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La parola a Cosentino: “Quando sono passato a destra è iniziata la mia fine”

Nicola Cosentino in una immagine di archivio

Nicola Cosentino in una immagine di archivio

Lascia o raddoppia, onorevole Cosentino? E lui: “Non lascio né il posto di sottosegretario né la candidatura alla Regione Campania. Devo tutto al presidente Berlusconi, come gli devono tutto coloro che ricoprono incarichi più o meno importanti”. Continua

Europee: Pdl primo partito, cala il Pd. Boom di Lega e Idv, bene l’Udc

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Con oltre il 99% delle sezioni scrutinate in Italia (63.541 su 64.328) e il 68,75% di quelle estere (1.994 su 2.900) si delinea in maniera ormai definitiva il risultato delle elezioni europee del 6 e 7 giugno.
Il Pdl, con il 35,26 % (10.756.623 voti) si conferma il primo partito italiano.
Il Pd, con il 26,1% (7.975.716 voti) è la seconda forza politica del Paese, seguito dalla Lega Nord con il 10,2% (3.124.917 voti).
Le uniche altre due forze politiche che hanno superato lo sbarramento del 4% sono quindi l’Italia dei valori con il 7,99% (2.436.545 voti) e l’Udc con il 6,51% (1.985.528 voti).
In calo l’affluenza, al 65,04% rispetto al 72,88% delle precedenti consultazioni europee.

Ripartizioni in seggi
Stando a queste percentuali, quindi, il Pdl potrebbe contare su 29-30 eurodeputati, il Pd su 22. Ecco la ripartizione dei 72 seggi assegnati all’Italia nella nuova assemblea di Strasburgo, sulla base delle ultime proiezioni effettuate nella notte. Alla Lega Nord andrebbero 8 seggi. Sette quelli assegnati all’Italia dei valori e cinque all’Udc. Alle altre liste, sotto il 4%, nessun eurodeputato.

In Europa vince la diserzione al voto
Sull’Europa che conosce il suo record di diserzione del voto, con meno di un elettore su due alle urne, soffia vento da destra, ma si rivedono anche i Verdi. Nel complesso, guardando ai risultati nei singoli Paesi europei, il Ppe si conferma come gruppo più consistente, mentre segna un netto arretramento il partito socialista con risultati deludenti in Francia, Spagna e Gran Bretagna. Forte, invece, l’affermazione della destra estrema e, a sorpresa, decisa affermazione dei Verdi e delle liste ambientaliste.

Pdl è il primo partito italiano, il Pd perde 6 punti
Il Pdl, che sperava di raggiungere e superare la quota-simbolo del 40%, resta comunque il primo partito italiano. Il risultato non convince appieno il premier Silvio Berlusconi: “Ho dovuto fare tutto da me, come al solito ho tirato la carretta da solo”, si sfoga nel quartier generale del Pdl, come riporta il quotidiano Libero. E rivendica la scelta di candidarsi in prima persona al parlamento di Strasburgo: “Se non fossi sceso in campo io l’affluenza sarebbe stata ancora più bassa. È anche per mio merito che l’Italia si conferma il primo Paese per percentuale di votanti: con il record di elettori e di consensi il mio governo si conferma il più forte d’Europa”. Mentre è più semplice la ricostruzione del portavoce Paolo Bonaiuti: “Il Pdl non supera i livelli che erano stati pronosticati da tutti i sondaggisti, solo perché c’è un forte livello di astensione”.
Di fronte ai circa sei i punti persi dal Pd rispetto alle politiche, Piero Fassino commenta, ai microfoni del Tg5: “Non c’è stato lo ’sfondamento’ del Pdl, e anzi non c’è nemmeno la conferma del voto dell’anno scorso”. Pare che “i dati definiscano” ha poi continuato l’esponente del Pd “un giudizio severo degli elettori nei confronti del governo e di Berlusconi”.
E ora i democratici devono guardarsi dalla cerscita (quasi) raddoppiata (in un solo anno) dell’Idv di Antonio Di Pietro che sfiora l’8%, partendo dal 4,4% dell’aprile 2008. L’euforia è il sentimento che regna in casa dipietrista. Da dove parte anche il monito agli alleati Democrats: “Il Pd ha davanti a sé responsabilità importanti” sottolinea “scegliere con chi fare un’alleanza contro il modello di governo berlusconiano”. L’ex pm non rinuncia a togliersi qualche sassolino dalla scarpa: “Noi non siamo il brutto anatroccolo da usare per le elezioni e poi buttar via. Finora ci hanno mal sopportato ora si devono rendere conto che c’è un partito che punta alla alternativa”.

Fuori da Strasburgo: sinistra, Radicali, Mpa e Storace
La tagliola della quota di sbarramento del 4%, come da molti pronosticato, fa strage dei partiti più piccoli: dopo essere rimasti esclusi dal Parlamento italiano, bissano l’insuccesso a livello europeo sia la lista anticapitalista promossa da Prc e Pdci, sia Sinistra e Libertà, poichè entrambe si fermano a qualche decimale nei dintorni del 3%.
Supera appena il 2% l’Autonomia, ossia l’aleanza tra il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, La Destra di Francesco Storace, i Pensionati di Carlo Fatuzzo (europarlamentare uscente) e l’Alleanza di Centro di Francesco Pionati.
Alla Lista Bonino-Pannella non basta il 2,5%. “In condizioni di regime abbiamo raggiunto un risultato stra-or-di-na-rio, uni-co!”, dicono. Ma di fatto i radicali restano fuori dal Parlamento, per la prima volta dal 1979 a oggi.
Affluenza in picchiata, all’Aquila vota uno su 4
I dati europei fermano la percentuale dei votanti al 43,09: un record per l’astensionismo, fenomeno che in Italia inchioda al 66,5% l’affluenza alle urne (nel 2004 era del 72,9%). All’Aquila, dove ad urne aperte c’è stata una nuova scossa di terremoto, ha votato il 27,9%, contro il 73,1 del 2004. In Italia però la percentuale di votanti è stata più alta rispetto a tutti gli altri paesi europei, ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni, aggiungendo che “le operazioni di voto si sono svolte regolarmente, senza incidenti rilevanti di nessun tipo”.
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Al seggio anche Noemi, tra le polemiche
Tra gli episodi e le curiosità il voto a Portici di Noemi Letizia, la ragazza al centro del caso scoppiato per l’amicizia con il premier. È stata polemica sulle procedure: e per la scorta dei vigili e per le porte chiuse per il tempo del voto. Occhiali scuri, capelli sciolti, abito nero elegante, Noemi è arrivata al seggio 62 di Portici a bordo di una Mercedes. I flash sono stati tutti per lei. Che non ha rilasciato nessuna dichiarazione alla stampa.
In provincia di Latina, invece, un’elettrice ha sbagliato a votare, ha chiesto di poter ripetere il voto e di fronte al no del presidente lo ha aggredito. A Potenza e a Tarsia (Cosenza) due elettori sono stati sorpresi a fotografare la scheda col cellulare: il rumore del telefonino li ha traditi e sono stati denunciati.

Sinistra e Di Pietro, due piazze per un solo bersaglio: il governo

Antonio Di Pietro durante un comizio

Che non abbiano molto in comune l’Idv di Antonio Di Pietro e la sinistra radicale extraparlamentare (il Prc di Ferrero, Sd di Fava, il Pdci di Diliberto e i Verdi della Francescato), si sa. Ma qualcosa (e qualcuno) che riesce ad accomunare le loro rivendicazioni c’è: in primis, i provvedimenti dell’esecutivo Belrusconi. In subordine, il principale esponente dello schieramento a lui opposto: Walter Veltroni, leader del Pd.

Succede così anche a Roma, i cortei e i leader restano separati ma il bersaglio è uno solo, anzi due: il governo reale e il governo ombra. Preso di mira, il primo, tanto negli slogan, scanditi dai manifestanti e negli attacchi dal palco, quanto nella raccolta di firme per il referendum contro il lodo Alfano, promosso dall’Idv e nel desiderio di smantellare gli atti dell’esecutivo, dalla riforma Gelmini all’economia.
Il tutto per rivendicare che l’opposizione dura e pura, contro quella “gentile, anzi ambigua” del Pd” che scenderà in piazza il 25 ottobre, sta qui per le strade di Roma.
E infatti, vogliono gustarsi il sapore della rinascita, l’11 ottobre, quelli della sinistra radicale, che sfila da piazza della Repubblica alla Bocca della Verità, dopo il terremoto elettorale e le guerre intestine dentro Rifondazione. ”Oggi è la fine del ritiro”, annuncia il segretario Prc Paolo Ferrero. Molto più baldanzoso appare Di Pietro che torna a piazza Navona con 12 gazebo per la raccolta delle firme e l’orgoglio della ”piazza che nessuno riesce a zittire”.
Tra slogan contro il ministro Gelmini e il premier Berlusconi, la canzone “Bella Ciao” cantata a squarciagola, la sinistra rimasta fuori dal Parlamento, attraversa la capitale dietro lo striscione ”L’opposizione è nelle nostre mani” e critica, per bocca dell’ex segretario Prc Franco Giordano ed il leader Pdci Oliviero Diliberto, ”Un Pd che non fa un’opposizione né sociale né politica”. Parole poco accoglienti, proprio quando al corteo si affacciano per un saluto i due dirigenti Pd Livia Turco e Vincenzo Vita, convinti che tra oggi ed il 25 ottobre ci sono differenze ”ma c’è un’unica opposizione contro questo governo”.

Auspicio che è anche di Di Pietro che, scatenando la reazione della maggioranza, chiama ”alla resistenza subito quando c’è la dittatura alle porte” ed invita i colleghi democratici a ‘’svegliarsi per fare fronte comune contro il governo”. Perché, dice l’ex pm ai giornalisti (mentre dal palco si fanno vedere Dario Fo e Franca Rame, Simone Cristicchi, Andrea Rivera, esponenti del Movimento antimafia Ammazzateci Tutti, del comitato Addio Pizzo): “Non vogliamo aspettare domani per fare l’opposizione”.
E se nel Pd ci si è interrogati, per poi confermare il 25 ottobre, sull’opportunità di andare in piazza mentre impazza la crisi finanziaria, il dubbio non coglie per niente i manifestanti di questo sabato d’inizio autunno.

Anzi per i leader della Sinistra, questa più che mai è l’occasione per mettere l’accento sull’assenza di misure sociali da parte del governo per mettere un freno all’impoverimento dei cittadini. Misure che mancano anche a livello europeo, come fa notare il redivivo Fausto Bertinotti: “Oggi è importante esserci”, ha detto “perché si ridà voce alla sinistra, dimostriamo di esserci in questo deserto dei tempi. Ma noi”, ha commentato l’ex presidente della Camera, ora semplice iscritto: “siamo solo testimoni e per essere protagonisti bisogna colmare il vuoto drammatico che c’è nella sinistra europea di fronte alla crisi finanziaria dei mercati che invece dovrebbe ridarle pienamente parola”.
Anche Di Pietro attualizza in senso economico i suoi slogan, nonostante il tema giustizia e l’obiettivo di raccogliere ”500mila firme in due giorni” contro il Lodo Alfano, definito ”un’idea criminale”, restino la priorità del suo intervento dal palco.
Prc in corteo

Eppure, da tempo il leader Idv mostra un presenzialismo spiccato nelle vertenze di lavoro (come nel caso Alitalia), ha preso a commentare attivamente le problematiche sociali, e non manca mai di citare i “lavoratori” nei suoi discorsi parlamentari. Insomma, si è messo a giocare, nei confronti di Veltroni e del Pd, lo stesso ruolo da pungolo che Prc e Pdci giocavano nei confronti di Prodi e dell’Ulivo.
A sinistra, invece, è guerra aperta per la conquista dell’elettorato più radicale. A Diliberto che rilancia “liste comuni con Rifondazione alle europee”, Rifondazione replica a due voci: con il segretario Ferrero che lo invita a pensare a “fare opposizione” perché “la sinistra ha discusso già troppo di come andare alle elezioni” e in questo modo “i voti non vengono”. E con Gennaro Migliore, a nome dell’area Vendola, che risponde secco: “esclusa ogni ipotesi di unità dei comunisti”. Mentre Fava della Sinistra Democratica propone “di fare una lista con chi ci sta”.
Difficile dare numeri: la kermesse di piazza Navona si è snodata per l’intera giornata odierna, quindi la partecipazione non è misurabile. Il popolo di sinistra si è invece contato: 300mila, secondo gli organizzatori. Ventimila secondo la Questura. Comunque pochi, rispetto al milione visto sfilare per Roma il 20 ottobre di un anno fa, in una analoga ed effettivamente affollatissima manifestazione su welfare e pensioni. Un’altra epoca: allora c’era da premere sul governo Romano Prodi, oggi c’è da criticare l’opposizione di Veltroni.

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