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Riparte dalla Spagna la “controriforma” di Benedetto XVI. Oltre 1 milione e mezzo di persone si prevede lo attendano a Madrid dal 16 al 21 agosto 2011 per la Giornata mondiale della gioventù. Una esibizione di forza del fronte cattolico contro il premier socialista José Luis Zapatero.
Nel frattempo il Pontefice ha chiamato svariati presuli spagnoli a ricoprire ruoli chiave in curia: l’ex arcivescovo di Toledo, il cardinale Antonio Cañizares Llovera, è divenuto prefetto della Congregazione per la liturgia; spagnolo anche il nuovo sottosegretario dello stesso dicastero, Juan Miguel Ferrer Grenesche, così come il neosegretario della Congregazione per i vescovi, l’ex nunzio a Madrid, Manuel Monteiro de Castro.
Cammino neocatecumenale, Opus Dei e Cl sono la spina dorsale della riscossa cattolica che parte dalla Penisola iberica. Come dimostra l’ovazione che ha accolto l’intervento al Meeting di Rimini del cardinale Antonio Maria Rouco Varela, arcivescovo di Madrid e presidente dei vescovi spagnoli. Il porporato ha parlato del rapporto fra Chiesa e politica, rivendicando il diritto dei cattolici a far sentire la propria voce in difesa della vita, della famiglia, della libertà di insegnamento.
A margine del Meeting il cardinale Varela si è poi intrattenuto a lungo con Julian Carron, successore di don Luigi Giussani alla guida di Cl. L’Opus Dei si occuperà invece di comunicazione: Santiago de la Cierva, membro dell’Opera, è stato infatti nominato portavoce della Gmg di Madrid.
- Tags: Arcobaleno, elezioni, europee, Prc, Riccardo-Nencini, rimborsi, schede, Sd, socialista, Udeur, urne, Verdi
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di Laura Maragnani
Il socialista Riccardo Nencini prova a fare il duro: “Tranquilli, non ci ammazzano. Solo col tesseramento mettiamo in cassa 1 milione di euro l’anno. Anche senza i rimborsi elettorali per le europee sopravviviamo tranquillamente”. Ma tranquilli ora non sono affatto i tesorieri dei “nanetti”, i partiti che rischiano di non superare la soglia del 4 per cento alle europee. Nel 2004, 7,5 milioni di elettori avevano scelto sigle che ora vedono sfumare non solo i seggi ma anche i rimborsi (250 milioni in totale). Una batosta finanziaria, oltre che politica, a vantaggio dell’accoppiata Pd-Pdl. “Si spartiscono il bottino di democrazia e di finanza” accusa Nencini. E non è l’unico a fare conti amari.
Fino al 2010 conteranno sui rimborsi per le politiche 2006, compresa l’Udeur, che alle ultime elezioni non si è nemmeno presentata (1,091 milioni di euro l’anno). Fino al 2012 arriveranno i rimborsi delle politiche 2008, ossigeno anche per chi, come la Sinistra arcobaleno (1,858 milioni) o i socialisti (498 mila euro), non ha avuto seggi ma ha superato l’1 per cento. Per le europee 2009 però anche la soglia per i rimborsi è al 4. Il 2012 è un incubo. E le regionali del 2010 per molti rischiano di essere l’ultima occasione.
- Tags: centrista, Ds, Europarlamento, Francesco-Rutelli, leader, margherita, Massimo D'Alema, minoranza, opposizione, Pd, Pse, segretario, socialista, Walter Veltroni
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di Stefano Brusadelli
“Veltroni ha una grande occasione. Deve cogliere al balzo la palla che ci offre la vittoria di Barack Obama negli Stati Uniti, preludio all’apertura di un nuovo ciclo democratico in tutto il mondo. Ora abbia il coraggio di portare il Pd su un percorso nuovo, iniziando dalla sua collocazione internazionale, che certo non può essere legata né all’Internazionale socialista né al Partito socialista europeo”. Già nell’aprile del 2007, ancor prima della nascita del Pd, Francesco Rutelli giurava a Panorama: mai nel Pse. Adesso, mentre sta per partire la rincorsa verso le elezioni europee di giugno 2009, l’ex capo della Margherita, leader dell’ala più centrista del partitone veltroniano, conferma e rilancia. Con buona pace di Massimo D’Alema e di Piero Fassino, che proprio mentre Rutelli rilascia questa intervista sono in Messico, al consiglio dell’Internazionale socialista, e stanno lavorando a una federazione tra il Pd e il gruppo del Pse all’Europarlamento.
Lei vuole continuare a terremotare il povero Walter Veltroni, che ha già parecchie grane in Italia…
Al contrario, gli propongo un assist vincente. La grande politica è fatta di novità, di scelte coraggiose. E, del resto, perché è nato il Pd se non per rompere i vecchi schemi novecenteschi?
Rimettere in discussione una qualche forma di collegamento con il campo socialista rischia di sfasciare il partito, dividendo gli ex della Quercia dagli ex della Margherita.
Ma non si può non registrare l’enorme novità rappresentata dalla vittoria di Obama anche nel Congresso, che apre una nuova stagione politica all’insegna di valori che non sono certo quelli socialisti. Cosa c’entra Obama con il socialismo, che è una parola impronunciabile negli Stati Uniti?
Così, senza nemmeno passare per un congresso, lei vorrebbe cambiare identità al Pd?
Un partito nuovo non definisce la sua identità come mediazione tra le identità ex. È matura un’iniziativa internazionale per dare una prima risposta sulla nostra identità: siamo una moderna forza riformista che si è liberata dalle zavorre e dalle divisioni del dopoguerra italiano.
Il socialismo è una zavorra?
L’Italia è cambiata. Non è sopravvissuto uno solo dei partiti del dopoguerra. Sono spariti la Dc, il Pci, il Psi. E anche il mondo è cambiato: oggi i partiti guida del campo progressista sono il Democratic party di Obama, l’Indian national congress di Sonia Gandhi e il Partito dei lavoratori di Luiz Inácio Lula in Brasile. Nessuno fa parte della tradizione socialista.
È un no all’ingresso del Pd nell’Internazionale socialista?
Veltroni deve iniziare da subito (un anno è già trascorso) a lavorare per la creazione di un network di forze democratiche, europee e non. Non una Internazionale, formula ormai superata. Ma un’alleanza tra forze che condividano grandi traguardi: clima, ambiente ed energia; riforma coraggiosa delle istituzioni e delle regole economiche e finanziarie; multilateralismo efficace per combattere povertà, fame, terrorismo, violazione dei diritti umani.
In Europa, tuttavia, come ripete Massimo D’Alema, i socialisti sono un riferimento imprescindibile.
Nulla contro una tradizione di grande valore. Ma è una foto di famiglia datata. Il campo socialista è fatto di partiti in grave difficoltà e a rischio di smottamenti verso la sinistra radicale. I laburisti inglesi non sono più classificabili come una forza socialista. In Francia e in Germania i socialisti hanno perso le elezioni. In Spagna José Luis Zapatero è in difficoltà. Persino in Scandinavia la socialdemocrazia è dovunque all’opposizione.
Le elezioni europee incombono: che cosa dovrebbe fare il Pd?
Anche su questo fronte occorre muoversi subito. Ci sono ancora sei-sette mesi prima del voto. Il Pd deve affrettarsi a promuovere un’alleanza di centrosinistra tra le forze riformiste ed europeiste. Con i socialisti e altre forze ambientaliste e autonomiste c’è l’Alde, l’Associazione dei liberali e democratici europei, che ha 100 europarlamentari a Strasburgo e riunisce partiti di 22 paesi Ue. È un ottimo interlocutore, se vogliamo parlare anche a forze riformiste di centro, perché i socialisti da soli sono nettamente in minoranza.
Non sarà un’idea un po’ velleitaria?
E perché mai? Il Pd rappresenta 12 milioni di voti italiani. Avremmo un numero di seggi sufficiente a cambiare in pochi anni il quadro politico continentale. Guardi cosa è riuscito a fare Silvio Berlusconi con i suoi voti: in Europa era un outsider, oggi è uno dei padroni del Ppe.
Sì, ma intanto alle elezioni di giugno il Pd come va? Collegandosi a chi?
Ci va come Pd. Anche se spero ci siano già le condizioni per promuovere un nuovo raggruppamento nel Parlamento europeo.
E la federazione tra Pd e Pse, alla quale sta lavorando la segreteria del Pd? Non sarebbe accettabile, lasciando al Pd un suo spazio di autonomia?
No, sarebbe una finta autonomia. Basta leggere gli atti e i documenti del Pse, dove viene continuamente riproposto l’orgoglio dell’appartenenza socialista.
Il gruppo del Pse sarebbe anche pronto a cambiare denominazione, a diventare il gruppo dei “socialisti e dei democratici”…
Non mi pare una grande novità. E il Pd sarebbe sempre un ospite in casa d’altri. Con un peso elettorale doppio rispetto ai vecchi Ds.
Insomma, Veltroni dovrebbe sconfessare tutta la tradizione politica alla quale appartiene…
Qui parliamo di orizzonti nuovi, non di difendere ex ds o ex Margherita. Di Obama e della crisi socialista ho già detto. Aggiungo un’altra considerazione: abbiamo visto che anche in Italia le elezioni si perdono o si vincono a seconda del pendolarismo degli elettori moderati. Il Pd è nato per attirare anche quei voti. E adesso vogliamo risospingerli a destra dando al Pd una connotazione europea di sinistra?
La sua proposta sarebbe uno smacco per Veltroni.
No. Veltroni è in grado di assumere un ruolo da protagonista anche in Europa. A Strasburgo la scelta del presidente dell’Europarlamento è affare tra Ppe e Pse. Un nome per uno, meglio se di basso profilo, e poi via alla staffetta: mezza legislatura per uno. Il Pd dovrebbe rompere questo schema compromissorio, proponendo a tutto lo schieramento democratico, socialista, liberaldemocratico, ambientalista, il nome di una grande personalità per la presidenza.
Ha qualche idea?
A titolo di esempio, il liberale belga Guy Verhofstadt, la socialista francese Sègoléne Royal, o l’ambientalista tedesco Joschka Fischer. Il Pd potrebbe avviare subito un giro europeo per lanciare l’iniziativa, che con il suo segno di novità e di rottura degli schemi accompagnerebbe nel modo migliore la costruzione del nuovo soggetto nel quale collocare gli europarlamentari del Pd.
E se invece Veltroni la ignora e tira dritto?
Un partito nuovo non si afferma per forza d’inerzia: prevarrebbe la difesa dello status quo. Né per decisioni prese giorno per giorno. I cicli politici ed economici sono accorciati, ma la profondità della crisi richiede ai leader decisioni impegnative. Più di quando io guidavo la Margherita, dove pure convivevano culture politiche molto diverse, da Antonio Maccanico a Rosy Bindi. Abbiamo deciso sempre insieme, fissando traguardi difficili. Fino al più ambizioso, la nascita del Pd.
Nostalgia della Margherita?
Quando abbiamo sciolto la Margherita, se c’era una cosa certa era che non la stavamo sciogliendo per ritrovarci nel Pse.
Quattro settimane di carcere possono bastare. Per l’ex Presidente della Regione Abruzzo Ottaviano del Turco questo potrebbe essere l’ultimo giorno di carcere. Dopo 28 giorni di reclusione, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pescara, Maria Michela Di Fine, ha firmato l’ordinanza che dispone la fine degli arresti in carcere per lui e gli altri indagati coinvolti nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte tangenti nella sanità abruzzese.
Per del Turco, arrestato lo scorso 14 luglio per tangenti nella sanità, è stata disposta la misura degli arresti domiciliari a Collelongo, suo paese natale. L’ex governatore andrà a casa con i suoi familiari: davanti al carcere è arrivata la convivente, che gli ha portato i vestiti che indosserà per uscire. E’ l’unica ad essere entrata all’interno del carcere. Il figlio Guido è rimasto ad attenderlo fuori.
Oltre a Del Turco la misura degli arresti domiciliari è stata concessa a Lamberto Quarta (ex segretario generale presso la Presidenza della regione Abruzzo), Camillo Cesarone (ex capogruppo del Pd in Consiglio regionale), Gianluca Zelli (ex presidente della società Humangest) e Luigi Conga (ex direttore generale della Asl di Chieti).
LEGGI ANCHE: Perché l’inchiesta a paura al Pd (in .pdf)
Ottaviano Del Turco, ex ministro delle Finanze, nelle elezioni regionali del 3 e 4 aprile 2005 viene eletto presidente della Regione Abruzzo, nelle fila dell’Unione, con il 58,1% dei voti, e lascia l’incarico di Strasburgo. La sua carriera politica inizia molto presto, a Roma, con un apprendistato sindacale nella sede romana dell’Istituto nazionale confederale di assistenza (INCA).
Come sindacalista di area Psi, entra a far parte della segreteria provinciale della Fiom di Roma e quindi approfondisce la sua conoscenza del sindacato dei Metalmeccanici entrando a far parte dell’ufficio di organizzazione centrale della Fiom (Federazione operai Metalmeccanici) della Cgil (1968). Prosegue la carriera sindacale prima guidando per molto tempo la corrente socialista della Cgil e successivamente diventando segretario aggiunto durante la segreteria di Luciano Lama (1970-1986). Nel 1992 lascia il sindacato e un anno dopo diventa segretario nazionale del Psi subentrando a Giorgio Benvenuto, che aveva provvisoriamente sostituito Craxi al momento dell’uscita di quest’ultimo dalla vita politica italiana. Il partito, sconvolto dall’inchiesta Mani pulite, durante la sua segreteria si sfalda, diventando prima SI (Socialisti Italiani) e poi Sdi (Socialisti Democratici Italiani).
Con quest’ultimo movimento, nel 1994 Del Turco viene eletto alla Camera (XII legislatura) nel collegio elettorale di San Lazzaro di Savena e viene nominato vicepresidente della Commissione Affari Esteri; nella successiva legislatura viene eletto al Senato nel collegio di Grosseto per L’Ulivo. Dal 16 maggio 1996 al 6 febbraio 1997 è presidente del gruppo dei senatori di Rinnovamento Italiano. Durante il secondo governo Amato (2000) ricopre l’incarico di ministro delle Finanze. La sua attività politica è legata anche alla Commissione Antimafia, della quale è stato presidente. Nel 2004 viene eletto al Parlamento europeo nella circoscrizione sud, con 180 mila preferenze, per la lista Uniti nell’Ulivo e si iscrive al Partito Socialista Europeo. Nel 2007 fonda l’associazione Alleanza Riformista con l’obiettivo di portare lo Sdi nel Partito Democratico. Ma in seguito al congresso nazionale nel quale prevale la linea del segretario nazionale Boselli, abbandona il partito per confluire con Alleanza Riformista nel Partito Democratico.
Dal 23 maggio 2007 è uno dei 45 membri del Comitato nazionale per il Partito Democratico. Oggi viene arrestato dalla Guardia di Finanza nell’ambito di un’inchiesta sulla sanità condotta dalla Procura della Repubblica di Pescara.

“Noi siamo piccoli ma ci noteranno”, parafrasando un vecchio refrain, sembra essere questo lo slogan che Enrico Boselli sta seguendo. Sì, ce l’ha sta mettendo tutta per non passare inosservato. Qualche settimana fa ha inaugurato la moda dell’abbandono dello studio tv (a Porta a porta), poi subito imitato da altri leader. Contemporaneamente aveva lanciato una campagna aggressiva, cruda, quasi sempre controcorrente: “Sono pensionato e sono incazzato”, dicono i cartelloni pubblicitari col garofano.
Ora l’ultima trovata: ha arruolato niente meno che Gesù Cristo. Perché: “È lui il primo socialista”. Un messaggio che, piaccia o no (qualcuno lo giudica blasfemo), di sicuro fa discutere. È infatti il Nazareno il protagonista di due spot, da 30 e 15 secondi rispettivamente, che il Ps diffonderà, tramite i circuiti televisivi locali, a partire dal 29 marzo (opportunamente dopo Pasqua), per le ultime due settimane di campagna elettorale.
Uno spot che si è già tirato addosso gli anatemi di varie parti politiche, in quella che Boselli ha definito una “censura preventiva, astiosa e violenta” e, in occasione dell’anteprima dello spot per la stampa, aggiunge: “Questa polemica preventiva” ha affermato il candidato premier socialista “corrisponde a un desiderio di censura preventiva. Noi colleghiamo i nostri principi a quelli dell’umanesimo cristiano. E già nel ‘46 i socialisti fecero dell’effigie di Gesù un simbolo della campagna elettorale”.
In effetti nei documenti storici del socialismo italiano l’immagine di Gesù è presente ancor prima che il movimento si costituisse come partito, nel 1892. Infatti in un sito web di vecchi canti socialisti è possibile leggere il testo poetico composto nel 1876 da Giacinto Stivanelli: “A Gesù Nazzareno primo martire del socialismo”, evidentemente un tema centrale in certa letteratura e propaganda del tempo.
E comunque, il movimento socialista, ha aggiunto Boselli, “nasce per difendere i più deboli e il Cristianesimo ha fatto la stessa cosa. Qualcuno dice che questo messaggio è in contraddizione con le nostre precedenti prese di posizione? Noi abbiamo criticato i vertici ecclesiastici quando non condividevamo alcune loro scelte, non abbiamo mai criticato una fede o una religione”.
Lo spot, realizzato dalla regista Katia Simmi con immagini tratte da Jesus Christ Superstar e del Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, con il sottofondo dell’Internazionale in versione elettronica del gruppo militante degli Area, si conclude con lo slogan elettorale: “Chiudi il cerchio, ora vota socialista”.

“Non c’è nulla di sacrilego” dice il vicepresidente del Senato, Gavino Angius “sacrilego era il manifesto della Dc nel ‘48: ‘Nell’urna Stalin non ti vede, ma Dio sì… E poi Gesù, il primo ribelle della storia, è di tutti, di tutti coloro che ne sanno raccogliere la forza del messaggio”.
Un messaggio che serve a “evidenziare” sottolinea il capogruppo Roberto Villetti “la grande ipocrisia di quei politici che pretendono di dirci come dobbiamo comportarci e poi vengono trovati in un bordello… Il messaggio cristiano non riguarda, come in troppi vorrebbero, le questioni dalla cintola in giù, i divieti sessuali; il suo fondamento, su cui convergono i socialisti, è la solidarietà con i poveri, con i più deboli”.
L’ultima battuta è ancora per Boselli: “I dico? Credo che Gesù proprio non se ne occuperebbe, ci sono oggi questioni più serie e più gravi. Non sarebbero certamente la sua preoccupazione principale, anche perché il messaggio cristiano è prima di tutto un messaggio di libertà”.
Ma in molti ora si chiedono perché mai un partito che nel proprio manifesto dei valori ha la difesa del principio di laicità abbia voluto confezionare uno spot televisivo con Gesù come testimonial.

Bologna alle urne per le comunali nel 2008? Se il suo sindaco, Sergio Cofferati, non le esclude, il deputato Franco Grillini (presidente onorario Arcigay, ex Ds, ora approdato ai Socialisti per la Costituente), fa di più. Si candida.
Scatenando una gragnola di dichiarazioni, a partire proprio dal primo cittadino bolognese, che ha commentato lapidario: “Grillini candidato per il centrosinistra? Non ci credo neanche se lo vedo”.
Dal canto suo, lui, intercettato da Panorama.it risponde secco: “Voglio ripetere l’esperienza di Bertrand Delanoe, il politico francese che prima di diventare sindaco di Parigi è stato per 25 anni in consiglio comunale e che non si è mai candidato alla Presidenza della Repubblica, come invece hanno fatto diversi politici d’oltralpe, perché voleva migliorare le condizioni dei cittadini. Io dico la stessa cosa per rendere Bologna più bella”.
Ma non è un po’ presto per le candidature? Fino a prova contraria, le elezioni saranno fissate nel 2009.
Non sono stato io, ma il sindaco a dire che vuole andare a lezioni anticipate. A tutti coloro che hanno parlato di candidatura prematura, rispondo quindi che la loro eventuale proposta rischia di essere ritardataria. E poi io sono un candidato naturale di questa città. Sono bolognese, parlo con un accento bolognese, sono stato presidente di commissione provinciale e due volte deputato. Sono una persona che conosce benissimo la sua città e i suoi problemi. Nessuno me lo può contestare.
È però vero che il fuoco di dichiarazioni è stato incrociato. Gian Guido Naldi, di Sinistra Democratica, ha detto ad esempio che, considerati i voti che ha la possibilità di prendere, lei potrebbe fare al massimo il sindaco di Pianoro, la sua città natale.
Intanto fare il primo cittadino di Pianoro non è affatto una cosa indegna. È tra l’altro anche la città di residenza di Luca Cordero di Montezemolo. E poi queste dichiarazioni sono tutte funzionali a giochi di tattica per rientrare nel Partito Democratico.
Qualcuno le ha però pure ricordato che non molto tempo fa lei era stato ospite di Matrix, ed era proprio uno dei difensori più attivi della linea dura di Cofferati.
Francamente non capisco come facciano a parlare questi esponenti. Insieme a me, c’erano anche loro. Se dobbiamo fare autocritica, la dobbiamo fare tutti. La mia è una candidatura fuori dalle logiche partitiche così come da quelle dei poteri forti. L’unico obiettivo è rendere Bologna ancora più bella, e non utilizzare la poltrona di sindaco per avere una vetrina nazionale, come fanno invece certi altri.