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Sinistra-Arcobaleno
È tornato: ma non più da Subcomandante Fausto. Da soldato semplice: “Quello che ho da dire al congresso di Rifondazione Comunista, lo dirò sabato mattina a Chianciano da delegato di base della Federazione di Cosenza…”.
Lo ha spiegato l’ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti, durante una conferenza stampa di presentazione del numero estivo della rivista Alternative per il Socialismo, in cui appare un suo articolo dal chiaro titolo “Le ragioni di una sconfitta”. Torna, ma non per un ruolo di leadership politica: “Non esistono uomini per tutte le stagioni” ripete più volte il leader “e io ora voglio dedicarmi alla ricerca e all’approfondimento”.
Anche se venisse applaudito e acclamato dal popolo della sinistra, gli chiedono i cronisti? Bertinotti è netto: “Per me, si tratterebbe soltanto di una grande manifestazione di affetto dei compagni della sinistra verso cui avrei una grandissima riconoscenza”. Ma ribadisce di voler fare altro: “Non mi sento più in sintonia con la fase politica attuale: ho fatto degli errori in campagna elettorale e guardando da fuori me ne rendo conto, se fossi ancora dentro non avrei la lucidità per poterli analizzare e capirli”. Come? Da direttore della rivista che d’ora in poi diventerà un centro studi (lo affiancheranno Rina Gagliardi e Aldo Garzia). “Il mio” assicura Bertinotti “non è un vezzo: ho ambizioni politiche, ma non partitiche. Sono soltanto diversamente ambizioso. Voglio dare così il mio contributo alla costruzione di una sinistra anticapitalistica, che non può ripartire solo dall’Italia, la sinistra va ripensata in termini europei”.
L’ex candidato premier della sinistra, che alle elezioni politiche ha subito una batosta durissima, aggiunge: “Durante il governo Prodi avremmo anche potuto limitare i danni, ma se un anno fa lo avessi fatto cadere non credo che ci saremmo salvati. Avremmo solo potuto limitare i danni”. Una riduzione del danno che comunque forse avrebbe permesso alla sinistra di entrare in Parlamento. E su cui Bertinotti fa mea culpa: “Non abbiamo detto la verità al popolo della sinistra. Dicevamo di voler costruire una nuova sinistra (l’Arcobaleno), ma era facile per la gente vedere che non era così: che ognuno coltivava il proprio orticello”.
E chissà che nelle parole rivolte all’analisi del passato del soldato semplice Fausto non ci sia un guardare anche alle dinamiche della sinistra che in questi giorni sta svolgendo, divisa, i propri congressi.
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L’avranno fatta tutti i partiti, per capire da dove sono entrati (e usciti) i voti degli elettori. Si chiama analisi dei flussi. E ci è cimentato anche il Censis, mettendo in luce come, all’ultima tornata elettorale, ci sia stata una consistente fuoriuscita di elettori dal centro sinistra, intercettata dalla coalizione del centro destra e anche dall’Udc.
La capacità del Centro Sinistra di attirare ex-votanti della coalizione opposta, così come la sua capacità di mobilitare elettori che nel 2006 non avevano espresso un voto, si legge nella nota riassuntiva dell’indagine, non è riuscita a compensare la fuga di consenso verso gli avversari, sia quelli tradizionali del centro-destra che in misura maggiore verso l’Udc, il cui elettorato maggioritariamente proviene dall’Unione, con tutta probabilità dall’area di Centro del Centro-sinistra.
In buona sostanza, secondo il Censis, “fatto 100 l’elettorato del 2008 di ciascuna coalizione, nel Centro sinistra oltre il 93% aveva già espresso il proprio consenso nel 2006, il 3% aveva votato per la Casa della libertà e lo 0,8% per l’Udc, mentre il 2,9% aveva votato scheda bianca o nulla o si era astenuto”. La coalizione di Centro-destra ha invece l’83,9% di elettori che gli hanno rinnovato il consenso, il 12,6% che aveva votato per la coalizione opposta, il 2,2% per l’Udc e l’1,1% si era astenuto o aveva votato scheda bianca o nulla. Infine, nell’elettorato dell’Udc solo il 18,3% rappresenta elettori che avevano dato il proprio consenso all’Udc nel 2006, il 24,7% proviene dalla Casa delle Libertà e ben il 57% dall’ex Unione.
I fatti più rilevanti, fa notare l’istituto di ricerca, riguardano il quasi raddoppio di consenso alla Lega Nord, l’aumento consistente dei consensi all’Italia dei Valori e la riduzione a meno di un terzo dell’elettorato della Sinistra Arcobaleno. L’attuale elettorato della Lega è composto per il 43,3% di persone che avevano votato per questo partito alle elezioni del 2006, mentre ben il 56,7% è fatto di elettori che avevano votato per altri soggetti. In particolare, il 27,5% aveva dato il suo consenso a due dei partiti componenti l’attuale Popolo delle Libertà (Forza Italia e Alleanza Nazionale), il 20,4% aveva dato il suo consenso a Ulivo + Rosa nel Pugno + i socialisti, mentre l’8,7% si era addirittura schierato con gli attuali componenti della Sinistra arcobaleno (e che gli elettori abbiano abbandonato il cartello Rifondazione Comunista, Comunisti italiani e Verdi per saltare sul Carroccio, lo avevano già testimoniato una trasmissione di Radio Popolare e un articolo di Panorama.it) ed un residuale 0,1% è arrivato da altri soggetti.
L’elettorato dell’Italia dei Valori è composto dal 29% di elettori che ha confermato il proprio consenso rispetto al 2006, del 37,3% che aveva votato per l’Ulivo, del 12,9% che aveva votato per uno dei partiti dell’attuale Sinistra Arcobaleno e da un residuale 4% che aveva votato per Forza Italia o Alleanza Nazionale. Riguardo a dove siano andati i voti della Sinistra Radicale, dai flussi emerge che, di coloro che nel 2006 avevano espresso il proprio consenso a Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi (e hanno espresso il voto nel 2008), oltre il 37% si sono accasati nel Partito Democratico, il 19,3% sono rimasti nella Sinistra Arcobaleno, ben il 16,2% si sono spostati verso il Popolo delle Libertà, il 5,6% ha scelto l’Italia dei Valori, il 3,9% la Lega Nord e poco meno del 18% hanno votato altri partiti, oppure scheda bianca/nulla. Una migrazione sparsa del consenso del 2006, con addirittura una quota superiore al 20% che è saltata nella coalizione di centro-destra.

Cala il sipario sulla stagione del Prc segnata da Fausto Bertinotti. Nel giorno della resa dei conti in Rifondazione, va in scena l’ultimo atto della “tragedia” politica iniziata con la batosta elettorale.
Si dimette il gruppo dirigente guidato da Franco Giordano, prevale una nuova maggioranza capitanata da Paolo Ferrero d’intesa con Claudio Grassi, leader di Essere comunisti. A guidare il partito, in vista del congresso straordinario fissato per il 17-20 luglio, sarà un comitato di garanzia, frutto di un compromesso tra le diverse anime del Prc, dove ad avere la maggioranza di rappresentanti è il duo Ferrero-Grassi. Il d-day di Rifondazione inizia molto presto. Anzi, a vedere le facce stanche di molti dirigenti, la discussione non si è mai interrotta. Dopo il nulla di fatto di ieri, la trattativa per evitare la spaccatura è proseguita nella notte. In una lunga riunione a cui hanno partecipato rappresentanti delle due fazioni si è cercato fino a un attimo prima del voto di trovare un accordo. Ma senza successo.
A tentare l’ultima mediazione ci ha provato alla fine lo stesso segretario uscente, chiamando in un angolo Ferrero. Venti minuti di discussione e l’ennesimo nulla di fatto.
L’unico compromesso raggiunto tra i contendenti riguarda il dispositivo comune ai due documenti, con le regole per la gestione del partito fino al congresso di luglio. Poi, arriva il momento del voto, che consegna la vittoria alla nuova maggioranza di Ferrero, 98 voti contro 70. Un risultato meno netto di quanto non dicano i numeri, visto che a pesare sull’esito della conta è il contributo dato da Claudio Grassi, leader della minoranza di Essere Comunisti: 38 voti sui 98 totali. E così i ‘bertinottiani’, malgrado i 70 voti ottenuti, vedono il bicchiere mezzo pieno: “Sono fiducioso per il congresso” dice Giordano “il documento di Ferrero non contiene i capisaldi della nostra cultura, mi sembra più un cartello elettorale”. Il vincitore preferisce mettere uno stop alle polemiche e concentrarsi sul risultato: “Da oggi il partito ha una linea politica dobbiamo lavorare per rilanciare Rifondazione”. Per la neo maggioranza però il cammino si preannuncia in salita. Grassi ci tiene a sottolineare il contributo di Essere Comunisti, ma Alfio Nicotra, uomo vicino a Ferrero, mette le mani avanti: “Noi puntiamo al dialogo e il risultato di oggi non delinea l’alleanza del congresso.
Credo che sia difficile un’alleanza con Grassi perché proveniamo da culture diverse”.
Prima di lasciare la prima linea, è però Giordano a togliersi qualche sassolino. Il segretario che lascia difende la linea politica dettata da Bertinotti al congresso di Venezia e respinge al mittente le accuse che nel corso della giornata sono rivolte all’ex candidato premier della Cosa rossa, assente alla riunione e da giorni in un silenzio assoluto. “Io mi dimetto per la sconfitta elettorale”, dice emozionato dal palco Giordano. E poi, rivolgendosi a Ferrero, attacca: “Paolo, te lo dico con sincerità: non posso dimettermi a causa di una cultura del sospetto”. Bocciata l’idea di una costituente comunista con Oliviero Diliberto, Giordano invita a un’ultima riflessione: “Il problema non è conservare l’esistente ma investire in un progetto nuovo a partire dal Prc”.
La battaglia quindi è rinviata a luglio, quando a sfidare Ferrero ci sarà con ogni probabilità il governatore della Puglia Niki Vendola.
Un passaggio di consegne che Giordano sottolinea dal palco, al momento dell’addio, quando dedica a Vendola l’abbraccio più lungo.

Terzo partito a livello nazionale, terzo partito anche nella città operaia per antonomasia (Torino) e in alcune regioni un tempo considerate “rosse” come l’Emilia Romagna. La Lega Nord di Umberto Bossi fa il pieno di voti da Bologna a Trieste, e ne riscuote diverse migliaia anche a Pisa e Firenze. Un successo inaspettato, che fa il paio con la debacle della Sinistra Arcobaleno.
Come emerge dai flussi di voto, infatti, un elettore su dieci che due anni fa aveva votato Bertinotti e compagni, in questa tornata ha preferito scegliere il Senatur e il suo fazzoletto verde. Dato confermato anche a Radio Popolare: in una delle trasmissioni più seguite, Microfono aperto, nella mattinata di giovedì 17 aprile, gli ascoltatori tradizionalmente di sinistra dell’emittente si sono sfogati, e in molti hanno ammesso di aver preferito la Lega.
E senza giri di parole, hanno lanciato un pesantissimo atto d’accusa al progetto multicolore della sinistra radicale. Rimproverandole “mancanza di concretezza”, “poca attenzione alla legalità e ai lavoratori” e soprattutto litigiosità. “Delusione e senso di distanza: ecco le due imputazioni principali mosse dagli ascoltatori di oggi” dice a Panorama.it Massimo Bacchetta, che ha condotto la trasmissione. Ed infatti su “sicurezza, furti, indulto e rom”, moltissimi ascoltatori hanno puntato l’indice contro tutti i partiti e in particolare contro quello di Bertinotti.
“Io ho votato Lega e ho votato Rifondazione - è sbottato un ascoltatore. “Allora, adesso si parla in inglese e le questioni dei lavoratori non li tiene in conto nessuno, a questo punto non ci sono più ideologie e allora funziona la pancia. Il mio voto è stata una protesta incredibile”.
“Questa volta ho votato anch’io Lega per protesta” ha aggiunto un altro “e soprattutto per la litigiosità del governo Prodi”. “C’è una lontananza concettuale impressionante rispetto alla vita reale e a sinistra c’è l’incapacità di leggere tutta la realtà legata ai lavoratori e alla piccola impresa” ha spiegato un altro.
In poco meno di un’ora di trasmissione, è venuto così fuori un ritratto inedito (e per questo ancora più significativo) dei “maldipancia” elettorali. E, insieme ad esso, la nuova sfida che Rifondazione deve vincere per sopravvivere: a poco meno di vent’anni dal crollo del Muro di Berlino, i comunisti devono riconquistare fiducia proprio tra operai e ceti medio-bassi, questi ultimi sempre più lontani dai programmi e dai messaggi della sinistra radicale.
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Svuotati, prosciugati, sciolti come neve al sole.
Le ultime dichiarazioni non erano di certo ottimiste, i risultati sono stati fallimentari. La Sinistra Arcobaleno, “il cantiere aperto alla società civile” fortemente voluto da Fausto Bertinotti chiude da subito i battenti. Per una sconfitta elettorale che avrà come conseguenza immediata due caselle sbarrate: quella dei deputati e quella dei senatori. Nessun rappresentante, neppure Fausto Bertinotti, il primo Presidente della Camera della nostra storia repubblicana a non essere rieletto in Parlamento.
E la batosta diventa ancora più bruciante in Puglia, dove Rifondazione governa da quasi tre anni con Nichi Vendola. Se il progetto arcobaleno avesse avuto un seguito, il governatore barese sarebbe stato quasi certamente il nuovo leader della formazione. Adesso, si pensa invece alla sopravvivenza, anche perché nessuno pensa ad abbandonare cariche e poltrone.
E al Nord non è andata meglio. Come hanno spiegato sociologi e sondaggisti, dalle analisi dei flussi di voto, “emerge che il vecchio compagno, iscritto magari alla Cgil” ha deciso in blocco di non votare o di scegliere Lega. Il caso più emblematico a Valdagno, nei pressi di Vicenza, dove quarant’anni fa alcuni operai tirarono giù la statua di Gaetano Marzotto. Lì Bossi ha preso il 30%, Rifondazione e alleati poco meno del 2%.
Ecco perché, in queste ore, è tutto un fuggi fuggi di dirigenti decisi ad abbandonare il progetto multicolore: Il Subcomandante Fausto ha smesso i gradi di condottiero per assumere quelli di militante semplice; Alfonso Pecoraro Scanio vuole rifare il partito dei Verdi, Oliviero Diliberto (che aveva già scelto di non candidarsi prima dello tsunami) ha già deciso di abbandonare l’idea unitaria e di lanciare anche un nuovo quotidiano, l’ex ministro Paolo Ferrero sembra molto intenzionato a chiedere la testa di Franco Giordano e Sinistra Democratica (l’ala ex diessina di Fabio Mussi) non può certo compiacersi per una scelta che non è sembrata così azzeccata.
Neppure il tempo di sorgere, e l’Arcobaleno è subito tramontato. Ora resta solo da vedere se nei prossimi mesi il Pd cercherà di fagocitarne anche dirigenti ed elettorato.

Per “dare l’onore delle armi” a Romano Prodi (come ha detto Paolo Bonaiuti, portavoce di Silvio Berlusconi ai microfoni di SkyTg24) nel giorno del suo addio alla presidenza del Pd (durata meno del suoi governi: solo sei mesi), bisognerebbe ricordare che il professore bolognese è stato l’unico, nello schieramento di centrosinistra, capace di averla vinta su Silvio Berlusconi. Per due volte vittorioso contro il Cavaliere. E per due volte caduto, sgambettato dalla sua stessa maggioranza.
Certo, l’ultima volta, solo due anni fa, fu tutt’altro che un trionfo. “Governo, ci toccherà un Prodino”, titolava efficacemente il Giornale il 12 aprile 2006. Un’istantanea scattata il giorno dopo le elezioni con il futuro premier a stappare champagne con lo stato maggiore dell’Unione in Piazza Santi Apostoli (il loft era di là da venire). Ancora una volta il fattore C aveva aiutato il Professore consegnandogli grazie a 24.755 voti alla Camera e ai senatori eletti all’estero una maggioranza più virtuale che reale.
Ma di fatto, nessuno è riuscito nell’impresa. Non Rutelli nel 2001; non Veltroni lo scorso 13 aprile: entrambi travolti dallo tsunami del Cavaliere. Eppure non è bastato al professore l’invidiabile record per “Resistere, resistere, resistere”.
Nel giorno di Pasqua, secondo la vulgata ufficiale dei Democratici, ha preso carta e penna e ha scritto una lunga lettera al segretario Veltroni: “I ruoli di responsabilità” all’interno del Pd adesso “spettano ad altri”. Quasi sentisse nell’aria lo schiaffone che il Pd avrebbe preso dalle urne, Romano ha preferito farsi da parte, abbandonare la barca, lasciare il posto a qualcun altro.
In qualche modo, lo aveva già fatto qualche mese fa, preferendo non ricandidarsi: una decisione presa durante i momenti difficili della crisi di governo di gennaio. Allora fece una scelta “molto chiara, molto semplice, molto ferma e molto coerente: non mi sono presentato alle elezioni perché ritenevo e ritengo sia necessaria una nuova leva, un nuovo gruppo dirigente per portare avanti la crescita ed il rafforzamento del Pd”. Ora il suo addio è totale: “È chiaro” ha aggiunto Prodi “che il Pd dovrà cercare un altro presidente. Io è vent’anni che tiro. Largo ai giovani”. Frase choc, soprattutto perché pronunciata da chi il Partito democratico l’ha fondato. Frase di invito ai vertici del loft a cambiare registro? E infatti per sostituire il Professore sono due i nomi in lizza: Franco Marini e Rosy Bindi.
Ma siccome sulla lettera inviata all’ex sindaco di Roma le voci circolavano al pari delle smentite, è lo stesso Prodi a confermare, da New York (dove ha in agenda un intervento alle Nazioni Unite), che la missiva è sul tavolo del loft dal 23 marzo scorso. La decisione di comunicare con largo anticipo l’addio, spiega ancora Prodi, è stata presa per evitare che questa potesse essere messa in relazione con l’andamento della campagna elettorale o con il risultato delle elezioni: “Un giorno o l’altro non cambia, ma è chiaro che la decisione avrebbe avuto un significato diverso se fosse stata concretizzata durante la campagna elettorale”. Quello che è certo, comunque, è che il Professore non andrà a fare l’eremita. Continuerà, dice aprendo il volto ad un sorriso, a dare il suo contributo da “padre nobile” che riflette, suggerisce e propone. Anche senza alcun ruolo direttivo. Perché, se è vero che il Pd ha avuto ”una buona performance” alle elezioni, ma ora ”deve rafforzarsi, lavorare sui programmi e consolidarsi come unica alternativa riformista in Italia”.
In ogni caso la questione ha ancora da essere discussa a tu per tu tra Prodi e Veltroni. Che si incontreranno al rientro a Roma del premier, come spiega una (fredda) nota dell’ufficio stampa del Pd che precisa che i due leader “avevano concordemente deciso di riparlare insieme dopo il voto”. E tra le righe non è difficile leggere anche l’irritazione negli ambienti del quartier generale democratico per la tempistica giudicata inopportuna. Come a chiedersi perché Prodi abbia deciso di salutare proprio ora, con la questione ancora aperta alla provincia e al comune di Roma. Forse perché il Professore ha letto i resoconti della stampa sul summit tra Veltroni e i colonnelli democratici che, facendo l’analisi del voto elettorale, hanno preferito “processare” il governo Prodi, piuttosto che fare autocritica.
Buttando sulle spalle del “povero Romano” (quasi) tutto il peso della sconfitta di domenica scorsa. Solo che le spalle del Professore, questa volta, non hanno retto.

La forza del territorio, il territorio che dà forza e appartenenza a chi lo abita e a chi lo rappresenta . Il trionfo della Lega di Bossi non è l’unico elemento che fa dire agli analisti di come il Pdl abbia visto giusto nell’apparentarsi con “le due Leghe”, le due forze autonomiste presenti nel Paese. E se al Nord la valanga leghista è stata arrembante, a Sud, soprattutto in Sicilia, “un altro Lombardo” (Raffaele, il leader Mpa) non è stato da meno: vince la gara per la regione battendo - con oltre il 65% (appoggiato da Pdl, Mpa, Udc: 1.756.937 voti) contro poco più del 30% - un pezzo grosso del Pd come Anna Finocchiaro (appoggiata da Pd, Sa, Idv: 817.755 voti).
Lombardo, 57 anni, medico specializzato in psichiatria forense, è così il nuovo presidente della Regione Siciliana, dopo Cuffaro: “È la prima volta che con l’elezione diretta abbiamo un Presidente che è espressione di una forza autonomista in Sicilia”. Dalla Sicilia di “Totò Vasa Vasa” (che approda al Senato: è uno dei tre senatori Udc eletti a Palazzo Madama) si passa dunque a quella del suo delfino Lombardo, il quale ha già promesso che costituirà la nuova giunta “entro 8 giorni”. “Col presidente Berlusconi ci siamo rincorsi telefonicamente. Abbiamo appuntamento telefonico più avanti”, ha detto Raffaele Lombardo, ricevendo gli applausi dei suoi elettori nel mercato della Pescheria a Catania. “Adesso c’è da mettersi a lavorare per cinque anni, un periodo di tempo più che sufficiente per fare le cose che la Sicilia si aspetta”. Lombardo per ora preferisce non fare nomi di assessori: “Nelle prossime ore farò una riunione con i miei alleati, a Roma o possibilmente a Palermo, e decideremo”. Il neo presidente è convinto che “i ceti popolari hanno dimostrato maggiore fiducia nei nostri confronti rispetto a certi ceti medi che ci guardano con curiosità. Ce la metteremo tutta” ha concluso “per risolvere i molti problemi dell’Isola”. A cominciare dal Ponte sullo Stretto che fa parte dei desiderata del Cavaliere ma sul quale l’altro leader autonomista, Bossi, ha detto che dovranno esprimersi i siciliani.
La principale rivale nella corsa per il Governatore dell’isola, Anna Finocchiaro del Pd sostenuta dal centrosinistra e dalla sinistra si attesta attorno al 30 per cento, con gli altri voti divisi tra la Destra, Amici di Grillo e Forza Nuova. Il segretario regionale siciliano dei democratici, Francantonio Genovese parla di un risultato significativo per il Pd anche se resta il fatto che la percentuale ottenuta dalla candidata presidente è più bassa di oltre dieci punti rispetto a quella conquistata due anni fa da Rita Borsellino, che nel 2006 contro Cuffaro raggiunse il 41,64 per cento dei voti, superando le preferenze che aveva raccolto la coalizione che la sosteneva. Di avviso diverso Giuseppe Lumia, capolista del Pd eletto al Senato: “Le liste in Sicilia non sono state all’altezza dell’impegno della candidata Anna Finocchiaro e del progetto di Walter Veltroni. Ora urge una riflessione della società” ha aggiunto “e bisogna dire basta alle liti e alle divisioni nel partito da vecchia politica”
A proposito della Borsellino, è alta la tensione al quartier generale della Sinistra l’Arcobaleno. A spoglio quasi finito, la lista di Rita Borsellino naviga al 4,9% e rischia di non entrare all’Ars per via del quorum fissato al 5%. Per ora sono solo quattro i partiti che entreranno all’Assemblea regionale siciliana: Pdl, attestato al 32,6%, Partito democratico (19,1%), Mpa (13,9%), Udc (12,3%).
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Un vero e proprio terremoto. E un addio: quello di Fausto Bertinotti, già presidente della Camera e candidato premier della Sinistra Arcobaleno. Di fronte alla prospettiva, sempre più reale e concreta, di non avere rappresentanti in Parlamento, il Subcomandante Fausto lascia: “La mia vicenda di direzione politica termina qui, purtroppo con una sconfitta. Proseguirò da militante, ma la mia stagione da dirigente politico è finita”. Quella della sinistra radicale è, stando ai dati, una “sconfitta netta”, dalle proporzioni “impreviste”, che rende necessaria una “riflessione approfondita” ma che comunque non deve mettere in dubbio la necessità di proseguire con il progetto politico della Sinistra Arcobaleno, anzi: “il risultato negativo rende più urgente l’avvio di una fase costituente già da domani”. Secondo Bertinotti, anche il Pd sarà chiamato ad una riflessione, perché le scelte di Walter Veltroni “hanno contribuito allo svuotamento della sinistra senza riuscire a vincere, ma andando incontro ad una sconfitta visto che Pdl e Lega si apprestano a Governare il Paese”. Fausto Bertinotti chiama direttamente in causa la strategia dei Democratici per il suo primo commento dei risultati elettorali.
Il cartello elettorale composto da Rifondazione, Sinistra Democratica, Comunisti italiani e Verdi, insomma frana davanti all’evidenza dei numeri. E i numeri dicono che nella prossima legislatura a Palazzo Madama e a Montecitorio non ci sia alcun rappresentante della sinistra. Un evento storico. E non certo nel senso buono della parola.
Dati particolarmente negativi giungono dalle regioni “rosse”, quelle dove era atteso il raggiungimento della soglia di sbarramento del 4% per la Camera e dell’8% per il Senato. Per esempio, in una città come Pistoia la Sinistra Arcobaleno raccoglie soltanto un terzo dei voti rispetto a quelli che nelle elezioni passate ebbe la sola Rifondazione Comunista. Discorso analogo anche per altre realtà da cui ci si attendeva un buon risultato, come la Liguria. Naturalmente ogni valutazione definitiva è ancora prematura, ma la tendenza mette in ansia i quattro leader della Sinistra Arcobaleno. Tanto basta per fare dire a caldo a Giovanni Russo Spena - che del Prc è capogruppo uscente al Senato - che si è trattato di una pesante “sconfitta”: si è votato in una fase di “torsione bipartitica violenta imposta anche dai mass media. Sembrava che vi fossero solo due contendenti e tutti gli altri di contorno e questo ha fatto percerpire all’opinone pubblica che si trattasse di una questione tra Berlusconi e Veltroni”. Per Paolo Cento si tratta invece di “anno zero della sinistra: è prevalso il voto utile e forse la costruzione della sinistra arcobaleno è arrivata tardi. Dovevamo farla già nel 2006. Ora dobbiamo fare i conti con i nostri insediamenti sociali in cui c’è crisi di fiducia”. Secondo il verde Angelo Bonelli, si apre “una riflessione”: “Non si può far finta di niente, bisogna avviare una discussione tra di noi e con gli amici della Sinistra arcobaleno”.
Per Franco Turigliatto, senatore di Sinistra critica, uno dei “ribelli” che per primi si sono sfilati dalla coalizione che sosteneva Romano Prodi, la sconfitta di SA ha un responsabile: “Si chiama Fausto Bertinotti”. Per Turigliatto “la Sinistra Arcobaleno si è dissanguata per Prodi a tutto vantaggio di Veltroni”. E adesso? “Vedo uno spazio ancora a sinistra” risponde Turigliatto “c’è un grandissimo lavoro da fare per ricostruire una sinistra davvero anticapitalistica”. Anche
Salvatore Cannavò esulta: “Siamo noi la vera sorpresa”. Il deputato uscente di Sinistra critica, non riesce a trattenere l’entusiasmo per il dato delle proiezioni del Senato, che danno a Sc l’1,2 per cento, un risultato più che confortante in vista del vero obiettivo: le elezioni europee del prossimo anno. Cannavò è caustico sul risultato della Sinistra arcobaleno: “Dove ieri non era riuscito a distruggere Occhetto, ci riesce oggi Bertinotti”.