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I geologi continuano a “seguire le tracce della faglia di Paganica dopo le evidenze di qualche giorno fa”. Lo rivela Fabrizio Galadini, direttore della sezione di sismologia applicata presso l’istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia a Milano (Ingv). In Abruzzo proseguono dunque i rilevamenti in superficie da parte dei ricercatori dell’istituto.
“La faglia sismica che ha originato il terremoto del 6 aprile è quella di Paganica” spiega l’esperto “e procede lungo un allineamento da Nord ovest di Paganica fino a San Gregorio”. I tecnici l’hanno evidenziata qualche giorno fa e hanno analizzato i movimenti del terreno per identificare la sorgente sismica in profondità. “La rottura di superficie è pari a otto chilometri, continua Galadini, mentre quella in profondità si aggira intorno ai 25 chilometri”.
A confermarlo ci sono poi le immagini del satellite, puntato su tutta l’area interessata dal sisma che ha colpito l’Abruzzo il 6 aprile scorso da parte del sistema di osservazione della Terra Cosmo-SkyMed, dell’Asi (Agenzia spaziale italiana). “Un ulteriore importante risultato ottenuto dai satelliti Cosmo-SkyMed” riferisce l’Agenzia “è stato l’identificazione della faglia che ha originato il terremoto del 6 aprile. Quest’ultima, la faglia di Paganica, era già riportata nella cartografia geologica a partire dagli anni Novanta. Il piano di faglia è la risultante di un modello numerico elaborato dall’Ingv (Istituto nazionale di geofica) basato sui dati Cosmo-SkyMed”.
“Grazie a questo modello” spiega l’Asi “è stato possibile ricostruire con buona approssimazione la posizione del piano di faglia, ovvero il piano lungo il quale è avvenuto lo scorrimento dei due lembi di crosta terrestre. Il piano immerge di circa 50° verso Sud-Ovest e passa sotto alla città de L’Aquila. Il blocco di crosta terrestre a Sud Ovest del piano ha scorso verso il basso di circa 90 centimetri (nella direzione della massima pendenza), e ha causato in superficie l’abbassamento del suolo. Secondo i dati interferometrici, il piano della dislocazione incontra la superficie presso l’abitato di Paganica, dove i geologi dell’Ingv hanno riscontrato sul terreno l’esistenza di fratture con spostamenti di alcuni centimetri”.
Dell’abbassamento del suolo ha parlato lo stesso Galadini: “Si va da 1,5 cm fino a un massimo di 25 cm circa”, precisa. “Lo sciame sismico continua e andrà avanti per giorni” prosegue il geologo “e questo sta avvenendo secondo una legge fisica”. In altre parole “progressivamente si sta svuotando l’attività sismica della scossa principale che rompe il piano di faglia, e si stanno generando terremoti più piccoli”. “Una parte dell’energia” sottolinea Galadini “viene scaricata tramite questi terremoti più piccoli, e questo è un bene”.
Galadini interviene poi sulla “profezia” di Giampaolo Giuliani: “È errata” afferma senza esitazione “ha profetizzato un evento sismico e ha solo creato panico, innescando un allarme che ha avuto un effetto mediatico enorme.
Non voglio mettere in dubbio la sua buona fede, ma la sua teoria proprio non va. Emissioni di gas” dice Galadini “si verificano in zone interessate da eventi sismici, ma non è possibile fare previsioni”.
Infine, il geologo fa una considerazione personale: “Io sono legato all’Abruzzo perchè da venti anni ci lavoro e quello che provo nel vedere questi paesini pieni di bellezze architettoniche è una grande tristezza. La sensazione” conclude l’esperto “è che il pericolo sia passato, ma vorrei che la ricostruzione partisse rapidamente”.
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Meno 25 centimetri. Di così tanto la terra in Abruzzo, più precisamente nell’Aquilano, è andata giù, si è abbassata. A causa del terremoto dello scorso 6 aprile. La rilevazione è dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, fatta sulla base delle immagini dei satelliti italiani COSMO-SkyMed. Questo abbassamento, afferma l’Ingv, “è avvenuto durante il terremoto (deformazione co-sismica) ed è la risposta della superficie alla dislocazione sul piano di faglia in profondità”.
Suolo più basso, quindi, ma l’umore degli sfollati, piano piano, sta risalendo. E L’Aquila prova a ricominciare il suo cammino dall’università, laurenado i primi dottori del dopo sisma. Tesi, emozionati, eleganti, ma anche tristi: 27 giovani, di cui una decina di ragazze, si sono laureati in fisioterapia concludendo così il loro percorso di studio. Si tratta delle prime lauree che vengono conferite dopo la tragedia del sisma.
La cerimonia si è svolta nei pressi dello stabile che ospita la facoltà di Medicina, all’interno di una tenda della Protezione civile, al polo didattico di Coppito. Il copione, malgrado la scenografia inusuale, ha rispettato la tradizione: un compito scritto seguito dalla descrizione delle tesi; poi la riunione della commissione e, infine, il voto seguito da applausi e baci accademici. A conferire il titolo di dottore in fisioterapia il presidente del corso di laurea, Antonio Carolei.
Il primo a laurearsi è stato Tonino Baliva, un giovane di Celano, di 27 anni, il quale ha discusso una tesi su un paziente affetto da ictus. Un boato seguito da un lungo applauso ha accolto il suo 110 e lode. “La prima cosa che ho fatto è stato tirare un grande sospiro”, ha detto il giovane.
Momento toccante della cerimonia il conferimento della laurea alla memoria a Lorenzo Cini, giovane di 23 anni di Sant’Omero (Teramo), morto nel crollo di una abitazione all’Aquila il 6 aprile scorso. Lo ha deciso il Senato accademico dell’università dopo una seduta straordinaria. “Era un ragazzo squisito, sportivo, aperto, amato da tutti” ha detto Franco Cini, padre di Lorenzo. “Avrebbe compiuto gli anni il prossimo primo giugno; quello di oggi per lui sarebbe stato un giorno particolare perché avrebbe coronato i suoi sogni. Ce lo hanno spezzato”, ha concluso visibilmente, commosso, il padre.
A ricordare Lorenzo molti dei suoi compagni di studio, come Marco, di Avezzano (L’Aquila): “Non c’è l’atmosfera di festa” ha detto “ma la laurea deve essere un segno di ripresa”. E poi c’è Ferdinando, dell’Aquila, speranzoso che la cerimonia di oggi rappresenti un segno di continuità rispetto a quello che e’ accaduto: “Proviamo, o almeno cerchiamo di avere il sorriso sulle labbra” ha affermato, “ma non possiamo non ricordare chi non c’è più tra noi”.
All’evento non è mancato il rettore dell’università dell’Aquila, Ferdinando Di Orio. “Se le istituzioni daranno ascolto alle nostre richieste e agevoleranno i nostri percorsi formativi, spero che questa università possa riprendere quanto prima il suo passo” ha detto. “Noi, come università, non siamo affatto morti, e cercheremo di rimarginare le ferite per quanto possibile” ha aggiunto il rettore.
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A due settimane esatte dal terremoto in Abruzzo, la terra continua a tremare. L’Istituto di Geofisica e vulcanologia ha registrato due scosse nella notte: la prima, di magnitudo 2.9, è stata registrata alle 3.20 (le località vicine all’epicentro sono state L’Aquila, S. Panfilo d’Ocre e Fossa); la seconda, di magnitudo 3.0, è stata avvertita dalla popolazione alle 4.22 (le località prossime all’epicentro sono state Scoppito, Pizzoli e L’Aquila).
La giornata di oggi si annuncia importante soprattutto per l’inchiesta della procura dell’Aquila sulle eventuali responsabilita nei crolli. Gli investigatori dovrebbero ascoltare alcuni dei responsabili delle strutture e tecnici.
Saranno sentiti come persone informate dei fatti, ma non è escluso - se emergeranno elementi di responsabilità a loro carico - che possano essere invitati a ripresentarsi accompagnati dagli avvocati. Gli accertamenti della procura sono focalizzati soprattutto sulla casa dello studente, sull’ospedale e su uno stabile di via XX settembre, nel centro della città.
A fare il punto sull’inchiesta appena avviata è, in un’intervista a Epolis, ripotata dall’Adnkronos, il procuratore capo della Repubblica dell’Aquila, Alfredo Rossini: “È un lavoro molto difficile ma abbiamo cominciato a muoverci già dalla mattina successiva ai crolli e da allora non ci siamo fermati un attimo. Insieme con me e con il collega Fabio Picuti, sono al lavoro altri tre magistrati dell’Aquila che erano andati via da qui perché hanno perso le case e gli affetti. Inoltre ho chiesto che ci vengano dati dei pubblici ministeri applicati da altre procure. Penso che nel giro di quattro mesi potremmo arrivare a dei primi risultati”. Poi il procuratore capo mette l’accento - seguendo il filo già tracciato dal capo dell’Antimafia, Piero Grasso - sulla ricostruzione: “All’Aquila arriverà un fiume immenso di denaro per la ricostruzione” ha proseguito Rossini “e storicamente le mafie sono attratte dai soldi. Con Grasso non solo ci siamo sentiti ma abbiamo messo a punto anche un programma di controllo contro le infiltrazioni. Significa che tutte le imprese che vorranno partecipare alla ricostruzione, dalla più grande alla più piccola, saranno monitorate e controllate affinché non ci sia nemmeno l’ombra di un loro possibile legame con la criminalità organizzata”.
Rossini, continua Adnkronos, dopo aver sottolineato l’intenzione di dare “delle risposte certe agli abruzzesi e agli italiani”, ridimensiona le polemiche sorte in seguito all’affermazione del premier sulle troppe inchieste sui giornali: “Il giorno dopo il terremoto, il ministro della Giustizia Alfano mi ha contattato e insieme abbiamo fatto il punto della situazione. Il Tribunale era ed è inagibile, la Procura inaccessibile, tutti gli atti sepolti tra le macerie e c’era il rischio di una paralisi dell’amministrazione della giustizia. Bene, nel giro di 24 ore ci è stata trovata una sede e da subito abbiamo potuto riprendere l’attività nei nostri uffici. Non solo con l’inchiesta sulle responsabilità dei crolli, ma anche su tutto il resto, casi di sciacallaggio compresi. E ciò è stato possibile grazie anche al ministro, che penso abbia lavorato in stretto contatto con Berlusconi. Tempo non se n’è perso e non sarà una perdita di tempo”.
A proposito, il pool è pronto. Ed è composto da quattro i magistrati che vigileranno sulla ricostruzione post terremoto per scongiurare infiltrazioni mafiose nella gestione degli appalti. Come ha annunciato il Procuratore Antimafia Piero Grasso il pool, questa mattina, diverrà immediatamente operativo e lavorerà in contatto diretto col Viminale. “Non c’è ancora un allarme ma una legittima attenzione” ha detto Grasso “perché vogliamo evitare che gli sciacalli delle case si trasformino in sciacalli delle casse dello Stato”.
A comporre il pool sono stati chiamati tre uomini e una donna, tutti magistrati esperti di indagini sulla criminalità organizzata. Saranno a disposizione del procuratore e del prefetto dell’Aquila e, ha aggiunto Grasso, prenderanno contatti con il ministro dell’Interno “per mettere a disposizione banche dati, esperienza e informazioni”. L’obiettivo è quello di agire a monte per evitare di arrivare a dei processi che si trascinino per anni e anni come è avvenuto per il terremoto dell’Irpinia. “Dobbiamo agire prima” conferma Grasso “ed evitare di fare i processi”. Il compito primario dei magistrati sarà innanzitutto quello di individuare possibili prestanome per le organizzazioni criminali. Un’indagine che, conclude Grasso, “può essere fatta solo con le intercettazioni e i collaboratori di giustizia”. “Proprio questa mattina ho firmato il provvedimento” ha aggiunto “ci incontreremo con il ministro Maroni per vedere come impiegare il pool e mettere quindi a disposizione le nostre banche dati e l’esperienza del mio ufficio”.
Per il procuratore nazionale Antimafia, è, dunque, necessario ora vigilare sulla ricostruzione per “evitare in futuro i processi” come invece è avvenuto per il terremoto dell’Irpinia. Per questo sono necessari dei controlli molto più approfonditi che non si limiteranno solo al “certificato antimafia” che spesso è “raggirabile” e bisognerà individuare invece “i prestanome con macro indagini, intercettazioni o collaboratori di giustizia”.
Tornando alla “madre di tutte le inchieste”, è stato lo stesso procuratore aquilano Rossini a spiegare a Epolis il senso della sua affermazione: “Significa una cosa semplice” sottolinea il capo della Procura dell’Aquila “che indagheremo, con dei parametri comuni e alla ricerca di una responsabilità unitaria, su tutti gli stabili in cui ci sono stati i decessi. Ma vuol dire anche che per ognuno di questi edifici trasformati in “assassini” verranno aperte delle inchieste differenti e parallele”.
Oggi, intanto riaprono le scuole dopo la pausa di Pasqua durata in Abruzzo forzatamente più a lungo, ma tra mille difficoltà.
Per i più piccoli sono state allestite aule-tende, mentre per gli studenti delle medie sfollati in seguito al sisma dovrebbero unirsi ai loro compagni di città ritenute più sicure, dove però le paure non mancano. Stamani, al suono della campanella, davanti ad alcune scuole ci saranno anche i tecnici della protezione civile per rassicurare, insegnanti, allievi e genitori. Sempre oggi ci saranno anche i primi laureati del post-sisma: le prime tesi le discuteranno due candidati della facoltà di Fisioterapia in una tensostruttura realizzata accanto alla sede della facoltà di medicina a Coppito. Resta infine stabile, ad ora, la quota delle case dichiarate agibili: il 57% delle 6.000 controllate. Anche oggi proseguiranno le verifiche, ma tornare a casa e tornare alla normalità non è così facile: ancora troppo fresco il ricordo della notte del 6 aprile.
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La terra trema ancora in Italia, non solo in Abruzzo, dove le lievi scosse continuano a succedersi. Oggi pomeriggio è stato il Piemonte a temere. Una scossa di terremoto avvertita a Torino, con magnitudo 3,9 gradi Richter, è stata registrata in alle 14,39. Lo rileva la Protezione civile che riferisce come, dalle prime notizie, i comuni coinvolti sono Bra, Sanfré e Pocapaglia, tutti in provincia di Cuneo. L’epicentro è nella zona tra Bra e Asti. Dalle prime rilevazioni non risultano segnalazioni di danni. Molte le testimonianze, la scossa è stata breve ma abbastanza potente da spaventare le persone: nella periferia di Torino alcuni abitanti sono scesi in strada. ”Con scosse di magnitudo simile - ha detto il direttore dell’istituto di Geofisica e Vulcanologia Enzo Boschi - non dovrebbero esserci pericoli per quanto riguarda gli edifici, a meno, naturalmente, si tratti di edifici fatiscenti”. Boschi invita a evitare la psicosi da terremoto perché il Piemonte è una zona a ”bassa pericolosità sismica, ma è molto probabile che alla scossa avvertita nella zone di Bra alle 14.39 seguiranno nelle prossime ore altre scosse di intensità pari o minore”.
Scosse più lievi (questa mattina una da 2,8 gradi Richter) anche nelle zone colpite dal violento sisma di due settimane fa in Abruzzo. Mentre proseguono le operazioni di soccorso. E fanno discutere alcune frasi dette ieri dal premier Berlusconi, sulle inchieste pubblicate dai giornali, sulle costruzioni moderne crollate e sul lavoro dei pm (”si facciano le inchieste ma senza frenare la ricostruzione”). Oggi il presidente della Camera Fini è intervenuto dalla festa dei piccoli comuni: ”La vicenda abruzzese - ha detto - deve massimamente indurre gli amministratori, chi governa ed i parlamentari a non transigere nella prevenzione e nel rispetto delle regole. Se ciò non avviene, le conseguenze le vediamo tutti. Sono angoscianti e provocano il giusto sentimento di chiedere l’accertamento di eventuali responsabilità”.
E intanto prosegue l’inchiesta della procura de L’Aquila: la prossima settimana polizia, carabinieri e guardia di Finanza cominceranno a sentire costruttori, manager e amministratori, tutte ”persone informate dei fatti”. Per il momento i reati ipotizzati dalla procura a carico di ignoti restano quelli di disastro colposo e omicidio colposo plurimo.
L’attenzione degli inquirenti si concentrerà soprattutto su due episodi: le gravi lesioni riportate dall’ospedale S. Salvatore e la Casa dello studente. Nel primo caso, agli atti dell’inchiesta vi sarebbero alcune perizie, anche di tipo geologico, che negli anni passati avrebbero evidenziato alcune criticità: rilievi caduti nel vuoto. Così come non avrebbero avuto seguito gli allarmi relativi alla sicurezza della Casa dello studente di cui hanno già riferito ai carabinieri alcuni ospiti della struttura che hanno sporto denuncia.
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di Vittorio Sgarbi
“Aprile è il più crudele dei mesi”. Attraversando la provincia dell’Aquila, in queste giornate luminose di primavera, fra spettrali rovine di chiese, di interi borghi, di edifici rurali, mi tornano alla mente i versi terribili e profetici di T. S. Eliot, il folgorante inizio di The waste land, la terra desolata, appunto. Come oggi appare l’Abruzzo.
Ho iniziato la via crucis da Paganica, accompagnato dagli sguardi amici dei cittadini, dei vigili del fuoco, dei carabinieri, festosi per avere recuperato la bellissima madonna (senza il bambino) cinquecentesca della scuola di Silvestro dell’Aquila e le due sculture di San Giustino e del Cristo in pietà, che per due giorni porteranno in processione.
Entro nella Chiesa dell’Immacolata, a pianta centrale, con la curva facciata barocca staccata dal corpo dell’edificio; vedo il disastro degli altari abbattuti. I volti, in apprensione, chiedono parole di conforto sulle opere recuperate e rassicurazioni sui futuri restauri architettonici.
Nessun dubbio che questo centro debba essere risarcito. E sembra una beffa che il bel palazzo della delegazione municipale, che si affaccia su una piazza che sembra un quartiere di Parigi, sia appena stato restaurato e attendesse di essere inaugurato il martedì dopo Pasqua: la struttura ha resistito, ma sono crollati stucchi e cadute statue dai piedistalli nelle nicchie.
Il restauro dovrà riprendere. Inizia di qui la richiesta unanime di tornare nelle case; e crescerà nel coro dei sindaci dei piccoli borghi, colpiti quasi in ogni edificio, quando non distrutti, come Onna (anche qui verrò portato in un deposito prezioso dove, fra tele settecentesche, in particolare un bel vescovo di scuola napoletana del Settecento, apparirà un’altra nobilissima Madonna con il Bambino, scultura lignea cinquecentesca, policroma e dorata, di cui la festa ricorre la seconda domenica di maggio; ed è ora indiscussa patrona del campo). Decido allora di non entrare nella vicina L’Aquila, ma di batterli a uno a uno, convinto che la ricostruzione degli edifici monumentali nel centro storico del capoluogo non comporterà problemi.
Non temo per Santa Maria di Collemaggio, emblema e simbolo, come già lo fu in passato, per i cattivi restauri che la “debarocchizzarono” con l’obiettivo di restituirla a una purezza architettonica frigida e innaturale. La vedevamo nella foggia che assunse agli inizi degli anni Settanta: non sarà difficile riportarla a quella condizione. In questi giorni abbiamo visto che, dalla Porta della Perdonanza, a cielo aperto, sono stati recuperati dipinti, sculture e la preziosa reliquia di Celestino V.
Molta è stata l’apprensione per questi salvataggi fra i muri pericolanti. Ma sono certo che, tra qualche anno, come Santa Maria di Collemaggio ritroveremo, restituite alla loro integrità, San Bernardino, Santa Maria di Paganica, San Domenico, chiese oggi ferite, come le due della piazza, il Duomo (più volte rimaneggiato fino a vedere conclusa la facciata nel 1928) e Santa Maria del Suffragio, detta delle Anime sante, con la bella cupola, oggi frantumata, su disegno di Giuseppe Valadier. Impressionante è stato vederla sfarinarsi in diretta, attraverso un filmato durante la serie di scosse della seconda giornata. Tutto tornerà come prima, e il puro disegno dell’architettura sarà fedelmente riprodotto in una nuova e più resistente tessitura muraria, come è di recente avvenuto alla Cattedrale di Noto, rassicurante precedente per queste imprese di restauro, secondo il principio “come era e dove era”.
Dopo il sopralluogo a Santa Maria di Collemaggio e il percorso di guerra tra rovine di edifici, condomini, scuole, caserme, ospedali, uffici pubblici, di recente costruzione e puntuale distruzione, esco dall’Aquila sfiorando, lungo le mura parzialmente abbattute, Porta Rivera: il sagrato è polveroso per i detriti della bella e semplice Chiesa di San Vito del XIII secolo, ma, di fronte, la bella corte seminterrata della Fontana delle 99 cannelle, simbolo laico della città, è miracolosamente intatta. Così viaggio in affanno verso quello che forse vedrò per l’ultima volta, verso ciò che forse è perduto per sempre.
Penso alle pievi remote e all’edilizia minore, soprattutto rurale. Penso che, se lesionate, quelle povere architetture verranno implacabilmente abbattute per lasciare spazio a condomini in cemento armato; e penso, allora, che il genio civile e le soprintendenze dovranno procedere a un salto culturale per il quale è essenziale un’alta indicazione politica, e “spirituale”, del governo, del presidente del Consiglio e del ministro dei Beni culturali.
I piccoli centri che visito, dopo Onna: Villa Sant’Angelo, Sant’Eusanio, Casentino, Fossa, San Demetrio de’ Vestini. Devono essere intesi come beni culturali, nella loro organica unità urbana. Ogni paese deve essere considerato come un monumento, senza rubricarlo nei caratteri dell’edilizia minore. E deve essere quindi pazientemente ricucito attraverso il consolidamento degli edifici, nelle forme, nelle cubature e nei materiali originali.
Ogni sindaco conviene con questi principi di restauro che coincidono con le esigenze, profonde e semplici, della popolazione, che non vuole quartieri nuovi, anonime periferie urbane, satelliti costruiti a qualche chilometro dai siti devastati, inevitabilmente destinati a morire o a trasformarsi in ruderi e rovine.
Il destino ha voluto che vi sia un modello per questi piccoli centri, talvolta di miracolosa conservazione, come Casentino o Sant’Eusanio. Un modello di restauro integrale e di prevenzione imprevista: Santo Stefano di Sessanio. Qui, da circa 10 anni, osservatori, studiosi e giornalisti italiani e stranieri gridano al miracolo di un ripristino di decine di case abbandonate, senza coperture e in condizioni non diverse da quelle dei luoghi oggi terremotati.
Un giovane e audace investitore di origine danese, Daniele Kihlgren, e l’architetto abruzzese Lelio Oriano Di Zio hanno dato una prova e un esempio formidabili inducendo, in quell’area del versante meridionale del Gran Sasso in prossimità di Rocca Calascio, gli amministratori a pretendere vincoli di inedificabilità, difendendo il costruito storico e sottoponendolo a ripristino e consolidamento. Oggi, dopo il terremoto, Kihlgren mi propone di procedere, nelle opere di sgombero delle macerie, a un’avveduta raccolta differenziata di materiale di recupero, dalle pietre scolpite, e cornici e mensole, ai legni poveri, ma secolari e ancora sani, dei solai, come di porte, portoni, finestre.
Continuo il calvario; e vedo la facciata sgretolata di Villa Sant’Angelo; l’abside lacerata di Casentino, piccolo paese che si inerpica sulla collina; la bella piazza di Sant’Eusanio con il rosone della chiesa spezzato e i palazzi slabbrati. Registro che hanno resistito le chiese e gli affreschi di Bominaco, capolavori dell’arte romanica, e di Tornimparte, dove ha lavorato uno dei maestri del Rinascimento nell’Italia centrale, Saturnino Gatti. Ma osservo con tristezza la rovina di una delle più belle facciate d’Abruzzo, quella della Chiesa di Santa Giusta di Bazzano, borgo che vede a rischio anche edifici lesionati del Quattrocento e del Cinquecento. Ma i danni più gravi sono nella Chiesa di Santa Maria ad criptas di Fossa, con vistose cadute di intonaco dipinto nell’angolo tra la controfacciata e la parete laterale.

Una situazione altrettanto grave è nella Chiesa di Santa Lucia nella più remota e più alta località dell’Aquilano, Rocca di Cambio. Qui sono caduti affreschi, dalla parete di destra e da quella di fondo, con la perdita di un intero riquadro. Danneggiata è l’eccezionale Ultima cena, con le belle e primitive nature morte e con i principali protagonisti, il Cristo e San Giovanni evangelista, nell’angolo a sinistra, non al centro.
Il meraviglioso paesaggio, contaminato da una brutta cava di pietra e da tristi edifici condominiali sul crinale del monte, non consola della perdita di dipinti così preziosi entro questa chiesa che sembra planata sull’altopiano. Il territorio aquilano è disseminato di crolli di edifici rurali e di piccole pievi ovunque distribuiti, ma in un’area definita, che si estende da Assergi fino a Rocca di Mezzo, una fascia lunga e stretta, ben delimitata.
In quell’area occorrerà intervenire, con rigore e rispetto, e intensivamente, evitando che ai benefici derivati dal terremoto, per restauri e ricostruzioni, si candidi tutto l’Abruzzo che ha risentito del terremoto con danni episodici o marginali, da Alba Adriatica alla Maiella, da Teramo a Vasto, da Roseto a Trasacco.
I danni potranno essere denunciati e riparati, senza arrivare ad assoggettare al terremoto 150 località toccate o sfiorate, come si è visto in una mappa del rischio pubblicata sul quotidiano Il Centro. Si limiti la ricostruzione, attenta e paziente, all’Aquila e ai suoi dintorni; e fra cinque anni il terremoto sarà soltanto un cattivo ricordo, che avrà prodotto interventi giudiziosi. Per non farci trovare, un’altra volta, impreparati e disarmati.
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Silvio Berlusconi con Guido Bertolaso
Il premier Silvio Berlusconi con Guido Bertolaso durante la conferenza stampa alla sede della Guardia di Finanza
Dai luoghi del terremoto in Abruzzo, dove si è recato per la settima volta dal giorno del sisma, Silvio Berlusconi parla della ricostruzione delle case e polemizza con giornali e magistrati. Il premier dà le cifre dell’emergenza “Sono i numeri più elevati riguardo a cose di questo genere per quanto riguarda l’occidente” dice, ”Abbiamo stabilizzato il numero delle persone che stiamo assistendo e che sono 40mila nelle tendopoli e 26mila nelle strutture alberghiere della costa abruzzese. Stiamo gestendo” ha sottolineato Berlusconi “una città diffusa di 70mila persone alle quali stiamo fornendo tutti i servizi necessari”. Il presidente del Consiglio ha poi promesso che “il 100% delle abitazioni sarà ricostruito dallo Stato”, ha detto che “molte case saranno abitabili già fra trenta giorni” ed è tornato sul tema dei nuovi quartieri che ha definito edificabili in cinque mesi: ”In questi nuovi quartieri punteremo a costruire case tecnologicamente avanzate che non saranno, a emergenza finita, mostruosità inutili, ma che potranno in seguito diventare dei campus per gli studenti”.
Ma la visita di Berlusconi ai terremotati è stata anche contrassegnata dalle polemiche nei confronti della stampa e dei magistrati. ”Ben vengano le inchieste, ma per favore non perdiamo tempo, cerchiamo di impiegarlo sulla ricostruzione e non dietro a cose che ormai sono accadute”. E’ la posizione del presidente del Consiglio su come i media stanno trattando la vicenda terremoto in Abruzzo. ”Se qualcuno è colpevole, le responsabilità emergeranno ma, per favore, non riempiamo le pagine dei giornali di inchieste”. Secondo il premier gli illeciti sono “inverosimili” perché “un costruttore che costruisce su una zona sismica e risparmia sul ferro e sul cemento può essere solo un pazzo o un delinquente”. Ed ha aggiunto: ”io sto qui, alla fine, a difendere la sinistra perché se ci sono state responsabilità nei controlli non sono della mia parte politica, in quanto negli anni passati questa regione e questa provincia sono state amministrate dalla sinistra”.
Le parole del premier sono state commentate dal procuratore della Repubblica dell’Aquila Rossini: ”Noi non siamo di ostacolo alla ricostruzione e non vedo che rapporto ci sia tra accertare le responsabilità e ricostruire”. “Noi facciamo solo il nostro lavoro” ha aggiunto, “sono atti obbligatori, dovuti in base alla legge che ci regola e stiamo cercando di accertare eventuali responsabilità il più velecemente possibile, tenuto conto della complessità dell’inchiesta ed anche della situazione in cui ci troviamo a lavorare. Più di così non possiamo a fare”.
Del terremoto e dei presunti illeciti nella costruzione di edifici moderni ha parlato anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in un incontro con le famiglie francescane: “quando oggi pensiamo all’Abruzzo” ha detto il capo dello Stato “e soffriamo per le vittime e per i danni provocati dal terremoto, certamente un evento naturale e imprevedibile, non possiamo non ritenere che anche qui abbiano contato in modo pesante e abbiano contribuito alla gravità del danno umano e del dolore questi comportamenti di disprezzo delle regole, disprezzo dell’interesse generale e dell’interesse dei cittadini”.
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“Il coraggio è tanto, ma manca tutto“. Foulard sul capo e coperta addosso, l’anziana ospite della casa di riposo di Barisciano al Tg1 dell’8 aprile disegnava in due battute la drammatica situazione mentre veniva trasferita altrove. È come se questa nonna Coraggio, a poche ore dal disastroso terremoto del 6 aprile che ha colpito L’Aquila e il suo circondario, avesse indicato la strada. Ci vorranno coraggio e tanta forza per ricominciare e ricostruire.
L’insieme di interventi per l’Abruzzo sarà inserito nel decreto all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri che si riunirà all’Aquila il 23 aprile, come anticipato dal premier Silvio Berlusconi. È prevista inoltre la modifica del piano casa, che dopo un ritorno al tavolo della conferenza Stato-regioni sarà varato con l’inserimento delle disposizioni antisismiche per i nuovi edifici e per il consolidamento dei vecchi.
A questo proposito, è certa la revoca dell’ultima proroga delle norme tecniche per le costruzioni, volute dal capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, dopo il terremoto di San Giuliano di Puglia in Molise nel 2002 (27 bambini morti) e inserite in un decreto del ministero delle Infrastrutture del 14 settembre 2005. Dopo tre proroghe, due del governo Prodi e una del governo Berlusconi, l’entrata in vigore delle cosiddette regole antisisma era stata spostata al 30 giugno 2010, mentre ora la scadenza resterà al 30 giugno prossimo. Magari con l’attribuzione all’Aquilano del massimo rischio sismico e non di uno minore, che comporta meno vincoli nelle costruzioni, come decise la Regione Abruzzo e come ha rilevato Il Sole 24 ore.
In ballo c’è la ricostruzione di una città e del suo comprensorio che piangono 294 morti e 1.500 feriti: Bertolaso parla di un territorio danneggiato di 1.500 chilometri quadrati e di un’area interessata pari a 2 mila chilometri quadrati nella quale la Protezione civile ha allestito 106 campi con 5 mila tende che accolgono 34 mila persone. Altri 23.581 sfollati sono ospitati in 414 alberghi e 741 abitazioni private sulla costa abruzzese e nell’Ascolano.
Si aprono così dibattiti urbanistici, a cominciare da quello sulla “new town” indicata da Berlusconi, anche se il premier sa che gli aquilani vogliono ricostruire tutto ciò che c’era e dov’era.
“Quella delle new town è una proposta stimolante, che però va riportata in ogni singola realtà” commenta Franco Karrer, docente di urbanistica all’Università La Sapienza di Roma e coordinatore del gruppo che preparò il progetto per un nuovo piano regolatore aquilano. Dopo un primo passaggio in consiglio comunale nel 2004, il Prg non fu approvato definitivamente per mancanza del numero legale, a causa della spaccatura nell’allora maggioranza di centrodestra in prossimità delle elezioni del 2007. Né l’attuale maggioranza, con il sindaco Massimo Cialente (Pd), ha ripreso quel documento.
Spiega Karrer a Panorama: “Il Prg oggi in vigore risale al 1974: da un lato si decise una grande espansione verso ovest nella zona di Pettino, dall’altro vennero disseminate aree da edificare in molte direzioni, ipotizzando una città di 140 mila abitanti”. Oggi L’Aquila ha circa 73 mila residenti, che salgono a quasi 87 mila con gli studenti fuori sede. Considerando anche chi si reca in città per lavoro, il comune calcola che sull’area gravitino quotidianamente circa 100 mila persone.
“Il piano del 2004″ aggiunge Karrer “puntava ad aggregare gli insediamenti attorno al nucleo storico, evitando dispersioni anche per valorizzare le infrastrutture nel frattempo realizzate. Veniva così riequilibrato il rapporto domanda-offerta di servizi in una realtà molto aperta verso il Lazio o la Piana di Navelli. L’Aquila ha tutti i connotati della piccola metropoli”. E oggi, secondo il professore, quel piano “è l’intelaiatura sulla quale applicare qualunque idea”.
Il modello Friuli-Venezia Giulia, cioè la ricostruzione avvenuta dopo il sisma del 1976, viene considerato l’esempio da seguire anche per L’Aquila: un passaggio diretto dei fondi ai comuni e anche alle singole famiglie per accelerare i cantieri e garantire la qualità.
Per i siti artistici e i palazzi di pregio significa recuperare e riutilizzare le pietre originali. Lo stesso Bertolaso ha confermato che ogni fase della ricostruzione sarà condivisa con i comuni.
Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha stimato in 12 miliardi di euro la cifra necessaria. Al momento il Tesoro ha calcolato uno stanziamento di circa 4,4 miliardi dal 2009 al 2011, di cui 100 milioni già messi a disposizione e 150 disponibili. A questi si aggiungeranno forse 500 milioni dell’Unione Europea. Si studiano dunque diverse ipotesi per recuperare altri fondi: da una lotteria specifica per l’Abruzzo allo scudo fiscale, facilitando il rientro dei capitali all’estero. Ipotesi questa che non piace all’opposizione, come non convince tutti l’idea del ministro Giulio Tremonti di destinare il 5 per mille della denuncia dei redditi alla ricostruzione. Tremonti ha però spiegato che nessuno verrebbe penalizzato perché ci saranno fondi in più nella distribuzione del 5 per mille e dunque si tratta solo di un’ulteriore, anche se simbolica, opportunità di aiuto.
Le spese da sostenere crescono con il proseguire dei sopralluoghi. I 70 tecnici dei provveditorati alle opere pubbliche abruzzesi ipotizzano in media da 2 a 9 mesi di lavoro per rendere nuovamente agibili i principali edifici pubblici e le sedi istituzionali aquilani. Fra l’altro, per la sede della prefettura, distrutta, ci vorranno 25 milioni; per la Basilica di San Bernardino occorreranno 3,8 milioni spalmati su 2 anni, mentre per rimettere in uso la questura e il comando provinciale dei carabinieri ci vorranno almeno 6 mesi di lavoro.
Un enorme problema che emerge con il passare del tempo è il rilevare danni anche in aree che sembravano non essere interessate dal sisma. Il ministero delle Infrastrutture sta facendo controllare, per esempio, tutti gli edifici scolastici dell’intera provincia aquilana, e non sono escluse brutte sorprese.
Così come anche dalle altre province abruzzesi si lamentano danni che forse, qualche volta, erano preesistenti. I controlli e l’assegnazione degli appalti dovranno seguire dunque un doppio binario: da un lato evitare infiltrazioni mafiose, che preoccupano il procuratore antimafia Pietro Grasso e contro le quali Maroni ha annunciato la creazione di una struttura di controllo specifica; dall’altro, un severo monitoraggio per evitare che si approfitti del fiume di denaro in arrivo ristrutturando edifici non danneggiati dal terremoto.
Karrer è convinto che “una new town creerebbe una contrapposizione vecchio-nuovo senza una base economica nuova. L’Aquila ha perso l’industrializzazione e non può permettersi di perdere anche la dimensione urbana, che è essa stessa fonte di economia”.
Guardando dall’alto o su una mappa la città compresa all’interno delle storiche mura, L’Aquila assomiglia a un cuore. Quello che certamente non mancherà ai suoi abitanti insieme con il coraggio di cui parlava quella nonna di Barisciano.
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di Bianca Stancanelli
Shaula adesso è tranquilla. Se ne sta accucciata davanti alla tenda. Oppure gioca con Laura, che ha spento una candelina sulla sua prima torta di compleanno due giorni prima della scossa grande ed è l’unica, in quest’angolo di tendopoli, a ridere beata. “Di questi giorni lei non ricorderà più nulla” prevede suo padre, Vincenzo Breia, 44 anni, napoletano, da cinque anni all’Aquila.
Lui, invece, ricorderà ogni momento di quella notte. E ricorderà, soprattutto, come sia stata Shaula, pastore tedesco di 7 mesi, a salvare la vita a tutta la famiglia, guaendo, smaniando, ululando, dando musate al vetro della camera da letto, alle 3 del mattino di lunedì 6 aprile, mezz’ora prima della catastrofe. Grazie a quel cane impazzito d’angoscia Vincenzo ha capito che qualcosa di mostruoso stava per accadere, che doveva svegliare la sua compagna, Chiara, 32 anni, che dormiva semivestita, sfinita da una notte di scosse e allarmi, afferrare la piccola Laura addormentata, correre verso la porta, scappare. Lasciandosi tutto alle spalle: la casa con le pareti che si aprivano e si chiudevano, come in un incubo, i mobili che crollavano al suolo, i lampadari a terra e i vetri infranti. E Shaula sul balcone, prigioniera.
“Siamo andati a prenderla tre giorni dopo, sfidando i divieti, attraversando la città in macerie” racconta Vincenzo, davanti alla tenda numero 36 del campo più grande dell’Aquila, in piazza d’Armi. È stata Chiara a salire con cautela al terzo piano del palazzo di piazza della Lauretana, nel centro, nell’appartamento devastato. “Per tre giorni” racconta Chiara “avevo chiesto a un vecchietto che aveva la casa lì, intatta, di chiamarla, di rassicurarla. Poi non ce l’ho fatta più: sono andata a prenderla. Se fossimo stati noi a restare chiusi in casa, Shaula non ci avrebbe pensato due volte a venirci a cercare”. Mentre lei si arrampicava sulle scale pericolanti, come sganciate dal corpo del palazzo, Vincenzo aspettava al portone, in ansia.
Storie da una catastrofe. Che ha spazzato via tutto. “Stiamo soffrendo” dice Vincenzo. “Casa, lavoro, non c’è più niente. Se dovessi comprare il latte a mia figlia, non saprei come fare. Siamo in balia degli altri”. Lo dice con una strana serenità. “In 20 secondi ho capito il valore della vita. Ho capito che l’unica cosa che conta è avere Chiara accanto, crescere mia figlia. L’ho capito quando ho sentito che un mostro invisibile stava cercando di togliermi tutto quello che amo”.
Aveva già visto in faccia una volta il mostro terremoto. A Secondigliano, periferia di Napoli, il 23 novembre 1980, quando l’inferno si scatenò in Irpinia (qui un VIDEO di allora). Vincenzo Breia allora aveva 16 anni. “Stavo per strada con i miei amici, davanti a un circolo ricreativo: parlavamo, scherzavamo. All’orizzonte c’era un cielo rosso come per un incendio. Di colpo arrivò la scossa grande. Come all’Aquila. C’era un ragazzo che giocava al biliardo: il tavolo gli si scatenò addosso, lo schiacciò contro la parete, spezzandolo in due. Provammo a liberarlo: era incastrato. Io vedevo il palazzo venirci contro e tornare indietro. Fuggimmo, lasciando quel ragazzo lì, morto”.
Per anni Vincenzo si è portato dentro il rimorso per quella fuga e l’angoscia del terremoto. La vita l’ha portato lontano da Napoli: in Germania, per 15 anni, a fare l’operaio metalmeccanico, il saldatore, il manovale; poi all’Aquila, a dare l’intonaco nei palazzi freschi di costruzione. “Li ho visti, adesso, alcuni di quei palazzi. Pieni di crepe. E con i cartelli “vendesi” ancora appesi”. Scuote la testa: “I palazzi vecchi sono caduti perché dovevano cadere. Ma quelli nuovi? Perché di due palazzi identici, uno accanto all’altro, uno cade e uno no? Chi lo va a spiegare alle madri di quegli studenti perché sono morti i loro figli? Chi lo spiega che qualcuno ha mangiato sulle fondazioni?”.
Il figlio maggiore di Vincenzo, Nicola, avuto da un primo matrimonio, era a Roma la notte del terremoto. È un ragazzo di 18 anni, gioca nell’Aquila rugby. Il sisma gli ha portato via un amico: Lorenzo Sebastiani, un campione. ““Papà, è morto Ciccio” mi ha detto al telefono. “Quello che mi insegnava la touche”” ricorda Vincenzo.
Breia guarda sua figlia Laura: “Quando si svegliava, la mattina, si sedeva accanto a noi, nel letto grande, e batteva le mani”. Nella tenda numero 36 non l’ha mai fatto.
Vincenzo pensa al suo futuro: “Sfortunatamente è uscito tanto lavoro dove prima non ce n’era. Io lo so come nasce una casa e so che qui il lavoro si troverà. Ma non volevo trovarlo così: con 300 morti, con tanti bambini uccisi. Non volevo”.