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Sismi

L’allarme dei Servizi: “Carceri terreno fertile per gruppi jihadisti”

La cella di un carcere
Sono passati almeno tre anni dagli ultimi grossi attentati terroristici di matrice islamista in Europa (a Londra, il 7 luglio 2005), ma il pericolo del terrorismo è ancora reale. Anche in Italia. Lo conferma il Comitato analisi strategica antiterrorismo (Casa) nell’annuale Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza del Dis (Dipartimento informazioni per la sicurezza), diretto da Gianni De Gennaro, con il contributo di Aisi (ex Sisde) ed Aise (ex Sismi). Le minacce terroristiche all’Italia vagliate, dalle più serie alle meno realistiche, sono state 216 nel corso del 2008. Nella Relazione si sottolinea che non ci sono riscontri sul “concreto sviluppo di pianificazioni offensive” nel nostro paese o verso obiettivi italiani all’estero.
Ma la “vocazione logistica” dell’Italia per i circuiti terroristici resta. Per il Dis il panorama integralista risulta fluido e puntiforme, distinto dalla presenza di ristretti circuiti estremisti, spesso risultati raccolti attorno a referenti carismatici”. Un fenomeno questo che “è parso in crescita negli ambienti carcerari, dove è stata rilevata un’insidiosa opera di indottrinamento e reclutamento svolta da ‘veterani’, condannati per appartenenza a reti terroristiche, nei confronti di connazionali detenuti per spaccio o reati minori”. Il carcere non più “università del crimine” ma centro di indottrinamento per i più esaltati.
Secondo la Relazione le regioni in cui il radicalismo islamico assume aspetti più preoccupanti sono Lombardia (”in ragione sia della presenza di elementi già noti per l’appartenenza ad ambienti integralisti, sia dell’ingresso in campo di nuove leve”) e Campania, in particolare l’hinterland partenopeo, dove sono stati rilevati interessi comuni “tra estremisti, provenienti anche dall’estero, e delinquenza comune magrebina attiva nel settore del falso documentario”. Realtà ’sensibili’ individuate “anche in Piemonte, Veneto, Toscana ed Emilia Romagna”.
Per quanto riguarda invece la più ampia realtà europea nella Relazione viene evidenziata la crescita dei militanti cosiddetti “homegrown” ovvero di seconda generazione, quelli cresciuti in Occidente. E l’importanza del web rilevanza del web “quale ambito alternativo di radicalizzazione, reclutamento ed addestramento”.

I servizi segreti cambiano, il nome. Non sono più servizi e neanche tanto segreti


In principio fu il Sim, servizio segreto militare, fondato con regio decreto del 1927 . A segnarne la fine, ottanta anni dopo, furono le sim, le schede telefoniche intercettate da una magistratura che voleva veder chiaro nel torbido lavoro dei nostri 007. Ribattezzati “spioni” nei titoli di giornale, per l’uno-due ammazza istituzioni segnato dalle inchieste sul sequestro Abu Omar e sui dossier Telecom, con uomini come Pio Pompa, Marco Mancini, Giuliano Tavaroli che della segretezza avevano fatto mestiere, saliti alla ribalta delle cronache più di Michelle Hunzicher.

Dopo tanto (indesiderato) clamore, oggi è passata la perennemente annunciata riforma dei nostri servizi segreti: “Un’approvazione definitiva, all’unanimità della legge di riforma dei Servizi di informazione e sicurezza” che secondo il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “costituisce un fatto altamente positivo e significativo”.

Cosa cambia davvero? Innanzitutto, per l’ennesima volta, il nome: con indicibile fantasia, dopo aver già sfruttato le sigle Sim, Sifar, Sios, Sd, gli attuali Sismi, Sisde e Cesis diventeranno Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) e Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna, e Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza).

Ora che non sono più servizi, sarà più difficile abbinare il termine a deviati? Secondo la riforma le due Agenzie dovranno cooperare alle dirette dipendenze del presidente del Consiglio che ha il potere di nominare e revocare i direttori. Questo in realtà avviene già ora e spesso con una logica da spoil system anche nei ruoli più operativi degli 007 che lascia molte perplessità a chi opera nel settore.

Le agenzie devono anche ”tempestivamente e con continuità” informare, rispettivamente, i ministri dell’Interno e della Difesa. Ma ”in casi di particolare urgenza” i direttori dei servizi possono riferire direttamente al presidente del Consiglio, senza passare per il direttore del Dis. Al premier spetta la direzione politica e il coordinamento delle due Agenzie, decide sull’apposizione del segreto di Stato (che tanto sta dividendo Palazzo Chigi e la procura milanese) e può scegliere se nominare un ministro o un sottosegretario a cui affidare alcune funzioni.
Il Copaco, l’organismo parlamentare di controllo, torna ad essere composto da dieci membri e sarà presieduto per legge da un esponente dell’opposizione. Potrà acquisire informazioni o ascoltare agenti senza che si possa opporre il segreto di Stato se tutto il Comitato sarà d’accordo. Potrà acquisire atti e fascicoli processuali, senza che venga opposto segreto d’ufficio, istruttorio o bancario e dovrà essere informato di tutte le ”operazioni improprie”. Il Comitato ha libero accesso negli uffici dei servizi, ops, delle agenzie, ma annunciando la visita a a Palazzo Chigi e potrà controllare la documentazione sulle spese degli 007. Il segreto di stato non varrà per la Corte Costituzionale, durerà solo 15 anni, ma sarà prorogabile fino a 30.
E le tanto reclamate garanzie funzionali? Gli agenti segreti possono commettere atti illeciti ma devono essere autorizzati di volta in volta. La riforma definisce con precisione quali sono le ”licenze di reato” per gli agenti su cui serve l’autorizzazione del premier. Non è concessa ‘licenza di uccidere” e non sono autorizzate nemmeno azioni che possono ledere la salute e la libertà delle persone. Rimane la possibilità per gli 007 di utilizzare identità di copertura e attività economiche simulate. Viene garantitala riservatezza dell’identità nei rapporti con la magistratura. Inoltre, nessuna ”operazione impropria” è consentita nelle sedi dei partiti, dei sindacati o contro i giornalisti professionisti. E, gli emuli di Pio Pompa sono avvertiti, è vietato il ”dossieraggio”.

Approfondimenti: L’ultima relazione semestrale al Copaco: Nuove Br e Jihad sempre un pericolo

Giustizia: incroci pericolosi sulla Milano-Brescia per il caso Abu Omar

Come ai tempi di Tangentopoli, quando da un lato c’era Antonio Di Pietro, dall’altro Fabio Salamone che lo mise sotto inchiesta nel 1995, o nel 2003 quando la procura della Leonessa indagò su Ilda Boccassini e Gherardo Colombo (finì sempre con l’archiviazione), anche oggi volano stracci e denunce tra i palazzi di giustizia di Milano e Brescia.

Forse più pacatamente di allora, con la formula dell’atto dovuto, si ripete la stessa sceneggiatura: il procuratore capo di Brescia Giancarlo Tarquini con i sostituti Chiappani e Pinatoni, ha iscritto nel registro degli indagati i colleghi milanesi Manlio Minale (procuratore capo), Armando Spataro e Ferdinando Pomarici (gli aggiunti), Enrico Manzi (il gip) e i funzionari della Digos Ignazio Coccia e Bruno Megale, con il capo uscente della polizia, Gianni De Gennaro.
All’origine dei provvedimenti, l’esposto dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga secondo il quale, nell’indagine sul caso Abu Omar che ha fatto finire sotto accusa la Cia e il Sismi, gli investigatori avrebbero violato il segreto di Stato.

Agli incroci pericolosi tra apparati dello Stato (servizio segreto militare da una parte, magistratura dall’altra) si aggiungono ora quelli tra due procure che anche in passato si sono trovate in rotta di collisione.

Dossier Sismi, Pollari attacca: Dirò la verità, tutta la verità, nient’altro…

Il generale Nicolò Pollari, ex direttore del Sismi
Messo sotto accusa, il generale Nicolò Pollari, ex direttore del Sismi, spiazza tutti e va in contropiede: dice di essere pronto a parlare dei misteri italiani: “Sarei felice di poter raccontare la mia verità, tutta la verità…”. “Sarei in grado - sostiene Pollari, per bocca del senatore Sergio De Gregorio, presidente della commissione Difesa - di aprire il capitolo dei misteri italiani, compresi il sequestro Abu Omar, la missione Unifil in Libano, le responsabilità dei massacri di bambini e civili, la mancata liberazione dei soldati israeliani nelle mani di Hezbollah e delle fazioni palestinesi, e la storia degli ultimi ostaggi italiani. Sarei felice di raccontare tutta la verità, potendo provare che il Sismi ha soltanto servito il Paese, senza violare le regole e senza rappresentare quella realtà che oggi viene vista come eversiva. In questa atmosfera da regime, sono disponibile a dire tutta la verità, difendendo nei fatti il ruolo mio e del servizio”.

“È singolare” a parlare è sempre Pollari attraverso De Gregorio “che il Copaco (il Comitato parlamentare di controllo) ascolterà solo i detrattori del Sismi. Non sono stati convocati né il sottoscritto né i miei legali, tanto meno alcuni testi importanti che potrebbero confermare che il Sismi non ha posto in essere alcuna attività di spionaggio illegale. È un processo inaudita altera parte”. Comunque, non una parola sul centro di via Nazionale del suo dipendente Pio Pompa.

Le parole di Pollari non hanno mancato di innescare polemiche sull’argomento.

Proprio il senatore De Gregorio, che ha raccolto le parole del generale, dice dalle pagine del suo blog che quello di Pollari è un chiaro invito alla politica a decidere se le conviene o meno cavalcare la tigre: “Il generale Nicolò Pollari non ha indirizzato messaggi intimidatori, ma soltanto esplicitato la sua ferma volontà di chiedere di essere liberato dal segreto di Stato, che egli conferma di non voler violare senza la necessaria autorizzazione del Presidente del Consiglio”. “Tuttavia” continua De Gregorio “oggi la politica è davanti a un bivio: autorizzare Pollari e liberarlo dal segreto di Stato potrebbe voler dire raccontare la storia d’Italia degli ultimi anni e, perché no, i suoi mille misteri”. Cosa propone Pollari? Proprio una commissione d’inchiesta che “nell’ambito di una complessiva operazione trasparenza sia in grado di liberarmi dal rispetto dei segreti cui sono vincolato”.

“Dopo le parole di Pollari, la commissione è necessaria per la vita del paese”, incalza il Guardasigilli Clemente Mastella. Sono “parole di estrema gravità”, reagisce il diessino Brutti che invita Pollari “se ha verità da rivelare” ad andare al Copaco a dire “ciò che può servire a tutela della democrazia”, così da accertare “le responsabilità, a tutti i livelli”. Brutti, che ha così sostanzialmente accolto la richiesta di Pollari, è d’accordo con Mantovano, An, e chiede che il Copaco sia dotato di maggiori poteri.

“Ritengo sia utile e urgente verificare le carte, capire la verità è interesse di tutti”, dice invece il presidente del Copaco, Claudio Scajola (FI) non entra nella polemica sollevata dalle dichiarazioni di Pollari, ma sottolinea che è necessario “capire cosa c’è” dietro l’intera vicenda dei dossier del Sismi”.

Trattative e misteri a Kabul: tutti i retroscena

Roma

di Giovanni Porzio

I canali aperti durante il sequestro di Daniele Mastrogiacomo erano tre.
Subito dopo il rapimento si è attivato il canale istituzionale: Unità di crisi della Farnesina, ministero della Difesa, servizi segreti, ambasciata d’Italia a Kabul. Ma il tentativo di ottenere la liberazione del giornalista di Repubblica, del suo interprete Ajmal e dell’autista Saied Agha proponendo un riscatto in denaro fallisce subito: il mullah Dadullah fa sapere di non essere interessato ai soldi.

Il secondo tentativo viene portato avanti, in modo parallelo, da un contatto di Repubblica: il misterioso freelance Claudio Franco, un italiano con passaporto inglese che da anni lavora come “ricercatore” al confine tra Pakistan e Afghanistan. Franco ottiene buoni risultati: è lui a ricevere il primo audio di Mastrogiacomo con le richieste talibane. Ed è sempre lui a trattare sul principio di uno scambio “controllato” di prigionieri che salvi la faccia al governo afghano e a quello italiano: media contro media, i due giornalisti rapiti contro i due portavoce talibani detenuti a Kabul.

Ma il governo italiano ha fretta di chiudere. E l’unico in grado di portare a casa il risultato entro i tempi previsti del voto del Parlamento sul rifinanziamento della missione in Afghanistan è Gino Strada. Il fondatore di Emergency è esplicito: condurrà la trattativa ma non vuole interferenze da parte dei servizi segreti italiani. D’Alema approva. E Dadullah alza la posta: fa uccidere l’autista e chiede la liberazione di 15 comandanti talibani. Dopo convulse trattative il numero scende a 5, che Karzai ordina di scarcerare in seguito a forti pressioni da Roma.

Qualcosa però (anzi molto) va storto. Ajmal resta in mano talibana e sarà poi decapitato. Il capo della sicurezza dell’ospedale di Emergency a Lashkargah, Rahmatullah Hanefi, l’uomo che ha condotto le trattative per conto di Strada, viene accusato dal governo afghano di collusione con i talibani e finisce in carcere. Mentre il prezzo politico pagato dal nostro governo per salvare la vita di Daniele Mastrogiacomo si rivela, col passare dei giorni, sempre più elevato.

Sequestri: perché Berlusconi dà una mano a Prodi

L'arrivo di Giuliana Sgrena a Ciampino.
Nel momento di massima debolezza, stretto tra l’uccisione per mano dei
talebani di AdiJimal Nashkabandi, collega e interprete di Daniele Mastrogiacomo, e le debordanti accuse di Gino Strada per la mancata liberazione di Rahmatullah Hanefi, prigioniero dei servizi segreti afghani, Romano Prodi riceve un aiuto inatteso, almeno per l’opinione pubblica: quello di Silvio Berlusconi, che fischia l’alt alle polemiche politiche da parte del centrodestra, dove qualcuno si era spinto a chiedere l’impeachment del premier.
Perché? Un mistero nei misteri? Si può prendere per buona la versione berlusconiana (”Le ragioni umanitarie, il prestigio e il buon nome del Paese vengono prima di tutto”), oppure, contemporaneamente vedere quale scomodo scenario politico, e non solo, questo drammatico strascico del sequestro Mastrogiacomo rischia di aprire non solo per il governo, ma anche per l’opposizione.
Prodi, nella vicenda Afghana, rapimento compreso, ha scelto il metodo suggerito dalla sinistra massimalista: delegare tutto, o quasi, a Gino Strada e ad Emergency, che di quella parte è un’icona e un modello.
Modello anche politico, se Fausto Bertinotti, dopo il rilascio del reporter di Repubblica al prezzo della liberazione di cinque capi talebani si era detto “orgoglioso di vivere in un Paese che segue comportamenti simili. E se Massimo D’Alema e Piero Fassino avevano ipotizzato di coinvolgere i “talebani buoni” in una conferenza di pace per ora proposta solo dall’Italia.
La piega presa dagli avvenimenti minaccia non solo di mandare a gambe all’aria quel modello, ma di far definitivamente franare “la diplomazia alla Gino Strada” alla quale l’Unione sembrava essersi affidata, e che era già finita pesantemente nel mirino degli americani, e poi degli inglesi, dei tedeschi.
Ma anche i governi precedenti, quelli di Berlusconi, hanno evidentemente qualche coda di paglia. Si tratta del ruolo del Sismi nella liberazione degli ostaggi, a cominciare da quello di Giuliana Sgrena in Iraq. Se si osservano le immagini dell’arrivo della Sgrena a Ciampino si nota subito chi c’è a spalancarle il portello dell’aereo di Stato: Marco Mancini, numero due del servizio e braccio operativo dell’allora capo, Nicolò Pollari.
Certo, una differenza c’è, e sostanziale: il Sismi è una branca dello Stato, Emergency no, anzi agisce spesso in antitesi dello Stato. Ma sia attraverso Emergency sia attraverso il Sismi è evidente che molto l’Italia deve aver dato, ai terroristi iracheni ed ai killer afghani, per ottenere il rilascio dei suoi cittadini. Milioni di dollari allora, rilascio di prigionieri ora. Più gli aspetti ancora oscuri che queste trattative hanno sempre con sé.
Come lo stesso Gino Strada ha rivelato, c’è anzi stato un momento nel quale il metodo del centrodestra è andato a braccetto con quello del centrosinistra: per la liberazione di Gabriele Torsello il Sismi avrebbe consegnato due milioni di dollari al mediatore di Emergency, Hanefi. È certo che non conviene né a Prodi, e neppure a Berlusconi, che se ne parli più di tanto. Men che meno in qualche commissione d’inchiesta: qualche altra imbarazzante verità potrebbe venire anche dall’estero, in aggiunta alle accuse già piovute in abbondanza dai governi Nato.

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