
di Maurizio Tortorella
Un mucchietto di foto, che avrebbero dovuto essere distrutte, e invece emergono dopo oltre 17 anni di oblio. E un interrogatorio, anch’esso totalmente dimenticato, che risale al 1995. Sono gli elementi del caso che dall’inizio del mese sta assediando Antonio Di Pietro, presidente appena confermato dell’Italia dei valori. Continua

Sono passati almeno tre anni dagli ultimi grossi attentati terroristici di matrice islamista in Europa (a Londra, il 7 luglio 2005), ma il pericolo del terrorismo è ancora reale. Anche in Italia. Lo conferma il Comitato analisi strategica antiterrorismo (Casa) nell’annuale Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza del Dis (Dipartimento informazioni per la sicurezza), diretto da Gianni De Gennaro, con il contributo di Aisi (ex Sisde) ed Aise (ex Sismi). Le minacce terroristiche all’Italia vagliate, dalle più serie alle meno realistiche, sono state 216 nel corso del 2008. Nella Relazione si sottolinea che non ci sono riscontri sul “concreto sviluppo di pianificazioni offensive” nel nostro paese o verso obiettivi italiani all’estero.
Ma la “vocazione logistica” dell’Italia per i circuiti terroristici resta. Per il Dis il panorama integralista risulta fluido e puntiforme, distinto dalla presenza di ristretti circuiti estremisti, spesso risultati raccolti attorno a referenti carismatici”. Un fenomeno questo che “è parso in crescita negli ambienti carcerari, dove è stata rilevata un’insidiosa opera di indottrinamento e reclutamento svolta da ‘veterani’, condannati per appartenenza a reti terroristiche, nei confronti di connazionali detenuti per spaccio o reati minori”. Il carcere non più “università del crimine” ma centro di indottrinamento per i più esaltati.
Secondo la Relazione le regioni in cui il radicalismo islamico assume aspetti più preoccupanti sono Lombardia (”in ragione sia della presenza di elementi già noti per l’appartenenza ad ambienti integralisti, sia dell’ingresso in campo di nuove leve”) e Campania, in particolare l’hinterland partenopeo, dove sono stati rilevati interessi comuni “tra estremisti, provenienti anche dall’estero, e delinquenza comune magrebina attiva nel settore del falso documentario”. Realtà ’sensibili’ individuate “anche in Piemonte, Veneto, Toscana ed Emilia Romagna”.
Per quanto riguarda invece la più ampia realtà europea nella Relazione viene evidenziata la crescita dei militanti cosiddetti “homegrown” ovvero di seconda generazione, quelli cresciuti in Occidente. E l’importanza del web rilevanza del web “quale ambito alternativo di radicalizzazione, reclutamento ed addestramento”.
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È indagato a Milano nell’inchiesta sui dossier illegali raccolti dalla security di Telecom con l’accusa di associazione per delinquere, appropriazione indebita, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio. Per la procura è una delle menti dell’organizzazione ed è latitante. È Giampaolo (John Paul) Spinelli, 61 anni, che anticipa a Panorama, in un articolo pubblicato sul numero in edicola da venerdì 1 agosto, la propria linea difensiva.
Spinelli, ex agente della Cia (nel 1998 è diventato capo del Secret service di Bill Clinton e si è congedato con il grado di Gs 15, corrispondente a generale), dice a Panorama: “Sono sempre stato convinto di agire nel rispetto della legge e mai avrei pensato di essere al vertice di una cospirazione. D’altra parte io stavo abitualmente negli Stati uniti e mi occupavo di quell’area e dei paesi del Far East”. E aggiunge: “Se vuole sapere se l’ex Presidente Marco Tronchetti Provera o persone del suo staff erano al corrente dei metodi illegali di raccolta delle informazioni, rispondo che questo non mi pare argomento da intervista. Ne parlerò con il giudice”.
L’ex 007, nel frattempo, ha quasi terminato un libro di memorie. Fra le pagine, scrive Panorama, si scopre che i guai di Spinelli in Italia iniziano nel 1986 quando, durante un’operazione antiterrorismo, conosce il “giovane brigadiere” Giuliano Tavaroli che dieci anni dopo lo ingaggia come consulente di Pirelli.
Nel racconto, Spinelli descrive uno per uno gli uomini della squadra accusata di aver prodotto i dossier incriminati, dal mago dell’informatica Fabio Ghioni (il “prete”) all’ex colonnello dei carabinieri del Ros Angelo Jannone, dall’investigatore fiorentino Emanuele Cipriani all’ex collaboratore del Sisde Marco Bernardini. Ritratti ironici, a volte dissacranti, con una sola eccezione: il vecchio amico Tavaroli, colpevole soprattutto di non saper scegliere i collaboratori (”Non avrei preso con me nemmeno la metà delle persone che aveva al suo fianco”).
Accogliendo la richiesta del procuratore generale Ugo Ricciardi, il Tribunale di sorveglianza di Napoli ha concesso gli arresti domiciliari a Bruno Contrada per motivi di salute. L’ex funzionario del Sisde sta scontando una pena a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere.
“Il Tribunale di sorveglianza di Napoli si è pronunciato a favore della scarcerazione di Bruno Contrada”, ha annunciato, a inizio seduta dell’aula della Camera, il deputato del Pdl, Amedeo Laboccetta, sottolineando come “finalmente si è concluso il calvario”.
Ieri il sostituto procuratore generale di Napoli Ugo Ricciardi aveva espresso parere favorevole all’istanza di scarcerazione presentata dal suo avvocato per l’ex dirigente del Sisde Bruno Contrada avanzata dall’avvocato Giuseppe Lipera per motivi di salute. Contrada ha 77 anni e soffre di varie patologie, tra le quali il diabete.
In precedenza, una ventina di analoghe istanze erano state respinte dalla magistratura di soerveglianza. Tutte le precedenti richieste erano state respinte con la motivazione delle “non gravissime condizioni di salute” dell’ex funzionario del Sisde. Valutazioni sempre contestate dal collegio di difesa sostenendo che “non si deve attendere che sia moribondo per portare un uomo di 77 anni gravemente malato a casa sua”.
I giudici di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere e di Napoli avevano sempre, inoltre, valutato un impedimento la norma dell’ex Cirielli che prevede la concessione degli arresti domiciliari agli imputati che hanno più di 70 anni ma non a quelli condannati per mafia. Una norma che però questa volta non è stata d’ostacolo per la sentenza.
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In principio fu il Sim, servizio segreto militare, fondato con regio decreto del 1927 . A segnarne la fine, ottanta anni dopo, furono le sim, le schede telefoniche intercettate da una magistratura che voleva veder chiaro nel torbido lavoro dei nostri 007. Ribattezzati “spioni” nei titoli di giornale, per l’uno-due ammazza istituzioni segnato dalle inchieste sul sequestro Abu Omar e sui dossier Telecom, con uomini come Pio Pompa, Marco Mancini, Giuliano Tavaroli che della segretezza avevano fatto mestiere, saliti alla ribalta delle cronache più di Michelle Hunzicher.
Dopo tanto (indesiderato) clamore, oggi è passata la perennemente annunciata riforma dei nostri servizi segreti: “Un’approvazione definitiva, all’unanimità della legge di riforma dei Servizi di informazione e sicurezza” che secondo il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “costituisce un fatto altamente positivo e significativo”.
Cosa cambia davvero? Innanzitutto, per l’ennesima volta, il nome: con indicibile fantasia, dopo aver già sfruttato le sigle Sim, Sifar, Sios, Sd, gli attuali Sismi, Sisde e Cesis diventeranno Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) e Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna, e Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza).
Ora che non sono più servizi, sarà più difficile abbinare il termine a deviati? Secondo la riforma le due Agenzie dovranno cooperare alle dirette dipendenze del presidente del Consiglio che ha il potere di nominare e revocare i direttori. Questo in realtà avviene già ora e spesso con una logica da spoil system anche nei ruoli più operativi degli 007 che lascia molte perplessità a chi opera nel settore.
Le agenzie devono anche ”tempestivamente e con continuità ” informare, rispettivamente, i ministri dell’Interno e della Difesa. Ma ”in casi di particolare urgenza” i direttori dei servizi possono riferire direttamente al presidente del Consiglio, senza passare per il direttore del Dis. Al premier spetta la direzione politica e il coordinamento delle due Agenzie, decide sull’apposizione del segreto di Stato (che tanto sta dividendo Palazzo Chigi e la procura milanese) e può scegliere se nominare un ministro o un sottosegretario a cui affidare alcune funzioni.
Il Copaco, l’organismo parlamentare di controllo, torna ad essere composto da dieci membri e sarà presieduto per legge da un esponente dell’opposizione. Potrà acquisire informazioni o ascoltare agenti senza che si possa opporre il segreto di Stato se tutto il Comitato sarà d’accordo. Potrà acquisire atti e fascicoli processuali, senza che venga opposto segreto d’ufficio, istruttorio o bancario e dovrà essere informato di tutte le ”operazioni improprie”. Il Comitato ha libero accesso negli uffici dei servizi, ops, delle agenzie, ma annunciando la visita a a Palazzo Chigi e potrà controllare la documentazione sulle spese degli 007. Il segreto di stato non varrà per la Corte Costituzionale, durerà solo 15 anni, ma sarà prorogabile fino a 30.
E le tanto reclamate garanzie funzionali? Gli agenti segreti possono commettere atti illeciti ma devono essere autorizzati di volta in volta. La riforma definisce con precisione quali sono le ”licenze di reato” per gli agenti su cui serve l’autorizzazione del premier. Non è concessa ‘licenza di uccidere” e non sono autorizzate nemmeno azioni che possono ledere la salute e la libertà delle persone. Rimane la possibilità per gli 007 di utilizzare identità di copertura e attività economiche simulate. Viene garantitala riservatezza dell’identità nei rapporti con la magistratura. Inoltre, nessuna ”operazione impropria” è consentita nelle sedi dei partiti, dei sindacati o contro i giornalisti professionisti. E, gli emuli di Pio Pompa sono avvertiti, è vietato il ”dossieraggio”.
Approfondimenti: L’ultima relazione semestrale al Copaco: Nuove Br e Jihad sempre un pericolo

Erano al vertice del Sisde (Servizi per l’informazione e la sicurezza democratica) e grazie a loro è nata e si è sviluppata l’inchiesta che ha permesso di individuare le ultime cellule delle nuove Br.
Grazie alle loro intuizioni, già dal 2004, Alfredo Davanzo era stato indicato come leader del Partito Comunista militare-politico ed era stata avviata l’operazione denominata in codice “Tramonto Rosso”.
Ma proprio due giorni dopo gli arresti disposti dalla procura di Milano ed eseguiti dalla polizia (che in nome del politically correct aveva ribattezzato l’operazione semplicemente “Tramonto”), i tre superagenti segreti sono stati “scaricati”. Il neodirettore del Sisde Franco Gabrielli (proveniente dalle file della Polizia di Stato, ha preso il comando del servizio segreto civile il 16 dicembre 2006) ha ritenuto di “metterli a disposizione”: Pasquale Angelosanto, capo del raggruppamento operativo centrale è ritornato tra i carabinieri del Ros. Enrico Cataldi, responsabile della divisione eversione del Sisde, è diventato vicecomandante dell’Arma nel Lazio.
Sotto la scure di un poco tempestivo spoyls system è caduto anche Alfredo Mantici: da quasi trent’anni all’interno del servizio, era cresciuto fino a diventarne il direttore del Dipartimento analisi e responsabile della rivista Gnosis: insomma, la memoria storica degli 007, l’uomo in grado di ricostruire collegamenti e ricordare episodi più lontani nel tempo, fino agli anni più bui del terrorismo rosso.
Privato di un ruolo al Sisde è tutt’ora in attesa di incarico. Non essendo un ex appartenente alle forze di polizia per lui sarà necessario trovare un posto da direttore generale in una amministrazione dello Stato.