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I conti di Montecitorio: c’è un tesoretto segreto per i deputati

La porta di Montecitorio

Ci sono mille modi per sprecare soldi: regalandoli a destra e a manca con prodigalità sospetta, buttandoli dalla finestra per il solo gusto di vederli volare, non volendoli risparmiare per principio, comprando cose inutili, conducendo un tenore di vita superiore alle proprie risorse…

Quando di mezzo ci sono soldi pubblici il metodo più semplice è pretenderne tanti sapendo che sono troppi e poi utilizzarne pochi con l’intenzione di mettere la differenza al “pizzo”, come dicono a Roma.
Alla Camera dei deputati si sono specializzati proprio in questo sistema: da anni battono cassa al Tesoro chiedendo e prendendo 10 per poi spendere 7 e mettere 3 da parte. Qualche volta chiedono 9 e poi si atteggiano a Quintino Sella del Terzo millennio; in realtà è come se continuassero a sprecare 2, perché potrebbero fin da principio rivendicare il giusto senza giochetti.
Qualche giorno fa, per esempio, è stata diffusa la notizia che per tre anni la Camera non chiederà un incremento della propria dotazione allo Stato e qualcuno ha salutato il fatto come un esempio di rigore, per una volta proveniente dall’alto. Ma è un abbaglio perché i soldi richiesti da Montecitorio restano ugualmente e strutturalmente in eccesso rispetto alle spese preventivate, che non sono né poche né oculate, anzi.
Nonostante la crisi, i parlamentari non hanno perso il vizio di non farsi mancare nulla. E i cospicui avanzi di cassa portati a bilancio non sono frutto di parsimonia, ma di un artificio contabile giocato sulla differenza tra bilancio di cassa e di competenza. La riprova è data dal fatto che le spese vere non diminuiscono, ma crescono anno dopo anno: dell’1,5 per cento nel 2008 e dell’1,3 nel 2009 secondo il bilancio di previsione.
Senza rinunciare a quasi nessuno dei privilegi che si sono autoconcessi, i deputati nel corso degli anni hanno messo da parte un fondo cassa che non è uno scherzo, un tesoretto di oltre 343 milioni di euro a fine 2008, così come risulta dal conto consuntivo approvato due settimane fa, salito già a 370 milioni a luglio 2009 e quindi pari a più di un terzo dell’intera dotazione annuale di Montecitorio, che nel 2008 è stata di 978 milioni.
Una dotazione particolarmente ricca e calcolata in modo assai singolare. Dal momento che i deputati sono 630, il doppio dei senatori, e i dipendenti pure (1.800 circa contro i 990 del Senato dopo gli ultimi pensionamenti di luglio), e poiché il Senato ha un bilancio di circa 500 milioni, alla Camera, sostengono i deputati, deve essere erogata una dotazione doppia. Senza considerare, però, che molte spese fisse risultano praticamente identiche dall’una e dall’altra parte.
L’aula in cui si vota, per esempio, è una in entrambe le camere, così come il numero delle leggi approvate è ovviamente lo stesso, e le commissioni idem, e via di questo passo. Anche per la Camera dovrebbe valere il principio elementare delle economie di scala, ma forse a Montecitorio le leggi dell’economia valgono a corrente alternata.
Ogni volta che si accingono a redigere un nuovo bilancio i deputati questori partono in pratica con un abbuono ricco e quindi se volessero potrebbero davvero offrire il buon esempio all’inclita e al vulgo chiedendo al Tesoro una dotazione ridotta rispetto alla solita.

Potrebbero fare il bel gesto invitando il ministro Giulio Tremonti a utilizzare per qualche buona causa più urgente la differenza, una volta tanto ottenendo l’applauso sincero di chi li ha votati. Potrebbero, magari, indirizzare quel surplus ai terremotati dell’Abruzzo; i terremotati, però, non pagano gli interessi, le banche sì: circa 15,4 milioni di euro nel 2008 su depositi e conti correnti della Camera.
Ma perché mai a Montecitorio insistono con il trucchetto di succhiare tanto per spendere meno? Che senso ha?
Quel di più probabilmente è richiesto per affrontare gli imprevisti, oltre che per lucrare gli interessi. In primo luogo le temutissime interruzioni di legislatura. Quando capitano, e in Italia purtroppo capitano abbastanza spesso, per le camere è un trauma, non solo perché è come se ai peones di Montecitorio e Palazzo Madama franasse il terreno sotto i piedi, ma anche da un punto di vista economico. La fine repentina della legislatura costa un sacco di soldi, dalle spese minime, come quelle per l’imballaggio delle carte dei parlamentari decaduti, all’imbiancatura degli uffici per i nuovi arrivati, dalle buonuscite per chi deve dire addio al Palazzo al numero delle pensioni che ovviamente cresce.

Il bilancio della Camera nel 2008

Le pensioni risultano proprio uno dei capitoli di spesa più cospicui di Montecitorio, 175 milioni circa, anche perché sono concesse con criteri decisamente più generosi rispetto a quelli richiesti ai comuni mortali. Se, per esempio, ai dipendenti normali servono almeno 36 anni di contributi, ai deputati ne bastano 5, un settimo, per un vitalizio baby di tutto rispetto: 3.300 euro.
E poi fra gli imprevisti ci può stare anche l’aumento delle indennità. È vero che deputati e senatori hanno giurato che non avrebbero votato aumenti fino alla fine della legislatura, ma di mezzo c’è la crisi: chi potrebbe giurare che, passata la tempesta, a Montecitorio e a Palazzo Madama non tornino subito a far festa con un ritocchino? Perché nel frattempo nessuno si impegna sul serio nel disboscamento della fitta giungla di privilegi parlamentari grandi e piccoli.
Dal telefono ai viaggi gratis, dai 4 mila euro al mese per le spese di soggiorno agli altri 4.190 per la cura dei “rapporti con il proprio collegio di appartenenza”, ottenuti a titolo di rimborso, sia che quelle spese ci siano state o no, a prescindere, come avrebbe detto Totò, dal momento che non sono richieste ricevute o pezze d’appoggio. I quattrini vengono erogati sulla fiducia, e forse è anche per questo che chi li prende viene chiamato onorevole. Qualche giorno fa la deputata radicale Rita Bernardini ha cercato di correggere l’andazzo: la sua proposta è stata approvata da 49 deputati e respinta da 428. Una maggioranza schiacciante, per una volta bipartisan.

Telenovela finita tra Inter e Barça: Eto’o viene, Ibra va. Chi ci guadagna?

 Ibrahimovic ed Eto'o

Dopo gli acquisti di Kakà (67 milioni) e Cristiano Ronaldo (94 milioni per il giocatore con lo stipendio più alto di tutti) pensavamo di averle viste tutte.
E invece la telenovela dell’estate doveva ancora arrivare: lo scambio tra Ibrahimovic ed Eto’o, praticamente ufficiale da ieri (mancano solo alcuni dettagli: cioè le firme), non batte record di spesa milionari ma sconvolge gli attacchi di due delle più forti squadre d’Europa, dopo una trattativa estenuante.
Così la domanda principale è “chi ci guadagna?” La prima risposta, più facile, è “Eto’o”. Chiaro, il camerunense passa da uno stipendio di 6,5 milioni l’anno a 10 (che possono pareggiare i 12 di Ibra, con i premi). Ma passa anche da una squadra che ha incantato il mondo a un’altra che non riesce a imporsi, per ora, oltre le Alpi. Vediamo quindi di analizzare lo scambio da differenti punti di vista.

Le cifre in gioco
Ibrahimovic raggiunge il Barça per Eto’o più il prestito gratuito di Hleb (sempre che il giocatore bielorusso accetti) più 46-47 milioni (le cifre ufficiali non sono ancora state confermate). La valutazione complessiva dello svedese è quindi di 80 milioni, perché Eto’o viene valutato intorno ai 30 e Hleb in prestito. Massimo Moratti e Joan Laporta hanno sottolineato che si tratta di valutazioni di mercato e non di valore assoluto. Vediamo quindi perché Eto’o vale tanto meno di Ibra:
1) il camerunense ha un contratto in scadenza nel 2010 e potrebbe liberarsi a costo zero.
2) ha sempre giocato la Coppa d’Africa (in programma a gennaio) e si impegna molto per la nazionale. Fatto sta che per l’età (28 anni) e i gol segnati (30 nella Liga) una differenza così alta appare esagerata e si spiega solo nella volontà del Barcellona di accontentare Guardiola. Bene ha fatto l’Inter a non abbassare le pretese.

Contratti e buste paga
In termini di salario netto Ibrahimovic guadagnerà meno, Eto’o di più. Lo svedese all’Inter prendeva 12 milioni (era il meglio pagato della Serie A con un milione di euro al mese: cioè, volendo fare i “moralisti”, circa 33 mila e 300 euro al giorno, più o meno quanto incassa un operaio in due anni), al Barcellona non potrà superare l’ingaggio di Leo Messi, che è di 8,5 milioni. Ma tra il regime fiscale più favorevole (in Italia le società di calcio pagano circa il 50% di trattenute; in Spagna l’aliquota fiscale non supera il 24%) e la maggiore visibilità del club catalano rispetto all’Inter per gli sponsor la cifra finale sarà più o meno sullo stesso livello.
Eto’o invece incrementa il suo salario, come già detto, e sarà lui adesso il più pagato in Serie A (ma non nell’Inter: se lo metta in testa da subito, anche qui comanda lo Special One coi suoi 11 milioni l’anno).

L’affaire mediatico
Uno dei motivi dell’affare è sicuramente la necessità che aveva il Barcellona di rispondere dal punto di vista mediatico all’offensiva monstre di Florentino Perez, con le sue presentazioni hollywoodiane e gli acquisti più cari della storia. Ibra è l’uomo giusto: sponsorizzato Nike, come la squadra, e più spettacolare di Eto’o in quanto a giocate. Le sue magliette andranno a ruba e lo si vedrà spesso in tv. I siti sportivi catalani stanno rilanciando da giorni le giocate dello svedese e la sfida con il “galactico” Ronaldo.
Anche il camerunense comunque è un bel personaggio: la sua storia personale di sogno africano, il suo carattere orgoglioso, lo stile di vita stravagante, le dichiarazioni mai banali lo hanno reso un mito in Africa e a Barcellona.

Questioni di tattica
Qui il discorso si fa più difficile: Ibra permette al giovane allenatore del Barça Pep Guardiola una varietà di schemi che Eto’o non garantiva (come ha ammesso pochi giorni fa: “Non c’è feeling tra noi”, invitando il camerunense a cambiare aria). Può usarlo come centravanti puro oppure come “boa” per lanciare le fughe di Messi o ancora per fraseggiare con Henry e Iniesta. Anche se, forse, non garantirà una media gol come quella dell’africano (in nerazzurro lo svedese ha fatto 66 gol, in tre anni, tra Campionato e coppe).
Eto’o infatti è una macchina da gol: 138 in cinque anni di Barça (con due infortuni che l’hanno tenuto parecchio lontano dal campo).
Rispetto allo svedese è meno potente, più veloce, più killer sottoporta e disposto a sacrificarsi in copertura. Non si sa come lo schiererà Mourinho e come conviverà con Milito e Balotelli, ma non avrà problemi davanti a nessuna difesa. Dettaglio non da poco: l’africano ha da poco preso il passaporto spagnolo e quindi non conta come extracomunitario. Altro dettaglio non trascurabile: alla corte di Mourinho potrebbe arrivare anche Alex Hleb: il bielorusso non ha convinto Guardiola ma potrebbe adattarsi bene al gioco di Mourinho. Nell’Arsenal aveva fatto bene come centrocampista offensivo, molto tecnico e mobile ma poco incline al gol. Se migliorasse questo dettaglio potrebbe essere un buon rincalzo per Thiago Motta o Stankovic.

Bella forza
Il calcio è anche e soprattutto questione di gusti, quindi è difficile rispondere alla domanda: “Chi è più forte?”. Sono due giocatori diversi come caratteristiche, ma con lo stesso mestiere: fare gol. E in questo le cifre di Eto’o sono superiori a quelle di Ibra, soprattutto in Champions League, dove lo svedese non è mai riuscito a mettere in luce la sua classe. Ma Zlatan è anche molto bravo a mandare in rete i compagni e buona parte delle realizzazioni di Eto’o dipendono dal fatto di aver giocato in una squadra molto offensiva come il Barça. In definitiva, Ibra è più spettacolare, più tecnico e più potente, Eto’o è più veloce, più determinato e più efficace sotto rete.

Notizie da spogliatoio
Capitolo da non dimenticare: Eto’o se ne va dal Barça proprio perché non c’è feeling con l’allenatore. Con Mourinho, uno che parla chiaro e ha sempre avuto un buon rapporto con i propri campioni, potrebbe trovarsi meglio. Ma non è che Ibrahimovic sia uno facile da gestire. Chissà se arriverà con la sua aria sbruffona davanti ai campioni d’Europa a dire, come fece quando arrivò all’Ajax, “ciao io sono Zlatan, e voi chi cazzo siete?

E allora, torna la domanda iniziale: “Chi ci guadagna”? Assodato che i due giocatori hanno ottenuto quello che volevano (Ibra una squadra più forte, Eto’o più soldi e un ruolo da leader) e che i procuratori hanno fatto un altro affarone, per quanto riguarda le squadre è facile dire che la risposta “verrà dal campo”. Ma la sensazione è che tra i due giocatori non ci siano quei quasi 50 milioni di differenza. E quindi, per il semplice fatto di vedere un’Inter con il bilancio in attivo (ma per quanto?), diciamo Moratti. Chi rischia di più? Guardiola. All’inizio della carriera da allenatore ha vinto tutto, ora si mette in gioco in prima persona, per ripetersi. Vedremo se Ibracadabra saprà dargli una mano.

Il VIDEO di addio a Zlatan di un tifoso interista:

Il VIDEO di tributo a Eto’o da Barcellona:

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Come funziona lo scudo fiscale: pagate e vi sarà aperto

Il caveau di una banca

La preda: 600 miliardi di euro fuggiti all’estero, in Svizzera e in altri paradisi offshore.
L’obiettivo: riportarne a casa almeno 100.
Lo scopo: ricavarne 5 miliardi cash offrendo ai fortunati proprietari uno scudo contro ogni grana fiscale e amministrativa passata, presente e futura.

Altre parti in causa: le banche, ancora sotto botta per la crisi che ha falcidiato depositi e gestioni e che ora attendono come una manna questo flusso di denaro. Ma anche Silvio Berlusconi, che su parte di quei miliardi ha messo gli occhi per destinarli alla ricostruzione dell’Abruzzo, una scommessa che non può perdere. In mezzo al ring Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, ideatore dal 2001 al 2003 dei primi due scudi che fecero rimpatriare o regolarizzare 77,7 miliardi, con un introito per le casse pubbliche di 2,1 miliardi. Ecco come funziona lo scudo ter.

Tassa sui rendimenti.
La formula scelta prevede di fatto un’aliquota doppia rispetto al passato: il 5 per cento. Ci si arriva attraverso una tassa del 50 per cento annuo sui rendimenti ottenuti dai capitali all’estero nei 5 anni precedenti il rimpatrio o la regolarizzazione: rendimenti fissati convenzionalmente al 2 per cento annuo. L’imposta si applica “sulle attività finanziarie e patrimoniali detenute almeno fino al 31 dicembre 2008 e rimpatriate ovvero regolarizzate a partire dal 15 ottobre 2009 e fino al 15 aprile 2010″.

Un paio di calcoli.

Che significa? A differenza del 2001-2003, quando una tassa del 2,5 per cento venne applicata direttamente sui capitali offshore, stavolta l’imposta è sui redditi prodotti da quei capitali. Rendite, però, inchiodate al 2 per cento l’anno, con tassa del 50. In altre parole: per fare rientrare dalla Svizzera 100 milioni che convenzionalmente hanno fruttato 10 milioni in 5 anni, si pagano 5 milioni. Se rientrassero 100 miliardi dai vari paradisi, l’obiettivo di incassare 5 miliardi sarebbe raggiunto.
Ma non si poteva tassare direttamente il capitale? Tremonti (anche se il testo è frutto di un emendamento) ha preferito seguire la via di altri paesi europei, come la Gran Bretagna, che per i loro scudi prevedono un’aliquota sugli interessi. Interessi, almeno per l’Italia, “sintetici”. Perché fino al 2007 quei capitali hanno probabilmente reso assai di più (la media Fideuram per i fondi monetari e obbligazionari italiani è stata nel 2003-2007 del 9 per cento), però nel 2008 la musica è drasticamente cambiata: su 66 mila fondi europei, gli azionari hanno perso il 42 per cento, gli obbligazionari il 5, i bilanciati il 20. Per evitare calcoli complicatissimi o furbesche autocertificazioni al ribasso si è deciso per il 2 per cento fisso. Non solo, stavolta i capitali devono rientrare fisicamente. Tranne quelli posseduti in paesi dell’Ue, o aderenti allo Spazio economico europeo (Islanda, Liechtenstein e Norvegia), che, pagata la tassa, possono restare là dove sono.

La fretta di Berlusconi.
Il presidente del Consiglio aveva in realtà puntato su un’altra soluzione: doppia aliquota, più bassa per chi investisse i soldi rimpatriati in titoli di stato, più alta per tutti gli altri. È il 20 marzo, al termine del Consiglio europeo, che Berlusconi parla per la prima volta di scudo: “Ma solo per i singoli che investissero nelle proprie aziende in Italia o sottoscrivessero emissioni particolari di titoli pubblici”.
La pratica diviene urgente dopo il terremoto del 6 aprile, con la promessa di dare a ognuno un tetto entro novembre, la ricostruzione. A Palazzo Chigi servono 3 miliardi “blindati”; e per un po’ è circolata una prima bozza di scudo, in 10 cartelle, che prevedeva proprio la doppia aliquota e “un’emissione speciale della Cassa depositi e prestiti”.

Tremonti sulle spine.
Quasi fosse un vangelo apocrifo, Tremonti ha sconfessato immediatamente quel documento. Anche perché conteneva una sanatoria per capitali frutto di reati che andavano dal falso in bilancio alla bancarotta fraudolenta. Il condono, per la verità, si sarebbe limitato agli aspetti tributari e contributivi, mentre lo scudo sarebbe stato inapplicabile nel caso di indagini della magistratura. Ma tanto era bastato a far montare le polemiche. Alla bocciatura preventiva ha comunque provveduto Laszlo Kovacs, commissario europeo per la Fiscalità, che ha visto nell’aliquota preferenziale per i titoli di stato italiani una forma di concorrenza sleale.

Paradisi perduti.
Il ministro è stato a lungo sotto pressione, ma sapeva anche di agire in una situazione molto più favorevole rispetto al passato. Stati Uniti, Europa e Giappone stanno mettendo la Svizzera con le spalle al muro perché allenti il suo segreto bancario. E altri paesi predispongono scudi per fare rientrare i capitali. Il governo di Berna ha firmato già dal 2003 con la Ue la Saving tax directive, cioè l’applicazione sui capitali di cittadini comunitari di un’aliquota che salirà fino al 35 per cento nel 2011; la tassa viene girata ai paesi di provenienza, detratto il 25 per cento che trattiene il fisco svizzero. Una prima manifestazione di buona volontà, e un minore appeal per gli evasori; tutto però travolto dalla crisi finanziaria mondiale.
Che ha minato fra gli altri il colosso Ubs. Barack Obama ha chiesto senza mezzi termini la lista dei depositi di cittadini americani; il governo di Berna gli ha rifilato un elenco di 52 mila conti cifrati. La Casa Bianca ha allora minacciato di ritirare alla banca la licenza di operare negli Usa. Nel frattempo Ocse e Unione Europea hanno stretto la vite sui paradisi fiscali.
Tremonti si è trovato così la strada spianata. A fine giugno ha introdotto due prime misure: l’inversione dell’onere della prova per chi tiene soldi oltreconfine (chi non dimostra a che cosa servono è considerato evasore) e, per le imprese, la tassazione secondo criteri italiani degli utili prodotti offshore.

Lo scudo fiscale in Ue

Pressing delle banche.
Tutte prevedono il successo dell’operazione. Osserva Luca Caramaschi, responsabile private wealth management della Deutsche Bank: “L’Italia può fare rientrare 100-120 miliardi, e il nostro istituto ne attende almeno 2″. Ma quali strade prenderanno una volta in Italia? “Un terzo andrà in attività finanziarie, compresa la borsa, dove ora si può acquistare a prezzi molto favorevoli. Un terzo servirà a ricapitalizzare aziende di famiglia a corto di credito. Un terzo sul mercato immobiliare: certo non per comprare blocchi di uffici, ma piuttosto ville e appartamenti di prestigio messi in vendita da ricchi proprietari impauriti dalla crisi economica. Qui al Nord ce ne sono molti”.
Dunque secondo Caramaschi si potranno rivitalizzare due settori in crisi: “Le aziende e gli immobili”. Come accadde con il primo scudo: il 40 per cento dei capitali si riversò sulle case, contribuendo non poco al boom dei prezzi.
Un po’ diverse le previsioni di Luigi Mannini, responsabile financial planning della Banca Finnat, tradizionalmente vicina alle ricche famiglie romane: “La mentalità di chi tiene soldi all’estero è conservativa: preservare il capitale. Quindi studieremo gestioni e trust sul modello di quanto trovavano offshore. Essenziale sarà fornire a questi clienti gestori dedicati e strumenti personalizzati”.
Su un punto Mannini è d’accordo con Caramaschi: “Molte imprese sono sottocapitalizzate, questa è l’occasione per dotarle di soldi freschi”. Alessandro Dragonetti, partner e capo dell’area finanza dello studio Bernoni e associati, consulente di imprese e privati, ritiene essenziale la semplicità dello scudo: “Deve essere “one shot”, semplice da attuare e da pagare. Solo questo impedirà ai capitali rientrati di espatriare di nuovo, come è accaduto durante il governo Prodi. Perché è vero che la Svizzera è in crisi, e qui c’è la necessità di ricapitalizzare qualche azienda. Però ci sarà sempre qualche altro paradiso pronto a farsi avanti. La finanza è fatta così. I ricchi pure”.

LE CIFRE
Stime dei capitali e beni italiani di privati nei paradisi fiscali: 600 miliardi di euro. Sono depositati in:
Svizzera 65%
Lussemburgo 12%
Principato di Monaco 6%
Liechtenstein 2%
San Marino 1,5%
Austria 1,5%
Gran Bretagna 1,0%
altri paesi 11% (Isole Cayman, Bermuda, Bahamas, Panama, Singapore, Costa Rica…)

Lo scudo fiscale negli anni passati

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Palloni sgonfiati: le squadre italiane sull’orlo del collasso

Il pallone? Si è rotto

Milan primo in classifica. L’Inter si deve accontentare della piazza d’onore. Al terzo posto una sorprendente Lazio. Quarta la Roma, che torna in zona Champions. E quinta la Juventus. Una classifica da fantacalcio? Oppure la previsione sull’ordine d’arrivo del prossimo campionato?

No, è il risultato dell’ultima stagione riclassificato da Panorama in base ai debiti delle società di Serie A, che complessivamente assommano alla bella cifra di 2 miliardi di euro. Perché il calcio italiano è sull’orlo del crac finanziario. E le squadre più indebitate sono in molti casi anche le più vincenti sul campo. Come si vede nella tabella a fondo articolo, la società in assoluto con il passivo più ampio è l’Inter: 394 milioni di euro di debiti per la squadra vincitrice degli ultimi quattro scudetti. Se però si dividono i debiti per i punti conquistati nell’ultimo campionato, passa al comando il Milan: infatti i rossoneri presieduti da Silvio Berlusconi (e la cui guida operativa spetta al vicepresidente Adriano Galliani) con 392 milioni di debiti hanno ottenuto in Serie A 74 punti, cioè hanno contratto un debito di 5,29 milioni di euro per ogni punto ottenuto sul campo. In questa graduatoria degli spendaccioni l’ultimo posto (escluse le retrocesse in Serie B) è del Bologna, che si è indebitato per 350 mila euro per ogni punto in classifica nel 2008-2009. Ora però, se davvero la società felsinea passerà di mano sotto la regia di Luciano Moggi, la musica potrebbe cambiare: prevedibile in quel caso un aumento della spesa per ingaggiare i calciatori, e quindi dei debiti.
Perché a volte ritornano, e persino il Bologna potrebbe aspirare di nuovo a essere “lo squadrone che tremare il mondo fa”, come lo chiamavano i suoi tifosi negli anni Trenta del secolo scorso, quando vinceva scudetti a raffica.

Quindi, chi più spende meglio spende? Non sempre è garantito che i risultati arrivino dopo aver speso molto. Il problema dei debiti attanaglia tutto il calcio europeo, non solo quello italiano, in particolare Spagna e Inghilterra, dove si giocano i due campionati più ricchi e più seguiti in tv. Ma nonostante il mecenate russo Roman Abramovich, i londinesi del Chelsea non sono ancora riusciti a vincere la Champions league. Mentre risale al 2002 l’ultimo successo europeo ottenuto dal presidente Florentino Perez col suo “galattico” Real Madrid.
E fra le squadre italiane l’Inter, che continua a spendere e spandere, non vince la Coppa dei campioni da 44 anni: era il 1965, allenatore Helenio Herrera e presidente Moratti (non Massimo, che era un ragazzino, bensì suo padre, il celebre Angelo). La situazione in Italia è complessa anche per il ruolo delle banche: per esempio, è l’Unicredit- Banca di Roma, non la proprietaria famiglia Sensi, il vero arbitro del destino della Roma calcio, a causa dei crediti concessi generosamente alla controllante Italpetroli nel passato. C’è poi la pressione fiscale, molto più elevata rispetto a Spagna e Inghilterra. E nelle società di calcio, dove il costo del lavoro incide per il 70 per cento sulla spesa complessiva, anche il peso fiscale diventa un salasso. Il centravanti Zlatan Ibrahimovic è il calciatore più pagato del mondo e per garantirgli quest’anno uno stipendio netto di 14 milioni di euro l’Inter deve spenderne circa 28 come costo aziendale. Se giocasse in un club spagnolo, il capocannoniere nerazzurro potrebbe guadagnare lo stesso ingaggio netto con un esborso per la società di poco superiore a 18 milioni.

Come evitare di finire nel baratro? Perez del Real Madrid ripropone un campionato europeo con le sole 16 squadre maggiori, una vecchia idea già lanciata quasi vent’anni fa da Berlusconi, ma tra gli osservatori del calcio internazionale si pensa che il progetto non sia all’ordine del giorno. Su questo supercampionato la parola definitiva sarà quella di Michel Platini, l’ex fuoriclasse della Juventus e della nazionale francese oggi presidente dell’Uefa (l’associazione europea delle federazioni nazionali di calcio).
“Il vero problema è il costo del lavoro fuori controllo. La differenza tra arrivare primi o secondi è talmente grande che a volte si fanno follie” dice Umberto Gandini, dirigente del Milan e vicepresidente dell’Eca (European club association, una sorta di lega europea delle squadre di calcio riconosciuta dall’Uefa). “La stessa cosa vale per chi cerca di non retrocedere, perché andare in serie B equivale a finire in un burrone. Tuttavia non si possono imporre tetti ai salari perché ci sono troppe difformità a livello europeo: alla riunione dell’Eca di lunedì 13 luglio si discute il fair play finanziario, ovvero per esempio la possibilità per le squadre di calcio di accedere al credito per costruirsi gli stadi”.

Su questo versante l’Italia è in coda: tra le 20 squadre della serie A solo la Juventus ha deciso di costruirsi uno stadio di proprietà, che sarà pronto nel 2011. Dopo Calciopoli, la società ha iniziato la sua ricostruzione, anche con un aumento di capitale da 105 milioni di euro e ora ha una situazione patrimoniale più che solida. Il progetto del nuovo stadio, costo stimato in altri 105 milioni, “non intacca in alcun modo l’attività della gestione sportiva ” sostiene Michele Bergero, direttore amministrazione e finanza della Juventus. Il nuovo stadio sarà completamente autofinanziato: in parte con la vendita per 20 milioni alla Nordiconad di aree per attività commerciali, già acquisite dal club intorno al vecchio Stadio delle Alpi (dove sorgerà il nuovo impianto). In più la Sport Five darà alla Juventus un anticipo di circa 40 milioni (su un totale di 75 in 12 anni) per una sponsorizzazione che comprenderà sia il nome del nuovo stadio, sia la gestione di metà dei 200 palchi che saranno il fiore all’occhiello dell’iniziativa. E soprattutto la Juve avrà dal Credito sportivo, emanazione finanziaria del Coni, un prestito di 50 milioni di euro a un tasso agevolato, circa il 4,5 per cento.

È un modello ripetibile in altre città italiane? A Genova ci sta pensando la Sampdoria. A Firenze c’è un progetto di Diego Della Valle, patron della Fiorentina, che però sembra impantanato. A Milano l’idea dello stadio di proprietà è venuta all’Inter (che forse potrebbe usare, dopo il 2015, una delle aree dell’Expo), mentre il Milan non ha fatto alcuna avance in proposito. L’assessore allo Sport del Comune di Milano, Alan Rizzi, racconta a Panorama: “Non abbiamo ancora ricevuto richieste ufficiali per un nuovo impianto, nemmeno dall’Inter. In realtà la nostra idea è ottenere la finale di Champions league a Milano nel 2015: ne stiamo ragionando con Inter e Milan, partendo dall’esistente e trasformando San Siro in uno stadio a cinque stelle”.

In conclusione, si potrà risanare il calcio nel suo insieme? Sembra difficile, ma qualche caso virtuoso potrà esserci, se persino Berlusconi ha tirato i remi in barca e ora cerca di far quadrare il bilancio rossonero. E pensare che vent’anni fa il presidente del Milan fu il precursore dell’idea di supersquadra, quella allenata da Arrigo Sacchi, la prima società che aveva due giocatori titolari per lo stesso ruolo. Invece oggi, magari, i tifosi milanisti aspettano soprattutto l’arrivo di qualche sceicco nell’azionariato per non rimpiangere troppo la cessione di Kakà al Real Madrid.
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Punto ergo sum: febbre da SuperEnalotto e la mappa del gioco in Italia

Una ricevitoria del Superenalotto

Lunghe file nelle ricevitorie di tutta Italia, giocatori che arrivano dalla Svizzera e dalla Slovenia, oltre 25 milioni di euro giocati a concorso.

La febbre del SuperEnalotto è da tempo scattata, ma giovedì 16 la sestina fortunata potrebbe regalare un jackpot di 95,5 milioni di euro, la cifra più alta attualmente al mondo proposta da un concorso. Per il concorso di casa Sisal la sfida più importante è con se stesso. Gli basta tenere duro ancora per due concorsi per stabilire un nuovo record. Il primato è ancora nelle mani della vittoria centrata a Catania il 23 ottobre 2008 (allora furono vinti 100,7 milioni di euro), ma il jackpot attuale, se non ci saranno “5+1″, che mancano dal 4 giugno, metterà a segno il sorpasso nel concorso di martedì 21 luglio. E, insieme al jackpot in palio, cresce anche quello cosiddetto di “ripartenza”, ovvero un montepremi di scorta (si accumula grazie a quote dei “5+” non centrati) che verrà messo in palio non appena cadrà il “6″. Attualmente il jackpot di ripartenza supera i 24,5 milioni di euro, una somma che già basterebbe a cambiare la vita.
Il mese di giugno, per il mercato dei giochi, si è chiuso con incassi per 4,1 miliardi di euro. La fetta più consistente è andata agli apparecchi da intrattenimento, che da soli, con 1.994 milioni di euro, rappresentano il 48,4 per cento della raccolta totale. Secondo gioco nelle preferenze degli italiani il Gratta e Vinci, con 736 milioni (17,9 per cento del totale). Il SuperEnalotto ha incassato 233 milioni (5,6 per cento). Curiosa la modalità di gioco degli italiani. Secondo un sondaggio condotto da Agicos su circa 300 ricevitorie sparse in tutta Italia, un numero molto giocato al sud è il 7, ovvero l’estratto abbinato al mese di luglio. Molto giocati anche i numeri 88, 81, 1 e 85, i numeri più vincenti in assoluto nella storia del concorso. La sestina che va per la maggiore si completa con il 49, il numero che da più tempo non si fa vedere nella combinazione vincente. Nel 5 per cento delle ricevitorie intervistate è molto seguita la sestina 7-20-21-74-75-81, quella che ha regalato a Catania la vincita record.

Ma quanto e come giocano gli italiani nel loro complesso? Ce lo dice l’ultimo rapporto Censis in materia (il titolo è Gioco ergo sum): le famiglie italiane hanno investito, nel 2008, il 5 per cento del proprio budget per i consumi nell’industria del gioco, un settore che coinvolge 30 milioni di giocatori italiani e che ha registrato incassi totali per 47,5 miliardi. La media nazionale, considerando per convenzione la popolazione italiana maggiore di 15 anni, si colloca a 894 euro pro-capite, ma le differenze in sede regionale sono significative. Il primato è dell’Abruzzo, dove ognuno nel 2008 ha speso 1.098 euro. Al secondo posto figura la Lombardia con 1.067 euro, al terzo gradino del podio, il Lazio con 1.024 euro. Agli ultimi posti della graduatoria ci sono la Basilicata e la Calabria, rispettivamente con 616 e 602 euro spesi. Quanto ai dati provinciali, secondo il Censis, il primato è di Pavia, dove nel 2008 sono stati spesi 1.364 euro a testa. Subito dietro c’è la provincia di Pescara (1.252 euro), poi Rimini (1.240) e Lodi (1.221).
Tra le grandi città, Milano è al quattordicesimo posto con 1.074 euro, Roma al ventunesimo con 1023, Napoli al ventottesimo con 973. In coda, un gruppo di province del sud: Cosenza (579 euro), Potenza (539), Agrigento (525), Crotone (465) ed Enna (440). L’analisi territoriale e di tipo statistico sfatano quindi il vecchio luogo comune “il gioco come tassa per i poveri”.
Le regioni e le province nelle quali si gioca di più sono quelle a maggiore ricchezza; di contro, le province dove il tasso di disoccupazione è più elevato risultano essere quelle dove si riduce il giocato pro capite.
Molto difficile è stimare, invece, quanto valga il gioco illegale o clandestino: secondo il sondaggio realizzato presso i concessionari si perviene ad una “stima del sottratto” compreso tra il 15 ed il 20 per cento che si traduce in mancati introiti trai i 4,5 e i 6 miliardi di euro (il calcolo è fatto su giochi storicamente appannaggio della criminalità organizzata). Le previsioni dei concessionari stimano in un incremento del 15 per cento annuo l’andamento per il triennio 2009-2011 (un target quindi di 65-70 miliardi di euro per il 2011). E un forte stimolo sarà dato dalla sestina del SuperEnalotto di questa sera. Come dice il “claim” della campagna pubblicitaria presente sui media, “gioca oggi, diventa milionario”. Ne guadagna il giocatore, ne guadagna lo Stato.

ALCUNI NUMERI DEL BUSINESS DEI GIOCHI
47,5 miliardi di euro giocati nel 2008;
14,9 miliardi la differenza tra giocato e vinto;
6,5 miliardi di euro il fatturato della filiera industria/servizi avanzati (2007);
17 per cento il tasso di laureati e 2,5 per cento il tasso di “masterizzati” tra i dipendenti delle società concessionarie;
1.364 euro il giocato pro-capite nella provincia di Pavia (primo posto in Italia). 440 euro il giocato nella provincia di Enna (ultimo posto)
61 mila euro la media del giocato per ogni apparecchio di intrattenimento
580 per cento la percentuale di crescita del giocato per le apparecchiature di intrattenimento
15 per cento previsione di crescita del giocato per il prossimo triennio (sondaggio concessionari).


Visualizza Rapporto Censis 2008: come gli italiani tentano la fortuna ai giochi in una mappa di dimensioni maggiori

La crisi e i partiti: a sinistra è profondo rosso

Paolo Ferrero

di Stefano Brusadelli

Ironia della sorte (e della politica): sempre sprezzanti verso il primato del dio denaro, le forze italiane della sinistra radicale rischiano di chiudere bottega non perché mancano gli elettori (che peraltro negli ultimi tempi si sono ristretti), ma perché mancano i soldi. “La situazione” confessa a Panorama il tesoriere di Rifondazione, Sergio Boccadutri, “è drammatica. I soldi incassati alle elezioni del 2008 li abbiamo già tutti spesi per le europee. Dalle quali però, disgraziatamente, non ci arriveranno rimborsi”. E se il partito di Paolo Ferrero è alla canna del gas, sono preoccupanti anche le condizioni degli altri “nanetti” accampati alla sinistra del Pd, ossia i comunisti italiani di Oliviero Diliberto, Sinistra e libertà di Nichi Vendola, i Verdi di Grazia Francescato, i socialisti di Riccardo Nencini. L’incubo, per tutti, è rimanere senza più un soldo già nel 2010.
Per capire la situazione occorre ripassare il machiavello del finanziamento dei partiti (qui la Legge 3 giugno 1999, n. 157, qui le nuove norme per il finanziamento dei partiti europei). Che in verità sarebbe stato abolito da un referendum nel 1993, e che invece venne resuscitato 8 mesi dopo travestito da “rimborso “; con inganno anche lessicale, perché l’erogazione avviene senza bisogno di documentare le spese e dunque di finanziamento si tratta e non di rimborso. Le (ricche) torte a disposizione sono quattro: elezione della Camera, del Senato, elezioni europee e regionali. Per accedere alla spartizione delle prime due basta raggiungere l’1 per cento. Per la torta europea l’asticella è più in alto, sta al 4 per cento.
Ogni torta vale all’incirca 250 milioni di euro, e le fette, distribuite in rate annuali, sono proporzionali ai voti conseguiti. Va aggiunto che, grazie alla generosità che i partiti dimostrano sempre verso se stessi, i rimborsi per Camera e Senato vengono erogati per 5 anni anche nel caso la legislatura (come accadde a quella scorsa) duri di meno.
Il guaio per la sinistra radicale è che ormai colleziona un flop elettorale dietro l’altro. Alle politiche del 2008, tutti intruppati nella Sinistra arcobaleno, Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sinistra democratica (un gruppo di scissionisti ds guidato da Fabio Mussi) hanno raccolto un misero 3 per cento. Non sono quindi riusciti a eleggere né deputati né senatori (il che ha la sua importanza perché le trattenute sugli stipendi degli eletti sono un’importante voce di entrata), ma hanno almeno incassato i rimborsi; i quali però, divisi in quattro parti, si sono rivelati una miseria. Speravano di rifarsi alle europee succhiando voti al Pd e si erano baldanzosamente divisi in due squadre, ciascuna convinta di superare lo sbarramento del 4 per cento.
È andata male di nuovo: la Lista comunista (Prc e Pdci) si è fermata al 3,3 per cento mentre Sinistra e libertà (gli scissionisti del Prc capitanati da Nichi Vendola, Verdi, Socialisti e Sd) al 3,1. Niente eletti e, stavolta, zero finanziamento.
Con le banche che, non vedendo entrate certe per i prossimi anni, cominciano ad alzare i ponti levatoi. Conseguenza: crisi nera e rischio di finire l’ossigeno già l’anno prossimo, quando invece ci sarà da tirare fuori un mucchio di soldi per la campagna regionale. A viale del Policlinico, sede del Prc, girano cifre da brivido. La curva delle entrate è quella di un’azienda in crisi: 21 milioni di euro nel 2007, 15 nel 2008, 9,5 milioni nel 2009, 6,5 nel 2010, per finire a “zero euro” a partire dal 2011. Le uscite (mettendo da parte il buco di Liberazione, il quotidiano ufficiale) non scendono altrettanto velocemente: 13 milioni nel 2008, 10 milioni nel 2009 e altrettanti nel 2010. Quanto a Liberazione, le perdite ammontano, solo per il 2008, a 3 milioni. “Negli ultimi 5 anni ” si dispera Boccadutri “gli abbiamo dato 10 milioni: ora basta!”.

Come si fa ad andare avanti? La risposta è una drastica ristrutturazione, maneggiata con imbarazzo comprensibile da un partito che ha sempre condannato i licenziamenti fatti dagli altri. Per Liberazione è stato decretato il ridimensionamento: contratti di solidarietà per sei-otto giornalisti e cassa integrazione per tutti gli altri, una quarantina compresi i poligrafici. Ci si accontenterà di un giornale ridotto a quattro pagine. Ma saranno i dipendenti della direzione a dover subire i tagli più pesanti: dai 125 in organico, un’enormità, bisognerà scendere a non più di 40.
I lavoratori sono sul piede di guerra e minacciano azioni eclatanti. Il partito ha offerto 7 mila euro di buonuscita più una mensilità per ogni anno di anzianità. Finora nessuno ha accettato.

Dalle parti dei comunisti di Diliberto la situazione è meno allarmante solo perché i dipendenti sono solo una ventina. “Non ci saranno licenziamenti” dice il tesoriere Roberto Soffritti “ma chi va in pensione non verrà sostituito”. Il bilancio 2008 si è chiuso con un disavanzo leggero, “però i problemi arriveranno già dal consuntivo 2009″. Anche qui c’è un macigno, il settimanale La Rinascita della sinistra, con 15 tra giornalisti, grafici e amministrativi.
I vendoliani si salvano (per ora) solo perché molti dei funzionari che hanno fatto lo strappo dal Prc sono in carico ai sindacati, non esiste un giornale e nemmeno una sede. Il tesoriere, Francesco Ferrara, confida in una sottoscrizione tra militanti e simpatizzanti. Problemi seri, invece, in casa dei Verdi, dove oltre alle entrate è in calo anche il numero degli iscritti e il bilancio 2008 si è chiuso con 1 milione di disavanzo. L’amministratore, Marco Lion, annuncia il taglio di un organico già scheletrico: “Abbiamo sei dipendenti e quattro lavoratori a progetto: li dimezzeremo”. Tutti i soci di Sinistra e libertà possono almeno sperare che la vittoria di Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema al congresso Pd riapra le porte o del partito (è il caso di vendoliani e Sd) o almeno porti a una riedizione dell’Unione sotto il cui simbolo superare le future soglie di sbarramento. Ma Rifondazione e Pdci non possono nutrire neppure questa speranza.

(ha collaborato Vasco Pirri)

Kaka: Stavolta parlo io. E non solo di calcio

kaka esulta dopo un gol
Quando firma un autografo prima scrive “Dio è grande” e poi Kakà: giusto per chiarire per chi tifa e a chi sta sotto in linea diretta. È evangelico Ricardo Izecson dos Santos Leite (qui la scheda sul sito del Milan), è cioè un ultrà del Cristianesimo, uno da curva sud della Bibbia: Cristo al centro, no alla Chiesa istituzione, verginità prematrimoniale, niente alcol, mai una canna, neanche per sbaglio, molta beneficenza e il comandamento interiore di allenarsi alla bontà più che al dribbling.
È pure in debito con il Padreterno, Kakà, per quella volta che lo ha salvato da una brutta caduta in piscina; e per quei gol così belli, improbabili e perfetti da sospettare lo zampino divino. Ci sta la pubblicità gratis. Senza contare che il ventottenne trequartista del Milan si è ritrovato con una faccia d’angelo e natali brasiliani, ma non in una favela: famiglia bene i Leite, padre ex manager, madre insegnante.

I VIDEO da Youtube
Le magie di Kakà

I dieci migliori gol di Kakà

Gli assist migliori di Kakà

Kakà a 15 anni

Kakà palleggia con due palloni

Kakà e l’affaire Manchester City

I tifosi assediano la finestra di Kakà: “Non ci lasciare”

Bello e buono, sempre. Mai stufo?
Non è che davanti alle telecamere sono in un modo e nella realtà in un altro. Non mento.
Però una volta ammise che in campo qualche bestemmia le è scappata…
Per noi brasiliani non esiste la bestemmia. Proprio non la conosciamo. Ho ammesso di dire “cazzo”, “merda”, parole che scappano quando si è sotto pressione, per noi quello è bestemmiare.
E come la mette con i suoi colleghi, serial killer verbali del Padreterno?
“Cosa c’entra Dio? Cerca un’altra parola!” dico loro. Mi limito a questo rimprovero.
A se stesso cosa rimprovera, invece?
Di essere impaziente, di non saper stare tranquillo. Anche a casa devo trovarmi qualcosa da fare.
Non è che ha creato una mistica intorno al mancato incidente mortale?
È successo nel 2000, una brutta botta al collo, la morte sfiorata. Io credo che Dio mi abbia aiutato, ma è solo una delle tante esperienze che ho avuto con lui da quando sono nato.
Si sente protetto?
No, benedetto.
Si è sposato il 23 dicembre, data simbolica, da presepe.
Erano gli unici giorni liberi che avevamo mia moglie e io, intorno a Natale.
E siete arrivati entrambi illibati.
C’era chi mi prendeva in giro, chi compiangeva la mia castità: “Oh, poverino!”. E battute da spogliatoio. Arrivare vergini al matrimonio per noi era importante, il celibato è un valore di Dio.
Soddisfatti o rimborsati? Ne è valsa la pena, per dirla in soldoni?
Sicuramente. Oggi ho una moglie e un figlio meravigliosi. Una benedizione di Dio. Non mi sono mai pentito.
E adesso come la mette con i rapporti? Secondo i sacri testi dovrebbero essere solo procreativi, più che ricreativi…
No, va bene.
Va bene come? Metodi anticoncezionali?
Controlliamo.
Tentazioni?
Mi piace mia moglie.
E la signora Kakà non si irrita per la scritta “I belong to Jesus”, “Appartengo a Gesù”, stampata sulla maglietta e mostrata a ogni gol?
Condivide. Forse dovrei correggere la scritta: “We belong to Jesus”, tutti e tre, Caroline, Luca e io.
Marcello Lippi ha detto che non ci sono gay nel mondo del calcio.
Mai trovati.
Oltre alle donne, piace anche agli uomini. Si sente un’icona?
Non lo so. Non mi interessa essere un sex symbol, non cerco nulla di ciò. Mi interessano i valori familiari, sono quelli che voglio comunicare.
Casa, chiesa e bottega Milan. Ciclicamente girano voci che sia in trattativa con altre squadre. La religione ha pesato nel no al Manchester City, il cui proprietario è un musulmano?
No, per nulla.
Da uno a dieci, quanto contano i soldi nella sua vita?
Sono importanti, ma non è il mio primo valore.
Sarebbe disposto ad autoridursi l’ingaggio, come ha proposto Gennaro Gattuso?
Dipende. È da valutare.
Sembra un no. È suo padre, che le fa da procuratore, a decidere?
Per fortuna non è un dittatore. Non mi dice “fa’ questo o fa’ quello”. Discutiamo.
Non crede che fra supercontratti, sponsor e diritti tv, il sistema calcio sia drogato?
Si parla sempre di quello che non funziona e mai della parte buona, che invece c’è. E che io tento di comunicare.
Mai un’espulsione, pochi cartellini gialli: dà il buon esempio, insomma.
Ci provo.
Paolo Maldini lascia la fascia di capitano: la vorrebbe?
Un giorno, magari.
Sempre perbene.
È che ci sono altri prima di me.
I leader dello spogliatoio?
Gattuso, Nesta, Ronaldinho. E anch’io.
Il più bello della squadra: lei?
Adesso c’è anche David Beckham.
Il più dotato: una volta si è lasciato scappare che è Clarence Seedorf…
Gli sto facendo pubblicità: mi dà dei soldi.
I più donnaioli?
Ronaldinho, Borriello, Flamini.
I più pronti a fare casino?
Gattuso, Nesta, Pato, Inzaghi.
Pelè o Diego Armando Maradona?
Pelè.
Doccia o bagno?
Doccia.
Bionde o brune?
Guardi chi ho scelto. Brune, brune.
Suv o Cinquecento?
La Q7 della Audi: è uno sponsor.
È vero che fa pubblicità solo a marchi “puliti”?
Non potrei mai fare da testimonial a sigarette o bevande alcoliche.
Un integralista dello spot: dicono che abbia accettato i Ringo perché erano metà bianchi, metà neri.
Mi piaceva quel messaggio.

 Kakà e la moglie

George W. Bush o Barack Obama?
Sono contento che ci sia un nero alla presidenza. Un’altra barriera abbattuta.
Lo sa che è talmente politically correct da spezzare le gambe a un intervistatore?
Gliel’ho detto, non fingo.
Ci riprovo: perché ha vinto sempre l’Inter dopo Calciopoli?
Non è vero, noi abbiamo portato a casa la Coppa dei campioni.
E degli arbitri cosa dice, è cambiato qualcosa da quando c’è Pierluigi Collina al vertice?
Di solito non parlo mai degli arbitri, in pochi secondi devono valutare un’azione che noi rivediamo alla moviola cinque o sei volte. Non è semplice.
Insomma, è meglio o peggio adesso?
Gli arbitri stanno migliorando, ma la preparazione è fondamentale, si può fare di più.
Quanto ha pesato Leonardo nella sua carriera?
Tantissimo. È stato sei mesi in Brasile e quando è tornato ha fatto il mio nome ai dirigenti del Milan, ha spiegato loro chi ero e come giocavo. Era il 2002, ero un ragazzino, mi conoscevano in pochi.
E ora se lo ritrova allenatore…
È un carissimo amico, per me questo conta.
Il suo maestro calcistico?
Raì, centrocampista, brasiliano. Era più lento di me, ma più tecnico. L’ho sempre considerato il mio modello.
Se le dico Ancona-Milan, anno 2003, cosa mi risponde?
La mia prima partita con la maglia rossonera. E da titolare. Mi ritrovavo in campo con alcuni dei miei miti.
E poche settimane dopo il derby.
Gol di testa su cross di Gattuso. La mia prima rete milanista. Da raccontare ai nipoti.
Il gol più bello, invece?
Alla semifinale della Champions, aprile 2007, contro il Manchester in Inghilterra: lancio di Dida e colpo mio di testa.
E dire che da ragazzino era partito con un handicap di costituzione.
Fino a 15 anni sono stato sempre il più piccolo. A scuola, a calcio. Il più basso. In una parola: uno sfigato. Ero in ritardo nella calcificazione delle ossa. Loro, allenatori e presidenti, non hanno tempo per aspettarti.
E allora?
Giocavo nel San Paolo. Per fortuna qualcuno ha detto: “È un talento, non perdiamolo”. Così mi hanno portato da uno specialista: facevo una cura a base di creatina e aminoacidi, ogni tre-quattro mesi. A poco a poco le ossa si sono messe a posto e intanto io avevo potenziato la massa muscolare. Anche stavolta mi ha aiutato Dio.
Niente libero arbitrio, si direbbe a sentirla parlare.
Penso che Dio abbia previsto una strada per ognuno di noi, ma questo non ci esime dallo scegliere, dal prendere le nostre responsabilità. Io cerco di stare vicino a lui il più possibile. Prego parecchie ore al giorno, quando cammino, quando faccio la doccia, guido. Ogni volta che posso.
È per pietas che ha difeso Adriano?
Non condivido le sue scelte, ma le rispetto. Non giudico. So capire quello che sta attraversando.
Che cosa le manca in bacheca?
Il secondo pallone d’oro, il secondo Mondiale, la seconda Champion. Il bis di tutto.
Nel 2000 le chiesero di scrivere i suoi dieci desiderata: erano tutti calcistici. Oggi?
Cento gol con la maglia del Milan, giocare bene nella nazionale brasiliana ai Mondiali, e alla Confederation cup in Sud Africa a giugno. E trasmettere valori sani a mio figlio.
Ha la bacchetta magica: cosa fa?
Elimino la fame nel mondo: se hai la pancia vuota, non ragioni.
E per il calcio?
Tolgo la violenza dagli stadi

Vendesi rene disperatamente. On line

humanorgan

Chi cerca una casa o una automobile su internet può trovare offerte vantaggiose. Ma curiosando fra le inserzioni con i prezzi più bassi può capitare di imbattersi in un annuncio sconcertante: “Vendo un rene in buone condizioni”. Seguono gruppo sanguigno e un numero di cellulare. È davvero possibile che qualcuno in Italia voglia e possa cedere un organo in cambio di denaro? O si tratta di imbrogli, provocazioni?
Panorama ha provato a chiamare. Dopo due squilli risponde una voce maschile. È Stefano (nome di fantasia), residente in provincia di Perugia: “Sì, ho messo l’annuncio” conferma. “Fumo, ma non sono bevitore… ho una salute eccezionale” continua l’uomo al telefono. “Guardi, devo fare in fretta… sono disponibile subito: forse potremmo provare in una clinica svizzera per l’intervento. Qui da noi, sa, non è legale”. Ma perché vuole farlo? Sbuffa, poi racconta: “Sono disoccupato, questa crisi economica mi ha messo in ginocchio. E sono rimasto solo da febbraio dell’anno scorso: tutte queste cose mi hanno fatto venire cattivi pensieri in testa. Così, almeno, risolvendo qualche piccolo problema, cerco di aiutare qualcun altro. Perché, quando ti viene un pensiero brutto, il più brutto di tutti, non si sa che fine fai”.
Stefano non è l’unico. Non è difficile trovare su internet annunci di altre persone che vorrebbero vendere un rene. Forum e siti web diventano bacheche per lanciare appelli di una terribile schiettezza che portano alla luce disperazioni autentiche. E dalle conseguenze imprevedibili. Come mostrano le storie di altre due persone (i loro nomi sono di fantasia) che hanno affidato a internet le loro richieste.
Per descrivere un dramma possono bastare poche righe: “Disoccupato cerca qualunque tipo di lavoro. Vende rene per sopravvivere. Chiamare il numero… oppure scrivere all’indirizzo di posta…”. Alberto, siciliano, dice di essere arrivato al limite: “Sono disposto all’intervento chirurgico, ma ho avuto un infarto pochi giorni fa. Ora sono in attesa di tornare all’ospedale” racconta al telefono. “Non sono bevitore, non mi drogo. Ma sono fumatore: dopo quello che è successo, però, il dottore mi ha detto di evitare le sigarette. Cosa deve fare uno che non trova lavoro? Rubare? Oppure cercare di sopravvivere?”. Alberto ha 60 anni, sarebbe troppo anziano per il trapianto. Si convince e rinuncia. Qualche minuto dopo richiama la moglie e gioca l’ultima carta: “Guardi, sarei disposta io. Sono giovane, ho 28 anni”.
Diverso è il motivo di un altro annuncio: “Mi vendo un rene, midollo e quant’altro si possa cedere senza morire”. Che cosa ha costretto Giacomo, barese, a descrivere il suo corpo come una merce da mettere all’asta online? “Sono spinto da questioni di liquidità. Visto che non ci sono problemi a donarne uno e ad aiutare un’altra persona… Avrei la necessità di avere subito 100 mila euro”. Come mai? “Sono nelle mani di alcune persone a cui ho chiesto prestiti. E non ho soldi per ripagarli” dice amareggiato Giacomo.
Gli annunci per la vendita di organi non sembrano un fenomeno sporadico, tanto che i maggiori siti italiani dedicati alle inserzioni online sono già attrezzati per riconoscere e cancellare tempestivamente appelli come quelli di Alberto, Stefano e Giacomo. Un gruppo di dieci persone, aiutato da tecnologie informatiche, controlla per esempio ogni giorno Bakeca.it: dall’inizio dell’anno sono state una decina le rimozioni di testi che riguardavano organi. E sono attive collaborazioni con le procure e la Polizia postale.
Anche Kijiji, un mercatino online, impiega un gruppo di persone per filtrare gli annunci anomali. Ma altri siti, soprattutto locali, non sono in grado di essere altrettanto rapidi. E comunque, anche se cancellate, le richieste possono restare fra le pagine archiviate dai motori di ricerca (per esempio, nella memoria cache di Google): nessuno è in grado di sapere esattamente quando scompariranno da internet. Ammette Franco Brizzi, presidente dell’Associazione nazionale trapiantati di rene (Antr): “Anche noi abbiamo cancellato un paio di annunci dal sito web”.
I messaggi di disperati non arrivano unicamente attraverso internet. “Qualche giorno fa mi è arrivata la lettera di un ragazzo che voleva essere aiutato a vendere un rene: purtroppo può capitare di leggere richieste simili” riferisce Giuseppe Remuzzi, direttore del dipartimento di medicina specialistica e dei trapianti negli Ospedali riuniti di Bergamo. In Italia una legge del 1967 punisce gli intermediari nella compravendita di reni: “È vietata ogni forma di mercato, però è incriminato soltanto il mediatore” puntualizza Ferrando Mantovani, docente di diritto penale dell’Università di Firenze.
Secondo il ministero della Salute, sono oltre 7 mila le persone in lista d’attesa per un trapianto di rene: aspettano in media tre anni, con rare eccezioni. Osserva Brizzi: “Ricordo una persona che è stata chiamata dopo nove anni. Il malessere dei reni è silenzioso e sarebbe importante migliorare la prevenzione”.
Nel 2008, però, è emerso un paradosso: sono aumentate le segnalazioni dagli ospedali di possibili donatori, ma gli interventi di trapianto in sala operatoria sono diminuiti. Secondo l’Istituto superiore della sanità, i motivi sono da ricercare nell’opposizione dei familiari e nell’innalzamento degli standard di sicurezza per il paziente. Veneto, Piemonte e Liguria sono le regioni più generose.
reneonline

Dove, però, non arriva l’altruismo di chi ha deciso di donare gratuitamente c’è spazio per un commercio illegale che, nel mondo, ha raggiunto dimensioni preoccupanti. Secondo le stime di Luc Noël, coordinatore del gruppo di procedure cliniche dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), quattro anni fa un trapianto di rene su dieci era legato al mercato nero. Sono fenomeni condannati dalla dichiarazione di Istanbul, sottoscritta dagli istituti di 78 paesi e da 20 organizzazioni internazionali. “In Europa, ammesso che il fenomeno esista ancora, è in via di scomparsa. E sono forti le indicazioni etiche dell’Unione Europea contro il traffico d’organi” commenta Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro trapianti dell’Istituto superiore di sanità. “Diversa, invece, è la situazione in Asia, dove l’Oms lavora da tempo per migliorare le situazioni normative, in una direzione più garantista” aggiunge Nanni Costa.
È stata la rivista scientifica Nature a segnalare i rischi di commercio illegale associati allo squilibrio economico e demografico tra alcune aree del pianeta. Se nei paesi ricchi la popolazione invecchia e avrà bisogno di maggiore assistenza sanitaria, nelle nazioni in via di sviluppo la disponibilità di organi resta ampia. Pakistan, India, Filippine, Nepal, Turchia, Moldova (lo stato più povero del continente europeo) sono alcune tra le mete più frequentate dal “turismo dei trapianti”.
“In Italia, comunque, la scomparsa di un paziente dalle liste d’attesa o dalla dialisi dovrebbe avere un riscontro presso i centri di riferimento sul territorio nazionale” sottolinea Nanni Costa.
L’ultimo paese che si è affacciato in un mercato ormai fiorente è la Colombia. L’Iran, invece, è un’eccezione: la vendita di organi è regolamentata dallo stato e giovani volontari possono offrirli a un’associazione religiosa musulmana di Teheran in cambio di denaro.
I viaggi sanitari clandestini della speranza, inoltre, sono facilitati da pacchetti tutto incluso che comprendono il biglietto aereo, l’operazione, la degenza. E, talvolta, anche una persona disposta a cedere un organo in cambio di denaro.
Un ospedale pachistano, contattato da Panorama, afferma che sono necessarie dalle tre alle quattro settimane per individuare il “venditore” adatto: il costo complessivo è di 65 mila dollari (ne servono 5 mila in più se il sangue del paziente è del gruppo 0) e prevede anche 30 giorni in clinica.
“Sono stati stabiliti a livello internazionale criteri per il controllo della qualità nei trapianti. L’obiettivo è garantire la sicurezza del ricevente e del donatore. Ma i trapianti in paesi che hanno procedure al di fuori di questi controlli non danno garanzie” avverte Bruno Gridelli, direttore scientifico all’Ismett di Palermo. “Non è sicuro per il donatore” spiega Remuzzi degli Ospedali riuniti di Bergamo “perché non ci sono garanzie su come viene svolto l’intervento di espianto (dalla tecnica al sistema sanitario); e neppure per il ricevente perché non ci sono informazioni sulla qualità dell’organo. Potrebbe essere infettato da virus dell’epatite o dell’hiv. E poi, quali sono le garanzie di sterilità? E mancano garanzie su come vengono affrontati i problemi postoperatori”.
Purtroppo l’elenco degli istituti sanitari che nei paesi in via di sviluppo promettono miracoli a prezzi stracciati grazie al permissivismo locale è lungo: un ospedale di Hyderabad (in India) offre sul web un intervento chirurgico per la sostituzione di un rene a 20 mila dollari, inclusi dieci giorni di degenza.
In Colombia, India e Filippine anche i siti per gli annunci economici e i social network diventano punti d’incontro tra la domanda dai paesi abbienti, dove gli organi scarseggiano, e l’offerta di persone che non hanno null’altro da vendere se non il proprio corpo. Le contrattazioni sono aperte 24 ore al giorno. Con pochi controlli da parte dei gestori dei forum.
rene
“Sono un uomo in buona salute con un gruppo sanguigno B positivo” scrive un utente. Oppure, qualche giorno fa, “Niti” ha scritto un commento nel gruppo Kidney donors: “Ho bisogno di un donatore di reni per mio padre di 54 anni. Se qualcuno è interessato, può contattarmi al…”. La risposta di Ravi, un giovane indiano, è arrivata in poco tempo: “Ciao, voglio vendere il mio rene, il mio gruppo sanguigno è 0 positivo e ho 25 anni”. Segue, come sempre, il numero di cellulare o un indirizzo email.

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Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
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Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
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Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
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