- Tags: Antonio-Manganelli, Arezzo, calcio, campionato, Filippo-Raciti, Gabriele-Sandri, Giancarlo-Abete, giovanna-melandri, Giuliano-Amato, guerriglia, Polizia, questore, società, stadio, tifo, ultrà, violenza
-

Se in Italia la responsabilità fosse pari alla retorica non avremmo giornate come quella di ieri. E non solo nel calcio e nel mondo degli ultrà, ma in generale nella cosa pubblica, nel governo, nell’economia.
Si preferisce invece affidarsi alla retorica, ai messaggi di cordoglio fine a se stessi, ai gesti simbolici (il lutto al braccio, i dieci minuti di ritardo): tutto tranne che dire la verità e prendere decisioni conseguenti. È noto che l’unico fattore unificante degli ultrà è l’odio contro le forze dell’ordine; è altrettanto noto che dai tempi dell’uccisione di Filippo Raciti a Catania le tifoserie violente non aspettano che un pretesto per scatenarsi in tutta Italia.
Ieri uno sventurato agente della Polizia stradale ha servito questo pretesto mettendosi a sparare, senza motivo, lungo un’autostrada per una rissa tra tifosi che, a quanto pare, non meritava che da parte delle forze dell’ordine si ricorresse alla pistola. Ma più che questo poliziotto - che si spera verrà perseguito come è giusto che sia - a offrire quel pretesto su un piatto d’argento è stata tutta la catena dei suoi superiori, dal questore di Arezzo fino al vertice della Polizia, al ministro dell’Interno, ai politici ed anche ai dirigenti del calcio.
Se è colpevole fino alle estreme conseguenze che un ragazzo sia stato ucciso senza colpa ad un autogrill, è surreale che ancora nel pomeriggio inoltrato i suoi capi abbiano insistito sulla tesi dei colpi sparati in aria. Il povero Gabriele Sandri non viaggiava su un disco volante ma su una Renault. Nel merito, il tentativo di colluttazione con tifosi juventini che andavano ad assistere a un’altra partita in un’altra città non richiedeva assolutamente che un militare, dall’altra parte della carreggiata, tirasse fuori la pistola.
Ci voleva molto ad ammettere e spiegare tutto questo? A dire: abbiamo sbagliato, le colpe saranno punite, a mettersi in contatto con la famiglia di Sandri, che oltretutto non era un violento, non aveva precedenti, non viaggiava con gli ultras ma con tre amici?
Forse l’episodio sarebbe stato circoscritto, forse no. In questo caso il Viminale, se avesse saputo gestire la situazione, avrebbe dovuto chiedere alla Lega Calcio o alla Fgci di rinviare il turno di campionato. Oppure il mondo del pallone avrebbe potuto decidere autonomamente: decidere, però, non annullare due partite, far ritardare le altre dei dieci rituali minuti, soccombere alla violenza a Bergamo e Taranto. Insomma, affidarsi al caso, e diciamo che ieri è andata bene così.
Con le loro reticenze e le fughe dalla responsabilità, i capi della Polizia e del Viminale hanno (certo involontariamente) messo a repentaglio l’incolumità di centinaia di altri agenti che ieri sera, soprattutto a Roma, hanno sostenuto la rabbia prevedibile degli ultras. Non solo: interi quartieri e molti cittadini hanno rischiato di trovarsi coinvolti nella guerriglia ed è stato un miracolo che non ci siano andati di mezzo.
Con la loro pavidità i dirigenti del calcio, sempre alla ricerca di coperture politiche, governative e ministeriali, hanno esposto alle stesse conseguenze tifosi normali e calciatori. Il calcio è sempre lì a rivendicare autonomia e altro quando si tratta di soldi e diritti tv, se invece c’è da far saltare un turno di campionato è in balia degli eventi (vedi il famoso derby annullato all’Olimpico due anni fa).
Infine i politici. Walter Veltroni era a Cracovia per accompagnare una scolaresca sui luoghi dell’Olocausto. Iniziativa lodevole, che però, alle prime notizie di una capitale che rischiava di essere messa a ferro e fuoco (qui i video 1 e 2), poteva essere lasciata nelle mani di un assessore. Il sindaco, in questi casi, ha il dovere di esserci. Ancor più penose o inutili le esibizioni degli altri. Fabrizio Cicchitto non ha trovato di meglio che ricordare che il ragazzo ucciso “era un simpatizzante di Forza Italia”. Romano Prodi è apparso in tv da Bologna, come ogni domenica, all’ora dei tortelini, è si è detto “molto, molto preoccupato”. Giovanna Melandri, ministra dello sport, chiede di “fermare tutto il calcio domenica”: peccato che sia già fermo per il turno della Nazionale. Il Quirinale lancia i consueti moniti e auspici che scivolano come l’acqua.
Si sa che il vero braccio di ferro, evidentemente non risolto dai tempi di Filippo Raciti, è tra forse dell’ordine e mondo del pallone, e che la vera guerra è tra poliziotti e carabinieri da una parte, ultras dall’altra. Ieri ci ha rimesso la vita un ragazzo romano ma è stato un miracolo che non sia accaduto di peggio. Peggio, però, che è sempre dietro l’angolo: contro la violenta stupidità delle curve ci vorrebbe una classe dirigente in grado di prendere decisioni chiare e assumersi le proprie responsabilità. Purtroppo non se ne vede traccia.
Partecipa al FORUM
VIDEO servizio: Cori anti-polizia in molti stadi, scontri a Bergamo e Milano
VIDEO servizio: Amato, un tragico errore
- Tags: albergo, camorra, denaro-sporco, droga, edilizia, guardia-di-finanza, hotel, Ignazio-Gibilaro, Mafia, ndrangheta, ricilaggio, Scico, società, truffa
-

La camorra investe in vacanze. Da San Giovanni a Teduccio, popoloso quartiere della periferia sud di Napoli, a Montecatini Terme, tranquilla cittadina immersa nel verde della provincia di Pistoia.
Il clan camorristico dei Formicola attraverso prestanome, società e alberghi lussuosissimi, riciclava in Toscana il denaro sporco messo insieme in Campania. Alberghi come quello del Granduca Leopoldo, uno tra i più conosciuti ed importanti di Montecatini, sono finiti nelle mani dei boss. Ma dopo due anni di indagini, i finanzieri del Gico di Firenze hanno messo sotto sequestro l’hotel e le società Smarthotel srl, Medici srl e Granduca srl, bloccando beni per oltre 10 milioni di euro e recapitando 40 ordinanze di custodia cautelare eseguite tra il centro e il sud Italia.
Perché, che in Campania arrivi o meno l’Esercito come si dibatte in questi giorni, è certo che le mafie si colpiscono innanzitutto scoprendo e attaccando i loro patrimoni.
La Guardia di Finanza nei primi nove mesi di quest’anno ha già ottenuto la confisca di immobili per 247 milioni di euro e il sequestro di 72 aziende. I settori immobiliare, turistico e quello indirettamente collegato dell’edilizia, rimangono storicamente quelli più utilizzati dalle organizzazioni mafiose dove vengono occultati, reinvestiti e trasformati attraverso prestanome e società fasulle centinaia di milioni di euro. Società e imprese che inquinano il libero mercato e che sono fonte inesauribile di risorse finanziarie per le stesse organizzazioni. Il Servizio Centrale Investigazioni Criminalità Organizzata (Scico) della Guardia di Finanza è impegnato proprio nell’individuazione delle associazioni criminali che si “imprenditorializzano”o che utilizzano imprese già esistenti per riciclare denaro sporco, inquinando il tessuto economico legale. Già lo scorso anno, i militari delle Fiamme gialle avevano messo i sigilli a 86 aziende e confiscato centinaia di immobili e quote societarie per un valore di oltre 462 milioni di euro. Nel 2006 e nei primi sei mesi del 2007, le indagini si sono concentrate anche gli interessi economici di Cosa Nostra e hanno permesso di individuare gli investimenti condotti per conto di capimafia come Bernardo Provenzano, Salvatore Riina, Leoluca Bagarella, Salvatore Lo Piccolo e Benedetto Spera. La mafia aveva strutturato imprese per il riciclaggio di denaro sporco prevalentemente in sette regioni italiane: Lombardia, Piemonte, Sardegna, Lazio, Puglia, Calabria e ovviamente la Sicilia.
Ma il dato più allarmante è quello che riguarda la mafia e i finanziamenti pubblici investiti del settore alberghiero-turistico: “L’attacco che la criminalità ha portato al mercato economico ha chiaramente evidenziato la mira privilegiata di approvvigionarsi di capitali alla fonte dei finanziamenti pubblici” spiega il colonnello Ignazio Gibilaro, comandante dello Scico “con risultati che pare superfluo definire catastrofici nella misura in cui hanno stravolto l’efficienza e l’economicità della realizzazione delle opere pubbliche”.

Ignazio Gibilaro
Come nel caso dell’albergo sequestrato a Saline Joniche, nel comune di Montebello Jonico (Reggio Calabria). Le indagini, iniziate nel 2006 e concluse con 8 persone denunciate per truffa aggravata per aver usufruito di incentivi pubblici, hanno accertato che i lavori per la realizzazione dell’albergo iniziati nel 2001 e mai portati a termine, erano stati affidati a due imprese edili che sarebbero legate ad un noto capo cosca della ‘ndrangheta. La struttura ricettiva, cofinanziata dalla Regione Calabria e dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), realizzata a pochi metri dal mare,sarebbe stata composta da 36 camere e suites, con piscina, ristorante e avrebbe accolto ogni anno più di 14 mila ospiti.
“L’esempio di Montebello Jonico dimostra come le organizzazioni malavitose non solo utilizzino il settore immobiliare e turistico-alberghiero per effettuare operazioni di ripulitura di denaro sporco” puntualizza il colonnello Gibilaro “ma riescano anche a ottenere fondi nazionali e comunitari erogati per lo sviluppo alle imprese”. Proprio il business fiorente in Calabria su cui sta facendo luce il sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris.
- Tags: coordinatore, Dl, Ds, Enrico-Letta, Marco-Minniti, Massimo D'Alema, Michele-Emiliano, Pd, primarie, quote-rosa, regionale, Renato-Soru, Rosy-Bindi, sfida, società
-

Lo dicono in tanti, soprattutto tra gli avversari: la nascita del Partito democratico, almeno a livello nazionale, si presenta come una mera confluenza di Ds e Margherita. Una fusione fredda, insomma, decisa nel chiuso delle segreterie dei due partiti.
E sono anche in tanti a pensare che a livello locale (nelle primarie saranno votati i membri dell’assemblea costituente del pd, il segretario nazionale e quelli regionali), al contrario, tale “fusione” sia stata piuttosto calda e turbolenta: il metodo Cencelli messo in piedi dai vertici della Quercia e gli ex popolari per una spartizione delle candidature alle segreterie regionali (11 regioni in quota Ds e 7 in quota Margherita e ai suoi vari petali) ha prodotto situazioni che solo eufemisticamente si potrebbero dire di malcontento e che hanno favorito la presenza in tutte le regioni di più concorrenti. Al candidato “ufficiale”, legato a Walter Veltroni, se ne affiancano così altri, collegati a Rosy Bindi o Enrico Letta, o espressione della base regionale di Ds e Dl, come è avvenuto in Campania. Intanto, la scarsezza di candidature femminili alla segreteria regionale del Pd ha paradossalmente creato una polemica tra le stesse donne dell’Ulivo.
Ecco un quadro della griglia dei candidati, regione per regione.
In Piemonte sarà sfida “fratricida” tra due Margheritini, entrambi sostenitori di Veltroni: il rutelliano Gianluca Susta e l’ex ppi Gianfranco Morgando. Il primo è il candidato ufficiale di Ds e Margherita. La base diessina però ha indicato con forza Morgando. Alla fine Fassino ha detto: “Io sto con Susta, a voi la libertà di scelta”. Risultato: corrono in due.
In Friuli sono stati i Ds locali a ribellarsi all’indicazione nazionale: ed ecco la candidatura di Bruno Zvech (segretario regionale della Quercia), in alternativa a quella ufficiale di Gianfranco Moretton (indicato dalla nomenklatura dl), con una polemica che ha ricordato i toni da “Peppone e don Camillo”, come ha detto Francesco Russo, a sua volta candidato legato ad Enrico Letta. Tenterà la scalata anche Enzo Barazza, già sindaco di Udine, collegato alla Bindi.
In Campania i mal di pancia hanno generato quattro candidati. Dopo il passo indietro di un pezzo da novanta come Ciriaco De Mita, la situazione è questa: l’ex segretario della Dc ha imposto uno suo “uomo”, il deputato Tino Iannuzzi, appoggiato anche dal governatore Antonio Bassolino e dal ticket Veltroni-Franceschini. Ma moltissimi amministratori e dirigenti locali di Ds e Dl sosterranno Salvatore Piccolo, di area popolare. Ad essi si aggiungono il rutelliano Sandro De Franciscis e il professor Eugenio Mazzarella, vicino a Letta.
Un altro nodo complesso, simile a quello campano, è quello siciliano: dove è guerra interna alla Margherita tra rutelliani e mariniani. La candidatura di Giuseppe Lumia (già presidente della commissione Antimafia), parlamentare diessino, è stata stoppata da Roma, a favore del sindaco di Messina Franco Antonio Genovese, vicino al presidente del Senato. Questo ha scatenato l’ira dei rutelliani che hanno messo in campo Ferdinando Latteri, rettore dell’Università di Catania. Un caso a sé è costituito dalla Sardegna: Antonello Cabras, sostenuto da Ds e Dl, sarà sfidato dal governatore Renato Soru, amico di Letta e Veltroni, nonché da Filippo Spanu, indipendente, anch’egli vicino a Letta. In Emilia-Romagna la corsa sembrava andare liscia, ricalcata sulla sfida nazionale. E invece… duello a tre, anche se il vincitore annunciato è Salvatore Caronna, candidato del ticket Veltroni-Franceschini. Palma Costi, candidata diessina, assessore alle Attività produttive di Modena, è legata a Letta. Il bindiano Antonio La Forgia, ex uomo del pci, oggi concentra sul suo nome, dice, “anche lettiani e ecodem”. Molte le pressioni per ritirare la candidatura. Ma lui: “Non ci penso nemmeno”.
Situazione un po’ più chiara, in Lombardia, con il testa a testa Martina-Sarfatti. Il primo è il segretario regionale dei Ds, è il candidato ufficiale, deciso mesi fa da Ds e Dl ed è sostenuto anche da Enrico Letta. Riccardo Sarfatti, ex avversario di Formigoni alla guida del Pirellone, su cui sono confluiti i supporter di Rosy Bindi.
In Abruzzo, al Pd, anzi alla Margherita, è quasi riuscito il colpo di far cadere la giunta di centrosinistra. In lizza sono rimasti due dl: il sindaco di Pescara e candidato «ufficiale», Luciano D’Alfonso, e l’assessore regionale Tommaso Ginoble, sostenuto dal presidente della Regione, Ottaviano Del Turco, che aveva minacciato di dimettersi per protesta contro la candidatura di D’Alfonso. Solo gli interventi del premier Romano Prodi e del “padre” del Partito democratico, l’abruzzese Franco Marini, hanno evitato il peggio.
Niente di eclatante invece in Calabria: corrono in tre, ma tutti d’accordo su un nome: Marco Minniti, viceministro dell’Interno, candidato dalemiano e vincente. Letta tenta la sua carta con una donna, Maria Eugenia Jimenez, colombiana d’origine, da tempo residente in Calabria, esponente della Margherita. Anche Bindi presenta una sua candidata: Mariolina Entrieri.
E proprio il ministro della famiglia ha guastato la blindata corsa del ticket Ds-Dl Andrea Manciulli (segretario regionale dei ds) e Caterina Bini (segreteria regionale della Margherita) facendo scendere in campo in Toscana Cristina Bandinelli, vicepresidente del Cna.

In Puglia si scontrano il sindaco di Bari Michele Emiliano, sostenuto da Veltroni e affiancato niente meno dal ministro degli Esteri, Massimo D’Alema (”sono stato, sempre e solo, candidato in Puglia”, ha detto il vicepremier), e il sottosegretario alla Salute Antonio Gagliano, vicino a Rosy Bindi.
Scenario che si replica in Liguria, dove, dopo una lunga e difficile trattativa, in cui s’è fatto sentire il pressing di Veltroni sull’ex-sindaco di Genova Giuseppe Pericu, il candidato di Ds e Margherita sarà Mario Tullo, segretario regionale della Quercia. “Contro”, per Rosy Bindi, correrà Carla Olivari Flick, insegnante e cognata dell’ex ministro della Giustizia, una delle rare donne in competizione. E l’esclusione delle donne dalle candidature ha fatto infuriare l’ulivista Franca Bimbi, vicina ad Arturo Parisi, che ha accusato Vittoria Franco, capo delle donne Ds, di essersi attenuta a una linea pragmatica e di aver detto “meglio poche che niente”. Sta di fatto che, nonostante i 45 saggi abbiano posto l’obbligo che i candidati siano divisi al 50% per sesso, le donne in corsa per i vertici regionali sono 10 su 52, e nella grande maggioranza dei casi candidate con liste che hanno minori chance di vittoria.
Giochi più o meno fatti nel Lazio: Ds e Margherita hanno scelto come candidato Nicola Zingaretti, segretario dei Ds del Lazio, per la cui candidatura si è molto speso Goffredo Bettini, il senatore diessino braccio destro di Walter Veltroni. E però, a poche ore dalla scadenza dei termini, ha sciolto la riserva Amedeo Piva per Enrico Letta. Piva è consigliere comunale con Veltroni ed ex assessore nella giunta Rutelli. In politica, si sa, tutto è possibile.
Nelle Marche per Walter Veltroni in pista c’è la segretaria regionale dei Ds, Sara Giannini, su cui confluirà anche l’area di Enrico Letta. Rosy Bindi ha invece un suo candidato: Antonio Luccarini, ex-professore di filosofia ed ex assessore.
A salvare le quote rosa, ecco la sfida dell’Umbria. In corsa l’unico candidato donna con chance di vittoria, Maria Pia Bruscolotti (Dl) ex assessore indicata da Veltroni, in ticket con il diessino Wladimiro Boccali. Bindi scende in campo con Serena Innamorati, coordinatrice regionale delle donne Ds .