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“I militari in città non servono. Non siamo in guerra”. Il sindaco di Rho dà ragione a Pisapia - L’INTERVISTA

Militari dislocati a Milano

Militari dislocati a Milano

Andrea Monti

“Non siamo né vogliamo essere in guerra”. È la risposta del sindaco di Rho, 50mila abitanti alle porte di Milano, ai 130 militari inviati dal prefetto Lombardi in dieci Comuni della periferia meneghina. Il primo cittadino Pietro Romano (Pd) si è opposto all’operazione “Strade sicure”, avviata per aumentare la sorveglianza sulle zone considerate a rischio. A Rho, come in tutti gli altri Comuni interessati, i soldati sono arrivati lunedì: ma mentre altrove non ci sono state proteste, Romano ha immediatamente chiesto a Lombardi di riprendersi i militari. Continua

A Milano, passata la neve, fioccano le polemiche. Su Facebook

Milano

L’emergenza è passata, la pioggia e poi il sole hanno fatto sciogliere praticamente tutta la neve a Milano.
Strade e marciapiedi sono sicuri e i disagi si sono riassorbiti. Splende il sole sulla città meneghina. Ma non su Letizia Moratti e sul Comune. Dove le polemiche fioccano ancora. Da tutte le direzioni. Dai giornali, che hanno impietosamente preso di mira la gestione delle conseguenze della nevicata di due giorni fa e che oggi fanno notare che i 600 soldati mandati dal ministro La Russa non hanno trovato più niente da spalare. Ma soprattutto dalla strada. I milanesi si sono scatenati e presa “carta e penna” hanno inondato le redazioni di lettere (o e-mail) di protesta e hanno intasato le linee telefoniche delle tv locali. Tanto che oggi il sindaco ha risposto con la stessa moneta, inviando una lunga lettera di spiegazioni, pubblicata sui quotidiani.

Di questi tempi però i mezzi tradizionali sono sorpassati dai social network, vera piazza pubblica e aperta a tutti, anche se virtuale. Su Facebook, ad esempio, in due giorni sono nati decine di gruppi di protesta (qui, qui e qui). E tutti sul tenore “Quelli che manderebbero la Moratti a spalare la neve” oppure quelli che aprono una sottiscrizione: “1 kg di sale per Letizia Moratti”. Le adesioni sono migliaia, il gruppo più grande ne ha oltre 900, ma aumentano ogni minuto.

I commenti inviati se la prendono col primo cittadino e con la sue dichiarazioni subito dopo che la situazione si è rivelata grave. Eccone alcuni: “Neve più intensa del previsto? Ma se è da una settimana che era prevista neve! e poi vi accorgete ora che manca il sale???… l’avrete mica usato x fare la pasta in queste feste??? non ci siamo… L’unica cosa utile che potrebbe fare è venire Lei in strada a spalare la neve…”.
“Siamo un gruppo di incazzati neri perché presi in giro per tutto il pomeriggio (le scuole chiuse l’8 e il 9) e poi fregati la sera”. “Uno schifo! Una città come Milano messa in ginocchio per la neve!!! È veramente pazzesco!”.

Maroni: l’esercito per fermare la guerra civile della camorra

Militare di pattuglia

Per Roberto Maroni quella divampata in questi giorni nel Casertano è “una vera e propria guerra civile che la camorra ha dichiarato allo Stato”.

Non usa mezzi termini il ministro dell’Interno, nel corso di un’informativa svolta questa mattina nell’Aula di palazzo Madama sulla strage di Castel Volturno. Però, ha detto, lo Stato reagirà: “Lo Stato deve rispondere con tutti i mezzi a disposizione contro questa guerra dichiarata dalla camorra, che con la strage di Castel Volturno ha compiuto un vero ed autentico atto di terrorismo”. E per fronteggiare la criminalità organizzata Maroni ha ricordato di fronte al Senato i provvedimenti adottati ieri dal Consiglio dei ministri: “Abbiamo varato un decreto legge con nuove misure urgenti per contrastare la criminalità organizzata e l’immigrazione clandestina. Invieremo 500 militari nel casertano e nelle aree dove è più necessario assicurare un maggiore controllo dei territori particolarmente colpiti da fenomeni di emergenza criminale”.
Maroni, davanti ai senatori, ha ribadito - come aveva fatto già ieri al termine del Consiglio dei ministri - che chi è in cella ed è accusato di reati di mafia non dovrebbe godere di benefici carcerari. E per questo ha rivolto un “invito al Parlamento a studiare, insieme al Governo, le iniziative necessarie per la riduzione dei benefici carcerari a tutti coloro che sono accusati di reati di mafia”.

Il ministro del Carroccio, in particolare, pensa a ridurre gli arresti domiciliari a tutti coloro che sono accusati di mafia. Nel suo intervento parlamentare Maroni ha difeso le forze dell’ordine: “Sono state rivolte accuse ingenerose alle forze dell’ordine dopo l’arresto di Alfonso Cesarano, uno dei presunti componenti del gruppo di fuoco che ha agito lo scorso 18 settembre in quanto era agli arresti domiciliari. Io confermo il pieno e incondizionato apprezzamento per l’opera svolta dalle forze dell’ordine”.
La situazione dell’ordine pubblico in Campania, e nel casertano in particolare, non appare rosea dal quadro delineato da Maroni. Nel solo comune di Castelvolturno - ha spiegato il responsabile del Viminale - sono 118 i detenuti agli arresti domiciliari, a fronte di due stazioni di Carabinieri che assicurano una vigilanza sul territorio e che garantiscono comunque una media di 17 ispezioni giornaliere.
Insomma, per Maroni, quella in Campania, è una vera e propria guerra da combattere sul campo: “Puntiamo ad individuare gli autori della strage, catturare i latitanti ed espellere i clandestini. E con l’invio dei rinforzi dell’esercito risponderemo con fermezza, riappropriandoci del territorio perché la nostra pressione continuerà fino a che la guerra non sarà conclusa”.

Parole che infastidiscono il ministro della Difesa La Russa: “L’obiettivo del governo” spiega a Sky Tg24 “sia con l’invio dei 400 uomini delle forze dell’ordine, sia con quello successivo dei 500 militari, è quello di riaffermare il principio di legalità in ogni angolo dello Stato. Senza fare nessuna critica a Maroni, non parlerei di guerra civile perché sembra quasi di dare una patente, non dico di legittimità, ma di importanza extracriminale alla camorra”. Secondo La Russa, “si tratta di un’aggressione della criminalità organizzata alla legalità, più che una guerra civile allo Stato. L’attacco - ha aggiunto - è diretto ad altre forme di criminalità per cercare di realizzare una sorta di monopolio della criminalità sul territorio e, quindi, credo che il vecchio termine di guerra tra bande sia adatta anche a questa fase”.
A quel punto il disagio è divenuto palpabile. L’entourage di Maroni ha parlato di “forte irritazione” e il ministro dell’Interno avrebbe chiamato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per fargli presente la situazione - visto che non è la prima volta che dal ministro della Difesa arrivano critiche al collega -, con l’avviso che se episodi simili dovessero ripetersi si porrà un problema politico.

Il VIDEO servizio:

Secondo voi è utile l’esercito per combattere la criminalità?

Turisti aggrediti, il pugno duro di Maroni: via all’espulsione

Il ministro degli Interni Roberto Maroni

Nessun tentennamento del Governo su sicurezza e immigrazione. La faccia dura dell’esecutivo la mostra a Cortina il responsabile dell’Interno, Roberto Maroni, confermando che “la tolleranza zero va applicata fino in fondo”.
Il ministro ha reso noto che mercoledì firmerà “il decreto di espulsione dei due romeni” accusati della rapina e dello stupro a Roma ai danni dei due turisti olandesi.
“Se dovesse succedere che per un cavillo tra una settimana escono - ha aggiunto, parlando a CortinaIncontra - li rispediremo in Romania”. Maroni ha detto d’essere rimasto “esterrefatto dalla confessione della violenza carnale come giustificazione. Come se nel loro modo di pensare la violenza sulla donna fosse normale”. I fatti di Roma sono “gravissimi”, ma pensare di impedire il 100% dei reati è impossibile. “Importante - ha osservato - è colpire subito”.
Maroni ha difeso con convinzione la scelta di schierare l’esercito nelle città. “Se i militari fossero stati impiegati dal governo Prodi - ha rilevato - forse la signora Reggiani a Roma non sarebbe morta”. E proprio in tema di misure per la sicurezza, Maroni ha voluto dare il voto a questo governo “decisionista”, assegnandogli un “8 pieno”.
Specificando che la linea del governo resta quella della “tolleranza zero”. Quanto alla percezione di sicurezza degli italiani, che secondo i sondaggi non aumenta nonostante il decrescere dei reati, Maroni commenta: “È vero che i fatti gravi di sangue sono diminuiti, ma aumentano reati piccola criminalità che sono proprio quelli che fanno aumentare il livello di insicurezza. Il nostro compito è lavorare sui fondamentali, sono solo o non tanto sulla percezione, diminuendo davvero il numero dei reati e contrastando in modo più efficace la criminalità: questo nel tempo porterà a un maggiore livello di sicurezza. Qualcuno magari pensa di fare qualche azione eclatante - ha aggiunto - a beneficio dei media: sarebbe sbagliato, perché se non si interviene sui fondamentali il marketing della sicurezza non dura molto”.
La tolleranza zero va usata, secondo Maroni, anche con gli immigrati clandestini. “Garantire ai cittadini il massimo della sicurezza è interesse del Governo” ha spiegato, e l’obiettivo si raggiunge “con il contrasto all’immigrazione clandestina e il controllo del territorio per prevenire i reati predatori”. Importante sarà, ha osservato il responsabile degli Interni, il censimento del prossimo ottobre “per verificare i clandestini”. Sui barconi che partono dalle coste libiche diretti a Lampedusa, Maroni ha reso noto che “tra pochi giorni, grazie alla visita di Berlusconi a Tripoli, dovrebbe essere firmato un nuovo accordo” con le autorità della Libia. Su tutto però una certezza: “Mai più indulti quotidiani o permanenti, mai più sanatorie”.
Anche per questo, continua il titolare del Viminale: “Dobbiamo modificare il sistema giudiziario per garantire la certezza della pena. In Inghilterra, dove c’è un governo di sinistra tengono in galera i delinquenti. Perché la sinistra italiana non la critica? In Inghilterra gli accattoni vengono espulsi”. E i magistrati che sbagliano grossolanamente - Maroni ha citato il caso del mafioso uscito dal carcere perché un giudice non aveva depositato una sentenza - “devono essere radiati”.

Il VIDEO servizio:

Incidenti sul lavoro, La Russa annuncia un ddl: carabinieri nei cantieri

Lavoro sui cantieri

Dopo le pattuglie miste (tre mila uomini dell’esercito a fianco delle forze dell’ordine) per le strade in città, ora per controllare il rispetto delle norme nei cantieri ed evitare gli incidenti sul lavoro, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, pensa di utilizzare i carabinieri nei cantieri e sta predisponendo un disegno di legge che dovrebbe essere pronto per settembre. “In risposta all’appello del presidente Napolitano per le morti bianche” dice La Russa in un’intervista al quotidiano la Sicilia “intendo irrobustire il controllo sui cantieri, sempre da parte dei carabinieri, con ispezioni a tappeto ma anche a campione”.

Il ministro non esclude che il progetto possa coinvolgere anche i soldati: “Penso a un nucleo di carabinieri, magari con i soldati al loro fianco, finalizzato a controlli a sorpresa. Ci vuole una presenza forte per invertire questa tendenza, chiamiamola culturale o di abitudine. Per me” dice il ministro “si tratta di un problema importante come quello della criminalità”. La Russa ipotizza il ricorso dei militari anche nei cantieri di lavoro per il Ponte sullo Stretto di Messina. “La zona è calda, i militari potrebbero essere utili”.
A oggi quanti sono i “controllori” del lavoro? E quante ispezioni effettuano?
Il Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro, alle dipendenze del Ministero del Lavoro, proprio per accertare violazioni in materia giuslavoristica e legislazione sociale, “sono circa 502 uomini” dice il colonnello Luciano Annicchiarico, comandante del reparto. 502 unità per 107 province, neanche una media di 5 a provincia. Accanto a loro sono preposti a controlli anche i funzionari e gli ispettori civili del Ministero del Lavoro, circa 3000 unità, e gli ispettori Asl. Numeri bassi, non in grado di controllare capillarmente tutto il “territorio aziendale” italiano. E infatti spesso capita che passino anche dieci anni tra un’ispezione e l’altra.
Carabinieri in un cantiere

Il ministro, in qualità di reggente di An (dopo l’addio al partito da parte di Gianfranco Fini eletto presidente della Camera), è anche intervenuto sul dibattito Pdl in un’intervista pubblicata su il Riformista. “Il leader è Berlusconi, non necessariamente serve un segretario”, ha detto. E poi detta i tempi: “La tempistica ci porterà ragionevolmente a fare il congresso fondativo a febbraio”. “La leadership di Berlusconi non è in discussione” ha spiegato. “Non perché sia unto dal Signore, ma perché è stato riconosciuto dagli elettori. Tra l’altro Fini, in questa fase, non ambisce alla guida del Pdl, altrimenti non avrebbe fatto la scelta istituzionale”. E ancora: “Ci sarà sicuramente un gruppo dirigente ristretto, non necessariamente un segretario”. Ricordando la fondazione di An, La Russa dice: “A Fiuggi passammo dalla casa del padre a una nuova famiglia. Ora passiamo da una casa a una casa più grande”. Le parole d’ordine? “Identità nazionale, sicurezza, riforme e federalismo solidale”, conclude il Ministro.

Tremila soldati hanno iniziato a pattugliare le città

Militari di pattuglia a Milano
È operativo da oggi, per la durata di sei mesi, il piano per l’impiego dei militari nelle città, a vigilanza di siti fissi e nel pattugliamento - congiunto con le forze di polizia - delle aree più a rischio. A regime i militari schierati saranno 3.000: 1.000 per la vigilanza di obiettivi sensibili; 1.000 per il controllo dei Centri per immigrati e 1.000 per le pattuglie miste in nove città (Bari, Catania, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Roma, Torino e Verona).

A Roma 405 militari sono in servizio dalle 7 di oggi per presidiare 19 ambasciate - che da lunedì prossimo diventeranno 30 - e altri obiettivi sensibili, per pattugliare le strade della capitale e vigilare fuori dai centri per immigrati. I militari - granatieri di Sardegna, lancieri di Montebello, e uomini della Folgore - stanno effettuando pattugliamenti nella stazione Anagnina, Saxa Rubra, Labaro, Tor di Quinto, Ponte delle Valli e Mattia Battistini e all’esterno del Cpt di Ponte Galeria, secondo quanto riferito dalla Prefettura della capitale. Non sono previsti invece pattugliamenti nel centro storico. Il numero dei militari impegnati nella capitale salirà da lunedì prossimo a 1.052.
Sono 174 militari sono impegnati in presidi fissi a Milano: a piazza del Duomo, al consolato americano e a quello cinese. Pattugliamenti invece in altre zone della città come il quartiere Baggio, la zona della stazione Centrale e viale Padova. Secondo quanto riferito dalla Prefettura milanese, i militari impegnati in città fanno parte del Genio guastatori di Milano, della Brigata “Ariete” di Pordenone e del Reggimento artiglieria a cavallo di Milano. “Giovedì arriveranno altri soldati destinati al presidio di via Corelli mentre da lunedì prossimo saremo a pieno regime con 424 militari, il numero destinato a Milano”, ha spiegato una funzionaria della prefettura.
Sono 179 complessivamente i militari che verranno impegnati a Napoli. Dalle 7 di oggi oltre una decina stanno affiancando tre pattuglie - di carabinieri, polizia e guardia di finanza - al Vomero, al molo Beverello e in piazza del plebiscito mentre altri stanno presidiando il consolato americano.
A Torino, da oggi una ventina di militari - il cui numero a pieno regime raggiungerà circa 80 unità - sta pattugliando la zona della parco Stura, secondo la Prefettura, mentre un altro gruppo è in servizio davanti alla struttura per immigrati della città.

Per quanto riguarda l’equipaggiamento, i militari in pattuglia - provenienti da tutte le Forze armate, ma in gran parte dall’Esercito - hanno l’uniforme d’ordinanza estiva, composta da pantaloni e camicia a maniche corte, e sono armati di pistola; quelli a presidio degli obiettivi sensibili e dei centri immigrati, invece, hanno mimetica e fucile. I soldati, che hanno ricevuto un addestramento specifico, avranno lo status di agente di pubblica sicurezza, ma non di agente di polizia giudiziaria: potranno identificare e perquisire, ma non arrestare, se non in caso di flagranza. L’attuazione del piano costa alle casse dello Stato 31,2 milioni nel 2008 e altrettanti nel 2009.
“Tremila soldati saranno in molte città, sollevando dai loro compiti di presidio agenti di polizia che verranno impiegati in altri compiti inerenti la sicurezza”, dice il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, intervistato dal Tg1, illustra il punto del piano sicurezza del governo che prevede lo schieramento di militari dell’esercito nei principali centri urbani del paese. “I soldati inoltre faranno attività di pattugliamento insieme ai carabinieri” prosegue La Russa. “Daranno una maggiore contezza della presenza dello Stato e i cittadini avvertiranno una maggiore sicurezza”.
“Oltre ai delinquenti, agli stupratori, a chi fa furti e rapine, sono contrari alla presenza dei militari” ha aggiunto il ministro “per garantire la sicurezza solo i post sessantottini: i figli, non in senso anagrafico, di chi gridava basco nero il tuo posto è il cimiterp, ps-ss, o quelli che consideravano polizia e carabinieri golpisti”.

Guarda la GALLERY e il VIDEO servizio:

L’esercito, la gaffe e il generale dei Democratici: “I gay inadatti alla divisa”


Scoppia una “bomba” nell’esercito. La lancia il generale Mauro Del Vecchio, candidato nelle file del partito Democratico e protagonista di un’accesa polemica. Il tema è proprio il mondo militare, che lui conosce bene. Tanto bene da sostenere in un’intervista rilasciata a Klaus Davi per KlausCondicio, su YouTube: i gay nell’esercito “sono inadatti”. Piuttosto, meglio “le quote rosa” per aumentare la presenza delle donne nelle forze armate. “Io rispetto ogni scelta legittima e lecita della persona” ha aggiunto “ma credo che nell’ambito di una struttura come l’esercito, dove le attività si svolgono sempre insieme, è opportuno non dichiarare ed evidenziare la propria omosessualità. Anche nella mia carriera mi sono imbattuto in episodi di omossessualità ed ho fatto in modo che quelle situazioni non si verificassero di nuovo, che chi ne era coinvolto venisse ricollocato ed impiegato in altre aree. In ogni caso, non ho mai mandato via nessuno dall’esercito perché gay”.
Infine, una chicca “educativa” sul nonnismo. “Episodi di nonnismo soft” spiega il generale “fanno parte della vita dell’esercito e sono tutto sommato educativi, non lasciano l’amaro in bocca. Anche io” racconta “quando studiavo all’accademia, sono stato vittima di episodi di nonnismo da parte degli anziani, piccoli scherzi come bustinate ai cappelloni. Nulla di male” conclude “sicuramente nulla di diseducativo”.
Ma dopo le dichiarazioni di Del Vecchio è bufera. Secondo Franco Grillini (candidato sindaco di ROma per i socialisti di Boselli) sono idee “omofobe e conservatrici” che dimostrano come la comunità omosessuale non debba fidarsi del Pd. “Le strutture gerarchiche e maschiliste” aggiunge il presidente onorario dell’Arcigay “soprattutto in condizioni di mono-sessualità, tendono a riprodurre un modello di maschilismo autoritario. Tuttavia il mondo è fortemente cambiato e Del Vecchio non se ne è accorto”. Grillini ricorda che “in alcuni paesi, come l’Inghilterra, si fa pubblicità sui giornali gay per l’arruolamento nella marina. L’esercito israeliano, poi, arruola senza difficoltà gli omosessuali. Il generale Del Vecchio non spacci le sue idee omofobe e conservatrici come oggettive”. Comunque, conclude, “le affermazioni di Del Vecchio ci tolgono ogni dubbio: è bene che la comunità lgbt italiana non si fidi del Pd”.
Immediata il dietrofront del generale candidato: “Ho visto che alcune mie dichiarazioni stanno suscitando polemiche. Vorrei precisare che interpretare come un pensiero compiuto qualche frase detta con un po’ di ingenuità sarebbe sbagliato. Ho evidentemente peccato di inesperienza politica prestandomi ad una sorta di intervista che ho interpretato come scherzosa e irrituale”. “Voglio però precisare che non nutro alcun sentimento di omofobia, che la mia adesione al programma del Pd è piena avendolo sottoscritto e condiviso in tutte le sue parti” prosegue Del Vecchio. “Allo stesso modo sono miei i valori di fondo di questo partito che comprendono rispetto e tolleranza. Se le mie parole hanno permesso interpretazioni che hanno offeso qualcuno me ne dispiaccio sinceramente e me ne scuso. Insistere con le polemiche sarebbe a questo punto sbagliato”.

Il VIDEO di Klauscondicio su YouTube:

I militari nell’urna. Tra Beirut e Herat, l’Italia si gioca la sua credibilità


L’acceso diverbio che ha contrapposto negli ultimi giorni esponenti del Pdl e del Pd sul tema del futuro delle missioni militari italiane ha avuto se non altro il merito di portare alla ribalta della campagna elettorale la questione della sicurezza e del ruolo dei nostri soldati in Libano, Afghanistan e Kosovo (dove, nelle ultime ore, la situazione si sta facendo sempre più calda). Temi delicati, del tutto inadatti a conquistare consensi e che fino a ieri erano rimasti ai margini del dibattito politico pre-elettorale.
Prima era stato Gianfranco Fini a sollevare la questione affermando che in caso di vittoria del Popolo della Libertà verrebbe ridotto il contingente italiano in Libano e potenziato quello in Afghanistan. L’ex ministro della Difesa, Antonio Martino, in un’intervista ha ipotizzato il ritiro dei caschi blu italiani dal Libano, l’abrogazione dei limiti imposti dall’Italia all’impiego delle truppe schierate in ambito Nato in Afghanistan e un maggiore impegno militare in Iraq dove l’Italia schiera ancora circa 150 istruttori per l’esercito e la polizia locale.
Affermazioni personali non condivise neppure da Silvio Berlusconi ma che hanno scatenato richieste di chiarimenti da parte del governo libanese e risposte polemiche dal Pd e dalla Sinistra -Arcobaleno con il ministro della Difesa Arturo Parisi e quello degli Esteri Massimo D’Alema che accusano il centrodestra di confusione guerrafondaia.
In realtà i problemi sollevati sono reali e si tratta di nodi destinati a venire molto presto al pettine in Afghanistan come in Libano. A inizio aprile al summit di Bucarest la Nato chiederà nuovamente all’Italia più truppe e soprattutto un più aggressivo impiego delle forze per contrastare la penetrazione dei talebani che dalla provincia meridionale di Helmand si spingono nel settore occidentale a comando italiano. A Farah e Herat sono in arrivo rinforzi e presto il contingente italiano verrà riorganizzato e concentrato proprio in quell’area ma il prossimo governo dovrà decidere se abrogare i caveat che impediscono alle truppe di condurre azioni offensive.
In Libano la missione dell’Onu posta sotto comando italiano è fallita non portando a termine nessuno dei compiti prefissati. Hezbollah e le altre milizie (incluse quelle di al-Qaeda) non sono stati disarmati, i confini siriani da dove provengono le armi non sono neppure presidiati e i due militari israeliani presi in ostaggio dai miliziani del Partito di Dio nel 2006 non sono mai stati liberati.
Gli stessi caschi blu, a dispetto del numero elevato (13.000 dei quali 2.600 italiani) obbediscono a un mandato Onu che vieta loro persino di perquisire edifici o veicoli se non richiesto dall’esercito libanese che però si guarda bene dal creare problemi agli uomini di Hezbollah.
Per questo, anche se un ritiro totale sarebbe politicamente imbarazzante e forse inattuabile, l’Italia potrebbe però prendere atto del fallimento di Unifil e ridurre la presenza militare in Libano a qualche centinaio di soldati racimolando così le risorse umane e finanziarie necessarie a rafforzare il sempre più caldo fronte afghano. Anche perché, paradossalmente, l’Italia schiera più truppe e mezzi da combattimento in Libano, dove non può impiegarli in combattimento, che in Afghanistan dove invece sono sempre più necessari.

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