci in condizione di svolgere la campagna elettorale, al pari di tutti gli altri partiti. Restiamo convinti” ha aggiunto Pizza “che molto non funzioni nel sistema politico-istituzionale”.
Già , perché per effetto dell’ordinanza dei giudici di Palazzo Spada, la Dc di Pizza pur riammessa, avrà tuttavia meno di 15 giorni (contro i 30 previsti per legge) per fare campagna elettorale con i suoi candidati al Senato in 15 Regioni e le schede elettorali già pronte per la stampa. Senza contare che lo scudocrociato si aggiunge alla nutrita schiera di simboli disposti in linee orizzontali (senza distinzione tra forze di destra e di sinistra ma secondo l’ordine dettato dai sorteggi) e con i loghi dei partiti collegati che vengono inglobati in un unico contenitore: è il modo in cui si presentano le schede per le elezioni di Camera e Senato del 13 e 14 aprile. Un “lay out” già visto nel 2006 (da allora la legge elettorale è rimasta la stessa) ma che è finita al centro di polemiche.
A bocciare per la prima volta era stato l’ufficio elettorale del Viminale il simbolo della Democrazia Cristiana di Giuseppe Pizza, insieme a quello della Dc di Sandri. Tutti e due presentavano ricorso in cassazione, e l’8 marzo all’ufficio centrale elettorale, presieduto da Giovanni Pristipino, li respingeva entrambi. Pizza si è allora rivolto al Tar, sostenendo la illegittimità dell’esclusione. Il tribunale Amministrativo, però, a sua volta respingeva il ricorso. Quindi il ricorso al consiglio di Stato e la conseguente decisione.

Un nodo, quella del simbolo della Democrazia Cristiana, che si trascina da tempo (anche in sede legale), e non solo tra Pizza e Sandri, ma anche contro l’Udc di Casini, visto che lo stesso Piazza, la settimana scorsa ha chiesto agli ufficiali giudiziari di sequestrare il simbolo dello scudo crociato utilizzato dall’Udc.
Grande questione tra piccoli partiti, dunque, che ora però potrebbe rimettere in gioco addirittura la data del voto: alla faccia di chi pensava che non sarebbero più stati determinanti.

Non sarà demagogia, men che meno qualunquismo, e lui ci tiene a precisare. Eppure l’ultima proposta lanciata da Walter Veltroni rientra tutta nella strategia di chi punta a conquistare indecisi e delusi del Palazzo con l’idea, sempre di gran fascino tra la gente stanca della Casta, di ridurre e il numero dei parlamentari e di abbassare loro gli stipendi, parificandoli agli altri Paesi. 56esima tappa del giro d’Italia del leader del Pd: prima Novara, poi Alessandria. È dalle piccole e produttive città del Piemonte che Veltroni sostiene la necessità “di un segnale di sobrietà ”: “Non possiamo più stare in un Paese con gli stipendi più bassi e le retribuzioni dei parlamentari più alte del resto d’Europa”.
Il momento è voluto, studiato: proprio nelle prossime ore saranno resi noti i dati sui redditi dei parlamentari. Nel confronto europeo, un deputato italiano guadagna il 70% più di uno tedesco, il 75% più di uno inglese, più del doppio di uno francese. Veltroni promette di ridurre anche “il finanziamento pubblico alle 51 formazioni politiche del nostro Paese, anche partiti che hanno uno o due rappresentanti” come pure ai “31 organi di comunicazione di partito”. Ma le proposte nel segno di Grillo non finiscono qui: il segretario del Pd insiste: ”Dopo Pasqua presenteremo una proposta capace di dare alle pensioni più basse la possibilità di reggere”.
Eppure la Lega Nord, che a Novara ha allestito, a pochi passi dal comizio del leader del Pd, un gazebo con manifesti contro, gli ribatte di averlo sempre proposto. Eppure i sondaggi indicano che la distanza tra Pd e Pdl resta ampia. Ma Veltroni spera di ridurla, giorno dopo giorno, macinando chilometri di strada, convinto che la rimonta deve passare attraverso dubbiosi e scettici, cittadini che guardano con distacco alla politica e che nell’ultimo anno hanno anche applaudito le tirate antipolitiche di Beppe Grillo (a cui si sente molto vicino l’alleato principe del segretario, Antonio di Pietro) . E infatti: “Ci sono ancora tante persone indecise” afferma l’ex sindaco di Roma mobilitando la piazza, “parlerò a loro, anche quando andrò in tv. E se tutti coloro che hanno partecipato alle primarie si danno da fare, non ce n’è per nessuno. Siamo noi che possiamo spostare l’esito del voto”.
Per scuotere questa fetta di elettorato, che in genere decide negli ultimi dieci giorni di campagna elettorale e che fa la differenza in regioni in bilico come il Lazio o l’Abruzzo, Veltroni usa un mix di argomenti, che dimostrino che il Pd è nuovo anche negli argomenti e che soprattutto parla il linguaggio dei cittadini e usa le parole d’ordine dei grillini: pensioni, caro vita, costi della politica. Temi sui quali nei prossimi giorni, al loft, si cimenterà un gruppo di lavoro per coniare slogan e proposte in vista della fase più accesa della campagna elettorale (subito dopo Pasqua) e mettere, perché no, in agenda anche un appuntamento in notturna. Magari sullo stile delle tanto rinomate Notti Bianche romane.
Nel frattempo, l’ex sindaco capitolino, progetta e colpisce. Fedele alla linea di non replicare agli attacchi, non rinuncia però, a criticare gli avversari. Duramente: ”La destra è già divisa su tutto: Fini ha detto sì ad Air France, Bossi invece ha detto no. Sono divisi anche sulle pensioni. Che sarebbe successo se fossero stati al governo?”.
Interrogativi che per Veltroni dimostrano una sola cosa: il Pdl è un film già visto. Come dimostra, dice il mite Walter, anche l’ultimo allarme lanciato da Silvio Berlusconi sul rischio brogli: ”Tutto quello che dice la destra, a cominciare dai brogli, è un déjà vu, le stesse cose dal ‘94”. E con questi contenuti Veltroni spera di fare breccia in chi cerca nella politica messaggi nuovi.