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Quelli che il corteo del Welfare. Col governo? Sì, no, forse

Manifestanti a Roma durante il corteo promosso da partiti e associazioni della sinistra contro il precariato e il protocollo sul welfare
Un popolo coloratissimo, dove il rosso era largamente predominante, ha sfilato per le vie di Roma per dire no al precariato. Il popolo della sinistra radicale oggi pomeriggio ha portato in piazza, stando ai conti degli organizzatori, un milione di persone. Ad aprire il corteo lo striscione: “Siamo tutti un programma”, per ricordare all’esecutivo le promesse fatte in campagna elettorale. Franco Giordano, segretario di Rifondazione Comunista, sfilando, parla di un “grande popolo della sinistra che va ascoltato da Romano Prodi. Ma che non è contro il governo”.

Anche se è innegabile: la manifestazione di Roma vive una sorta di strabismo. La gente che è scesa in piazza urla slogan contro Prodi e Rutelli, mentre i dirigenti della sinistra radicale sottolineano che si tratta solo di uno “stimolo” all’esecutivo e non di una manifestazione contro, tanto che il segretario dei Comunisti Italiani, Oliviero Diliberto spiega: “Siamo comunisti. Non scemi. Non manifestiamo contro noi stessi. Chiediamo solo che la parte moderata della coalizione ascolti le richieste contro il precariato. E se non vogliono ascoltare le nostre, sentano almeno quelle del Papa o dell’Onu”.
La senatrice di Rifondazione comunista Rina Gagliardi, Pietro Ingrao e Giuliana Sgrena sul palco di piazza San Giovanni durante la manifestazione contro il precariato, questo pomeriggio a Roma
Indiscussa star del corteo è stato Pietro Ingrao. L’anziano leader comunista ha prima percorso alcune strade insieme al popolo che lo ha acclamato a viva voce. Poi dal palco di piazza San Giovanni ha scaldato gli animi di una folla molto infreddolita dal vento romano: “La lotta continua…”.
Quello che è arrivato a San Giovanni da piazza della Repubblica è un popolo molto eterogeneo e anche disobbediente (c’erano infatti le bandiere della Cgil che Epifani aveva diffidato dall’usare), che è accomunato dall’avversità contro il precariato e i moderati. Una manifestazione dove però non mancano le battute e le provocazioni, un cartello recitava “spero torni Berlusconi, così la sinistra torna a pensare”. Una folla che è stata infiammata ancora dalle parole di Ingrao che camminando tra la gente aveva definito Prodi e Veltroni “due moderati”. Un popolo, che è però orfano di un grande leader. Quel Fausto Bertinotti che ha seguito la manifestazione dai media, ma che si è in qualche modo fatto “rappresentare” dalla moglie Lella, che ha sfilato al fianco dei manifestanti.
Manifestanti a Roma durante il corteo promosso da partiti e associazioni della sinistra contro il precariato e il protocollo sul welfare
Un corteo festoso e colorato, che chiede l’unità della sinistra: che se da una parte fa ribadire a Giordano “queste sono le nostre primarie”, dall’altra fa dimenticare le beghe quotidiane di palazzo anche al presidente dei senatori comunisti, Giovanni Russo Spena che felice ha dichiarato: “Un corteo come questo conta molto di più di un voto di Lamberto Dini”.

Il VIDEO servizio:

Veltroni: il mio Pd, un’arma leale per Prodi contro i Tafazzi della sinistra

Walter Veltroni a Torino per chiudere la campagna per le primarie del Pd durante il discorso finale al Lingotto
Ha parlato del Partito Democratico che verrà e dell’Italia che vorrebbe. E non poteva esimersi dal farlo, Walter Veltroni, tornato al Lingotto di Torino a chiudere quel viaggio verso la guida della nuova compagine del centrosinistra che proprio da qui, il 26 giugno scorso, prese il via. Ha parlato dell’importante vittoria del sì referendum tra i lavoratori sul welfare e del buon andamento (soprattutto sotto il profilo della politica economica) dell’esecutivo di Prodi, al quale ha promesso lealtà e forte sostegno fino al 2011. E questa, al di là della cortesia istituzionale, è una buona notizia per il Prof. Ha parlato di sicurezza, di lotta alle mafie (priorità nel programma del nascente Pd) e di quella tendenza tutta interna alla sinistra di “darsi le martellate lì, come Tafazzi, altrimenti non si sente a posto”. Ma, forse proprio per non farsi del male, il candidato favorito alle primarie di domenica 14 ottobre ha evitato, con cura, di toccare altri temi: nessun riferimento alla laicità del futuro partito (e chissà come c’è rimasto Pier Giorgio Odifreddi, seduto in platea), alla sua collocazione all’interno del panorama politico italiano ed europeo (tra i socialisti o i popolari?); solo un cenno breve all’ambiente, per sostenere il binomio sostenibilità-sviluppo e far scattare l’applauso per il neo Nobel, Al Gore; solo un fuggevole richiamo alla politica estera, per dire che il rischio maggiore di oggi è il ritorno alla proliferazione degli armamenti da parte di Usa e Russia.

Per il resto, è il Super Walter di sempre, con quell’innata capacità di far sognare l’uditorio, di prospettare un futuro pieno di sfide: tutte entusiasmanti, tutte da affrontare, tutte da vincere. Il “solito” Veltroni, solo un po’ più stanco: com’è naturale che sia per uno che da più di tre mesi, oltre ad amministrare la Capitale, va girando l’Italia, spiegando cosa ha intenzione di fare da leader del Pd e cosa aspira a fare da sindaco d’Italia. E com’ è l’Italia dipinta da Veltroni, nell’ora abbondante di discorso tenuto davanti a una platea di circa 1200 persone (su più di due mila posti dell’Auditorium del Lingotto)? Un Paese in bianco-nero, di luci e lacci dove il bicchiere è mezzo vuoto e mezzo pieno, a seconda di come lo si guarda. Esordisce così: “Ho visitato la reggia di Venaria Reale insieme al sindaco Chiamparino (applausi: qui è di casa, ndr). Uno spettacolo sorprendente, tornato allo splendore di quando fu creata. È per questa Italia che faccio la mia dichiarazione d’amore: un Paese capace di eccellere nel mondo grazie alle sue bellezze, alla sua unicità, alla grandezza delle persone (ecco il bicchiere mezzo pieno). Il mio Pd sarà per loro: un partito di popolo, con la gente al primo posto. Persone vere, che vivono e lavorano, non quelle raccontate dal circuito mediatico, quelle che la politica vede un po’ da lontano e invece dovrebbe cercare. Persone come la famiglia di imprenditori… ehm, scusate, di operai, da cui sono stato invitato a pranzo, quest’oggi: Pietro e Antonia Maviglia, ex lavoratore Fiat lui ed ex operatrice scolastica lei. La mia Italia è il Paese dei giovani precari da 800 euro al mese, è l’Italia dei 50enni che chiedono garanzie sulla pensione, l’Italia dei disabili che guardano con speranza al futuro, l’Italia degli imprenditori che hanno buone idee di sviluppo e crescita ma sono imbrigliati da un sistema impaludato e fermo” (e qui, invece, il bicchiere è mezzo vuoto). Per riaccendere motore ed entusiasmo, il Candidato, sempre volando piuttosto alto e senza scendere troppo nei dettagli, propone allora la sua ricetta.
Walter Veltroni a Torino per chiudere la campagna per le primarie del Pd a pranzo con Chiamparino da una famiglia di pensionati
Innanzi tutto, la condivisione dei talenti e dei destini: “Il Pd nasce dalla contaminazione di storie e idee e percorsi diversi. E ha l’obiettivo di entrare nel futuro con un nuovo lessico (lontano da quello dei talk show). Un vocabolario dove non ci sia posto per l’odio e dove trovino spazio le risposte concrete”. Disarmare lo scontro politico è il secondo ingrediente della ricetta Veltroni: “I blocchi mondiali sono caduti, finiamola anche noi con gli scontri ideologici. Serve più rispetto e civiltà. Da 15 anni questo Paese è bloccato dalla dialettica asfittica Berlusconi-comunisti. Così non si va da nessuna parte. E mi stupisco io dello stupore altrui su alcune mie attestazioni di stima nei confronti di personalità politiche avverse al nostro campo. Basta anche al cosiddetto bipolarismo televisivo, dove su un dato argomento, bisogna sempre trovare due pareri opposti”.

L’impossibile dialettica tra i Poli impedisce poi, secondo Veltroni, di abbattere tutti i conservatorismi di casta e corporazione, che non fanno crescere il Paese. No, il Favorito non ce l’ha, “grillianamente”, con i partiti e le nomenklature (anche se è singolare che solo in questo passaggio abbia pensato di salutare Piero Fassino, l’ancora per poco segretario dei Ds), ma “con chi difende sacralità inesistenti che lasciano il Paese nel degrado per paura che, prendendo qualche decisione, si scontenti qualcuno o si perdano dei privilegi”. E poi, dice, c’è bisogno di innovazione. Politica innanzi tutto. Il che significa sbarazzarsi del “demone della nostalgia: che si avvinghia alle gambe, che blocca i movimenti. È tipico in particolare della sinistra, poi, pensare che ieri sia sempre meglio di oggi. Ma oggi invece è giusto trovare soluzioni diverse, chiamando in causa formule che nel passato non erano compatibili ideologicamente con noi”. Esempio? “La sicurezza: la sinistra che vedo io, non può declinare questo compito. Quasi per un riflesso Pavloviano io sono portato a stare con i deboli. Ebbene, senza guardare al passaporto di chi delinque, il debole è chi subisce l’atto di violenza non chi lo compie”. E qui scatta l’ovazione, che fa capire a Veltroni che la platea non solo apprezza la nuova moda Sarkò, ma ha anche intuito contro chi indirizza i suoi fendenti Walter, l’ex buonista. Che infatti rincara: “Mi si dice spesso da sinistra: ’scegli: o con il lavoro o con le imprese’. Ma io non scelgo o meglio, anche a costo di subire qualche ironia, scelgo si stare con tutte e due. Voglio una politica che sostiene gli imprenditori e difende i lavoratori: si può fare. Come si deve fare in modo che i politici facciano più di un passo indietro: per essere direttori di una Asl serve solo essere bravi, capaci e onesti. Non la tessera del partito che ha vinto le elezioni”. Perché altrimenti “è facile che nascano malcontenti e ci si senta dire un Vaffa, che però non risolve i problemi”.

Il rinnovamento della politica passa inoltre dalle riforme. E il Pd, a quanto prospetta Veltroni, ne farà e ne sposerà molte: “Il 22 ottobre arriva in Parlamento il disegno di riforma costituzionale a cui da mesi sta lavorando Luciano Violante (è in sala, quindi: applausi, ndr) e che prevede la riduzione dei seggi dei deputati a 500 e quelli dei senatori a 180; una camera che legifera; un governo più forte con il premier in grado di revocare i ministri, senza per forza aprire una crisi”. Come se la crisi del sistema politico sia coenuta solo nel libro di G.A. Stella e S. Rizzo, aggiunge poi il sindaco di Roma: “La Casta, per il 90%, dice cose giuste e denuncia storture da correggere. Noi per esempio domenica fondiamo due partiti in uno. Ne restano altri 40: troppi per il nostro Paese. E allora chiedo anche alla destra di fare come noi: questo è il momento di aprire anche da quella parte un confronto sul partito unico. Lo dico alle persone dell’altro schieramento che stimo: come fate a stare con chi vuol mandare stampelle ai Senatori a vita, con chi chiede la pulizia etnica contro i culattoni, chi vuole trasformare gli immigrati in leprotti per scaldare le doppiette?”.
Walter Veltroni a Torino per chiudere la campagna per le primarie del Pd assieme a Piero Fassino
Non contento di dettare l’agenda alla Cdl, Veltroni spariglia ancora di più il campo a sinistra, con un gioco verbale piuttosto fine ed efficace: “Sulle riforme che faremo, cercheremo il maggiore consenso possibile. Non si tratta di cambiare alleanze. Si tratta di fare alleanze per il cambiamento e l’innovazione. Metteremo in piedi un programma con le priorità di cui il Paese ha bisogno e su questo misureremo le alleanze”. E se a qualcuno è venuto il sospetto che la proposta strizzi l’occhio ai centristi e guardi di traverso la sinistra radicale, ecco la risposta: “Con la sinistra radicale ci sono delle differenze ed è bene che si vedano, ma è possibile che non si riesce a far convivere le differenze senza entrare in conflitto? È possibile che sul protocollo del welfare, a favore del quale ha votato l’80% dei lavoratori, ci siano esponenti di Rifondazione che ancora lo contestano. Perché non si riesce a garantire la convivenza?”. Si legge convivenza e si intende la sopravvivenza del governo Prodi, messo quotidianamente in discussione non per “la qualità delle sue azioni ma per la sua immagine pubblica, devastata da alcuni mali che dipendono dal sistema politico, la frammentazione, la visibilità che sono figli di una legge elettorale che spinge ad esasperare i protagonisti in attesa di un voto in cui ciascuno può sperare di tornare in parlamento e quindi deve fare il più rumore possibile per farsi vedere”. E invece quante cose buone, dice Veltroni, ha fatto in un solo anno e mezzo l’esecutivo, in particolare nella riduzione del debito, sulle liberalizzazioni e sul welfare, e “per questo” ha continuato “dico che dal Partito democratico non ci si deve attendere altro che un sostegno forte e leale all’azione di Prodi”.

Senza aver mai citato gli altri quattro concorrenti alle primarie, Super Walter si avvia alla conclusione. Con sorpresa: “Domenica faremo una cosa grande, che ha a che fare con la passione e il sogno. Anche fossero solo centinaia di migliaia i voti, sarei contento. Ma mi piacerebbe anche che sia una cosa divertente. Sì, dico agli uomini e alle donne (che saranno la metà dei dirigenti del Pd, una cosa mai vista) di divertirsi (intellettualmente parlando), di stare in mezzo alla gente. La politica è la bella arte di risolvere i problemi. Ma occorre la grinta, per riuscirci. Facciamo come quello splendido giovanotto di 97 anni, Vittorio Foa, che mi ha chiesto di poter partecipare al voto del 14 ottobre…”.

Ore 19,50, c’è solo il tempo per l’unica citazione di tutto il discorso. E immancabile arriva l’I Care che don Milani fece scrivere sui muri della scuola di Barbiana. Un classico veltroniano: campeggiava sopra il palco del primo congresso Ds, nel 2000, proprio qui al Lingotto. Il segretario allora era Walter Veltroni: più che una coincidenza, un segno del destino…

Legge Biagi: la quarta volta del governo contro se stesso

Francesco Caruso, deputato no global, autosospeso dal Prc
Hai voglia a chiamarla Unione. E non è solo una battuta buona per l’opposizione di centrodestra. È un dato di fatto, noto anche al popolo che il 28 aprile 2006 ha portato al governo Romano Prodi. Che da allora ha dovuto più volte scontrarsi con la difficoltà di governare una coalizione così composita e variopinta, con l’ala radicale della sinistra che gli ha sfilato contro almeno tre volte. E che per l’autunno (il 20 ottobre prossimo) si prepara a una quarta mobilitazione. Niente male per una coalizione che governa da poco più di un anno. Il 17 febbraio scorso, a Vicenza, migliaia di persone sfilarono per dire no all’ampliamento della base americana. Quando il premier invitò ministri e sottosegretari della sinistra massimalista a non manifestare “contro il governo”, ebbe, come per ripicca, la piazza invasa dal mare magnum del popolo della base: la Cgil, i No Tav, l’associazionismo cattolico e laico, pax Christi, Emergency, i boy scout, gli ambientalisti, i centri sociali, i Disobbedienti. I partiti della sinistra radicale erano defilati, per una volta non protagonisti, ma c’erano eccome. Soprattutto dopo che Fausto Bertinotti, presidente della Camera ma vero leader di Prc, buttò lì: “Se non avessi responsabilità istituzionali andrei senz’altro al corteo”.
Poi venne il 12 maggio 2007. Quello del Family Day fu un successo per Savino Pezzotta e tutti i cattolici italiani (soprattutto quelli al governo). Allora in piazza, a urlare la loro idea di famiglia “normale” e ad affossare i Dico, c’erano i ministri Clemente Mastella, Giuseppe Fioroni e un nutrito gruppo di onorevoli della maggioranza. Le 700 mila persone di piazza San Giovanni fecero impressione soprattutto di fronte ai piccoli numeri di Piazza Navona, dove radicali, socialisti, laici ed esponenti della sinistra radicale si erano dati appuntamento per la giornata del Coraggio Laico. Insomma, una vera e propria crisi di famiglia tra i ministri di Prodi…
Neanche un mese dopo, il 9 giugno, mentre il Professore stringeva la mano al presidente Usa George Bush, per le strade di Roma andava in scena il No Bush No War day, con ben due manifestazioni diverse. In piazza del Popolo c’erano “quattro gatti” per l’happening di Fiom, Arci, Libera, Un ponte per, Rifondazione e Pdci. Da piazza della Repubblica a piazza Navona sfilava invece un corteo più numeroso fatto dai “duri e puri”: un pezzo di Rifondazione, Sinistra critica, i centri sociali, i Cobas, i trotzkisti. “Non è un corteo contro Prodi, ma contro le politiche dell’amministrazione statunitense”, si giustificò allora il Prc. Come a dire: questa è la democrazia, bellezza. E la democrazia passa per la piazza: un luogo politico su cui la sinistra sta perdendo il controllo e la sua anima, di lotta e di governo.
Una bella lotta è prevista anche per il prossimo 20 ottobre, quando sostenitori e denigratori della legge Biagi si divideranno nelle piazze con due manifestazioni contrapposte. Tradotto? L’ennesima divisione tra membri dello stesso esecutivo. Da una parte la sinistra radicale, che chiede a gran voce (ora che sta cadendo nell’Unione il paravento della condanna al deputato no-global Francesco Caruso per le sue accuse a Marco Biagi e Tiziano Treu, definiti “assassino”) di cambiare radicalmente la legge che porta il nome del giuslavorista ucciso dalle br. Dall’altra chi la difende dagli attacchi, con i radicali in prima fila. L’iniziativa è partita dall’economista Giuliano Cazzola (qui il suo intervento su Panorama.it), presidente del comitato di difesa della legge Biagi, e ha ricevuto il plauso di Emma Bonino, ministro per le Politiche Europee che già per la questione delle pensioni aveva rimesso nelle mani di Romano Prodi il proprio mandato. In realtà, lei non ci sarà, ma Marco Pannella e gli esponenti della rosa nel pugno sì. E così il centrosinistra si ritroverà ancora spaccato nella guerra delle piazze.
Il 20 ottobre anche buona parte dell’opposizione manifesterà in favore della legge Biagi. Ci saranno Forza Italia, Lega e l’Udc di Pier Ferdinando Casini.
Ma a rimettere di nuovo in agitazione il Professore è l’ennesima divisione tra riformisti e radicali della propria squadra: “Questa maggioranza ha una sola ragione per stare insieme ed è il rispetto del programma”, sostiene il capogruppo del Prc al senato Giovanni Russo Spena, che detta così l’avvio dell’offensiva dell’ala radicale dell’Unione per spostare a sinistra il programma della coalizione nella speranza di riconquistare la base delusa dell’elettorato. I Ds e i Dl, zitti e in imbarazzo, assistono al dibattito e non muovono un dito. Anche se dietro i riflettori, si sta già mettendo mano a una modifica della legge. Ad annunciarlo è proprio il ministro del lavoro Damiano in un’intervista a Radio popolare: sullo staff leasing, uno dei punti più criticati dalla sinistra, “una commissione esaminerà questa forma di lavoro nell’ambito di quello che dice il programma dell’Unione”. Il tentativo del ministro è quello di disinnescare la miccia del 20 ottobre: “Non si può stare al governo e manifestare contro il governo di cui si fa parte: è una grave contraddizione”.
Frasi che per ora non sembrano nemmeno scalfire chi da sinistra scenderà in piazza. E che oggi ha una sola grande preoccupazione. Come è meglio chiudere la mobilitazione? Classico corteo con comizio in un tripudio di bandiere rosse e striscioni (come vorrebbe Prc) o “un happening, un concerto”, uno ‘Young day’ (come lo definisce Pecoraro Scanio, ministro dell’Ambiente e leader dei Verdi) per provare a parlare un linguaggio diverso, a comunicare coi giovani sul modello del 1° maggio sindacale?

LEGGI ANCHE: L’intervento di Cazzola, perché la Legge Biagi va difesa

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