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Di Elena Porcelli
C’è chi dà i voti ai professori universitari. E i risultati sono su internet, consultabili da chiunque abbia voglia di sapere se sotto il tocco c’è un pozzo di scienza o solo un barone più dedito agli intrallazzi che alla ricerca. I siti più apprezzati a livello internazionale sono due: Isi Thomson, che fornisce i punteggi se si paga un abbonamento, e Harzing, che è gratuito e aperto a tutti.
Entrambi si basano sul cosiddetto impact factor. In pratica ad avere il punteggio più alto sono quei ricercatori le cui scoperte vengono citate molte volte negli articoli di altri studiosi. Questo vuol dire che si tratta di idee che hanno un forte impatto nel mondo scientifico e costituiscono il punto di partenza per i progressi successivi. Per dimostrare l’importanza dell’impact factor, Isi Thomson tira a indovinare i nomi dei possibili vincitori del premio Nobel prima che vengano annunciati ufficialmente e ci azzecca spesso: quest’anno ha fatto centro per la chimica, la medicina e l’economia.
Nei paesi anglosassoni gli indici di impatto, come quelli forniti da Harzing e Isi Thomson, sono tenuti in gran conto quando si assegna una cattedra universitaria, soprattutto nelle facoltà scientifiche. In Italia la situazione varia a seconda delle discipline. “Nei concorsi della mia materia” dice a Panorama Vincenzo Balzani, professore ordinario di chimica generale e inorganica all’Università di Bologna, “l’impact factor è la prima cosa che guardiamo per valutare un candidato”.
È più autorevole Isi Thomson o Harzing? “Lo sono tutti e due, in modo diverso” risponde il docente. “Il primo tiene conto solo delle pubblicazioni più recenti e segnala chi sta lavorando bene al momento, il secondo dà una visione più ampia dell’intera carriera, perché tiene conto di tutte le pubblicazioni presenti su Google Scholar, il motore di ricerca specializzato nelle pubblicazioni scientifiche”.
Balzani è fra gli 83 studiosi italiani presenti nel sito Isihighlycited.com, che è basato sui punteggi Isi Thomson ed elenca i ricercatori che si classificano tra i 250 a più alto impatto nella propria materia al mondo. La lista riserva alcune sorprese. Non ci sono, per esempio, l’oncologo Umberto Veronesi e il Nobel per la fisica Carlo Rubbia, ai quali Harzing attribuisce invece un h-index (punteggio che misura l’impact factor) ragguardevole: 62 al primo e 44 al secondo.
David Pendlebury, uno dei “citation analyst” di Thomson Reuters, cioè un professionista che si occupa di spulciare le riviste scientifiche e contare le citazioni, spiega così le assenze: “Nel caso di Rubbia si tratta di quel fenomeno che i sociologi della scienza chiamano obliterazione per incorporazione. La scoperta delle particelle W e Z da parte del fisico italiano è stata assorbita così rapidamente e profondamente dalla comunità scientifica che gli addetti ai lavori la danno per scontata. Del resto succede lo stesso con la teoria della relatività: gli scienziati la usano sempre ma nessuno cita Albert Einstein, tanto tutti sanno chi è”. Per Umberto Veronesi è diverso, ammette Pendlebury: “I suoi lavori più citati sul tumore al seno risalgono alla fine degli anni Novanta, ma la lista è stata preparata sulla base delle pubblicazioni tra il 1981 e il 1999, per cui il grosso delle sue citazioni non è stato contato. Ci stiamo aggiornando e presto avrà il posto che gli spetta”.
Questo dimostra che gli indici di impact factor basati sulle citazioni non sono affidabili al 100 per cento. Anne-Wil Harzing, docente di management interculturale e internazionale all’Università di Melbourne e ideatrice del programma Publish or perish (Pubblica o muori), liberamente scaricabile dal suo sito www. harzing.com, confessa a Panorama: “Uno studioso che ha un punteggio alto è sicuramente molto bravo. Ma non vale l’inverso. Chi, per esempio, studia un argomento molto ristretto o scrive in lingue diverse dall’inglese può avere poche citazioni malgrado il valore dei suoi lavori”.
Molti studiosi anglosassoni hanno il provincialismo di leggere e citare quasi solo le ricerche scritte nella loro lingua (spesso non ne conoscono altre). “Per questo noi scienziati pubblichiamo solo in inglese” commenta Balzani “ma non si può certo pretendere lo stesso dagli umanisti”.
Questo provoca strane differenze tra studiosi. Umberto Eco, ordinario di semiotica a Bologna, ha un rispettabile h-index di 27, Tullio De Mauro, autore del celebre dizionario e docente ordinario di linguistica italiana alla Sapienza, un misero 3. “Penso che dipenda dal fatto che le ricerche di Eco sono state tradotte in inglese mentre De Mauro ha pubblicato quasi solo in italiano, e che pochi dei suoi lavori sono su internet” spiega Harzing. “Publish or perish, infatti, non cerca le citazioni, si limita a elaborare quelle trovate da Google Scholar, che, a differenza di Isi Thomson, tiene conto di più riviste e anche dei libri, ma non è affatto perfetto”.

Il matematico impertinente Piergiorgio Odifreddi sconta con un 5 la scelta di dedicarsi più alla propaganda antireligiosa che ai numeri. I filosofi Giulio Giorello e Massimo Cacciari rimediano un 2. E lo psicoanalista Umberto Galimberti li eguaglia tristemente.
Nelle facoltà umanistiche italiane, per questo motivo, gli indici non sono tenuti in grande considerazione. E per le materie giuridiche non ne esistono, né di internazionali, anche perché avrebbero poco senso, visto che ogni paese ha il proprio sistema giuridico, né di nazionali. Per valutare un docente bisogna affidarsi ad altri strumenti. “In ogni caso” sostiene Harzing “secondo me il giudizio deve sempre essere olistico. Ci sono studiosi poco citati nelle riviste scientifiche che hanno un impatto importantissimo sulla vita delle persone. Per esempio, in Australia abbiamo sociologi che hanno cambiato il modo in cui le aziende trattano le donne e gli immigrati. Non sempre il contributo di un docente al progresso si può misurare con un numero”.
Le idee di un filosofo o di un economista, pubblicate su un giornale a larga diffusione, possono cambiare la politica e la società di una nazione, eppure questo non fa salire il suo h-index o l’Isi Thompson.
L’impact factor, infatti, è misurato esclusivamente sulla base delle citazioni nelle riviste “peer reviewed”, cioè quelle pubblicazioni scientifiche specializzate che accettano solo articoli approvati da due o più autorevoli esperti della materia, ufficialmente ignari dell’identità dell’autore.
Tenuto conto di questi limiti, sarebbe utile introdurre per legge la valutazione dell’impact factor nei concorsi per le discipline scientifiche e tecniche? “Certo” risponde il prorettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone “perché introdurrebbe un elemento di trasparenza. Tuttavia non può essere l’unico fattore. Noi preferiamo valutare i dipartimenti del Politecnico chiedendo ai massimi esperti mondiali di ciascuna materia di esaminare le pubblicazioni dei nostri ricercatori. E in base ai loro giudizi assegniamo i finanziamenti per gli anni successivi. Secondo me anche lo Stato dovrebbe fare così: invece di tagliare i fondi per la ricerca indiscriminatamente, potrebbe assegnare i soldi solo alle università con i risultati migliori. Allora le altre sarebbero spinte davvero a darsi da fare”.
Gli indici di impact factor valutano la ricerca ma c’è qualcuno che verifica che i docenti sappiano anche insegnare? A livello individuale il controllo in Italia avviene una volta sola: il concorso da professore associato prevede anche una prova didattica, durante la quale il candidato deve tenere una lezione davanti alla commissione, che gli dà il voto. Poi basta. Alcune facoltà distribuiscono questionari anonimi sui professori agli studenti, però i risultati non hanno effetti concreti sulla carriera di quelli che risultano noiosi, assenteisti o eccessivamente esigenti.
Gli unici punteggi internazionali che tengono conto della didattica vengono dati alle università, non ai singoli docenti. Per esempio dai siti www.arwu.org e www.timeshighereducation.co.uk. Tra i fattori considerati nella valutazione dell’ateneo, oltre ai risultati delle ricerche, c’è il numero di ex studenti che sono diventati alti funzionari o top manager, oppure l’opinione dei direttori del personale delle più importanti aziende del mondo.
Prima le rivelazioni (poi ritrattate) di un pentito che ha rivelato (e poi smentito) l’esistenza di un piano per uccidere lui e la sua scorta. Quindi l’annuncio shock dello scrittore: “Andrò via dall’Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà. Voglio riprendermi la mia vita. Ho soltanto ventotto anni!”.
E poi? Adesso è tutto un coro (trasversale, che si alza da ogni direzione: da destra e da sinistra, rarissimo e apprezzabile caso di mozione bipartisan) di solidarietà, amicizia, vicinanza.
Nell’ordine: ci sono proposte di insignire con la cittadinanza onoraria sia al Comune di Scandicci, sia presso l’amministrazione di Gianni Alemanno, sindaco della Capitale. Canale 5 ha annunciato che riproporrà venerdì 17 sera, in una fascia di massimo ascolto, la puntata di Matrix con il colloquio tra Enrico Mentana e Saviano “per l’alto valore civile della testimonianza dell’autore di Gomorra”. Non è finita: Salman Rushdie, a suo tempo colpito a suo tempo da una “fatwa” dell’Iran per i suoi scritti, da Parigi si è preoccupato di avvertire che “Saviano corre un pericolo terribile e dovrà scegliere molto prudentemente il suo luogo di destinazione se lascerà l’Italia”. E ancora: “Saviano non deve sentirsi solo, la Cgil conferma il suo impegno in prima linea: il prossimo 19 novembre” fa sapere la segretaria confederale della Cgil, con delega al Mezzogiorno, Vera Lamonica, “proprio a Casal di Principe, organizzeremo una grande iniziativa di massa che ponga al centro i temi del lavoro, dell’economia e della legalità”.
Un altro segnale: la riunione che la commissione cultura della Camera potrebbe tenere a Casal di Principe: “Un gesto di forte valenza simbolica”, lo ha definito il deputato dell’Idv Giuseppe Giulietti che ha formulato la proposta insieme a Fabio Granata del Pdl, riscuotendo l’assenso del presidente della Camera Gianfranco Fini.
Da aggiungere: a Roma, alla Casa della memoria, per tutta la giornata del 21 ottobre verrà letto ad alta voce il best seller Gomorra; un’altra lettura si terrà ad Orvieto il 25 e il 26 ottobre per la Notte bianca di Resistenza e Solidarietà con Roberto Saviano. In radio, sono molti gli ascoltatori di Fahrenheit, il programma di Radiotre, che si sono prenotati per la staffetta di lettura integrale di Gomorra fissata anche questa per il 21 ottobre. Sostegno anche dal mondo del calcio: i tifosi granata della curva Primavera attendono l’ok delle autorità per esporre il loro striscione “Saviano uno di noi”, durante Torino-Cagliari di domenica.
Ma non ci sono solo politici (di tutti gli schieramenti) o rappresentanti delle istituzioni. Anche la gente comune cerca in tutti i modi di contattare e mandare messaggi allo scrittore napoletano. Ma, vivendo Saviano appartato e sotto scorta, l’unico modo per avvicinarlo è il web. E infatti: “Ciao Roberto, non mollare, anche se comprendo la tua sofferenza, la tua soltudine e la tua voglia di andare via da questo paese a volte così poco civile” scrive Raffaello sul profilo Facebook di Saviano. “Continuerai ad avere la nostra stima, la nostra fiducia e la nostra gratitudine se te ne andrai e ovunque tu sarai! Hai squarciato il velo… prenditi cura di te! La tua rabbia è anche la nostra!”, dice invece Michela.
La mobilitazione è così vasta che i ragazzi dello staff che gestisce il profilo Facebook di Saviano hanno dovuto cercare di porre un limite alle richieste di amicizia: il suo profilo è stato letteralmente preso d’assalto da chi voleva manifestargli la sua solidarietà o lasciare anche solo un pensiero, una riflessione.
Nelle stesse ore si sono moltiplicati anche i gruppi dedicati allo scrittore campano che hanno proposto ogni sorta di iniziativa: “Nessuno tocchi Saviano”, che ha raggiunto già più di 13.000 membri, ha raccolto le firme dei membri per inviare un appello al Presidente della Repubblica in difesa di Saviano, mentre il gruppo “Proponiamo Roberto Saviano per il premio Nobel per la Pace” rende esplicito il proprio scopo fin dal nome.
Ingorgo anche sulla pagina di Saviano sul rivale di Fb: MySPace. Quasi si fosse aperta una “gara” tra i due siti a chi dà maggiore spazio agli amici dello scrittore partenopeo. E infatti anche qui: pagine e pagine di commenti, saluti, abbracci (virtuali). E infine quell’immagine dello scrittore, ricostruita mediante la composizione ed il ritocco di circa mille foto di cittadini di Caserta che hanno voluto contribuire offrendo il proprio volto per il progetto “Una foto per Saviano”, commissionato dall’Amministrazione Provinciale.
Da che parte stia la Rete, insomma, pare abbastanza chiaro: Saviano per molti è ormai un simbolo in carne e ossa della legalità. Anche se lui stesso proprio da Mentana ha detto di volersi (e doversi) considerare “solo uno scrittore”. Forse perché, come ha ricordato anche il ministro dell’Interno Maroni, in visita a Napoli: “La lotta alla criminalità la fanno polizia, magistratura, imprenditori, che sono in prima linea“, invitando Saviano a non lasciare l’Italia. Forse perché come diceva Brecht: “Beato il Paese che non ha bisogno di eroi”.
Di fatto, semplice scrittore o eroe antimafia, Saviano è diventato un’icona da salvaguardare. E oltre all’importanza della mobilitazione “cultural-internettiana” tocca allo Stato il dovere di proteggerlo. Concretamente.
Il VIDEO di Youtube della puntata di Matrix:
Mantova e Sabbioneta, poi la Ferrovia Retica, che attraversa le Alpi tra Italia e Svizzera: sono da martedì “Patrimonio mondiale dell’umanità”. Le prime sono considerate “eccezionali testimonianze dell’architettura e dell’urbanistica del Rinascimento”. Con loro entrano a far parte della lista stilata dall’Unesco anche il Monte Titano e il centro storico di San Marino, portando per la prima volta la minuscola Repubblica ad ottenere il prestigioso riconoscimento. Lo ha deciso il Comitato dell’Unesco che vaglia le candidature, riunito per la trentaduesima volta nella sua storia, in Canada, a Quebec City, in una sessione fiume che terminerà domani. Tra ieri e lunedì, il Comitato ha aggiunto alla lista dei siti bollati “World Heritage” 27 località, diciannove scelte per l’importanza culturale e otto per quella naturale. Una massiccia infornata che si va ad aggiungere agli 851 siti già presenti nelle liste dell’Unesco, aperte nel 1972, e che rende più saldo il primato assoluto italiano. Con l’ingresso di Mantova e Sabbioneta — la «Piccola Atene» voluta dal duca Vespasiano Gonzaga — e della ferrovia dell’Albula e del Bernina (a metà con la Svizzera), l’Italia arriva ora ad avere 43 siti riconosciuti di “eccezionale valore universale”.
Uscendo dall’Italia, si aggiudicano un posto in lista anche due città della Malaysia — Melaka e George Town — la pianura di Stari Grad in Croazia, le fortificazioni erette in Francia da monsieur Sébastien de Vauban, ingegnere militare del Re Sole, un complesso di sei edifici costruiti a Berlino tra il 1910 e il 1933, le chiese di legno dei Carpazi, in Slovacchia. E ancora, il tempio cambogiano di Preah Vinear, il sito di Joggins in Nuova Scozia (Canada), il monte Sanqingshan in Cina, il villaggio di Camagüey a Cuba, le lagune della Nuova Caledonia francese, l’isola di Surtsey in Islanda, le steppe di Saryaka in Kazakhistan, la foresta sacra di Mijikenda Kaya in Kenya, l’arcipelago yemenita di Socotra, la regione del Sardona in Svizzera, ben tre siti messicani (San Miguel, il santuario di Jésus di Nazareth e la riserva della farfalla Mariposa Monarca), i monasteri armeni del-l’Iran, i Tulou del Fujian in Cina, la penisola di Le Morne (Mauritius) e i luoghi santi Baha’i in Israele.
Quest’anno, però, uno dei portabandiera del made in Italy ambientale rischiava di vedersi scippato il bollino Unesco: l’arcipelago delle Eolie. Scongiurata dai commissari di Quebec City l’ipotesi di cancellazione, le isole escono dalla lista dei beni a rischio ma restano comunque delle “sorvegliate speciali”.

La vittoria di Milano come sede per l’Expo 2015 ha generato feste carnevalesche, abbracci bipartisan tra Romano Prodi e Letizia Moratti, e pure lo sciogliersi dell’algido sindaco milanese in danze, nella festa cittadina seguita lungo corso Buenos Aires (video da Youtube). Ma alla gioia presto sono seguite le polemiche, tra chi esterna preoccupazioni di tipo estetico, chi lamenta speculazioni, chi ne fa una questione ambientale. Dopo le critiche del Molleggiato, che aveva paventato una colata di cemento su Milano, arrivano anche quelle di Silvio Berlusconi, che non gradisce il progetto City Life, ovvero la costruzione di tre nuovi grattacieli sull’area della ex fiera, firmati Daniel Libeskind, Arata Isozaki, Zaha Hadid e Pier Paolo Maggiora. “Non hanno nulla a che fare con la tradizione, l’architettura, l’immagine e l’urbanistica milanese” ha commentato il leader del PdL. “Credo che rientreranno. L’Expo è una grande occasione di crescita anche urbana, io immagino che possa accadere quello che è accaduto nel 1906 che ci ha lasciato in eredità la vecchia fiera”.
E come se non bastasse, ai giudizi negativi di varia natura, si aggiungono quelli di carattere informatico. Oggetto degli strali è il sito di Expo 2015. “Partiamo già male con questo sito a dir poco inguardabile, tanto che citerei per danni chi ha permesso la messa on line di questo scempio” è uno dei primi commenti in internet alla notizia della vittoria di Milano su Smirne. Per i blogger si tratta di un portale inguardabile, che danneggia l’immagine dell’Italia. E il pensiero non può che volare a qualche mese fa, al disastroso sito Italia.it, per cui tanti furono i soldi spesi, quante le veementi critiche, le figuracce e gli errori contenuti. Infatti Lospremiagrumi scrive: “già col sito italia.it avevamo fatto ridere il resto del mondo, questa volta riderà il resto dell’universo … rovinate l’immagine del paese con queste operazioni di basso profilo!”.
Firmiamo.it lancia una petizione con raccolta di firme per chiudere il portale “in quanto, la bassa qualità con cui è stato creato, danneggia l’immagine di Milano e del resto d’Italia o meglio dei cittadini e di tutti i professionisti che vi abitano e lavorano”. Dal suo blog Marco Camisani Calzolari, notando come già la scelta del dominio sia pessima (www.milanoexpo-2015.com, con quel fastidioso trattino poco pronunciabile), evidenzia che la versione inglese del portale è mezza in italiano. E lancia una proposta costruttiva ai blogger e agli esperti della Rete: “Facciamo tutti insieme il sito dell’Expo 2015“. Raccogliendo consensi: “è una grande idea! Anche io ho sofferto ieri sera (31 marzo, ndr) quando dopo molte ore dalla vittoria, il sito ufficiale dell’Expo, in cui si faceva fatica ad entrare probabilmente per un picco di accessi, non riportava ancora l’informazione della vittoria” commenta Edoardo Colombo. E da milano.blogosfere: “Diciamolo senza timori: per un sito come quello dell’Expo 2015 sarebbe auspicabile una progettazione e una gestione da parte di chi il web 2.0 lo mastica”. Tutti per uno, uno per tutti, è presto nato un forum per coordinare il gruppo di lavoro per il rifacimento del sito: milano2015.it.
La speranza è che l’ardore dei blogger non sia destinato a cadere nel vuoto come nel caso di Ritalia.eu, il progetto di rifacimento di Italia.it. Di sicuro, se non per i cultori del web 2.0 almeno per gli amanti dell’ortografia, un primo passo per il sito di Expo 2015 sarebbe correggere gli errori ortografici che campeggiano già in home page, con i “Perchè” scritti con un irritante accento grave, anziché acuto. Ahimè, anzi, ahimé.
LEGGI ANCHE: Milano: è già cominciata la caccia al tesoro dell’Expo 2015. Guarda la GALLERY dei progetti. Partecipa al FORUM

E Forza Italia cambia indirizzo. Quello sul web, ovviamente. Che diventa: www.votaberlusconi.it. Data ormai per fatta la fusione politica con An, anche on line il partito azzurro si rinnova, si allarga e si re-indirizza: da Fi a Pdl. Con tanto di simbolo e parola d’ordine dell’imminente campagna elettorale: “La sinistra ha messo il paese in ginocchio, rialzati Italia!”.
L’immagine raffigura una matita che fa una croce sul simbolo, poi lo slogan in bianco su sfondo azzurro. Tantissimi i banner e i collegamenti con altri siti o iniziative le più diverse. Infine, in basso nella pagina, una breve frase di sfottò contro il sindaco e leader del Pd: “Non ho capito W. chi vuole imitare: se Obama o Alberto Sordi in Un Americano a Roma“. Attacchi (politici) rintracciabili anche cliccando sul forum, preceduti da una doverosa premessa: “Ovviamente” si legge nel forum “i messaggi pubblicati non riflettono sempre la posizione ufficiale di Forza Italia”.
Ma essendo il forum uno spazio per la riflessione e la discussione libera, ecco Antonio59: “Veltronix: Ma quante belle parole, Sniff!!.. sembrava recitare una poesia vecchia come lui..”. Poi Rocco: “Dio mio, ma Veltroni chi crede di essere diventato, l’Obama bianco? Ci manca solo che faccia il videoclip di Si può fare con le facce note della fiction Rai”.
Infine ci sono interventi controcorrente: quello di un ex elettore azzurro, oggi dubbioso (”Pur avendo votato Forza Italia nelle passate elezioni” scrive Federico “ritengo che la proposta politica più interessante al momento sia quella del Partito Democratico. Vedremo..”) e un paio che toccano il nodo ancora scoperto delle alleanze. Ai navigatori azzurri non piacciono per esempio quelle con i “pugnalatori” di Romano Prodi: “la casa dei moderati” osserva Vincenzo “non può essere un calderone!! non metteteli in lista - W i giovani”. Infine Andrea: “Diamo un vero segno di rinnovamento: LASCIAMO MASTELLA A CASA”.
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La campagna elettorale è iniziata. A cominciare dagli slogan: “Rialzati Italia” è il motto scelto da Berlusconi, mentre Veltroni ha optato per: “Si può fare”. Quale vi convince di più?

Anno nuovo… nuovo Prodi. In tutto e per tutto. Il 2008 pare che il premier l’abbia inaugurato in modo diverso. Per esempio negli atteggiamenti (più grintosi) con gli alleati e con una nuova linea di comunicazione con i cittadini.
Da sempre convinto che la debolezza del suo governo derivasse in parte dalla scarsa capacità di comunicazione, Romano Prodi ha accolto con felicità il lancio del nuovo webmagazine (www.governoinforma.it), messo in piedi per rendere più chiaro e trasparente il rapporto tra l’esecutivo e i cittadini. Per dire agli italiani quanto il governo abbia fino adesso fatto e quanto ancora debba fare, al Prof non bastavano insomma i siti istituzionali e tradizionali di Palazzo Chigi, governo.it (ed .eu), governoitaliano.it, italia.gov.it.
Quindi, un sito nuovo (l’ennesimo). E voilà: uscito dal cilindro dell’Unità di comunicazione del Governo di Palazzo Chigi (la squadra di Silvio Sircana). Una sorta di giornale on line, più precisamente un magazine, “dedicato al dialogo con i cittadini, realizzato grazie alla partecipazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dei Ministeri”.
A lavorarci sono sette giornalisti (più un direttore: Lelio Alfonso, responsabile della comunicazione istituzionale e del Governo, conosciuto nella blogosfera come uno dei pochi interlocutori disponibili a rispondere del disastro di Italia.it) con il compito di seguire e aggiornare le quattro, corpose, sezioni del portale, diverse per colore e contenuti: due spazi dedicati all’informazione, Primo piano e Azione di Governo, uno, La vostra opinione, all’interazione con i cittadini (per lo più sondaggi d’opinione sulle decisione prese dall’esecutivo) e Multimedia.
Per districarsi in questa mole di lavoro, la redazione di Governoinforma può contare sulla collaborazione del Consorzio CASPUR, per la parte tecnica; Officine Digitali, per il logo e la grafica; Infoleges, per l’assistenza redazionale. E infine dalla Rei, che sta per “Rete di eccellenza dell’italiano istituzionale, per la qualità del linguaggio”. Che, a proposito, lancia un decalogo stilistico e grammaticale a uso dei portavoce dei ministeri. Dove spiccano due raccomandazioni, buone per alunni di una scuola media: “Il soggetto dei verbi va sempre espresso, anche a costo di essere ripetitivi” e “Il soggetto è sempre quello che compie l’azione“.
Di fronte a questo ennesimo dominio la rete si sta già interrogando: ce n’era davvero bisogno? E soprattutto, visto che il portale serve alla comunicazione, perché non vengono comunicate le spese di gestione della comunicazione istituzionale del governo? Il flop di Italia.it non è ancora stato dimenticato…
[/i]<br />](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_macchinaelettorale.jpg)
La nuova macchina elettorale per garantire stabilità
Chiusa in se stessa (o nelle stanze del Palazzo), quando tenta di uscire e mostrarsi alla gente, la “Casta” zoppica. Perché non conosce bene le forme di una comunicazione in grado di raggiungere tutti i suoi elettori. E sui nuovi media (sul web, in particolare) è in continuo ritardo. Tanto che la rete è appannaggio degli outsider stile Grillo.
Sono le conclusioni a cui sono giunti il sociologo Francesco Pira, professore di comunicazione pubblica e sociale e relazioni pubbliche dell’Università degli Studi di Udine, ed il giovane esperto di comunicazione Luca Gaudiano, Consulente del Ministero delle Politiche Agricole in un volume appena uscito in un’edizione aggiornata e rivoluzionata de La Nuova Comunicazione Politica. Dal volantini al blog, dalla radio a Second Life, edito dalla Franco Angeli.
“Abbiamo voluto mettere in evidenza le potenzialità e gli aspetti più innovativi che l’era digitale offre alla comunicazione di partiti e candidati, e che dai più non vengono sfruttate, e nemmeno studiate e comprese a pieno”, esordisce il professore.
Pira, non sarà mica questa poca familiarità con le nuove tecnologie a tenere la politica italiana lontana dai giovani?
E invece sì. Con le dovute e lodevoli eccezioni, la distanza delle nuove generazioni dall’attività politica non dipende dalla poca voglia dei primi. Una ricerca della Unione Europea, ripresa anche dalla Doxa, lo dimostra. Piuttosto dipende dal fatto che la politica è per i ragazzi incomprensibile. E dal loro punto di vista hanno ragione: come si fa ad appassionarsi al dibattito su “Mattarellum”, “Porcellum” e “Vassallum”?
Eppure nei talk show politici in tv se ne parla quotidianamente…
Infatti i giovani mica la guardano la tv. Anzi, la fanno: coi telefonini o con le videocamere digitali e poi postano tutto su YouTube. Il piccolo schermo conquista ormai solo un pubblico di indecisi e anziani. Le persone più acculturate e ideologizzate cercano risposte altrove.
Sul web. Ma è lì, come lei sostiene, che la politica tentenna?
Sì. Abbiamo notato dei passi avanti rispetto alle precedenti ricerche, ma la situazione è ancora in fieri. Siamo fermi allo stadio della consapevolezza: il Pd pare aver capito che per raggiungere tutti i suoi elettori, soprattutto quelli più giovani, era giunto il momento di aprire un sito basato sulla bidirezionalità.
Cioè?
Sul dialogo continuo tra leader e popolo. O tra gli apparati e la gente. Quando Veltroni parla di partito fluido un po’ intende anche questo, credo.
E nel centrodestra?
So che stanno rifacendo il sito di Forza Italia, anche alla luce del lancio del nuovo partito di Silvio Berlusconi. Speriamo che lo facciano più aperto, cioè che non si limitino a un sondaggio online per la scelta del nome o alla possibilità di scaricare documenti e dossier. Ma che sia uno spazio di continuo contatto tra il partito e chi lo vota.
All’estero succede così?
Sì: se voglio mandare una mail al presidente degli Stati Uniti d’America, vado sul sito di Bush e lo faccio, sapendo che qualcuno mi risponderà. E così su quello di Nicolas Sarkozy o della Ségoléne Royal. Non è un caso che la Royal abbia investito nella campagna elettorale in rete ben due milioni di euro, Sarkozy un milione e Bayrou 500 mila. Non è un caso che il cancelliere tedesco Angela Merkel, settimanalmente, risponda dal suo sito, in video chat, ai suoi concittadini.
Uno scenario impensabile da noi?
Diciamo: ancora di là da venire. Per farlo ci vogliono investimenti sul fronte delle risorse umane. Se i partiti e le istituzioni assumessero gruppi di giovani a cui affidare la comunicazione sarebbe perfetto: la “Casta” diventerebbe meno distante e comincerebbe a parlare un linguaggio a tutti comprensibile.
Insomma, più YouTube per tutti
Se la vogliamo dire con uno slogan…

Sta scontando nel carcere milanese di Opera una condanna complessiva a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione. È accusato di sette omicidi, di cui quattro attribuiti direttamente alla sua mano, una settantina di rapine, quattro sequestri di persona e di vari tentativi di evasione.
Stavolta però, dopo che anche la grazia gli è stata negata, Renato Vallanzasca ha deciso di evadere sul web. È infatti online, da qualche giorno, il blog del bandito per eccellenza degli anni ‘70, che sul suo nuovo sito annuncia di volersi “sentire vivo anche vivendo fuori dal mondo”.
Il blog è già in rete e nella homepage è riportata una lunghissima lettera dell ‘ex bandito della Comasina. Tra i documenti che, chi cura per lui il sito (poiché la condizione di detenuto non consente a Vallanzasca di connettersi alla rete), ha inserito tra i link anche l’intero testo della domanda di grazia recentemente rifiutata.
L’idea di aprire un suo sito, spiega Vallanzasca, non è nuova: “Era da almeno 4 o 5 anni che intendevo farlo ma poi, per una ragione o per l’altra ho sempre evitato. Negli ultimi 3 poi, la spinta a mettermi in rete era ancora più forte, ma ho evitato di farlo per non lasciare intendere che volessi in qualche modo cercare anche solo qualche timido consenso alla mia domanda di grazia rivolta al capo dello Stato. Ora che tutto è ormai chiarito, non ho più alcuna ragione per negarmi una cosa che mi sta tanto a cuore”.
Vallanzasca ammette di aver sperato nella grazia, anche se, dice, “non era una scommessa su cui avrei puntato chissà cosa”. E aggiunge: “La cosa non mi ha destabilizzato che per qualche minuto! Dopo di che ho pensato a ricominciare a pensare a quello che avrei dovuto fare per sopravvivere senza la grazia”.
L’ex bandito fa capire che non presenterà alcuna altra istanza e spiega di aver capito che la sua domanda di grazia non sarebbe stata accolta quando “qualcuno in altissimo loco”, riferisce, è arrivato a dire: “Di principio non avrei nulla da ridire per la Grazia a Vallanzasca, perché al di là dei non pochi disastri di cui si è reso responsabile, non si può negare che di galera se ne sia fatta come nessun altro!.. pur non essendo il peggiore in assoluto: Lui almeno non ha mai accampato scuse sociologiche o facendo piagnistei, non esito a definirlo un “bandito onesto”!… La sua sfortuna è stata l’indulto dato a pioggia, le polemiche che ne sono susseguite e il momento difficile ed emergenziale che stiamo attraversando: basta pensare a Vallettopoli!…”.
Un altro motivo che ha spinto Vallanzasca ad aprire uno spazio nel quale poter esprimere in modo diretto il proprio pensiero è la diffidenza, per usare un eufemismo, che prova nei confronti della stampa: “Sono anni” scrive Vallanzasca “che tento di chiedere ai tanti giornalisti che da sempre mi contattano per un’intervista non certo di essere benigni, o peggio, compassionevoli, nei miei riguardi, ma solo di essere fedeli nel riportare le mie parole”.
Richieste che, salvo qualche caso, sono andate totalmente inevase: “Posso dire di aver incontrato anche dei Galantuomini nell’informazione! Ma, ahimé, per quel che mi consta, si tratta di una sparuta minoranza!”.
E allora il bel René si è convertito al giornalismo dal basso.Per poter sparare in libertà. Come ai vecchi tempi. Come alla Comasina.