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Sindacato

C’è chi ha cominciato facendo il giardiniere e oggi è segretario nazionale della Fillea, la categoria degli edili della Cgil.
C’è la giovane militante di Solidarnosc che siede al vertice regionale della Cisl. Oppure chi è arrivato su un gommone e adesso è il responsabile dei tessili Uil di Prato. C’è la clandestina proveniente dal Perù che di notte faceva la badante per pagarsi gli studi, si è laureata in giurisprudenza alla Sapienza di Roma e ora è componente della segreteria confederale della Cisl. Continua

Renata Polverini, 47 anni, segretaria dell'Ugl
Non ha ancora detto ufficialmente “sì, mi candido” e già i sondaggi la danno a un’incollatura da Piero Marrazzo, un bel 40 a 42. Il Pdl non ha ancora deciso se farla correre e già tutti sono lì a fare calcoli: riuscirà a strappare la regione al centrosinistra e a diventare la prima donna governatore del Lazio? Quarantasette anni, frangetta da ragazzina, Renata Polverini a essere la prima è abituata. Leggi l’intervista

La tubercolosi torna a far paura. Soprattutto tra gli italiani in divisa.
A Napoli, Grosseto e Taranto in pochi mesi sono stati segnalati circa una decina di casi. A essere risultati positivi alle analisi per la tubercolina sono gli agenti della scientifica della Polizia di Stato in servizio presso gli uffici immigrazione.
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- Tags: Cavaliere, elezioni, europee, Fausto-Bertinotti, Idv, Nichi-vendola, operai, Pd, pdl, Prc, Sindacato, sinistra, Sinistra-e-libertà
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di Stefano Brusadelli
“Oggi l’operaio è solo. Non sente più né la sinistra né il sindacato come la sua famiglia, all’interno della quale trovare identità e protezione. In questa nuova solitudine, che poi è diventata la stessa di tutti i cittadini italiani, l’operaio vota secondo la propria utilità. E nell’Italia di oggi, ahimè, capita che voti a destra”.
Fausto Bertinotti è nato in una casa di ringhiera alla periferia di Milano, verso Sesto San Giovanni. Il mondo degli operai è stato il suo liquido amniotico. Mitiche figure di operai come Emilio Pugno, Tino Pace, Pierino Caroli sono stati i suoi maestri. Dentro le fabbriche, da sindacalista, ha speso gran parte della sua vita. Vedere ora certificato da un sondaggio dell’Ipsos che tra gli operai le intenzioni di voto a favore del Pdl doppiano quelle per il Pd è un cruccio che si somma al dolore provocato dal naufragio della sua scommessa di sinistra anticapitalista. La spiegazione che di questo dato clamoroso l’ex presidente della Camera e leader di Rifondazione fornisce a Panorama è un viaggio negli ultimi 15 anni di vita italiana; e anche una disamina spietata degli errori compiuti dalla sinistra e dal sindacato.
Sorpreso di quel 43 per cento di operai che sarebbero pronti a votare per Silvio Berlusconi?
C’erano già i segni premonitori. Nel 1994 vidi un’inchiesta della Fiom di Brescia. Veniva fuori che moltissimi iscritti votavano per la Lega.
Segnale sottovalutato, allora.
Era l’avviso che un ciclo si andava chiudendo, e il primo segnale che stava iniziando la devastazione della sinistra. Perché bisogna sempre tenere presente che il voto degli operai a sinistra non è un dogma.
Affermazione forte, fatta da un leader della sinistra. Sembra un’autoassoluzione.
Ma è una realtà. Negli Usa il voto operaio è tradizionalmente diviso fra repubblicani e conservatori. E non dimentichiamoci il voto delle banlieue francesi che nel 2002 portò Jean-Marie Le Pen al ballottaggio contro Jacques Chirac, eliminando il candidato della sinistra, Lionel Jospin.
In Italia però è stato diverso…
In Italia abbiamo avuto il “trentennio glorioso”. E abbiano scambiato per un dato immodificabile quello che invece era solo un ciclo.
Trentennio glorioso?
Dal dopoguerra alla fine degli anni Novanta si sono verificate in Italia alcune condizioni straordinarie. Anzitutto, il primato dell’antifascismo non esaltava solo la Resistenza. Ponendo la Costituzione al centro di tutto, automaticamente metteva al centro del dibattito politico il tema del lavoro, che è scolpito nel primo comma dell’articolo 1. E di conseguenza assicurava centralità ai partiti di massa e ai sindacati. Poi funzionava una straordinaria rete organizzativa (dai circoli operai alle sezioni, alle parrocchie) che al momento del voto aveva il suo peso. E infine, c’erano l’Urss e il vecchio Pci.
Proprio lei è nostalgico dell’Urss e del Pci?
L’esistenza dell’Urss, a prescindere dal giudizio per me negativo su quel regime, teneva in piedi la sfida planetaria tra capitale e lavoro. E quanto al Pci, il suo scioglimento non ha portato alla nascita di una forza che facesse del lavoro, già sul piano lessicale, la sua ragione d’essere. Dalla crisi del Pci infatti non è nato un partito laburista o socialdemocratico, ma il Pd. Cioè un contenitore indistinto, tenuto insieme solo da una vaga idea di modernità.
Mettiamoci anche il sindacato.
Ci arrivo, certo. Il sindacato italiano era stato un esempio in tutta Europa: confederale, unitario, democratico, capace di straordinarie conquiste come lo Statuto dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale, aumenti salariali per tutti.
Il sindacato di oggi ne è l’ombra?
Si è rotta l’unità sindacale, la concertazione ha significato il ridimensionamento del salario e della politica di redistribuzione, e anche la democrazia in fabbrica è finita: si veda l’accordo sulla nuova contrattazione, approvato senza una consultazione nei luoghi di lavoro.
Morale?
Morale: gli operai che sentivano di avere una doppia protezione dal sistema politico e dal sindacato, e che in cambio indirizzavano il voto verso la sinistra, adesso si sentono soli. E seguono la loro pancia, il vento. Subiscono, al pari di tutti, l’offensiva conservatrice che è in atto in tutto l’Occidente.
Sbagliando?
Secondo me sì, ma votano secondo un’utilità presunta che va rispettata. Senza più fiducia nel sindacato e nel partito, nella desertificazione della democrazia, scelgono come interlocutore chi governa, l’unico che a loro parere conti qualcosa.
Non è in fondo una rappresentazione esatta?
Credo che nel voto a Berlusconi ci sia qualcosa di diverso, io ci vedo una venatura populista. Il populismo è figlio della crisi della sinistra. Al conflitto fra destra e sinistra sostituisce un altro conflitto, tra “alto” e “basso”, dove l’alto sono le élite. È un gioco nel quale la destra italiana è maestra: basti pensare a Berlusconi, a Umberto Bossi, ad Antonio Di Pietro.
Vogliamo parlare anche della condizione delle periferie, dove la percezione di insicurezza è diventata acutissima?
Sì, questa è una seria difficoltà per la sinistra, che non può inseguire la destra sulla linea dell’inasprimento delle pene. Ma alle ronde esiste una risposta di segno opposto: è la ricostruzione, anzitutto nelle periferie, di una rete di presidi democratici che sono l’unico antidoto preventivo al disadattamento e alla violenza. Perché la sinistra non lo fa, invece di limitarsi a denunciare gli eccessi del governo?
E se tra i motivi dello spostamento del voto operaio verso il Pdl ci fosse anche la delusione per i governi di Romano Prodi?
Non c’è dubbio: i governi Prodi sono stati fallimentari. La sinistra, non solo in Italia, si era proposta come più capace della destra di sanare i guasti della globalizzazione. Questa promessa è stata tradita: non c’è stata redistribuzione della ricchezza, né delle posizioni sociali. Così la globalizzazione ha aumentato le diseguaglianze e ha prodotto la crisi.
Quanto ha pesato la televisione nel successo di Berlusconi tra gli operai?
Altro capitolo dolente. Mentre la tv commerciale imponeva anche in Rai modelli come il Grande fratello e i concorsi con premi in denaro dove il messaggio è “la mia vittoria coincide con la tua sconfitta”, ossia quanto di più devastante possa esistere per l’idea solidarista, i dirigenti della sinistra pensavano soprattutto a cronometrare i tempi concessi a loro nei vari telegiornali per confrontarli con quelli degli altri. Convinti che la vera questione fosse questa.
I media, effettivamente, hanno dimenticato la questione operaia.
Degli operai, sui media, si parla solo se accadono incidenti mortali sui luoghi di lavoro o se ci sono scontri all’interno del sindacato, come è successo con Gianni Rinaldini a Torino. Ma non nota come dallo stesso lessico del Pd sia ormai sparita una parola come padrone, una parola fondamentale per la cultura operaia?
Alla sinistra, e al centrosinistra, concede davvero poco…
Quell’inchiesta della Fiom di Brescia ha segnato l’inizio di un quindicennio devastante per la sinistra italiana. Dall’avere due sinistre non ne abbiamo più nemmeno una. Intorno all’idea di sinistra ormai non si costruisce più un popolo, un’identità, un senso comune.
Esito inevitabile?
No. È successo che con il miraggio di rappresentare tutti la sinistra ha finito con il non rappresentare veramente più nessuno. L’epilogo è il grottesco appello al voto utile del Pd contro le liste alla sua sinistra. Se si arriva a chiedere un voto solo per la sua presunta utilità rispetto a un altro, come si trattasse della pubblicità comparativa di una merce, è la fine della sinistra. Non ci stupiamo poi se a questo punto gli operai di voto ne scelgono un altro, che gli sembra ancora più utile.
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“Eat the rich!”, “Mangia il ricco!”, cantava la band londinese dei Motorhead nel 1987. Vent’anni dopo, in piena crisi economica, quel ritornello è diventato un manifesto politico capace di mettere d’accordo soggetti sino a pochi anni fa distanti, dai giovani no global agli operai sull’orlo del licenziamento. Il neonato movimento ha esordito al G20 di Londra squarciando l’aplomb della City.
Ma il nuovo corso alle barricate in stile G8 genovese preferisce altre forme di lotta. In Francia e Belgio gli operai hanno scelto la via del “bossknapping”, il sequestro dei capi, per riaprire trattative o bloccare i licenziamenti. Un modello di conflitto che preoccupa più delle violenze di piazza, scatenate da frange minoritarie. Il Sole 24 ore, quotidiano di proprietà della Confindustria, ha inquadrato il nuovo fantasma che si aggira per l’Europa: “Il ribellismo diffuso può assumere venature populistiche e tendere a saltare le stesse organizzazioni sindacali”.
Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani non esclude fenomeni di emulazione: “Io vedo problemi se venissero messi in discussione, dopo la cassa integrazione, i posti di lavoro”. Un campanello d’allarme che sulla rete ha suscitato un tam-tam di soddisfazione nei siti più radicali, dove uno dei documenti più “allegati” è “Mangiati il ricco!”, sottotitolo: “L’anticapitalismo è all’ordine del giorno”.
Questo clima non viene sottovalutato. Gli 007 dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna, l’ex Sisde) da settimane riattivano contatti o ne cercano di nuovi dentro le fabbriche per capire l’aria che tira. “In Italia i problemi potrebbero arrivare in autunno” prevede un funzionario. Alla sezione Anticrimine dei carabinieri di Roma gli investigatori seguono una pista concreta. Le intercettazioni telefoniche raccontano che qualcuno sta cercando di infettare la protesta operaia.
Il rischio più temuto è che qualche gruppo eversivo in cerca di consenso possa organizzare sequestri lampo come facevano le Brigate rosse negli anni 70. “Il comparto più in fermento è quello dell’auto. È lì che si concentra la nostra attenzione” precisa un investigatore.
Il 25 febbraio, a Piobesi, nella cintura torinese, è stato preso in ostaggio il capo del personale della Olimpia, azienda tessile del gruppo Benetton, dopo la conferma di 143 licenziamenti.
Giorgio Airaudo, segretario della Fiom torinese, vede nero: “Nella nostra provincia a luglio la Iveco e la New Holland toccheranno le 40 settimane di cassa integrazione e dopo poco potrebbero scattare gli esuberi. Di fronte ai licenziamenti non si può escludere una drammatizzazione del conflitto”. Anche perché su 170 mila metalmeccanici in provincia di Torino 58 mila sono in cassa integrazione.
Nel resto d’Italia a marzo il ricorso a questo ammortizzatore è cresciuto del 925 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008. Numeri che potrebbero mettere a rischio la pace sociale. “In verità, la radicalizzazione c’è già” prosegue Airaudo. “Il blocco delle merci, i picchetti davanti ai cancelli e le assemblee permanenti sono forme di lotta già attuate in numerosi stabilimenti”.
Vivono giornate tese anche i lavoratori della Lombardia. Per esempio all’Omnia, azienda leader nel settore dei call center: il 1° aprile una cinquantina di dipendenti è scesa in cortile e ha costretto l’amministratore delegato a partecipare a un’assemblea straordinaria. I giornali hanno parlato di sequestro. Nell’hinterland milanese sono molte le iniziative di lotta, dai dipendenti della Nokia a quelli della Metalli preziosi, all’Innse, praticamente in autogestione da giugno. In questo clima il 4 aprile si sono riuniti a Sesto San Giovanni un’ottantina di lavoratori “combattivi” (come si autodefiniscono) in rappresentanza di una ventina di fabbriche. Quali?
L’elenco è il termometro del disagio operaio: Fiat Sata di Melfi, Alfa e Avio di Pomigliano d’Arco, Jabil di Cassina de’ Pecchi, Cabind della Valsusa, Fiat New Holland di Modena, oltre a Falck, Italtractor, Terim, Mangiarotti Nuclear, Innse. I convenuti hanno un obiettivo: fondare un nuovo soggetto politico capace di ingrassare nella pancia della crisi. Sul web www.asloperaicontro.org) si trova il resoconto dell’incontro: “Il Partito operaio nasce ed esiste dove nascono le resistenze operaie contro i padroni”. L’esempio è quello della “Innse di Milano, dove 50 operai stanno lottando da più di 10 mesi con una determinazione incredibile per difendere il lavoro e la loro fabbrica”.
Anche la Francia fa scuola, in particolare le tute blu della Continental: “All’annuncio di chiusura della loro fabbrica hanno reagito, hanno fatto il processo ai loro manager, condannandoli alla pena di morte per alto tradimento e impiccandoli immediatamente, per adesso soltanto simbolicamente con due fantocci”.
Sul web torna di moda la lotta di classe e la ribellione coinvolge anche l’esercito di riserva dei precari, la fascia di lavoratori più debole e indecifrabile, meno sindacalizzata e controllabile. “Non si possono escludere azioni estreme dettate dalla disperazione, soprattutto in mancanza di risposte da parte di governi e amministrazioni locali” avverte Carmela Bonvino, responsabile del settore precariato delle Rappresentanze sindacali di base. “Noi proviamo a organizzare il dissenso in forme legali, però l’attenzione dei mass media per episodi come i sequestri potrebbe far scegliere ai lavoratori scorciatoie controproducenti”.
Per capire l’umore basta consultare i siti marxisti Il pane e le rose o Autprol.org, che per esempio ospita il comunicato di protesta dei giornalisti della free-press confindustriale 24 minuti. Gli investigatori monitorano anche battaglie e documenti dei precari più qualificati, nel campo della ricerca scientifica e della protezione ambientale.
“Questa è una rivolta popolare non coordinata, spontanea. E molto pericolosa” ha avvertito nei giorni scorsi il sociologo francese Jean-Paul Fitoussi, rispolverando il termine conflitto di classe. In questo clima gli investigatori, dai carabinieri del Ros agli 007, temono una saldatura fra la protesta genuina e qualche cattivo maestro che aspira a cavalcarla.
Nel Torinese gli investigatori tengono sotto osservazione l’area anarco-insurrezionalista. Due settimane fa, dalle frequenze di Radio blackout, uno dei portavoce degli squatter piemontesi ha inneggiato al sequestro dei manager.
Per gli inquirenti i nuovi aspiranti ideologi non ragionano più per compartimenti stagni e fanno proselitismo in realtà anche diversissime. Lo confermano inchieste recenti. Per esempio due anni fa è stato “disarticolato” dagli inquirenti milanesi il Partito comunista politico-militare, presunta formazione terroristica che aveva infiltrato con i suoi esponenti sia il sindacato (Vincenzo Sisi, delegato della Cgil, aveva un kalashnikov in giardino) sia i centri sociali. Qualche fiancheggiatore e molti simpatizzanti sono liberi e continuano il lavoro di propaganda in tutti i settori, dal pubblico impiego al precariato. A febbraio, sette presunti neobrigatisti hanno espresso “vicinanza e solidarietà”, dopo gli scontri con la polizia, “agli operai Fiat di Pomigliano, così come a tutte quelle situazioni che lottando non intendono subire passive gli effetti della crisi del capitalismo”.
Ma i cattivi maestri secondo gli investigatori non sono solo in cella. Qualcuno fa il giornalista. Come Paolo Persichetti, ex brigatista condannato a 22 anni e sei mesi di carcere per concorso nell’omicidio del generale Licio Giorgeri: in Francia, dove è fuggito nel 1991, ha insegnato sociologia politica, oggi scrive sul quotidiano comunista Liberazione e ironizza sul passato. Il “bossknapping”? “La Fiat non ne serba un buon ricordo” annota. “Le azioni non “ortodosse” di francesi e belgi, seppur concepite all’interno di una strategia ancora difensiva, riscontrano consensi e successi. Una lezione utile”.
Interpellato da Panorama, Persichetti dice: “In Francia queste pratiche non vengono considerate eversive e sono accettate dall’opinione pubblica”. In Italia spaventano… “Da noi la lotta armata ha raggiunto livelli sconosciuti in Francia, lasciando in eredità la cultura dell’emergenza e la demonizzazione del conflitto. Lo Stato deve capire che quella stagione è chiusa”. Tuttavia, chi legge i suoi articoli non ha questa sensazione. Una “lezione” di cui forse non c’era bisogno.

Per essere un leader con la data di scadenza, Dario Franceschini non lesina battute: “Quando Berlusconi dice queste cose, non si sa se ridere o piangere. È tutto un ingombro alla sua luminosa azione di governo: il Parlamento, le regole della democrazia, in qualche caso purtroppo anche il ruolo di garanzia del Capo dello Stato”. Così il segretario del Pd, liquida con parole durissime la proposta di Berlusconi di cambiare le regole parlamentari, facendo votare solo i capigruppo.
Ospite di Unomattina, Franceschini sfodera il sarcasmo: “Berlusconi semplificherebbe tutto… penso che il passaggio successivo potrebbe essere, invece di avere quattro capigruppo che votano per 600 deputati, avere un tasto solo nel suo ufficio: spinge lui e semplifica ancora di più, fa lui per tutti…”, conclude sul punto.
Il segretario del Pd interviene poi sul caso Rai. “Non ho fatto nessuna rosa di nomi per la presidenza”, afferma. “Le priorità degli italiani e del Pd sono ben altre”, osserva Franceschini, ma “purtroppo c’è una legge sbagliata, che noi abbiamo avversato, che impone che il presidente della Rai sia scelto con un’intesa maggioranza-opposizione perchè sono necessari i due terzi, quindi sono costretto ad una trattativa piuttosto sgradevole. Spero che faremo in fretta e bene” aggiunge “e tutto sarà pubblico e trasparente”.
Nell’intervento televisivo del leader del Pd un accenno al tema della crisi e dell’unità sindacale: “Berlusconi” spiega ” non è ottimista. Finge di esserlo e non penso che questo sia onesto né corretto”. Quanto all’unità sindacale “arriverà inesorabilmente. Il tempo e la velocità con cui arriverà dipenderanno dalla volontà dei dirigenti del sindacato e dalla spinta della base. Io penso che oggi l’Italia, come tutte le democrazie moderne, abbia bisogno di un sindacato unito, forte, che difenda i diritti dei lavoratori e di chi ha perso il posto di lavoro, dei pensionati, piuttosto che avere divisioni interne”.
E a proposito di “semplificazione”, il leader Pd aggiunge infine che “la storia porterà per forza in quella direzione e per tutto quello che potremo fare, nella totale autonomia dei ruoli e rispetto delle reciproche autonomie, spingeremo perché si vada verso la costruzione di un grande sindacato unitario”.
Ma l’eco delle polemiche non si spegne nemmeno dentro Montecitorio, sulla proposta del premier di sveltire i lavori parlamentari. Questa mattina in Aula, a seguito di numerose proteste da parte della maggioranza, e del capogruppo Fabrizio Cicchitto, il presidente Gianfranco Fini ha preso la parola per ribadire che sul nuovo sistema di voto con le minuzie “indietro non si torna”.
Per Fini “se è vero che occorrerà una fase di rodaggio” è altrettanto vero che “sul nuovo sistema di voto non si torna indietro”. Poi alcune parole molto chiare della terza carica dello Stato: “Finché la Costituzione è quella vigente nessuno può essere delegato ad esprimere il voto del parlamentare. Il parlamentare deve votare unicamente per se stesso: questa è la nostra Costituzione. Quando e se domani la Costituzione sarà cambiata è del tutto evidente che il presidente non dirà le cose che è doverosamente tenuto a dire in questa circostanza”.
Parole che per molti nel Transatlantico sono state dette da Fini “a nuora perché suocera intenda”.
E poi ancora: ad un certo punto Fini è sbottato “Ma il nuovo sistema non funziona solo a destra?”, aggiungendo, non senza qualche ironia: “Se ci sono dei terminali che non funzionano, prego anche i colleghi del centrosinistra di farlo presente”.
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Rifondazione: presente. I verdi: ci saranno. Sinistra democratica: in piazza. L’Idv: aderisce pure. Manca solo la diretta Rai, ma gli organizzatori hanno chiesto al neo presidente della Vigilanza, Sergio Zavoli, che venga garantita adeguata copertura.
Scenderanno in piazza venerdì 13 febbraio i metalmeccanici e gli statali della Cgil (Fiom e della FP-Cgil: cosa che non è successa spesso. Tre i cortei: da piazza della Repubblica, dalla stazione Tiburtina e da piazzale dei Partigiani), ma sono entrati nel dibattito interno del Pd, creando l’ennesima divisione.
Sono infatti già oltre cento i parlamentari democratici (tra cui nomi di un certo rilievo: da Anna Finocchiaro a Gianni Cuperlo, da Livia Turco a Vincenzo Vita e Maria Pia Garavaglia, da Walter Vitali a Ignazio Marino, dagli ex ministri Rosy Bindi, Cesare Damiano, Barbara Pollastrini, agli ex sindacalisti Paolo Nerozzi, Achille Passoni, alla portavoce di Romano Prodi Sandra Zampa) che hanno dato la loro adesione allo sciopero, in contrasto con la decisione presa dalla segreteria (nonostante sul tema il leader Veltroni non abbia lasciato “libertà di coscienza”, come sul caso Englaro). Indeciso Massimo D’Alema: i partiti, ha detto mercoledì a Otto e mezzo, meglio che non sovrappongano la loro bandiera a quella del sindacato. Ma poi si è messo in fila al corteo: “Importante essere vicini ai lavoratori che oggi qui esprimono il loro disagio e la loro protesta. Veltroni? Ha altre responsabilità”.
Della pattuglia pro manifestazione anche Pierluigi Bersani, ministro dell’Economia del governo ombra del Pd, che ha annunciato la sua adesione alla mobilitazione con queste parole: “Il Pd deve far sentire la sua presenza nei luoghi dove si muovono i protagonisti della crisi economica: lavoratori, sindacati e piccoli imprenditori”.
Più o meno gli stessi concetti espressi dalla sinistra radicale: “La Cgil sostiene giustamente” dice Claudio Fava, leader Sd “la battaglia per difendere la dignità del lavoro, per il sostegno al reddito dei lavoratori che sta diventando ogni giorno di più una vera e propria emergenza”. Per questo, contro chi cerca di “isolare politicamente la Cgil, mostrando la faccia feroce a tanti lavoratori che stanno perdendo il proprio posto di lavoro, lo sciopero di venerdì non sarà una manifestazione sindacale come ne abbiamo già viste nel passato, ma sarà un atto di civiltà politica”.
Ma da Veltroni e il suo entourage nessuna presa di posizione: il partito ha preferito andare in piazza a difesa della Costituzione, giovedì 12. Sarebbe stato “troppo” chiedere di riempire una seconda piazza: meglio lasciare l’iniziativa ai singoli deputati sì. Il segretario si è limitato a scrivere una lunga lettera alla Cgil invitando tutte le forze sociali a unirsi, a partire dalle diverse sigle sindacali, come avvenne nel 1992 e spiegando che il Pd ”è vicino” a chi scenderà in piazza.
E invece: “Dobbiamo essere presenti”, ha spiegato Bersani “perché la piattaforma che viene presentata per lo sciopero del 13 febbraio mi sembra ragionevole, non mi pare affatto estremistica”. Bersani ha poi snocciolato i temi “sui quali anche il Pd è impegnato e sui quali mi sembra giusto portare la nostra presenza: riduzioni fiscali per salari, pensioni e stipendi, misure possibili e ragionevoli sul sistema degli ammortizzatori sociali, il tema di investimenti nelle infrastrutture locali e così via”.
Forte della sponda dell’anti-Veltroni, il segretario Epifani ha così deciso di aumentare l’intensità del pressing sui democratici invitandoli ad avere sui grandi temi “una voce chiara”. La crisi economica, che avrà il picco “più devastante” tra marzo e giugno, secondo il segretario della Cgil durante un’intervista a Radio 3, impone a tutti di tenere i “nervi saldi”, perché il malessere è tanto e “può anche esplodere”. E ancora: “Chiedo al Pd che abbia proprie radici nel mondo del lavoro, recuperi una sua capacità di lettura dei processi che riguardano la condizione dei giovani, dei precari e degli anzini ed elabori delle proprie proposte perchè solo così si potrà avere una capacità di confronto” incalza Epifani. Che con Walter ha in sospeso il conto sulla riforma del modello contrattuale, sottoscritta da Cisl e Uil: allora il segretario del Pd aveva invitato la Cgil a non essere “un sodalizio settario”, ad “accettare l’innovazione riformista” e in sostanza a non rimanere isolata dalle altre forze sindacali. “Di fronte ad uno strappo di queste dimensioni, un grande partito deve dire, con forza, quello che ha detto l’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi: che non si possono fare accordi senza la Cgil”. E l’autonomia tra il sindacato e il Pd”, rincara Epifani “non può essere indifferenza, perchè le ragioni del lavoro non possono stare a cuore solo al sindacato”.
E infatti stanno a cuore anche a Bersani, che venerdì sfilerà accanto a Epifani e nel prossimo congresso d’autunno sfiderà proprio Veltroni per la segreteria dei democratici…
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foa
La notizia della morte del novantottenne Vittorio Foa, uno dei padri della sinistra italiana, è stata data, d’intesa con la famiglia, dal segretario del Partito democratico Walter Veltroni: “È un immenso dolore per noi, per il popolo italiano, è un immenso dolore per gli italiani che credono nei valori di democrazia e libertà, per l’Italia che lavora, per il sindacato a cui Vittorio Foa ha dedicato la parte più importante della sua vita”, ha dichiarato Veltroni in una nota. “Per me, il dolore”, ha aggiunto Veltroni è “anche personale perché Vittorio Foa incarnava ai miei occhi il modello del militante della democrazia, un uomo con una meravigliosa storia di sofferenza, di lotta e di speranza, un uomo della sinistra e della democrazia, mosso da un ottimismo contagioso e da un elevatissimo disinteresse personale”.
Dalla Costituente al Partito Democratico, quella di Foa è stata una vita vissuta credendo fortemente nei valori della politica. Nipote di un rabbino, antifascista, fu eletto deputato del Partito d’Azione nell’Assemblea Costituente.
Nato a Torino il 18 settembre 1910, si laureò in Giurisprudenza nel 1931 all’Università di Torino. Nel 1933 entrò in Giustizia e Libertà, movimento politico antifascista. Il 15 maggio 1935, all’età di 25 anni, venne arrestato a Torino in seguito alla segnalazione di un confidente dell’Ovra, quindi denunciato al Tribunale Speciale Fascista, che lo condannò a 15 anni di reclusione (nel 1936) per attività antifascista. Condivise la stessa cella con Ernesto Rossi, Massimo Mila e Riccardo Bauer, e nel frattempo sposò il liberalismo di Benedetto Croce.
Restò imprigionato oltre otto anni. Dopo la Resistenza fu deputato alla Costituente per il Partito d’azione. e nella II, III e IV legislatura per il Partito socialista. Nel 1948 iniziò il suo percorso di dirigente sindacale, prima nella Fiom poi nella Cgil. Nel 1964 fu tra coloro che lasciarono il Psi per fondare a sinistra il Psiup (Partito socialista italiano di unità proletaria) che nel ‘72 diede origine con altri al Pdup (Partito di unità proletaria), movimento che doveva indirizzare l’estrema sinistra italiana verso una prospettica “politica” e non “rivoluzionaria”. Attraverso varie scissioni e ricomposizioni, nel 1975 nacquero le liste di Democrazia proletaria. All’inizio degli anni Ottanta, Foa iniziò ad allontanarsi dalla politica attiva, ma nel 1987 venne eletto senatore come indipendente nelle liste del Partito comunista. Fu favorevole alla trasformazione del Pci nel Pds e si schierò a favore della prima guerra del Golfo.
In un’intervista al Messaggero del 13 agosto 2006, disse: “Sarebbe ora di finirla con questa damnatio memoriae per cui la storia del Novecento ruota intorno ai comunisti, agli ex comunisti e ai comunisti o filocomunisti pentiti. C’è una grande storia che è stata rimossa: quella degli antitotalitari democratici e liberali – anticomunisti e antifascisti – che non hanno avuto bisogno di rivelazioni tardive, di omissioni generalizzate e di compiacenti assoluzioni”.