Il weekend dell’11 ottobre nell’ippodromo di Tor di Valle, nelle campagne romane, c’erano circa mille persone. Famiglie con bambini, anziani appassionati e un gruppo di impreditori arrivati apposta dalla Russia per assistere a una delle corse di trotto più importanti del mondo. Sono rimasti delusi: molti proprietari hanno ritirato i cavalli dalla gara e il derby di trotto non c’è stato.
Questa non è stata l’unica corsa a saltare. Da settimane in tutti gli ippodromi d’Italia non vola una mosca per un’agitazione proclamata dai proprietari, dagli allevatori e dai fantini che lamentano montepremi troppo bassi per coprire i costi di gestione. In questi giorni è al vaglio del Parlamento un decreto che la Lega ha emendato con una norma che potrebbe fare entrare nelle casse dell’Unire, l’Unione nazionale per l’incremento delle razze equine, ben 180 milioni di euro. La categoria dunque resta in attesa preoccupata.
Il virus della crisi che ha portato gli ippodromi a chiudere i battenti è il calo di scommesse. Le corse di cavalli non appassionano più: dal 2003 a oggi il totale degli euro raccolti è passato da 2,9 miliardi di euro ai 2,6 stimati per il 2008. Ribassi che in pratica significano meno soldi per i montepremi delle gare e dunque decine di migliaia di posti di lavoro a rischio. Gli impiegati del settore da settimane stanno attirando l’attenzione delle istituzioni manifestando e portando i cavalli in piazza.
Una delle polemiche sollevate dalle associazioni di categoria riguarda le slot machine presenti negli ippodromi e nelle agenzie ippiche i cui introiti, pur trovandosi in «territorio ippico», non vanno nemmeno in parte all’Unire. Una delle richieste della categoria è di fare confluire una fetta di questi incassi all’ippica. Richiesta che dopo l’interessamento del ministro dell’Agricoltura Luca Zaia, responsabile del settore, è stata tradotta in un emendamento di un decreto al voto in questi giorni. Se verrà approvato l’1 per cento degli incassi di queste slot machine andrà all’Unire che ha stimato un incasso di 180 milioni di euro.
La crisi dell’ippica però non è solo finanziaria, anche l’immagine del gioco è sbiadita. Gli anni degli ippodromi colmi di gente ad acclamare Varenne sono passati e gli scommettitori anno dopo anno si allontanano. La ricetta del ministro Zaia è correre meno ma con più cavalli di qualità . «Da noi ci sono troppe corse» afferma il ministro. «C’è bisogno di più qualità e di cavalli che facciano tempi da record».
Oggi gli allevatori ricevono sovvenzioni dall’Unire anche in base al numero di cavalli che hanno nelle scuderie. «Questo denaro dev’essere distribuito in base alla qualità del cavallo» dice Snai. «Se distribuiamo denaro in base alla quantità di cavalli nelle scuderie rischiamo di creare una massa di brocchi». Che non solo fanno male agli occhi degli scommettitori, ma anche alle tasche: se in una gara ci sono troppi cavalli scarsi è facile indovinare le prime posizioni e quindi le scommesse vincenti vengono pagate meno.
A scommettere dunque restano solo i veri cultori che però, secondo Zaia, «si stanno ghettizzando sempre di più, l’ippica deve continuare a essere uno sport nazionale con corse appassionanti e soprattutto trasmesse in tv». l
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Superenalotto è uno dei termini italiani più cliccati su internet: a febbraio era al sesto posto su Google dopo parole sempreverdi come “amicizia” e “amore”. Nel mondo solo in Brasile c’è un gioco ricercato in rete quasi quanto il concorso italiano. A riprova che ad appena un decennio dalla nascita il Superenalotto è parte della vita quotidiana.
Per mettere le mani su questo ambito pezzo d’Italia si sta scatenando una bagarre planetaria, una volata internazionale che si concluderà verso la fine dell’anno con la scelta del nuovo gestore.
Nella sfida si sta lanciando l’aristocrazia mondiale del “gaming”: dai tre giganti nazionali del settore, cioè la Lottomatica di Marco Sala, la Sisal di Giorgio Sandi e la Snai di Maurizio Ughi, ai colossi stranieri, come gli inglesi della Stanley e i greci della Intralot. Senza contare le altre multinazionali che ancora non hanno dichiarato il loro interesse, ma che secondo gli esperti lo faranno presto, allettate dalle dimensioni del business: 2 miliardi di euro di giocate. Di affari così ne capita sì e no uno all’anno a livello mondiale perfino nel giro straricco dei giochi.
Fino a oggi il Superenalotto è stato gestito dalla Sisal. È la società che ha inventato il concorso prendendo dalle mani dello Stato il cane morto del vecchio Enalotto e riuscendo non solo a resuscitarlo, ma a farlo correre come un levriero, fino a farlo diventare uno dei punti forti del business italiano dei giochi (35,2 miliardi di raccolta nel 2006) e una delle fonti di gettito più sicure per lo Stato italiano (circa 1 miliardo di euro all’anno).
La Sisal, quindi, non solo non ha sfigurato nella gestione del gioco, ma ha investito parecchio, ha messo in piedi una rete che funziona e in grado di coprire in maniera omogenea tutto il territorio nazionale.
Nonostante questi successi e questi meriti, la società guidata da Sandi rischia di perdere ugualmente la gestione del concorso. Perché il Superenalotto è diventato il terreno su cui si confrontano due visioni opposte del business giochi: da una parte l’Italia che cerca di difendere il principio della riserva di legge sul settore, dall’altra l’Europa e le multinazionali del gaming, con in testa la Stanley di Liverpool, ritengono che anche nei confronti di scommesse e lotterie il principio prevalente da far rispettare sia quello della libertà internazionale di impresa.
Il punto di svolta nella vicenda Superenalotto risale al 31 marzo 2005, quando con un atto unilaterale i Monopoli diretti da Giorgio Tino decisero di allungare per decreto di altri 5 anni la concessione alla Sisal, che nel frattempo era scaduta. Due società estere, l’austriaca Tip 24 e la Stanley, si opposero con fermezza lamentando il fatto che la gestione del gioco fosse stata riassegnata, di fatto, senza gara. La Stanley, in particolare, in questi mesi non ha mai mollato continuando la battaglia in tutti i tribunali d’Italia, fino al Consiglio di Stato, dove è riuscita a spuntarla contro ogni previsione. Perciò lo Stato italiano è stato costretto a correre in fretta ai ripari stabilendo nella Legge finanziaria del 2007 che il Super-enalotto fosse messo a gara e dando ai Monopoli l’incarico di prepararla in fretta per individuare il nuovo gestore entro la fine dell’anno.
Alla Sisal è stata intanto concessa un’altra miniproroga di 6 mesi. Per evitare che il gioco, di fatto, chiuda, e per impedire di conseguenza che lo Stato debba rinunciare all’introito.