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Un fatturato di oltre due milioni di euro al mese, stipendi altissimi, vitalizi e assegni ai parenti degli affiliati. Se la mafia è la prima azienda italiana, con un utile di novanta miliardi, il clan di Salvatore Lo Piccolo era una vera e propria holding, con tanto di compensi e libri paga.
Il boss palermitano teneva per sé un “salario” di quaranta mila euro al mese, al figlio Sandro, catturato con lui ieri, ne spettavano venticinque mila, mentre alla moglie del capo era destinato un vitalizio poco superiore ai venti milioni di lire al mese. Ogni affiliato alla cosca aveva un fisso di mille euro, cifra variabile a seconda dell’importanza della mansione che svolgeva, Francesco Paolo Onorario, sicario poi pentito, riceveva invece un fisso di poco più di quattro milioni di lire.
Per oliare una simile macchina, erano necessari introiti altissimi, quasi tutti provenienti da tangenti ed estorsioni. Chi aveva un negozio in centro era costretto a pagare poco meno di mille euro al mese, per un supermercato ne erano richiesti cinquemila, cifra che poteva anche raddoppiare per i lavori di un grande cantiere cittadino. E poi tangenti su lottizzazioni, appalti e costruzioni.
I soldi finivano quasi tutti riciclati in attività produttive di vario tipo, supermercati, tabaccai, ristoratori e negozi di abbigliamento, ma una parte era anche destinata ad alcune misure patrimoniali.
Dopo l’arresto e la decapitazione della piovra palermitana, la sfida più difficile degli inquirenti sarà proprio questa: identificare e strozzare un giro di affari ingente e difficilissimo da calcolare.
Il vero humus, senza il quale l’onorata società, a dispetto dell’immagine rurale che le è stata affibiata, non può più sopravvivere.
Il VIDEO servizio:
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di Stefano Vespa
La manutenzione dei mezzi e l’addestramento degli uomini scendono pericolosamente di livello, l’efficienza e la capacità operativa si riducono e di questo passo l’Italia non potrà più contribuire ai livelli attuali (in qualità e quantità) alle missioni. Con la Legge finanziaria 2008 torna una domanda: che ruolo si vuole che abbia l’Italia? L’allarme è arrivato dal ministro della Difesa, Arturo Parisi, illustrando gli stanziamenti alla commissione Difesa del Senato. Nella scorsa legislatura i tagli sono stati pesanti, in quella attuale sono stati inferiori, ma sempre tali da mettere in difficoltà le Forze armate.
Vediamo i numeri. Alla Funzione difesa (Esercito, Marina e Aeronautica) sono destinati 15,223 miliardi, il 5,4 per cento in più dell’anno scorso. Il costo del personale però sfiora il 60 per cento, agli investimenti tocca il 23,84 e all’esercizio appena il 16,52 per cento. Inoltre, l’accantonamento di risorse previsto dalla Finanziaria 2007 per il contenimento della spesa riduce i fondi effettivamente disponibili.
Esercizio significa manutenzione e addestramento. Spiega il generale Vincenzo Camporini, capo di stato maggiore dell’Aeronautica: “Un pilota deve addestrarsi almeno 150 ore l’anno, in ogni caso mai sotto le 120 ore. Con questi fondi, per consentire ad altri di addestrarsi al meglio, qualcuno resterà a terra, sarà costretto a un nuovo ciclo addestrativo e alla fine ci costerà di più”.
La Nota aggiuntiva allo stato di previsione per il 2008 è un allarme continuo. L’Esercito vedrà ulteriormente penalizzata “l’efficienza operativa e la qualità della vita del personale” e “si renderà estremamente difficile poter garantire tutti gli impegni assunti” a livello internazionale. Per la Marina non si frenerà il “decadimento” dei mezzi, delle infrastrutture “e dello stesso fattore umano”. Nella Nota i bilanci degli ultimi anni sono paragonati a quello del 2004: la voce Esercizio per il 2008 è in calo del 31,2 per cento rispetto a quattro anni fa, anche se meno del 2006 e del 2007.

Gli investimenti fanno venire l’orticaria alla sinistra radicale, ma i mezzi vanno rinnovati (con piani pluriennali). Così, tra l’altro, vengono rifinanziati cingolati e blindati dell’Esercito; la portaerei Cavour e le fregate Orizzonte e Fremm della Marina; Eurofighter, F16, Jsf, C130J ed elicotteri dell’Aeronautica.
Non se la passano bene nemmeno i Carabinieri (Funzione sicurezza): 5,358 miliardi di cui il 93,2 per cento per il personale e solo lo 0,2 (116 milioni) per investimenti, nonostante la necessità di rinnovare autovetture ed elicotteri. “Professionalmente siamo al livello dei più importanti paesi europei” rileva il sottosegretario alla Difesa Lorenzo Forcieri (Ds). “Per mantenere questo standard, però, occorrono scelte sia politiche sia finanziarie: il modello di difesa più snello verso cui stiamo andando costa inizialmente. Inoltre, bisogna capire se vogliamo mantenere il ruolo e le ambizioni internazionali attuali”.
Più snello significa più efficiente: ci sono troppi marescialli e pochi sergenti e volontari di truppa. Mancano soldi per lo scivolo pensionistico degli esuberi né si agevola il passaggio ad altre amministrazioni “che dev’essere volontario” ribadisce il generale Domenico Rossi, presidente del Cocer Difesa (l’organo di rappresentanza). Il quale batte cassa: “Sul patto per la sicurezza c’è una grave mancanza di risorse per il rinnovo contrattuale del biennio 2008-2009″. D’accordo che i militari non scioperano, però…
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di Bianca Stancanelli
Per Leoluca Orlando, che fu sindaco della primavera antimafia di Palermo, oggi portavoce dell’Italia dei valori, è “opportuno”. Per Tano Grasso, leader dei commercianti antiracket, è “inutile”. Per Salvatore Crocetta, comunista del Pdci e primo cittadino di Gela, avamposto dell’inedita rivolta contro il pizzo, è il modo per testimoniare la presenza dello Stato. Per Francesco Forgione, comunista di Rifondazione e presidente della commissione parlamentare Antimafia, è “un pannicello caldo”. Per Rita Borsellino, sorella di Paolo, grande magistrato ucciso da Cosa nostra, parlamentare siciliana dell’Unione, può essere “utile”. Per Rosy Bindi, ministro nel governo Prodi, in corsa per la guida del Partito democratico, è una proposta da respingere.
Sull’invio dell’esercito in Sicilia il centrosinistra marcia in ordine sparso. Suggerito ai primi di settembre dalla Confindustria, bocciato seccamente dal ministro della Difesa Arturo Parisi, l’impiego dei militari per proteggere cantieri e ditte di commercianti e imprenditori che si ribellano al racket conta comunque autorevoli sostenitori. E non solo in politica.
Da Caltanissetta il procuratore generale Giuseppe Barcellona rilancia la proposta con accenti accorati: “In Sicilia è un momento unico: c’è un numero di denunce mai visto, una ribellione mai tentata contro la schiavitù del pizzo. Ma lo Stato deve esserci, manifestarsi come presenza rassicurante, altrimenti rischia di sprecare quest’occasione”.
Procuratore aggiunto a Palermo nei primi anni Novanta, quando, dopo le stragi, sbarcarono in Sicilia i 6 mila soldati dell’Operazione Vespri, l’alto magistrato spiega: “Nessuno vuole la militarizzazione dell’isola: né carri armati né mitragliatrici per strada. Ma in territori limitati, in città come Gela, dove ci sono cinque, sei attentati per notte, una presenza dello Stato è necessaria. E non si può pensare che bastino le scarne forze di polizia”.
Nelle stanze del governo quell’appello non sembra trovare udienza. Giovedì 4 ottobre Romano Prodi ha invitato a colazione una delegazione della Confindustria siciliana e nazionale. Si è parlato della scelta dell’organizzazione di cacciare chiunque paghi il pizzo, dell’ondata di attentati (primi fra tutti, quelli contro Andrea Vecchio, capo dei costruttori catanesi) con cui Cosa nostra ha rabbiosamente reagito. Manderemo più magistrati e polizia, ha promesso il capo del governo.
“Vogliono spedire i poliziotti a presidiare i cantieri di chi sfida il racket? Sarebbe uno spreco” contrattacca da Gela il sindaco Crocetta. “Qui abbiamo 70 imprenditori che si sono ribellati, più che in tutta la provincia di Palermo. Hanno decine di cantieri e quasi nessuna tutela. È un’eresia chiedere che venga l’esercito a garantire il presidio fisico e militare delle aziende di chi denuncia?”. Si arrabbia Crocetta: “Per la mia città, che ha 80 mila abitanti, 135 poliziotti e 3 mila mafiosi, ho chiesto una questura speciale. Ci vuole altro, mi hanno risposto. Ora chiedo l’esercito. Serve altro, mi dicono. E mandatemi quest’altro, allora!”.
Commenta Carlo Vizzini, senatore di Forza Italia, appena nominato dall’Ocse rappresentante speciale per il contrasto alla criminalità organizzata transnazionale: “Un esercito di professionisti, come è oggi il nostro, dovrebbe avere una task force da utilizzare per la vigilanza a obiettivi sensibili, così da restituire mobilità a chi fa investigazione. A Palermo, in questo momento, c’è qualche morto che cammina, uno scenario poco rassicurante, con una solida ripresa di rapporti tra Cosa nostra siciliana e americana. Le forze dell’ordine in servizio bastano a gestire la pax, ma se domani altri cento fra commercianti e imprenditori smettono di pagare il pizzo, chi fronteggia la reazione della mafia?”.

A darti il benvenuto, dopo strade polverose e fichi d’India, non è la bandiera a stelle e strisce ma una scritta gigantesca, «Rent a car», che si palesa all’improvviso dietro una curva, avanguardia d’America nel cuore della Sicilia profonda. Basta poco a capire che sei arrivato. E che quel cancello, di fronte al noleggio delle auto, segna l’ingresso a Sigonella, la più grande base Usa nel Mediterraneo con le sue 5 mila presenze tra militari e civili.
Una città di 145 mila metri quadrati con scuole, ospedale, piscina, teatro, campi da baseball, supermarket, luoghi di culto cristiani e islamici, bancomat che erogano soltanto dollari, un calendario di feste multietnico che annovera il Capodanno cinese del 18 febbraio e il Thanksgiving, quando i tacchini vanno a ruba.
Un pezzo di America precipitato a 16 chilometri da Catania (ma in provincia di Siracusa), alla latitudine di Tunisi, come il monolite di 2001 Odissea nello spazio. Varcare l’ingresso è un viaggio nel ventre degli States, nel loro orgoglio e nelle loro paure, proprio quando la protesta sull’allargamento della base di Vicenza risveglia le polemiche sulla presenza yankee in Italia. E investe anche Sigonella.
Che aria si respira dentro la cittadella della marina Usa? Come si vive? Panorama è andato a scoprirlo, trovando come cartolina di presentazione della base una macchina scassata al centro della piazza di Nas (Naval air station) 1, stazione riservata alle attività civili, a 10 chilometri da Nas 2, dove si concentrano quelle militari.
Tutti pazzi questi americani? «Niente affatto» spiegano «esponiamo le auto distrutte come monito: fa parte della nostra campagna per la sicurezza stradale». Poco lontano appare il cartellone traffic numbers che tiene il conto degli incidenti, con tanto di morti e feriti. Tra gli italiani la mano correrebbe a cornetti rossi o a più carnali attributi scaramantici. L’ammonimento brutale sembra funzionare: si è passati dai 574 incidenti del 2004 ai 323 del 2006.
Ma non si abbassa la guardia, tanto che una faccetta stilizzata è la prima immagine che appare ogni mattina all’accensione dei computer della base: sorridente se la notte è passata liscia, con gli angoli della bocca in giù se un incrocio ha tradito qualche ragazzo abituato alle strade lunghe e dritte dell’Arizona o del Kansas.
E magari un po’ sbronzo, a giudicare dalle riunioni degli Alcolisti anonimi che si ripetono tre volte alla settimana alle 7 di sera nello spazio multiconfessionale, luogo di culto dove si alternano messe cristiane, cerimonie islamiche, preghiere indù o buddiste. Basta premere un pulsante e il crocifisso viene issato sul tetto, l’altare scompare, i banchi dei fedeli fanno posto agli inchini verso la Mecca della minoranza islamica.
La stessa insistenza sulla sicurezza stradale, insieme con le ubique previsioni del tempo, governa la televisione interna, Afn (American forces network), dove speaker in divisa raccontano ai Sigonellans che cosa succede negli Usa e che cosa qui. Molto Iraq, molto terrorismo internazionale, molte cronache dalla base su gare sportive e feste tradizionali nei paesi dei dintorni, poco o niente sulle polemiche italiane, sulla marcia di Vicenza, su Romano Prodi stretto all’angolo dalla sinistra radicale.
In questo pezzo di Sicilia gli americani sono visti più o meno come i loro padri sbarcati mezzo secolo fa a liberare l’Europa, a portare il cioccolato, il boogie-woogie e i dollari. Tanto che i comuni fanno a gara per accaparrarseli, approvando modifiche ai piani regolatori che convincano i militari a costruire residence, a portare gente e ricchezza. Glieli presentano su un piatto d’argento, i progetti edilizi già autorizzati.
«Magari decidessero davvero di allargare la base» dice Antonino Santagati, sindaco di Motta Sant’Anastasia, la cittadina più vicina. «Il nostro comune è cresciuto grazie a Sigonella. Negli anni Settanta, mentre nel circondario donne e uomini erano ammantati di nero, qui c’erano già i discopub e i nightclub. Un balzo in avanti non solo economico, ma anche culturale».
È un indipendente di centro Santagati, eletto con l’appoggio della sinistra, e proprio non capisce le polemiche contro la base: «L’integrazione con gli americani è antica e si consolida al ritmo di dieci matrimoni all’anno tra siciliani e militari Usa. Invito chiunque a venire per vedere come viviamo». Tempi d’oro gli anni Settanta, quando nel territorio di Motta abitavano migliaia di americani, prima che fossero costruiti i complessi edilizi Usa e finisse la pacchia delle locazioni.
Adesso per le strade del paese, dalle insegne bilingui, solo 700 ospiti scelgono di stare nei «temporary lodging apartments», gli alloggi affittati in centro, in campagna, al mare. La maggior parte delle famiglie è distribuita tra le villette interne a Nas 1 e i due residence: dei Marinai, di fronte a Nas 2, e degli Aranci, nel comune di Mineo, villette standard che sembrano uscite da un fumetto di Topolino, dove si vive per la patria e il cheesecake.

Il sindaco di Lentini ha appena lanciato l’ultima esca, dando semaforo verde alla costruzione di 1.300 alloggi per 6.800 militari, notizia che ha gettato benzina sul fuoco della crisi di Vicenza, facendo parlare di prossimo allargamento anche della base siciliana e di scempio ambientale. «Nessuna variazione sull’entità del personale militare, solo nuove sistemazioni alloggiative» ha tagliato corto il ministero della Difesa. «Un’autonoma iniziativa del comune» ha rincarato gelidamente il comando di Sigonella.
Un gioco delle parti, secondo i pacifisti, i quali sostengono che George W. Bush abbia stanziato 675 milioni di dollari per la sola base siciliana e fanno quadrare il cerchio con la notizia (pubblicata dal quotidiano spagnolo El País) secondo cui il presidio sarà elevato a «postazione avanzata» di fronte all’islamismo radicale, insieme a quella navale di Cadice. I militari fanno spallucce: «L’unica verità è che il contingente negli ultimi anni si è costantemente ridotto».
E gli effetti sull’indotto a Motta Sant’Anastasia si sono fatti sentire. «Dei 300 che lavoravano stabilmente a Sigonella» lamenta il sindaco «hanno già perso il lavoro in 70 e sono finiti nelle liste di mobilità». Qui li vogliono, eccome, gli americani. E anche loro non si sottraggono al fascino dell’isola. «Tutto bello, vorrei restarci sempre» sospira John Selbyg, stangone di origini norvegesi che a Sigonella fa l’oculista. «Vado al mare anche adesso, a febbraio, e mi diverto a guardare la gente che mi fissa con gli occhi sgranati: per me fa sempre caldo».
Sembra un set di «E.R.» l’ospedale a tre piani nato nel 1993 che ogni anno assicura 68 mila visite e oltre 600 ricoveri. Una clinica ostetrica dove nel 2006 la cicogna è arrivata 160 volte, un reparto di ortopedia, un avanzato centro radiologico che in pochi giorni dalla richiesta garantisce tac, ecografie, mammografie.
Ma dietro quest’aria da clinica familiare, con i medici sorridenti e le sale d’aspetto colorate, si nasconde un ruolo strategico: l’ospedale è stato pensato come deposito di 6 mila sacche di sangue per le esigenze di tutta Europa, e da qui dipendono i presidi sanitari di Souda Bay, a Creta, e del Bahrein.
A girare tra gli edifici da Disneyland della base, con i pompieri dalle divise gialle e rosse che sembrano usciti da Happy days, con il rassicurante patrolman Andrew Dalessandro (una sorta di vigile urbano in bicicletta) che governa il traffico all’uscita da scuola, quasi ti dimentichi che al di là di qualche muro, nella Naval air station 2, ci sono le due piste di atterraggio da 250 metri in grado di garantire l’operatività di 80 fra aerei da trasporto, cacciabombardieri, pattugliatori.
Ti dimentichi, passeggiando tra la piscina e il supermarket che è un inno al colesterolo, che questa è una base militare a un tiro di schioppo dal mondo arabo e da Israele, una piattaforma proiettata su uno scenario internazionale diventato incandescente. Le preoccupazioni economiche non sono però solo dei siciliani. L’effetto di un americano che piange miseria vicino a Catania è surreale, ma tant’è: l’euro si è fatto sentire anche sui militari pagati in dollari, nell’immaginario sempre ricchi e con il sigaro.
Anche se i Sigonellans godono di una serie di agevolazioni fiscali e finanziarie, quelle che fanno gridare allo scandalo gli antimilitaristi, i quali calcolano che l’Italia aiuti le forze armate Usa presenti nel nostro Paese con 320 milioni di dollari l’anno, non in contanti ma in sgravi. In gergo si chiama «burden sharing», letteralmente condivisione dell’onere.
Di certo c’è che il carburante costa ai militari Usa circa 40 centesimi al litro. Ma non solo. A supporto dei Sigonellans è stata creata una fitta rete di servizi per scacciare la nostalgia di casa: palestra, sala delle slot machine, cinema, biglietti per il vicino campo da golf Il Picciolo, gare canore, concorsi da ballo, spettacoli di varietà, corsi di cucina, passeggiate per i paesini del circondario.
Un mondo di offerte che spazia dalla consulenza per risparmiare («Spendi più di ciò che guadagni? Hai bisogno di un aiuto?») al corso per combattere la sindrome da shopping compulsivo, ai programmi per dimagrire. Per ogni bisogno una soluzione: pratica, concreta, tangibile. La forza e l’utopia degli americani portate anche qui, sul pianoro polveroso di Sigonella. Così, quando esci dalla base e ti passa davanti un carretto siciliano stracolmo di carciofi, ti senti catapultata giù da un missile spazio-temporale. In pochi secondi, un altro mondo.