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Il PD, Bersani e una “malattia” di nome Fiom


Partecipanti al corteo della Fiom, sabato 16 ottobre 2010 a Roma (ANSA / ETTORE FERRARI)

Partecipanti al corteo della Fiom, sabato 16 ottobre 2010 a Roma (ANSA / ETTORE FERRARI)

C’è una dichiarazione, dopo la manifestazione della Fiom di sabato a Piazza San Giovanni a Roma, che meglio delle altre rappresenta la crisi del maggior partito dell’opposizione e, forse, del bipolarismo in Italia. Proviene dal principale detrattore di questo sistema oltre che possibile alleato del Partito democratico in un’alleanza anti Cavaliere: il leader dell’Udc Pierferdinando Casini, che stigmatizzando in un’intervista al Corriere il percorso a zig zag del partito guidato da Bersani ha appunto detto che è difficile ”dare un colpo al cerchio e uno alla botte”. Continua

Da Grillo ai centri sociali, il Pd è ostaggio degli ultras


Un momento della contestazione  al segretario della Cisl Raffaele Bonanni alla festa nazionale del PD a Torino (Ansa)

Un momento della contestazione al segretario della Cisl Raffaele Bonanni alla festa nazionale del PD a Torino (Ansa)

Forse c’è un filo rosso, come ha sottolineato il ministro Sacconi, che lega i fischi al presidente del Senato alla contestazione contro il segretario della Cisl, sfiorato da un fumogeno lanciatogli contro. A cominciare dalla platea, la festa del Pd di Torino, e dagli autori delle proteste, il popolo viola, i grillini e i centri sociali. Proteste che forse è meglio chiamare con un altro termine: aggressioni. Continua

La rinascita della sinistra? La riscossa in Borsa


Un broker alla Borsa di Francoforte (Ansa)

Un broker alla Borsa di Francoforte (Ansa)

Qual’è il futuro della sinistra? Se lo domandano in molti in questi anni in Italia. In Francia, culla del ‘68, un filosofo ha trovato una risposta alla domanda che attanaglia intellettuali ed elettori nostalgici della falce e martello: la riscossa in Borsa.  Continua

La sinistra radicale è morta? Colpa dell’Hard Rock Cafè


Una foto di repertorio di Marco Rizzo durante il corteo del primo maggio 2008 a Torino (Ansa/Marco Tonino)

Una foto di repertorio di Marco Rizzo durante il corteo del primo maggio 2008 a Torino (Ansa/Marco Tonino)

Vi ricordate la falce e il martello, Rifondazione comunista e i Comunisti italiani, un’armata rossa che poteva contare su 142 parlamentari, quattro ministri, 20 sottosegretari e un presidente della Camera? Continua

I compagni in crisi e la rianimazione comunista

Ferrero e Vendola, e due anime del Prc

Di Carlo Puca

La sinistra è malata grave. Il tempo dirà se le cure saranno vane, ma tutto, proprio tutto l’ex Arcobaleno vive giorni di grandi fibrillazioni. Giorni di riorganizzazione. Prendiamo il Prc. Cianotico all’esterno, ipertrofico all’interno, il partito di bertinottiana memoria è un malato da terapia intensiva. Più che rifondazione sembra la rianimazione comunista. Il problema è che i medici sono tanti, ognuno con la sua personalissima ricetta. A partire dai primari: il segretario Paolo Ferrero e il governatore pugliese Nichi Vendola. Ma per la teoria dei due galli nel pollaio, uno dei due è destinato a soccombere, prima o poi. Per fortuna loro e di ciò che resta della sinistra il prima sta prendendo il sopravvento sul poi. I presunti assi stanno per essere calati: Ferrero dissimula interesse, ma è tentato dalla costituente comunista con il Pdci di Oliviero Diliberto; Vendola ha già pronto un nuovo partito (nome ipotetico: Rifondazione della sinistra), da costituire con la Sd di Fabio Mussi e Claudio Fava, una parte del Pdci e, forse, i Verdi di Grazia Francescato. A conferma dell’eterna storia della sinistra italiana, fatta di illusioni ma soprattutto di fusioni e scissioni. Poche fusioni e tante scissioni.

E così i nemici di un tempo finiscono per diventare amici, e viceversa. Martedì 23 settembre, a Gubbio, Diliberto ha incontrato Ferrero sul palco della festa di Essere comunisti, la corrente di Claudio Grassi che ha permesso al segretario di battere Vendola all’ultimo congresso. Grassi è stato chiaro: “I motivi della scissione tra Rifondazione e Pdci non ci sono più. Oggi non ha alcun senso avere due partiti comunisti in Italia. Finiamola con questa storia dei fratelli separati”. Diliberto? Eccolo: “Noi siamo pronti da ieri. Vogliamo fare non dico un grande partito comunista, ma almeno uno piccolo”. Viva la sincerità. Quanto a Ferrero, da un lato frena, dall’altro è consapevole che una nuova legge elettorale per le europee con lo sbarramento al 5 per cento costringerebbe i simili a stare con i simili. Intanto dice che il suo primo obiettivo “è ricostruire il movimento operaio, non solo Rifondazione”. Un modo, insomma, per prendere tempo.
In effetti quello del Prc è un percorso lento, più che faticoso. Il congresso di Chianciano è finito il 27 luglio, il partito si è costituito formalmente soltanto lunedì 22 settembre. Ci sono voluti quasi 2 mesi per comporre il quadro di “aree di lavoro” e “dipartimenti” nazionali, dopo estenuanti trattative che hanno condotto a risultati surreali. Per esempio, il celebre compagno Guido Cappelloni, ex tesoriere ultrasettantenne, uno per intenderci che con Armando Cossutta fece più di un viaggio nella ex Unione Sovietica a caccia di finanziamenti, guida adesso il settore Lavoro non salariato, altrimenti detto Ceto medio. Come Cappelloni sia arrivato a interessarsi di liberi professionisti rimane un giallo. Anzi, un mistero molto rosso. Per di più, causa divergenze, a Rifondazione mancano ancora i responsabili per il Mezzogiorno e la lotta alla mafia. Il che, per un partito che punta sul radicamento sociale, è perlomeno sorprendente. Tutto questo mentre le aree di lavoro sono diventate otto, i dipartimenti 51. Un’enormità organizzativa, per accontentare tutti e nessuno. Il Pci storico, con il 30 per cento dei voti, di dipartimenti ne aveva meno della metà. Rifondazione, al momento, vale meno del 2,5 per cento. Appunto: un partito anemico e ipertrofico allo stesso tempo.

Nel frattempo, com’è noto, la corrente vendolian-bertinottiana va per conto suo: organizza manifestazioni e feste di corrente, ha un’altra linea politica, non è entrata in segreteria. In sintesi, si considera il “nuovo” rispetto a un segretario “vecchio”. E però non esita a cadere in antichi vizi. Lunedì 22, alla direzione nazionale, i bertinottiani si sono attardati a discutere per ore, contro i ferreriani, sul “campismo”. Fa nulla che l’italiano medio, e anche colto, non sappia cosa sia “la necessità di fare sempre e comunque una scelta di campo” (la definizione è di Liberazione, il quotidiano di Rifondazione). Nel caso della direzione del Prc, la battaglia politica era sulle responsabilità di russi e/o americani sulla crisi georgiana. La classe operaia, stremata, ringrazia sentitamente per il dibattito. Insomma, l’unica vera novità vendoliana all’orizzonte sembra l’accelerata imposta da Fabio Mussi, privatamente e pubblicamente, sul progetto di fusione con la Sinistra democratica e Unire la sinistra, la corrente del Pdci che fa capo a Katia Bellillo. Molto interessata è una parte consistente dei Verdi, quella guidata da Paolo Cento, mentre la leader Francescato è più attendista. Questa riedizione vendoliana dell’Arcobaleno risulterebbe più compatta rispetto a quella, fallimentare, delle politiche 2008. Soprattutto, sarebbe a vocazione governativa. Al punto che pure il segretario del Partito socialista, Riccardo Nencini, dopo un primo contatto non si è mostrato ostile. Considerando poi i rapporti di Vendola con Walter Veltroni e (soprattutto) Massimo D’Alema, il rassemblement diventerebbe di fatto la gamba sinistra del Partito democratico, compatibile persino con l’Udc. Un compromesso storico bonsai.

Prima, però, ci saranno dei test. Anche importanti. Il primo è previsto per le elezioni regionali in Abruzzo del 30 novembre. In attesa di capire quale sarà il candidato governatore di riferimento, alcuni accordi sono già stati chiusi. E riflettono le strategie nazionali. La lista Sd-Verdi è cosa fatta, con i socialisti in trattativa attraverso il mediatore nazionale Lello Di Gioia; quella Prc-Pdci sta per chiudersi. E i vendoliani? Le voci di popolo, che in Abruzzo sono, dicono, la voce di Dio, raccontano di un disimpegno mascherato utile per dare una mano alla lista rosso-verde. Dovessero andare bene le elezioni, la scissione da Ferrero sarebbe questione di settimane. Anche se il sogno, nemmeno tanto segreto, rimane quello di destituire il segretario con un colpo di mano. La linea politica non cambierebbe di una virgola, ma con in mano la cassa di Rifondazione sarebbe tutto più facile. Pure a sinistra i soldi, talvolta, curano i malati.

LEGGI ANCHE: Liberazione in sciopero contro i padroni di Rifondazione

Rifondazione: la vittoria di Ferrero scuote la sinistra e crea gelo col Pd

 Paolo Ferrero

“Auguri di buon lavoro al segretario Ferrero, ma ritengo che abbia vinto chi ha avuto le posizioni più estreme, più lontane da una cultura riformista. È un dato di fatto: ci sono differenze molto profonde tra l’attuale gruppo dirigente di Rifondazione comunista e i riformisti”. Il fair play non manca a Walter Veltroni. E neanche la sincerità nel manifestare tutta la sua amarezza.
Dentro Rifondazione si apre l’era Ferrero, ma il giorno dopo la svolta di Chianciano emergono interrogativi sui rapporti futuri tra sinistra riformista e sinistra rifondarola.
In realtà, la vittoria di Ferrero è una buona notizia per l’ex sindaco. Dimostra in sostanza che la scelta del leader del Pd di separazione consensuale con Rifondazione è stata azzeccata. E che la strada intrapresa da Massimo D’Alema, che si era speso per Vendola, di ricostituire un’intesa con il Prc, si è rivelata sbagliata.

Ora però si aprono diverse incognite. Cosa succederà nelle Giunte locali? E sorprattutto in vista delle Europee del 2009? “Valuteremo caso per caso” continua a ripetere il neosegretario Ferrero, che bolla come una sciocchezza l’idea che la sua vittoria voglia dire, innanzi tutto, l’uscita di consiglieri e amministratori “rossi” dalle giunte in cui Prc sta al governo con il Pd e gli altri partiti dell’ex Unione. Faccenda non semplice. Visto che riguarda 3.500 consiglieri ed amministratori locali in tutto il paese con una presenza radicata in tutte le venti regioni italiane. Rifondazione governa in 13 regioni su 20, praticamente tutte quelle amministrate dal centrosinistra tranne Toscana, Basilicata e Calabria. Ha un governatore, sia pure “sconfitto”, Nichi Vendola, 13 assessori e 51 consiglieri. A livello provinciale il partito conta un presidente a Ascoli Piceno, 70 assessori e 160 consiglieri (compresi quelli di Milano dove Filippo Penati non è mai stato risparmiato dalle critiche aspre dello stesso Ferrero: “noto dalemiano oltre che uno dei volti peggiori della linea legge&ordine che oggi va di gran moda”, lo aveva definito). Nei comuni capoluogo Rifondazione conta su 150 consiglieri comunali e circa 40 assessori.
Insomma un esercito di amministratori che, qualora continuasse ad aumentare “la distanza” di cui parla Veltroni si troverebbero all’opposizione. E il rischio potrebbe essere proprio questo. Lo ribadisce anche Antonello Soro: a Chianciano ha vinto “la sinistra a vocazione minoritaria che rinuncia a governare le sfide del nostro tempo e si limita a coltivare una nicchia autoreferenziale”. Stessa opinione espressa dal senatore “dalemiano” Latorre: ora “è più difficile coabitare nelle giunte locali”. Anche perché dentro Rifondazione, i trotzkisti di Claudio Bellotti, con Ferrero in maggioranza, al congresso hanno chiesto proprio una presa di distanza uscendo dalle giunte.
Meglio per il Pd puntare ad accordi con i vendoliani, sia pure sconfitti. Meglio, cioè, che il Pd provi ad allargare le proprie mire verso i Verdi, la Sinistra democratica e i Socialisti. Quei partiti che speravano in una vittoria di Vendola e nel suo progetto di formare un nuovo partito della Sinistra radicale, una nuova Sinistra Arcobaleno capace di superare la sogli di sbarramento elettorale (tra il 3 e il 5 per cento). Festeggiano infatti i Verdi che intravedono una possibile alleanza futura con i bertinottiani sconfitti al congresso di Chianciano. “Massimo rispetto per le decisioni del congresso e auguri a Ferrero”, ma “ora Vendola ha le mani libere per costruire il futuro di una sinistra fuori dagli schemi e all’altezza delle sfide del prossimo millennio, cosa che se fosse diventato segretario con una maggioranza risicata, non gli sarebbe stata permessa”, spiega il neoportavoce del “Sole che ride” Grazia Francescato.
Ma oltre gli spazi a sinistra potrebbe anche esserci un tentativo al centro, per tentare di unire forze e prospettive con l’Udc di Casini, come vorrebbero i rutelliani e i teodem di Luigi Bobba? “Noi pensiamo a noi stessi. Le alleanze non si faranno con il giochino delle sigle, ma si valuteranno sui contenuti di innovazione riformista”, ha detto il segretario del Pd. “In questo momento dobbiamo pensare a consolidare la fisionomia di un’opposizione riformista, anche attraverso la grande manifestazione del 25 ottobre, dobbiamo coltivare la nostra identità”. E dopo il 25 ottobre? Si vedrà.
Sempre che nei prossimi tre mesi non succeda qualcosa di irreparabile nelle giunte dove Prc e Pd governano insieme. O qualcosa di irreparabile non accada dentro Rifondazione…

Rifondazione a pezzi. Ferrero segretario di un partito dimezzato

Paolo Ferrero

Paolo Ferrero è il nuovo segretario e Nichi Vendola è il leader della minoranza.
Sempre che a sinistra ci sia ancora un partito e i cocci provocati da questo congresso-rissa si possano rimettere insieme. E pensare che il titolo dell’assise era “Ricominciamo”

Ci proverà il neo segretario Paolo Ferrero, valdese, ex operaio, ex sindacalista, ex ministro della Solidarietà sociale del governo Prodi. Compito difficile, complicato: lo scenario che alla vigilia del VII congresso di Prc era dato da tutti gli osservatori come quello impossibile, si è invece avverato. Sulle note di Bella Ciao, l’Internazionale e Bandiera Rossa cantate dai delegati, il VII congresso si è concluso come in pochi si aspettavano alla vigilia. A guidare un partito ai minimi storici dopo la batosta elettorale e la scomparsa dalle Aule parlamentari non sarà il governatore della Puglia, il favorito, addirittura il candidato unico fino a qualche giorno fa, “benedetto” anche da Fausto Bertinotti; ma l’ex alleato di maggioranza che ha saputo trovare un’intesa con tutte le correnti del partito riuscendo ad ottenere 142 voti di maggioranza. Fallito ogni tentativo di trovare un accordo, Rifondazione è andata alla conta (cioè al “chi sta con chi”, praticamente una spaccatura), prima per la votazione dei due documenti politici, quello che raccoglieva le minoranze intorno all’ex ministro e il documento presentato dai Vendoliani e poi nella scelta del segretario.
È successo tutto in una notte: archiviata ogni ipotesi di accordo verso quella pace interna invocata dal padre nobile (e commosso) Fausto Bertinotti (qui il VIDEO dell’intervento), è andato in scena uno scontro a muso duro. Con la mozione due, quella vendoliana, forte del 47%, diventata di colpo minoranza per la coalizzazione attorno alla numero uno, quella di Ferrero (aveva il 40%), delle altre tre. Le più piccole, affarini visibili soltanto al microscopio, roba da fecondazione assistita considerato il loro peso in un partito che di per sé, oggi, varrà sì e no l’1%. Il risultato ufficiale arriva poco prima delle 16: Ferrero è segretario con 342 voti su 646: “La nostra scelta non è il rifugiarsi in un fortino, vogliamo ripartire dai problemi reali della società e magari con meno apparizioni in tv”, ha detto l’ex ministro, a caldo.

Per la prima volta ci saranno i trotzkisti di Claudio Bellotti mentre farà ritorno Claudio Grassi, leader della corrente di Essere Comunisti che negli anni passati ha ricoperto l’incarico di tesoriere. Insieme a loro ci saranno poi i rappresentanti dell’Ernesto, la minoranza di Fosco Giannini. La “rabbia” dei “vendoliani” era difficile da nascondere, anzi, il ragionamento che si faceva a caldo era che l’accordo tra Ferrero e le altre mozioni era chiuso da mesi. Sepolta l’ipotesi di una costituente di sinistra con il cambio di casacca della maggioranza interna, la nuova Rifondazione di Ferrero ripartirà “dal basso” costruendo “un’opposizione sociale al governo Berlusconi”.
Nessuna ipotesi di superamento del partito o scioglimento in altri soggetti della sinistra, anzi, ripartire il prima possibile con il rilancio del partito che dovrà presentarsi alle Europee con il suo simbolo. Ma soprattutto “autonomia” dal Partito Democratico. Il neo segretario poi tende la mano alla minoranza guidata da Vendola ribadendo l’intenzione di procedere ad “una gestione unitaria del partito” e facendo intendere di considerare anche i “vendoliani” parte della segreteria.
Gli sconfitti però non sembrano pensarla allo stesso modo: “Continuo la battaglia nel partito”, dice Vendola. “Questo congresso è la fine della storia di Rifondazione fino a qui, una regressione per il partito ma non un colpo mortale”, attacca il governatore pugliese, da oggi alla guida della minoranza del partito che con il 47,7% e l’appoggio dell’ex gruppo dirigente: Gennaro Migliore, Franco Giordano, Fausto Bertinotti. A ferirlo di più, in questi tre giorni di congresso segnato da accuse, applausi e fischi, sono stati - al di là della sconfitta - come ha confidato ai suoi compagni di mozione, le accuse personali al suo “leaderismo poetico” e le allusioni velate alle pratiche di clientelismo dovute alle origini pugliesi. E a chi lo ha accusato di aver gonfiato le tessere per vincere, risponde sfidando “i compagni del nord di venire al sud a vedere come si combatte l’illegalità, come si sfida la mafia a viso aperto”. Il governatore pugliese non riconosce più il partito che ha contribuito a creare sempre in ruoli di dirigenza. “A vincere il congresso è una coalizione - sottolinea - che ha un accordo su una base politica”.
A settembre, a quanto si apprende, ci sarà l’assemblea nazionale della corrente “vendoliana”, si parla già di iniziative con le altre forze della sinistra radicale per ricostruire l’unità a sinistra e Vendola ha oggi annunciato una manifestazione di piazza: “Noi non intendiamo abbandonare la battaglia, siamo in campo, non arretreremo di un millimetro”. I compagni, che oggi sembrano sempre più ex, sono avvertiti.

Il VIDEO servizio:

Veltroni vede le urne e strizza l’occhio al centro. Ma ha una base di sinistra

Walter Veltroni soddisfatto del risultato delle primarie del 14 ottobre
La novità (ma lo è davvero) è che Walter Veltroni punterebbe, anche lui, alle elezioni nel 2008. Così vanno ripetendo nelle ultime ore i suoi fedelissimi, tra i quali spicca Peppino Caldarola, parlamentare “riformista” del Pd. Naturalmente il leader dei Democratici vorrebbe che prima di tornare alle urne si trovasse un accordo, anche minimo, sulla legge elettorale. Mancando i presupposti per una riforma vera (modello tedesco piuttosto che francese o spagnolo), Veltroni si accontenterebbe anche di quei ritocchi al “porcellum” sui quali potrebbe convenire la Cdl: per esempio, l’abolizione del premio di maggoranza regionale al Senato che tanta confusione ha creato nel 2006. Al contrario, Veltroni non si straccerebbe le vesti per reintrodurre le preferenze, anzi: con il sistema attuale a liste bloccate potrebbe garantire un seggio ai candidati a lui più vicini, o più favorevoli a quel rinnovamento al quale il sindaco di Roma mira, anche in prospettiva di un periodo di opposizione. Ma non è tutto. Sempre stando ai rumors veltroniani, Walter potrebbe in extremis giocare una carta a sorpresa: un’offerta di alleanza all’Udeur e all’Udc, bilanciata dalla rottura con la sinistra massimalista. In sostanza si andrebbe alle elezioni con tre poli: la Cdl senza l’Udc, il Pd con Udc e Udeur, e la sinistra. Una corsa in cui Veltroni sentirebbe di avere qualche chance.
Ma è tutto estremamente difficile. L’Udc, per esempio, dopo avere sbagliato molte mosse negli ultimi mesi, dovrebbe tentare un nuovo azzardo proprio ora, con le elezioni alle porte. Se fallisse, per Pier Ferdinando Casini ed i suoi non ci sarebbe più prova di appello. Quanto all’Udeur di Clemente Mastella, la sua polemica con il centrosinistra è arrivata a livelli tali da aver minato il rapporto di fiducia con tutti i leader dell’Unione, Veltroni compreso. Mastella, ancor più di Casini, si sta giocando la sopravvivenza politica.
Walter Veltroni e Fausto Bertinotti
Dunque se si andrà alle urne, Veltroni dovrà scegliere se presentarsi come Pd, senza alleanza con l’estrema sinistra; oppure se ripetere la partita di Romano Prodi nel 2006. Nel primo caso, è evidente, sarebbe più coerente con il suo programma di offrire agli elettori un’alternativa socialdemocratica e riformatrice rispetto alla sinistra attuale.
Ma ha un problema: la sua base elettorale. Il popolo delle primarie, quello che il 14 ottobre è andato in massa ai gazebi, è un po’ diverso da come Walter lo immagina. Il 40% di questi elettori dichiara simpatie per quelle aree da cui Veltroni si vorrebbe francare: l’estrema sinistra (15%), la lista Di Pietro (7%), insomma c’è un forte sentimento antiberlusconiano.
Non è tutto. L’elettorato veltroniano è anziano, oltre la metà ha più di 54 anni. Ed è in prevalenza meridionale: dei 3,3 milioni di votanti il 14 ottobre, meno di un milione vive al Nord, dal Piemonte al Friuli. Insomma. Walter non sfonda (per ora) là dove dovrebbe, nelle aree più produttive del Paese e tra i giovani. La sua base risulta quella classica della sinistra di sempre: le regioni rosse, e molto Sud, soprattutto Campania, Puglia e Calabria. Oggi come oggi il Pd - a differenza dell’Ulivo - non conquisterebbe né il Piemonte né la Liguria, senza contare Lombardia e Veneto. Insomma, l’impronta romana e degli apparati è ancora forte. Per chi si propone come nuova guida per il Paese, e si prepara ad affrontare le elezioni a tempi brevi, forse brevissime, la strada appare in salita.

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