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Sinistra-Arcobaleno

Astensionismo a sinistra: Bertinotti a casa, ma a Veltroni non c’è alternativa

[i](Credits: Ansa)[/i]
Tra proiezioni ormai abbastanza attendibili ed exit pool sui quali è doveroso (come nel 2006) stendere un velo, c’è un dato che non si presta a discussioni: quello dell’affluenza alle urne, che si è attestata poco al di sopra dell’80%, registrando un calo di tre punti e mezzo rispetto a due anni fa. Calo quasi generalizzato, tra regioni bianco-azzurre e regioni rosse; e se queste ultime hanno fatto notizia è perché eravamo abituati ad una loro maggiore disciplina.

L’Italia resta comunque un Paese nel quale, anche in tempi di antipolitica, si vota molto: l’80% è una soglia ben al di sopra della media dei paesi occidentali. Ma è il colore politico di chi si è astenuto che spiega in gran parte due fenomeni. Il primo, e più vistoso, è la sconfitta della Sinistra Arcobaleno. La coalizione tra comunisti, verdi e socialisti che aveva puntato su Fausto Bertinotti ha visto ridurre il proprio consenso da oltre il 12 a poco più del 4%, probabilmente non riuscirà ad eleggere nessun senatore e rischia perfino di non farcela alla Camera. Una débàcle che fa supporre che gran parte degli astenuti venga proprio dalla sinistra radicale. Che dire?

Troppi salotti, televisivi e non, per Bertinotti e compagnia, e poco o zero collegamento con la base sociale che si doveva rappresentare. In realtà non è solo questo. Neppure il Partito Democratico di Walter Veltroni può realmente vantare quella sconfitta “buona” che era in fondo il suo vero obiettivo. La coalizione con Antonio Di Pietro è rimasta ben staccata rispetto a quella di centrodestra: la rimonta miracolosa esisteva più negli auspici degli ultimi giorni che nella realtà. Ed anche il Pd da solo, almeno nei dati di queste ore, si attesta intorno al 35%: cioè quella che era considerata la barriera tra successo e insuccesso. Insomma, si direbbe che Veltroni abbia convinto ma non fino in fondo, che abbia sollevato interesse e speranze, ma non sia riuscito a scaldare i cuori, né a trascinare alle urne scontenti e indecisi.

Se forse c’è stato un po’ di travaso dall’estrema sinistra al Pd, è anche vero che Veltroni non ha conquistato voti moderati e al centro (anzi li ha persi), che il suo messaggio non ha fatto breccia al Nord, perdendo aree cruciali del Sud e perfino a Roma e dintorni, che Veltroni ha governato fino a ieri.

Eppure, se nell’area dell’estrema sinistra gli sconfitti ed i colpevoli sono facili da individuare, ed è giusto che un’intera generazione di dirigenti prenda atto e ceda il passo, sarebbe probabilmente un errore - anzi un suicidio - se qualcuno nella sinistra riformista , in particolare tra gli ex Ds, volesse presentare il conto a Veltroni. Un esame spassionato della situazione è logico, un’autocritica pure, ma il metodo non può essere rimesso in discussione. Per almeno due motivi: gli italiani hanno mostrato di voler scegliere quel bipartitismo e quella semplificazione che era stata l’intuizione di Veltroni; e, secondo e più importante motivo, ora come ora (e probabilmente per un bel po’) all’ex sindaco di Roma non c’è alternativa. Il barile è stato ampiamente raschiato, un’altra guerra fratricida rischia di sfondarlo definitivamente.

Italiani al voto. Affluenza in calo: poco sopra l’80 per cento

Urne elettorali | Ansa
Mentre i numeri e le percentuali stanno affluendo dai seggi di tutta Italia al Viminale, un dato già certo è il calo della partecipazione a questa tornata elettorale. L’affluenza alle urne del 13 14 aprile 2008, per il rinnovo della Camera e del Senato, è stata infatti in media dell’8o,4%, come ha detto, come ha detto il titolare del Ministero degli Interni, Giuliano Amato, ricordando che si tratta di una flessione di 3,5% rispetto alle precedenti elezioni.

Ma non c’è stata l’astensione di massa che in molti paventavano alla vigilia del voto. La giornata di domenica, tendenzialmente bella in tutta Italia, non ha dunque favorito le fughe al mare o, in ogni caso, non ha fatto desistere gli elettori che in molti casi hanno votato o prima della partenza o questa mattina, quando ancora si registrava un discreto afflusso ai seggi. I molti appelli a non disertare le urne sembrano dunque aver funzionato.
In netta crescita, al contrario, il dato delle amministrative, grazie anche alla concomitanza con le politiche. Per le provinciali ha votato il 74,4% degli aventi diritto, contro il 64,2 della tornata precedente; per quanto riguarda le comunali, invece, il dato è dell’80,1%, contro il 76,7 della volta precedente.
Le regioni nelle quali si è registrata l’affluenza più bassa, ha comunicato ancora il Ministro, sono state Liguria e Sardegna. Napoli ha segnato un dato più basso rispetto ad altri Comuni della Campania. Il Ministro ha indicato fra le possibili cause della minore affluenza anche il fato che le precedenti elezioni politiche si sono svolte solo due anni fa. Già, perché gli italiani, secondo il titolare del Viminale, gli italiani “si aspettano di essere chiamati a votare ogni 5 anni. Li abbiamo invece costretti ad andare a votare dopo neppure 2 anni. Questa può essere una ragione per la loro minore partecipazione al pure essenziale momento democratico”.

Il probabile crollo della Sinistra Arcobaleno premierà il Pdl al Senato

 Lo scrutinio delle schede | Ansa
Gli exit poll sono un ottimo strumento per fare il gioco del “fumo e specchi”, cioè creano una gran confusione.

Cerchiamo di emergere dal polverone e fissare alcuni punti. Occhio al dato sull’affluenza e alle cifre del voto nelle cosiddette regioni rosse. Il dato parziale dell’affluenza (5.693 enti su 8.101) dice che ha votato l’81,783% degli aventi diritto contro l’85,095% delle elezioni politiche del 2006. Un distacco negativo che supera il 3% (-3,312%). L’affluenza nelle regioni rosse finora è negativa, se il dato catastrofico della Sinistra Arcobaleno fosse confermato, i seggi riservati al perdente andranno al secondo arrivato, cioè al Pdl che, per effetto della legge elettorale, potrebbe conseguire la governabilità al Senato.

Tendenze: i risultati più che positivi dei partiti “identitari”, vedi alla voce Lega e Destra, il probabile crollo della Sinistra Arcobaleno, con conseguente recupero dei senatori da parte del Pdl che potrebbe guadagnare 5 seggi al Senato grazie alla debacle della coalizione guidata da Fausto Bertinotti.

Sinistra di lotta e di sopravvivenza. Con Veltroni l’addio “non è per sempre”

Il candidato premier per la Sinistra arcobaleno, Fausto Bertinotti | Ansa
Sinistra di lotta, ma anche sinistra di sopravvivenza. L’Arcobaleno guidato da Fausto Bertinotti già pensa al dopo-elezioni. E, una volta registrata la defezione del suo leader maximo (che a Porta a Porta ha confermato che in futuro non vorrà più ruoli di responsabilità all’interno del partito), come anticipato giorni fa da Panorama.it, sta pensando di designare a successore il governatore della Puglia Nichi Vendola.

Ma i progetti e i programmi dei “radicali di sinistra” non si fermano certo qui. E per capirlo basta dare una veloce scorsa alle dichiarazioni dei suoi dirigenti più importanti, che in queste ultime ore guardano con sempre maggiore insistenza alla loro destra.
A mandare messaggi di pace a Walter Veltroni e al suo Pd è stato per primo proprio Bertinotti. In un’intervista rilasciata ad un quotidiano napoletano, il leader della Sinistra Arcobaleno si è detto disponibile a restare “insieme anche per governare il dopo Bassolino nelle amministrazioni campane”.

Poi è stata la volta di Fabio Mussi, leader della SinistraDemocratica, la costola dei Ds che ha abbandonato il progetto democratico all’ultimo miglio, nell’ultimo congresso fiorentino. Il ministro della Pubblica Istruzione del governo Prodi si è detto certo che il divorzio del Pd “non è per sempre”. “Prima o poi” ha spiegato Mussi “si devono creare le condizioni per un’alleanza e un governo di centrosinistra”.
Obiettivo, questo, del resto mai nascosto dallo stesso Bertinotti, che ha sempre detto che in questa campagna elettorale “votare sinistra vuol dire creare le condizioni per spostare il baricentro non verso il centro moderato ma in direzione opposta”. Per questo, molti osservatori sono convinti che dopo il 13 e 14 aprile l’Arcobaleno di Pecoraro Scanio, Diliberto, Giordano e Mussi tenterà un riavvicinamento al tricolore di Veltroni e Franceschini.

Anche perché le previsioni fatte dagli stessi dirigenti non sembrano tra le più rosee. I numeri che circolano a sinistra dicono che la coalizione rossa è sotto quel 10 per cento che i contraenti il patto elettorale avevano fissato quale soglia di sbarramento per lasciare al comando il Subcomandante Fausto. In soccorso del presidente della Camera è arrivato proprio il successore designato: Nichi Vendola ha infatti sostenuto che “andrà bene tutto ciò che è sopra il 7 per cento”, soprattutto nella “sua” Puglia. Una percentuale che con la legge elettorale vigente vorrebbe dire nessun senatore eletto a Palazzo Madama. E allora la sinistra di Bertinotti si ritroverebbe nuovamente a lottare, ma stavolta per la propria sopravvivenza istituzionale.

L’ultima cena di Prodi: una chitarra e qualche sassolino. Contro la Sinistra

Il premier Prodi e il suo portavoce Silvi Sircana
È la sua ultima cena, prima di tornare a fare il nonno. Ultima cena destinata, come tale, a essere ricordata. E a fare discutere. A cinque giorni dal voto, Romano Prodi si congeda da Palazzo Chigi con una serata insieme al suo staff. Un incontro tra amici: una chitarra (imbracciata da Silvio Sircana), vecchie canzoni di Bob Dylan, tanti ricordi – almeno così racconta La Stampa - e qualche sassolino da togliersi dalla scarpa. Tre mesi fa cadeva il suo esecutivo e tutti a dare la colpa a Mastella, al suo partitino da tre senatori che ha fatto svanire il sogno del governo dell’Unione.
Ma ora, a 90 giorni dal patatrac, è lo stesso premier a dare la sua interpretazione dei fatti. Una lettura articolata su questi punti punti. Il primo, secondo quanto riporta La Stampa, “Mastella ha tradito, non c’è dubbio. E il modo in cui l’ha fatto dimostra mancanza di senso dello Stato, ma la vera responsabilità politica non è stata la sua”. Di chi, allora? Ecco il secondo punto: “La responsabilità politica della crisi è stata di chi ha minato continuamente l’azione del governo, di chi ha fatto certe dichiarazioni istituzionali opinabili…”. Terzo: “Io ero un’anomalia. Che non sono riusciti a riassorbire, ho urtato interessi di qua e di là, e alla fine sono stato espulso”. Quarto: “Bravo Walter, fatto la cosa giusta: correre da soli”.
Facile immaginare che dei quattro punti, sia il secondo a fare più scalpore: non li nomina nemmeno, il Professore, ma il profluvio di reazioni arrivate il giorno dopo dalla Sinistra Arcobaleno, lascia pochi dubbi su chi siano (secondo Prodi) i colpevoli politici della sua caduta di gennaio. E allora via con le dichiarazioni e i distinguo, con le note dettate alle agenzia e le proteste (proprio come succedeva nei mesi di governo).
Comincia lo stesso Fausto Bertinotti a chiamarsi in causa: “La mia analisi sulla caduta del governo Prodi” spiega il presidente della Camera “differisce totalmente da quella del presidente del Consiglio. Il suo governo è caduto perché sono venute a mancargli le basi di consenso di massa. Perché è caduto nella trappola della politica dei due tempi, prima il risanamento e poi la giustizia sociale che però non viene mai. E il governo ha subito il condizionamento delle forze moderate, come Dini e Mastella, che lo hanno fatto cadere”.
Tra i ministri che affiancarono Romano Prodi a Palazzo Chigi, ci sono anche Paolo Ferrero (alla Solidarietà Sociale) e Fabio Mussi (all’Università) che ora non vogliono restare schiacciati sotto il macigno (altro che sassolino) delle sue dichiarazioni. Mussi quasi non ci vuole credere: nell’articolo de La Stampa, rivela, “si riportano frasi attribuite a Prodi non virgolettate: bisogna che Prodi confermi o smentisca”.
Ferrero invece rilancia, con un argomento ormai classico, a sinistra: “La colpa è di Veltroni: ha voluto rompere, salvo oggi piangere lacrime di coccodrillo”.
Attaccano anche Pino Sgobio del Pdci: “È francamente inaccettabile e ingeneroso l’attacco di Prodi alla Sinistra Arcobaleno. La verità inoppugnabile è che il Governo Prodi non ha tenuto fede a tutte le promesse fatte agli elettori”. E poi Franco Giordano, segretario del Prc: “Sono sgradevoli e fuorvianti le dichiarazioni del presidente del consiglio Romano Prodi che alludono a una responsabilità della sinistra nelle difficoltà incontrate dal governo. Prodi” prosegue “sa perfettamente che i problemi sono stati creati sempre e soltanto dalle aree moderate della coalizione, in particolare, dal Pd. Ricordiamo che i punti di sofferenza del governo sono stati sulle pensioni, sulla redistribuzione sociale, sui diritti civili”.
L’unico a restare lucido è il “traditore” Clemente Mastella. Che prende carta e penna e manda al “Caro Romano” una lettera. “Non sono io” scrive l’ex Guardasigilli “ad averti tradito, ma chi ha lavorato per mandarti a casa logorando la tua e la nostra azione di governo”. “Ricordo di essere stato oggetto, sin dal mio insediamento, di una campagna di delegittimazione”, che, prosegue il leader dell’Udeur “mi ha costretto ad alzare bandiera bianca, fino a registrare un’avara solidarietà umana e scarse solidarietà politiche, proprio da coloro che hanno lavorato per la fine di questa esperienza di governo. Nei tuoi riguardi, caro Romano, sono sempre stato leale e ti confermo anche oggi la mia piena stima”.

Elezioni: la sindrome del voto nullo e lo scontro tra i big dei partiti

Il controllo delle schede elettorali. Foto d'archivio | Ansa
E a una settimana dal voto, scatta la sindrome “voto nullo”. Anche gli elettori più esperti, considerata la “scheda lenzuolo” uscita dal Viminale, dicono gli esperti, rischiano di non riuscire a manifestare correttamente la propria preferenza politica dentro la cabina elettorale. Per le due principali coalizioni (Pd-Idv, Pdl-Lega al Nord e Pdl-Mpa al Sud) c’è il pericolo concreto di essere privati di voti validi. Il perché è presto detto: i simboli di tutti i partiti sulla scheda sono molto ravvicinati.
Quelli delle coalizioni (Pdl e Lega-Mpa, ma anche quelli di Veltroni e Di Pietro) sono praticamente attaccati. Per cui l’elettore dovrà apporre una croce sul “suo” partito senza sfiorare il simbolo che gli è vicino. Fosse pure quello di un movimento politico alleato. Se così non fosse il voto potrebbe essere considerato nullo. I più esposti a questo rischio sono gli elettori che avranno in mano più schede, come i cittadini di Roma che voteranno per Municipio (scheda grigia), Comune (azzurra), Provincia (verde), Camera (rosa) e Senato (gialla). Sulle schede di Camera e Senato la croce dev’essere una sola e deve essere scritta solo ed esclusivamente dentro il quadrato che contiene il simbolo prescelto, pena nullità. Qualsiasi scritta sulla scheda (fosse anche il nome di uno dei candidati premier) compromette la validità del voto. Esattamente come non è consentito assolutamente manifestare le proprie idee politiche al seggio, pena la nullità del voto, né tantomeno portare dentro la cabina telefonini o macchine fotografiche. In questo caso l’elettore rischia una denuncia penale, non l’annullamento del voto.
Ma di cambiare la disposizione dei simboli e ristampare la scheda, il Viminale non ne vuole sapere. Anzi, dice il ministro Amato, mettere tutti i simboli in fila verticale, l’uno accanto all’altro i due simboli delle due coalizioni: “Sarebbe incostituzionale perché darebbe alle stesse coalizioni una visibilità maggiore e quindi un inammissibile vantaggio rispetto a tutti gli altri simboli”.

In una lettera a la Repubblica il ministro dell’Interno scrive che : “È stato il Parlamento alla quasi unanimità a consentire a tutti di presentare simboli e liste senza bisogno di raccogliere le firme”. Inoltre cambiare le schede non è possibile perché c’è chi ha già votato “e quindi si invaliderebbe tutto il processo elettorale facendo votare gli elettori con schede fra loro diverse”.
Ma sul voto, e soprattutto sulla possibilità che gli elettori possano esprimerlo correttamente, è ormai scontro. Innanzi tutto tra i due “big”, Walter Veltroni e Silvio Berlusconi : in seconda battuta anche tra i loro rispettivi alleati. Primo tra tutti: Umberto Bossi che minaccia addirittura di imbracciare “i fucili contro la canaglia romana” che non vuole ristampare le schede. Una provocazione che scatena reazioni durissime come quella del segretario del Pd che, rivolgendosi direttamente al suo avversario “che si è candidato a guidare il Paese”, chiede come si possa candidare a ministro delle Riforme una persona che “dica queste cose”.
Il Cavaliere, che aveva lanciato un appello al Capo dello Stato per evitare ogni possibile confusione nei seggi, risponde per le rime a tutti quelli che, come il ministro dell’Interno Giuliano Amato, ma anche Veltroni e Franceschini, “leggono” nel “nervosismo” del Pdl un timore per il risultato elettorale. “Io non ho paura di perdere” ha tuonato da Palermo Berlusconi “è un’assoluta menzogna. La questione schede è stata sollevata dal Pd, con Franceschini che ha telefonato a Gianni Letta, e io ho concordato sul fatto che ci possano essere incertezze e confusione”. Il distacco tra Pd e Pdl, sottolinea, “lo conosco ed è evidente”.

Veltroni non risponde, ma al suo posto è Dario Franceschini a buttare benzina sul fuoco dicendo che probabilmente l’ex premier sta tirando in ballo la storia delle “schede-confuse” solo per avere una scusa pronta nell’imminenza della sua “vicina sconfitta”. Ammette di aver telefonato lui a Letta per segnalare il problema dei simboli troppo attaccati, ma poi, ad aver alzato tutta questo polverone sul caso-schede, è stato il Cavaliere perché “è sempre più in affanno”.
Berlusconi contrattacca e spara a zero contro l’ex sindaco di Roma. Prima lo definisce “Walterino Settedoppiezze” e poi ne elenca davanti ad una platea di fans “tutte le cose che aveva detto e che poi non ha fatto” e tutte le promesse elettorali che non potrà mantenere per totale assenza di soldi. Al di là del “caso-schede” il duello tra i “big” continua. Con battute al vetriolo. L’ex sindaco definisce quella di Berlusconi una leadership “stanca e logorata”, mentre il leader del Pd conclude il suo intervento a Palermo con una domanda: “Volete che Veltroni realizzi il suo sogno e vada in Africa?”. Un coro di “si” è la risposta.

Il VIDEO servizio:

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Per evitare il caos in cabina e ridurre il rischio di invalidare il voto, il Pdl chiede che si ristampino le schede elettorali. Siete d’accordo?

Dopo le elezioni via libera a Vendola leader, al posto del compagno Fausto


Da un po’ di mesi, è ormai considerato “l’erede designato”. E benché continui a ripetere che il “problema della leadership è l’ultima cosa”, non si fa fatica a capire che Nichi Vendola è in pole position per raccogliere il ruolo di Fausto Bertinotti a campagna elettorale conclusa.

Le ultime, recentissime, dichiarazioni del governatore pugliese non smentiscono affatto le sue ambizioni politiche sul suo futuro. Anzi, sembrano confermarle in toto: “Non mi tirerò indietro se la Sinistra arcobaleno, dopo il voto, aprirà una fase costituente”.

Decisione questa che sembra essere confermata dalle intenzioni del “compagno Fausto”. Da ormai diversi mesi, infatti, il candidato premier continua a ripetere di non essere “più disposto ad accettare ruoli istituzionali e di dirigenza di qualsiasi tipo”, preferendo continuare a “fare il semplice deputato”.

Ecco quindi che l’ipotesi Vendola potrebbe attuarsi sin dalla prima metà di maggio, anche se al momento i nodi decisivi sembrano altri. Primo tra tutti, il responso delle urne: se il nuovo rassemblement non supererà quota 8%, pare difficile che il processo di unificazione dei tre partiti subisca un’improvvisa accelerazione.

Per questo, proprio in qusti giorni, Vendola sembra legare la sua decisione a questo’ultimo cenario: “il problema non è di chi farà il leader ma piuttosto se il soggetto unitario della sinistra unita entrerà o meno in una fase costituente”. Resterà poi da capire cosa decideranno di fare Alfonso Pecoraro Scanio e Oliviero Diliberto. Anche perchè quest’ultimo, a differenza degli altri segretari, non ricoprirà alcun ruolo istituzionale nella prossima legislatura (nei giorni scorsi ha deciso di lasciare la propria poltrona di Palazzo Madama ad un operaio della Thyssen). A quel punto, la tregua armata tra Rifondazione e Comunisti Italiani potrebbe riesplodere. Ma stavolta per motivi assai diversi rispetto a quelli che portarono dieci anni fa Cossutta e compagni a separarsi dagli “amici-nemici” comunisti.

Elezioni, l’altra metà del voto: quello locale

Raffaele Lombardo e Alessandra Mussolini | Ansa
“Non ci restano che i ballottaggi”. Al Loft, quartier generale veltroniano, è lo scoramento il sentimento più diffuso. I sondaggi? Crudeli. Le speranze di vincere le politiche? Poche, pochissime. Ma ci sono pur sempre le amministrative: la madre, anzi la madrina, di tutte le rivincite. Fu così anche nel 2001. Silvio Berlusconi si impose alle elezioni generali e 15 giorni dopo il centrosinistra trionfò in quelle locali. La sconfitta divenne dolce; i commentatori parlarono di riequilibrio tra i poli; Francesco Rutelli, lo sconfitto nazionale, avocò a sé il successo locale, compresa l’elezione a sindaco di Roma di Walter Veltroni. Che ora si prepara a rivendicare il successo del candidato Rutelli.
In politica tutto torna. Anche troppo. Dunque, mentre l’opinione pubblica è distratta dalle promesse sulle pensioni, stessa poltrona. Perciò il Cavaliere ostenta vicinanza a Gianni Alemanno, gira imperterrito la città e chiuderà qui la campagna elettorale. Perciò Gianfranco Fini per una settimana intera non si muoverà dalla capitale. Tutta colpa del terzo incomodo, Francesco Storace, che da capolista al Senato e candidato sindaco della Destra sottrae voti al Pdl. E si diverte.
Compreso il Lazio, voterà per le amministrative del 13 e 14 aprile un quinto deforte anche dell’accordo locale con la Sinistra arcobaleno di Fausto Bertinotti, il Partito democratico sta giocando con tutte le sue forze la partita delle amministrative. Partita decisiva per Veltroni, praticamente irrilevante per Berlusconi, da sempre indifferente al voto locale. Al Cavaliere interessa soltanto il Lazio, ma in chiave nazionale. Su Roma, comune e provincia, persino su paesoni come Fiumicino, Tivoli e Velletri, si gioca gran parte della stabilità futura della maggioranza al Senato. Si legge Lazio ma s’intende Palazzo Madama. “Le amministrative sono un traino per le politiche” ha ammonito il Cavaliere “stiamo attenti a non sottovalutarle “. Perciò si è speso personalmente per il candidato sindaco di Viterbo, Giulio Marini, comiziando mercoledì scorso contro un pezzo grosso come Giulio Sposetti, ex tesoriere dei Ds, che corre per la gli italiani.
Casi a parte le regioni a statuto speciale. In Sicilia si voterà a giugno. Le province chiamate alle urne saranno Agrigento, Caltanissetta, Catania, Enna, Messina, Palermo e Siracusa. Si tratta complessivamente di 3.956.899 elettori. Alle province vanno aggiunti 143 comuni, per un totale di 1.134.425 elettori. Anche in Sardegna (35 comuni), Friuli-Venezia Giulia (otto comuni compreso Udine) e a Bronzolo, in Trentino-Alto Adige, voto si voterà a giugno. Altro giro, altra corsa: in Italia si vota sempre. Ad aprile il comune non capoluogo col più alto numero di abitanti è Giugliano in Campania, in provincia di Napoli, con 97.999 residenti. Il comune al voto col minor numero di residenti è Piazzolo, nel Bergamasco, che conta appena 99 abitanti. Piazzolo, piena Val Brembana, ha una storia curiosa. Viene spontaneo pensare che 99 abitanti si mettano facilmente d’accordo su chi eleggere. E invece no, vale la regola delle assemblee di condominio: sono addirittura tre gli aspiranti sindaco. La popolazione può scegliere tra 34 candidati al consiglio comunale.
E c’è anche la lista del Grillo parlante, una delle grandi novità di questa tornata amministrativa. Già, perché se Piazzolo è elettoralmente marginale, assai meno lo sono i 5 milioni di residenti in Sicilia. Oltre che per comuni e province, si vota infatti anche per due regioni: Friuli-Venezia Giulia e appunto in Sicilia per il rinnovo delle assemblee regionali (in Valle d’Aosta l’appuntamento è per il 25 maggio). E se in Friuli la conferma di Riccardo Illy del Partito democratico appare probabile, nell’isola l’ultimo sondaggio, firmato dalla Swg, dice che Raffaele Lombardo (Pdl, Udc e Movimento per l’autonomia) è tra il 49 e il 52 per cento, Anna Finocchiaro (Pd e Sinistra arcobaleno) intorno al 42,5. A minare la possibile rimonta di Finocchiaro è una insospettabile carneade: Sonia Alfano. Chi è? La candidata governatrice degli Amici di Beppe Grillo, lista che oscilla tra il 4,5 e il 5,5 per cento. Tutti voti drenati al centrosinistra, come quelli dei No Dal Molin a Vicenza, che candida a sindaco la leader del Presidio permanente Cinzia Bottene. Poi, per la serie “facciamoci del male”, il Partito democratico si presenta diviso a Massa-Carrara: due i candidati per il comune, due per la provincia, dove il Pdl candida il coordinatorepoeta Sandro Bondi. Chi spera invece di drenare voti al Popolo della libertà è l’Udc. Tranne che in Sicilia e pochi altri casi, Pier Ferdinando Casini ha portato lo scudocrociato fuori dal centrodestra.
Ma a Carovigno, in provincia di Brindisi, è successo qualcosa di strano e diverso. Il sindaco centristra ha abbandonato l’Udc per confluire nel Pdl, si dice con il sostegno di Cosimo Mele, il deputato coinvolto nel noto festino a luci rosse di via Veneto. Ragion per la quale Mele è stato escluso dalla lista casiniana anche in loco. Ora Mele sostiene Zizza. Già, perché il sindaco in questione si chiama proprio così, Vittorio Zizza. Un nome troppo attraente. Un altro mitologico paese, Ceppaloni, non vedrà la candidatura del primo cittadino uscente Clemente Mastella. Sono due le liste in campo: Uniti per Ceppaloni, che fa capo all’ex guardasigilli ed è guidata da Claudio Cataudo; Unità democratica, che candida uno storico avversario dell’Udeur, l’ex ds Nino Rossi. Quanto alla provincia di Benevento, dopo la crisi di governo si era detto che mai e poi mai Clemente avrebbe rifrequentato il centrosinistra.
E invece Mastella sostiene, con ben due liste, il candidato presidente del Partito democratico, Aniello Cimitile. Chissà se Romano Prodi approva. Ma il più grande esperimento politico italiano (si fa per dire) arriva da Venafro, in provincia di Isernia, il terzo comune del Molise. Qui il candidato favorito è Nicandro Cotugno, a capo di una civica composta tra Forza Italia, Alleanza nazionale, Partito democratico e Italia dei valori. La grande coalizione è servita, il Veltrusconi in salsa locale pure.

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