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Ma quanto vale l’Udc? Sondaggisti al lavoro: ecco il peso di Casini

Una bandiera UDC | (Ansa)

Una bandiera UDC | (Ansa)

Rebus Udc: quanto conta Pier Ferdinando Casini? Umberto Bossi ha già detto la sua: “Casini è uno che fa molte chiacchiere, ma pochi numeri. Vedremo quanti voti piglia“. Gli analisti dei flussi elettorali sono già al lavoro per calcolarli. “Non è facile” avverte Luigi Crespi. Continua

Europee. Pd e Pdl stabili. La questione è sulle ali: Lega e Idv

Il ministro per le Riforme e leader della Lega Nord, Umberto Bossi

Poli al palo. Le due coalizioni, infatti, non mutano granchè la loro consistenza complessiva rispetto alle politiche. Ben diverso il discorso sugli equilibri interni, con i partiti maggiori “cannibalizzati” dalle rispettive “ali”, la Lega Nord e l’Italia dei Valori.

A destra vola il Carroccio. Vola alto (per i voti portati alle elezioni europee: 10,2%) e va oltre il confine del Po, inserendosi di prepotenza nelle regioni tradizionalmente considerate rosse.
E allora è ampiamente giustificata l’euforia del Senatùr. “Sono soddisfatto” ha commentato. Che poi mette subito le mani avanti: “Comunque, per l’Italia non cambia niente”. Cioè, come già diceva a Panorama: “Non terremo le mani libere. Io sono amico di Berlusconi. Ogni grande patto è sacro. È di ferro. Una volta che la Lega presiederà le province e i comuni io sarò a posto”. Nel pomeriggio di domenica Bossi, cauto e astuto, ci andava piano nel commentare il risultato della Lega alle Europee. Ora il vento è cambiato. “Un conto sono le sensazioni” replica Bossi “un conto è il ragionamento e partivo dal presupposto che noi non siamo mai andati bene nelle Europee rispetto ai risultati che invece abbiamo nelle politiche”.
Certo, il sorpasso non c’à stato, ma l’esultanza del ministro Calderoli per lo “scudetto” vinto dalla Lega (nonostante la vittoria di Berlusconi nel “derby” del Nord) la dice lunga sul fatto che il Carroccio sia diventato più forte che mai all’interno della maggioranza. Primo, perché la Lega con il suo risultato fa sì che il dato complessivo del centrodestra sia pari a quello ottenuto alle Politiche 2008. Insomma, puntella non poco l’esecutivo. E, secondo, le sue priorità (dall’affossamento del referendum, dalla sicurezza, dal federalismo e anche da una politica meno centrata sulla figura carismatica e leaderistica di Berlusconi), diventano un po’ più stringenti (e ingombranti) per la coalizione. Né va dimenticato, tra l’altro, che il prossimo anno c’è una nuova tornata amministrativa con presidenze di Regione, a partire da Lombardia e Veneto, nel mirino di Bossi.

Se questi sono i nodi nella metà campo vincente, va molto peggio per il Pd. Che si ostina a negare la sconfitta, nonostante un calo di ben 7 punti: “Il voto ha sfatato il mito dell’invincibiltà di Berlusconi ed è stato scongiurato il rischio che il Paese oggi si svegliasse sotto un padrone assoluto. Il governo è in minoranza perché la somma dei voti tra Pdl e Lega è del 45,52%. Stiamo lontani dal 50% mentre Berlusconi aveva impostato tutta la campagna come una verifica sul governo ed un referendum su di lui, sul mito della sua invincibilità. Questo mito oggi viene sfatato”, commenta il leader (scadenza ottobre 2009) Dario Franceschini.
Ma i Democratici devono guardarsi dal vero vincitore, nella propria metà di campo: l’Idv di Di Pietro (+3,6%). E l’ex pm ha fatto subito capire che intende pesare, eccome, nel futuro del centrosinistra. Anzi, del “nuovo centrosinistra” di cui vuole essere perno imprescindibile. Tonino annuncia un mutamento profondo del partito, plasticamente rappresentato dalla scomparsa del suo nome dal simbolo. Un partito che intende “rifondarsi” per creare l’alternativa di governo al berlusconismo. E il Pd? Scelga se starci, dice Di Pietro, ponendosi comunque alla guida del progetto.

Chi ha motivi di auto-critica, ma anche di speranza, è la sinistra radicale: divise, le due liste radicali, hanno fallito l’obiettivo Strasburgo. Avessero corso uniti avrebbero toccato il 6,6%, (più 2,6% rispetto alle politiche 2008). Di fronte a questa propensione autolesionista della sinistra massimilasta, restano non solo il rimpianto di aver perso l’ennesima occasione ma anche lo spazio per una ripartenza.

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Europee: chi ha vinto e chi ha perso. Chi ha fatto boom e chi ha deluso

elevoto

Mettiamola così: è un problema di asticella. Silvio Berlusconi l’aveva posta al 40% per misurare la portata di un successo, anche personale.

Questione di asticella
Addirittura, fidandosi di uno dei sondaggi che aveva in mano (per l’esattezza: quello della società americana Penn, Schoen & Berland, che aveva effettuato cinque rilevazioni su un campione di 10.000 elettori, e che in altre occasioni ci aveva preso), negli ultimi giorni aveva azzardato un 45%. Il Pdl si è invece fermato al 35,25, cioè 2,2 punti in meno rispetto alle Politiche 2008, ma 2,8 punti in più rispetto al dato paragonabile delle Europee 2004, sommando Forza Italia (allora 20,9) e An (allora 11,5).
Il Partito democratico aveva piazzato l’asticella al 27% per poter parlare credibilmente di fine della crisi. Ha ottenuto il 26,15: 7,1 punti in meno rispetto alle Politiche e 5 in meno rispetto alle Europee 2004, quando la lista si richiamava all’Ulivo.
Il raffronto con le precedenti consultazioni di Strasburgo può apparire, per entrambi i maggiori contendenti, troppo remoto: ma è in base a quello che si eleggono i deputati da inviare a Strasburgo, anche tenendo conto del fatto che con i nuovi ingressi nell’Unione europea ai paesi fondatori come Francia e Italia ne toccano meno. Bene, i calcoli sono ancora in corso, ma il Pdl dovrebbe riuscire ad incrementare da 25 a 29-30 la propria rappresentanza. Mentre il Pd dovrebbe scendere da 24 a 22.

Pdl e Pd: campagna elettorale sbagliata
Come dire: mai fidarsi delle aspettative (anche personali, come nel caso del premier), fissare obiettivi troppo ambiziosi, non tenere conto di un contesto europeo denso di scetticismo, di astensioni massicce, e di bocciature dei governi in carica. Da questo punto di vista non c’è dubbio che entrambi i maggiori partiti italiani, Pdl e Pd, abbiano sbagliato campagna elettorale. E che al contrario ne siano usciti vincitori, nell’ordine: la Lega, che rispetto a un anno fa sale al 10,25%, guadagnando due punti; l’Italia del Valori di Antonio Di Pietro, che si piazza al 7,9 rispetto al 4,4 che aveva; ed anche l’Udc, che va al 6,5 dal 5,6. Ancora più schiacciante il successo di Umberto Bossi e di Di Pietro se lo raffrontiamo alle Europee 2004: allora la Lega prese il 5%, l’IdV il 2,1. L’Udc, invece, che era alleato del centrodestra, ottenne il 5,6.
Scompare di scena anche a Strasburgo la sinistra massimalista e radicale che qui si era presentata in ben tre varianti, non paga della frammentazione delle consultazioni passate. E niente da fare per i radicali veri, quelli di Marco Pannella ed Emma Bonino. Così come non supera lo sbarramento la bizzarra coalizione messa in piedi dagli Autonomisti siciliani, dalla La Destra di Francesco Storace, dall’Alleanza di Centro dell’ex mezzobusto Francesco Pionati e dai i Pensionati di Carlo Fatuzzo (europarlamentare uscente). Di questi sopravvive politicamente il solo Raffaele Lombardo, capo dell’Mpa e governatore della Sicilia.
La semplificazione che abbiamo già visto al Parlamento italiano si trasferisce, per quanto ci riguarda, anche a Strasburgo.

Sinistra ai minimi termini
Questi i dati. Sul piano più strettamente politico, è evidente che nelle file del Popolo della Libertà la delusione si taglia a fette. L’incoronazione definitiva e personale di Berlusconi non c’è stata. Quanto ai Democratici, la tentazione è di fingere di trasformare in vittoria quella che è pur sempre una ennesima, secca sconfitta. Certo, non sono precipitati al 25% come molti temevano. Ma è una sinistra (oltretutto l’unica rimasta anche nell’Europarlamento) ridotta ai minimi storici. Vedremo comunque come se la giocherà il segretario Dario Franceschini: i giochi in vista del prossimo congresso sono iniziati.
Da segnalare piuttosto, nell’opposizione, il buon dato dell’Udc: non tanto per l’incremento ottenuto (lieve), ma per la posizione strategica a cui Casini ha ancorato il suo partito centrista. Che d’ora in poi diverrà un’attrazione più o meno irresistibile sia per il Pdl sia per il Pd.

Bossi e Di Pietro veri vincitori
Entrambi ai massimi storici, anche se il Carroccio non è riuscito a scavalcare il Pdl nel Veneto. La Lega tuttavia sta al governo, il che porta due conseguenze: con il suo risultato fa sì che il dato complessivo del centrodestra sia pari a quello ottenuto alle Politiche 2008. Insomma, puntella non poco l’esecutivo. E - seconda conseguenza - le sue priorità, a cominciare dalla sicurezza, dal federalismo ed anche da una politica meno centrata sulla figura carismatica e leaderistica di Berlusconi, diventano un po’ più stringenti (e ingombranti) per la coalizione. Anche qui, vedremo come reagiranno gli alleati di governo.
Quanto a Di Pietro, il suo antiberlusconismo spinto diventa obbiettivamente, e ancora di più, una tentazione ma anche un rischio per i il Pd. Probabilmente l’ex pm, che di sinistra non è, è destinato a raccogliere il testimone della sinistra radicale e massimalista.

Un’ondata di euroscetticismo
In un panorama europeo di crollo quasi ovunque della sinistra, dove partiti storici e di governo come i socialdemocratici tedeschi, socialisti spagnoli e laburisti inglesi subiscono una solenne bastonatura che almeno in Inghilterra e Germania è destinata a mutare la scena politica, i moderati italiani potrebbero anche cantare vittoria. La nostra coalizione di governo, assieme a quella gollista francese di Nicolas Sarkozy e ai cristiano democratici tedeschi di Angela Merkel, non è stata puntita dagli elettori. Non lo è stata a maggior ragione a fronte di una crisi economica che ha sconquassato il continente; né lo è stata rispetto all’ondata di euroscetticismo e all’astensionismo portata dall’Europa dell’Est (a proposito: c’è da chiedersi quanto credano veramente nelle istituzioni europee questi nostri nuovi partner nell’Ue).

Quanto è costato il Noemigate?
Certo, la nostra campagna elettorale è stata dominata da Vallettopoli e dal Noemigate. Quanto hanno influito? Berlusconi se ne lamenterà parecchio e si dichiarerà vittima del gossip. Senza quella “variabile” non sapremo se le cose sarebbero andate diversamente. Gli italiani, di sicuro, hanno mostrato di non aver gradito.

Partecipa al Forum: Cosa pensi del risultato di questa tornata elettorale?. LEGGI ANCHE: Europee: Pdl primo partito, cala il Pd - Europee, l’occhio dei blog sui risultati.

Europee, l’occhio dei blog sui risultati: “Hanno vinto Noemi e l’astensionismo”

La prima volta di Noemi al voto

Notte elettorale, notte di passione (politica). Almeno in rete, nonostante alla fine a vincere davvero in Europa sia stata l’astensione. Come accade quando le urne si chiudono alle 22, chi è interessato ai risultati e alla loro interpretazione si incolla al televisore, alla radio, o a internet. E in quest’ultimo caso, oltre ai dati, c’è la possibilità di leggere anche il commento e le analisi che ne danno, a volte in tempo reale, i blogger.

Per chi ha votato la blogosfera?

In Italia, considerando le (discusse) classifiche di blogbabel e blogitalia, i blog che si occupano di politica sono tra i più seguiti. Molti sono tenuti da giornalisti, da politici veri e propri e da sedicenti esperti. Che nel weekend elettorale non hanno mancato di far conoscere ai loro lettori le loro preferenze. Stando a quanto pubblicato, quello spazio un po’ autoreferenziale e informe che è la blogosfera tende nettamente a sinistra. Si tratta di una semplificazione, ma è realistica: almeno per quanto riguarda i blog più letti e linkati.

Ironia sul Pd

Le critiche e l’ironia sul Pd sono il pane quotidiano, ma al momento di andare alle urne non si resta a casa, come informa Ladri di marmellate: Wittgenstein, di Luca Sofri, sponsorizza l’ex candidato-sorpresa alle primarie del centrosinistra Ivan Scalfarotto, curatore di un altro diario on-line (solidarietà tra colleghi?), Beppe Grillo lancia le proprie liste (“lo sbarco nei comuni è un piccolo sbarco in Normandia”) e appoggia l’Italia dei Valori, Mantellini invece si espone per Debora Serracchiani del Pd (ma solo perché ci sono le preferenze, visto che la foto dei candidati capolista dei democratici è accompagnata dalla scritta “Scegliamo la carta argento”), il trio di Voglioscendere ( i giornalisti Gomez, Travaglio e Corrias) si divide tra Pd e Di Pietro, Zoro ovviamente opta per il Pd (dopo aver periodicamente demolito i dirigenti democratici per un anno a “Parla con me”), mentre Leonardo fa un appello contro l’astensione di sinistra a favore di Franeschini: “Inseguo lo spettro dell’onesto padre di famiglia che porta in missione la delegazione parrocchiale”.
Segretario del Pd protagonista anche di un divertente video che rimbalza sulla rete, in cui lo si vede in versione ologramma pronunciare il suo appello elettorale contro Darth Vader (su il grande cocomero).

Esultanza a destra

E i diari online che simpatizzano per il centrodestra? Ci sono, ovviamente, ma hanno meno seguito. Anche perché magari non si definiscono come “blog” e sono curati da più persone. Dai più schierati come “Il Predellino” (online con la presentazione di tutti i candidati del Pdl) o “Il Giulivo” ai più critici come “La pulce di Voltaire” che indica come valida alternativa al partito del premier il voto a Magdi Allam, dell’Udc.
Mentre “The Right nation” sfida la par condicio pubblicando i sondaggi fino a poche ore prima del voto sotto forma di corse “clandestine” di cavalli in cui Berlusconi è Varenne.

I commenti a caldo su chi ha vinto

Pochi i blogger che, anche a causa delle esperienze precedenti (soprattutto l’infinita nottata del 2006), si sono messi a commentare i dati degli “instant poll” domenica notte: tra gli altri Wittgenstein, che mette online le proiezioni ogni ora dalle 23 in poi e posta un estratto da un articolo del Times di Londra in cui si chiedono le dimissioni di Gordon Brown. L’ultimo aggiornamento è alle 2 e un quarto: “direi che il PD ha perso, ma l’ha sfangata, per come si è sparato nei ginocchi da solo in quest’anno (ha anche guadagnato 3 seggi dal 2004, grazie agli sbarramenti). Direi che il PdL è andato in modo deludente, e peggio che in quasi ogni occasione degli ultimi dieci anni: l’idea del partitone non ha portato a casa niente, anzi. La Lega ha abbastanza vinto, la mia pretesa era alta. L’IdV ha vinto come da previsioni. L’UdC ha vinto. Gli altri hanno perso, come da previsioni”.

Le parole dei politici

Chi invece si getta a capofitto nel gioco delle percentuali ondeggianti è la “troupe” di Notapolitica.it,  che riporta live tutte le dichiarazioni da agenzia dei vari politici, le proiezioni che si susseguono e i commenti degli utenti: intorno all’1 di notte, quando i risultati cominciano a delinearsi c’è chi si stupisce (“ragazzi o sono grossolanamente sbagliate le proiezioni o erano grossolanamente sbagliati i sondaggi”), chi invita ad attendere ancora qualche ora e ovviamente non mancano gli sfottò da una parte e dall’altra, bersagli soprattutto Daniele Capezzone e Antonio Di Pietro, anche se il clima rimane rilassato e rispettoso nei toni. Su “Giornalettismo” è Alessandro D’Amato a curare l’aggiornamento “live” (“In diretta gioie e dolori dello spoglio delle schede”) con i suoi commenti all’evolversi della situazione. Significativo il titolo da lui scelto: “Ha vinto Noemi”.

Frenata Pdl?

Per Schegge di vetro le dichiarazioni di Berlusconi su un Pdl oltre quota 40 % si sono rivelate troppo ottimistiche e controproducenti ma il centrosinistra non può vantare vittoria: “Il Pd perde, ma tiene. Il fatto che Berlusconi non abbia sfondato rende la sconfitta del partito di Franceschini meno pesante. La sinistra così detta “estrema” si suicida (come si sapeva). In totale prende il 6,5% ma essendosi presentati divisi non ottengono neppure un seggio.
elezioni

Ora l’avranno capita o hanno bisogno di altre trambate? La Lega al 10%. E’ la vera vincitrice, assieme a Di Pietro (8%) di queste elezioni. Da domani condizionerà ancora di più l’azione di governo”. Mentre per Guerre Civili il voto europeo dimostra che le sinistre in tutta Europa non riuscirannno mai a raggiungere la maggioranza alle prossime politiche, ma “Berlusconi ha salvato il Pd, con l’antiberlusconismo”.

LEGGI ANCHE: Europee: Pdl primo partito, cala il Pd. Boom di Lega e Idv, bene l’Udc . Partecipa al Forum: Cosa pensi del risultato di questa tornata elettorale?

Pdl vince su Pd: vantaggio stabile nei sondaggi. Bene Idv e Lega

Il momento del voto

Sedici giorni al voto, all’election day del 6/7 giugno. Poco più di due settimane alle amministrative e alle europee e tre diversi sondaggi su come stanno (e quanto valgono) i partiti che parteciperanno alla corsa.
Li hanno pubblicati Corriere della Sera, La Repubblica e Tempo. E tutti danno il centrodestra in grande vantaggio: il partito della maggioranza di governo veleggia verso il 50% dei consensi alle Europee: lo scarto con il Pd non sarebbe cambiato nelle ultime settimane.
Secondo i risultati dell’ultimo Atlante Politico, realizzato da Demos per la Repubblica si conferma l’ampio vantaggio del centro-destra. “Ma se lo scarto Pd-Pdl rimane sostanzialmente invariato” riferisce il quotidiano diretto da Ezio Mauro “rispetto alle stime di marzo, spostamenti più rilevanti sembrano investire i loro alleati e le ‘terze forze’”. Il Pd, stimato a marzo al 26%, ha subito un’emorragia di consensi che è stata solo in parte frenata da una strategia più aggressiva. Il sondaggio della Repubblica - realizzato prima della pubblicazione delle motivazioni della sentenza Mills - individua un’area non trascurabile di elettori che, pur avendo scelto il Pd nel 2008, non hanno ancora deciso se riconfermare il voto passato oppure orientarsi su altre forze (o sull’astensione). A beneficiare di questa situazione è stato, in una prima fase, soprattutto di Pietro con l’Idv (a marzo sopra l´8%), la cui progressione sembra essersi però interrotta. Riprende quota, invece, la sinistra comunista, che, sebbene divisa, punta a raddoppiare il (magro) bottino di un anno fa. Prc-Pdci si attestano ancora sotto la soglia del 3.7%, Sinistra e libertà al 3.1%, mentre sono sotto il 3% i Radicali, che corrono da soli. Dalla rilevazione Demos, l´Udc conferma la crescita registrata a marzo (7%).
Sul fronte di centro-destra, prosegue la marcia di avvicinamento alla soglia simbolica del 50%, soprattutto grazie alla crescita della Lega, che sembra poter sfondare il tetto del 10%. La coalizione berlusconiana si attesta insomma intorno al 49%.
Il trend viene confermato da Renato Mannheimer che sul Corriere della Sera nota un “interesse relativamente modesto per la prossima scadenza elettorale, specie quella europea”. “Solo il 36% degli italiani (vale a dire poco più di un cittadino su tre)” afferma Mannheimer “dichiara di essere ‘molto o abbastanza’ interessato alla campagna elettorale. Il sondaggista sottolinea inoltre come “sul piano politico, l’interesse per le elezioni risulta molto maggiore tra gli elettori del centrodestra, un altro segno, forse dello smarrimento e della disaffezione presenti nella fila del centrosinistra. L’incognita, a questo punto, sta nella partecipazione al voto. Malgrado l’85% degli intervistati dichiari di volere andare a votare (ma, tra costoro, il 17% confessa di non essere proprio certo e dice che lo farà ‘probabilmente’), è possibile che una certa quota, all’ultimo momento, rinunci a recarsi alle urne. In ogni caso, prosegue Mannheimer, le stime pubblicate più di recente tendono a confermare il successo del Pdl (vicino al 40% anche se, proprio negli ultimi giorni, sembra aver subito un calo relativo di consensi), quello della Lega (stimata attorno al 9%) e del’Idv (8-9%). Dall’altro verso, pare ‘tenere’ anche il Pd, per il quale le ultime rilevazioni ipotizzano un risultato tra il 25 e il 27%”.
Anche secondo i dati rilanciati dal Tempo “i sondaggi non mostrano flessioni nelle ultime settimane”. Il quotidiano romano fa notare come dall’ultima rilevazione di Euromedia, istituto di sondaggi di riferimento del premier, all’8 maggio il Pdl si attestava fra il 40 e il 46%, con un valore medio al 43; la Lega al 10%, mentre il Pd scenderebbe al 25,3; l’Idv si attesta al 6,4 e l’Udc al 5,5. “Il caso Noemi” scrive il Tempo “era già deflagrato visto che la sera della famosa festa è quella del 26 aprile”. “Da quel giorno non ci sono stati particolari cambiamenti” spiega Alessandra Ghisleri, direttore dell’istituto “perché gli italiani in genere sono molto interessati al gossip ma certo non votano in base a quello”.

Camera, Fini presidente: “Onorare i valori del 25 aprile e del 1 maggio”

Il neo eletto presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini durante il suo primo intervento nell'aula di Montecitorio | Ansa
Gianfranco Fini è il nuovo presidente della Camera. Il leader di An ha ottenuto la maggioranza assoluta con 335 voti. Alla votazione hanno partecipato 611 deputati. La maggioranza richiesta era di 306 voti. Oltre ai 335 voti di Fini, sette consensi sono andati a Daniele Marantelli del Pd. Tre i voti dispersi, 259 le schede bianche (era annunciata l’astensione di gran parte della minoanza: Pd, Idv e Udc), sette le nulle. Un applauso scrosciante dell’aula di Montecitorio ha salutato il raggiungimento del quorum, che portava Fini a diventare il tredicesimo presidente della Camera dei deputati, dal 1948. Da Giovanni Gronchi a Fausto Bertinotti, sono stati infatti dodici i suoi predecessori nelle nelle passate quindici legislature. Ben cinque di loro sono poi diventati presidenti della Repubblica (Gronchi, Leone, Pertini, Scalfaro e Napolitano).
Dopo un “doveroso omaggio” alle figure del capo dello Stato e di Papa Benedetto XVI, seguito da un richiamo alle radici cristiane dell’Italia, Fini nel suo primo discorso dallo scranno più alto di Montecitorio ha invitato la nuova Assemblea a dimostrare che “i deputati non sono solo una casta di privilegiati. Questo e’ possibile solo con i fatti”. Facendo suo l’auspicio del presidente del Senato Renato Schifani, Fini ha aggiunto che “non siamo all’anno zero” delle riforme, molto è stato fatto ma “la XVI legislatura dovrà essere per davvero legislatura costituente”.
“Avere istituzioni più moderne e più vicine ai cittadini è interesse di tutti, rappresenta un autentico interesse nazionale”, ha detto Fini, augurando che si possa ripartire dal lavoro degli ultimi mesi della Commissione Affari Costituzionali, sul superamento del bicameralismo perfetto e per avere un “federalismo solidale”.
Completo grigio chiaro e cravatta rosa, su camicia bianca, Fini ha preso la parola, per il suo discorso di insediamento, tra i palchi della presidenza:il 25 aprile e il 1 maggio, ha detto, “devono essere giornate condivise da tutto il popolo italiano”. “Celebrare la ritrovata libertà del nostro popolo e la centralità del lavoro nell’economia è un dovere a cui nessuno si può sottrarre. Specie se vogliamo vivere il 25 aprile e l’1 maggio come giornate in cui si onorano valori autenticamente condivisi e avvertiti come vivi e vitali da tutti gli italiani e in particolare dai più giovani”.
Secondo Fini “negli ultimi anni molti passi avanti nella giusta direzione sono stati compiuti, e dalla quasi totalità delle forze politiche. Coloro che si ostinano a erigere steccati di odio o a negare le infamie dei totalitarismi sono pochi, quanto isolati nella coscienza civile degli italiani”. Fini ha poi sottolineato: “La ricostruzione di una memoria condivisa, una sincera pacificazione nazionale, nel rispetti della verità storica, tra vincitori e vinti di ieri sono traguardi ormai raggiunti, anche per il nobile e coraggioso impegno di due Presidenti della Repubblica: Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi”.
“Un’insidia alla nostra libertà e alla democrazia esiste tutt’ora. Non viene dalle ideologie antidemocratiche del secolo scorso ormai superate, ma dal diffuso e crescente relativismo culturale”. Si tratta, prosegue Fini, della convinzione secondo cui “la libertà è assoluta pienezza di diritti e totale assenza di regole. La Libertà è minacciata quando in suo nome si teorizza l’impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato”. Secondo Fini, è responsabilità della politica e delle istituzioni rispondere a questa “minaccia”, puntando “sull’educazione dei giovani e sulla diffusione del sapere”. Infine un capitolo dedicato alla “perdurante tragedia delle cosiddette morti bianche offende la coscienza di ognuno, non può e non deve essere considerata come ineluttabile, ma deve generare uno sforzo comune a tutte le istituzioni perché ad essa si ponga rapidamente fine”.

Un discorso lungo 14 minuti, che ha mandato “in soffitta” l’appellativo “deputati” usato da Fausto Bertinotti e da Irene Pivetti per tornare al tradizionale “Onorevoli colleghi”. Fini ha un testo, cosa inusuale per lui, normalmente abituato a parlare a braccio, e ha incassato diciassette applausi. Il primo ad andare a congratularsi è il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini; il predecessore lo raggiunge sulle scalette del banco della presidenza e gli porge la mano, che Fini stringe. Tutto lì: nessun abbraccio e nessuna frase di circostanza. Quindi l’abbraccio dei deputati del Pdl. Nella sala del governo il “passaggio delle consegne” con Fausto Bertinotti: dopo essersi intrattenuto per qualche minuto con il suo successore, giusto il tempo per un brindisi, Bertinotti si congeda senza rilasciare dichiarazioni ma solo stringendo le mani ai funzionari della Camera e augurando a tutti un buon lavoro. Nel frattempo, si continua a brindare: c’è Berlusconi, poi fra gli altri giungono Massimo D’Alema, Arturo Parisi e tanti altri parlamentari, soprattutto del Pdl.
Gli arriva anche una telefonata di auguri da Walter Veltroni dalla clinica romana in cui èricoverato per un piccolo intervento. Finito lo champagne, si va a lavorare. Accompagnato dal segretario generale della Camera Ugo Zampetti e dal nuovo portavoce Fabrizio Alfano, Fini va al primo piano di Montecitorio e prende possesso del suo ufficio.
Nel pomeriggio la visita al Quirinale, poi qualche giorno di riposo fino a martedì, quando a Montecitorio si tornerà a votare per eleggere l’ufficio di presidenza.

Il VIDEO servizio:

Alla Camera la prima volta di un uomo di destra: Fini presidente di Montecitorio

Il presidente di An, Gianfranco Fini
Gianfranco Fini è il nuovo presidente della Camera. Dopo le tre fumate nere di martedì 29, per salire allo scranno più alto di Montecitorio al leader di An bastava la maggioranza assoluta. Appena raggiunto il quorum necessario di 316 voti, dall’Aula si è levato un forte applauso. Alla fine della conta i voti a favore del leader di An sono giunti a 335.
Cravatta rosa, completo grigio chiaro. Così il futuro presidente della Camera, si è presentato a Montecitorio nel giorno della sua elezione. “Sono un po’ emozionato” ha confidato prima dello spoglio “ma credo sia normale. Ma sono anche uno freddo di carattere”, ha aggiunto subito dopo, colorando l’affermazione con un “sono un Capricorno”. Fini, che si è trattenuto a chiacchierare con Roberto Calderoli mentre in Aula è in corso la prima chiama, si è poi lasciato andare ai ricordi e, in particolare, alla prima volta “che varcai il portone” che conduce all’emiciclo. “Era l’83″ racconta “e c’erano Almirante e Berlinguer…”.

Venticinque anni sono passati, da allora: Fini ne aveva 31. E tante cose in politica sono cambiate. Anche grazie a lui. Già perché Fini è l’uomo delle svolte, o degli strappi. Ed è anche il leader che ha portato gli eredi del Movimento sociale al governo, primo ministro degli Esteri post missino, ora primo presidente della Camera di destra, terza carica dello Stato.
Per dirigere Montecitorio, si sa, bisogna avere polso e sangue freddo. La sua immagine pubblica si nutre da anni di queste caratteristiche: serio, certo, ma capace anche di sparigliare.
Ancora oggi, in An, si ironizza sull’outing giamaicano: “Anch’io ho provato uno spinello, è successo in Giamaica insieme ad alcuni amici”, confessò un giorno da Fazio. Non convinse tutti quando aggiunse: “Sono stato rimbecillito per due giorni”. Altre conseguenze, ben più dolorose, le provocò il suo annuncio sul referendum sulla procreazione assistita: rompendo il fronte dell’astensione nel centrodestra, e per di più votando tre “sì” ai quesiti, provocò un terremoto che mise a repentaglio la sua stessa leadership nel partito.
L’uomo degli strappi, informa Wikipedia, nasce a Bologna nel 1952 . Studia all’istituto magistrale, si laurea in Psicologia, diventa giornalista professionista. Intanto fa politica, si trasferisce a Roma, a 25 anni assume la guida dei giovani del Msi, proclamato segretario del Fronte della Gioventù. Vive al fianco di Giorgio Almirante, che lo sceglie presto come suo delfino. Intanto il trentunenne Fini entra in Parlamento, sempre nel ramo di Montecitorio, per non uscirne più: dalla nona alla tredicesima legislatura, poi ancora nella quindicesima, in mezzo l’incarico di vicepresidente del Consiglio nel secondo governo Berlusconi, tra i costituenti alla Convenzione europea, ministro degli Esteri dal novembre 2004.

Gianni Alemanno, Francesco Storace, Gianfranco Fini in una foto d'archivio del 1996
Fini con Storace e Alemanno

Vent’anni, tanto è durato il suo regno sul Movimento sociale prima, su Alleanza nazionale dopo. Un solo incidente di percorso, nel gennaio del 1990: Pino Rauti gli strappa la guida del partito, ma l’avvicendamento dura solo un anno e mezzo. Due anni dopo, a pochi giorni dal ballottaggio per il Comune di Roma nel quale è candidato contro Francesco Rutelli, la strada di Fini si incrocia con quella di Silvio Berlusconi. “Se votassi a Roma, sceglierei Fini”, disse il Cavaliere, sancendo quello che per tutti divenne lo ’sdoganamento’. Un percorso che passa per l’esperienza di governo del ‘94, la svolta di Fiuggi nel 1995, i viaggi in Israele, la denuncia degli errori del fascismo, la netta condanna delle leggi razziali. Svolte digerite a volte con fatica dal partito, a volte con addii: da quello di Pino Rauti a quello di Francesco Storace, passando per Alessandra Mussolini.

Svolta è stata anche la caparbia volontà di andare verso la grande famiglia popolare europea, le “roptures” alla Sarkozy per rimodulare in chiave di modernità tutte le parole d’ordine della destra: patria, famiglia, identità, sicurezza, giustizia sociale, lotta al crimine, meritocrazia. E poi le battaglie su temi etici, droga, laicismo, la proposta choc del voto agli immigrati, l’appoggio a sorpresa alla fecondazione assistita. Fino alla nuova strategia politica, con la scelta di sciogliere Alleanza Nazionale nel Popolo delle Libertà (che un congresso ratificherà entro l’anno o al massimo nei primi mesi del 2009) e di archiviare quindi il simbolo, dove ancora arde minuscola la Fiamma in campo bianco azzurro.

Della sua passione per le immersioni, si sa. Come si sa che Fini è reduce dalla recente separazione con Daniela Di Sotto, sposata nel 1988, con la quale nel 1985 ebbe la sua prima figlia, Giuliana. Nel novembre 2007 viene resa pubblica la relazione con Elisabetta Tulliani: a dicembre è nata Carolina.

Alla Camera il giorno di Fini: “Uomo di parte, ma garante di tutti”

Il leader di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, durante la prima seduta della XVI legislatura | Ansa
Montecitorio torna al voto per l’elezione a presidente di Gianfranco Fini, dopo le tre fumate nere della giornata inaugurale. Oggi è richiesta solo la maggioranza assoluta e il leader di An non avrà problemi a succedere a Fausto Bertinotti, sullo scranno più della Camera, come terza carica dello Stato. Ma nonostante tutto: “È una giornata come un’altra”, provava a minimizzare Fini, nelle ore in cui i deputati della neo convocata sedicesima legislatura votavano per la sua elezione.

Emozione a parte, il presidente di An ha già buttato giù il primo discorso da leggere dopo la sua nomina. Una copia è stata inviata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ne ha apprezzato l’obiettivo di creare un “clima di dialogo” e , stando alle anticipazioni, tra le righe di Fini, ci sarebbe infatti un chiaro invito alla collaborazione. Da almeno dieci giorni Fini dedica parte della propria giornata alla stesura del testo.

Il leader di An ricorderà la sua storia, non nasconderà a tutti i costi il proprio “imprinting” di destra, ma assicurerà all’Aula che la sua sarà una presidenza imparziale, non sbilanciata né “di parte”. Fini pronuncerà un discorso che secondo qualcuno potrebbe essere considerato speculare a quello pronunciato da Luciano Violante il giorno del suo insediamento sullo scranno più alto di Montecitorio, quando parlò di guerra civile e riconobbe ragioni e torti di entrambe le parti. Fini, dunque, secondo quanto trapela dovrebbe riconoscere in Aula (implicitamente o esplicitamente) il valore di chi combattè per Salò, ma sottolineare anche il valore e le ragioni storiche della Resistenza, facendo anche un elogio al 25 aprile, con l’obiettivo di favorire il percorso di pacificazione nazionale.
Del resto, il presidente in pectore di Montecitorio ha già detto che intende svolgere il suo ruolo di terza carica dello Stato da “uomo di parte, ma garante di tutti e imparziale”.
Nel giorno d’inizio legislatura, ha incontrato Berlusconi e Bossi, discutendo con loro della squadra di governo. Ha stretto la mano allo sconfitto Walter Veltroni alla buvette di Montecitorio e insieme hanno fissato un colloquio per i prossimi giorni. Tra le varie chiamate fatte e ricevute, quella di congratulazioni a Renato Schifani, eletto oggi presidente del Senato. E dopo aver assistito per diverse ore alle lunghe operazioni di voto, all’ora di pranzo è tornato a via della Scrofa, dove trascorre le sue ultime ore da presidente di An in compagnia di Gianni Alemanno e Andrea Ronchi.

Diventando il primo presidente della Camera di destra della storia repubblicana, dovrà lasciare infatti la presidenza del partito, che ha mantenuto per 21 anni consecutivi (salvo la breve parentesi di un anno della segreteria Rauti) passando dal Msi ad Alleanza Nazionale, che dopo un ultimo congresso (gestito da un comitato politico) è destinata a sciogliersi nel Popolo della Libertà. Ad ascoltarlo pronunciare il suo primo discorso da presidente della Camera potrebbe esserci la figlia più grande, Giuliana, nata dal suo matrimonio con Daniela Di Sotto, dalla quale Fini è separato dalla scorsa estate. Sicuramente invece non ci sarà la piccola Carolina, nata a dicembre dalla sua unione con Elisabetta Tulliani.

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