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A due settimane dal voto, chi (e cosa) può fermare la corsa vincente del Pdl

i protagonisti degli ultimi due anni

Al penultimo giro di pista, cioè a due settimane dalle Europee, il vantaggio del Popolo della Libertà sul Partito democratico è più o meno lo stesso per tutti gli istituti di sondaggi: si va dai 13,1 punti di Demos per Repubblica ai 14,7 misurati da Digis per Sky, passando per una forchetta che secondo l’Ispo per il Corriere della Sera oscilla tra i 12 e i 13. Fa eccezione Euromedia Research, i sondaggisti preferiti da Silvio Berlusconi (ma che spesso ci azzeccano), che misurano lo stacco addirittura in 17,7.
Questa è però la foto ad oggi. Che cosa può accadere in queste due settimane per modificare la situazione?
Intanto partiamo da due dati, uno politico e l’altro personale.
Un anno di governo ha fatto bene al centrodestra ed al Pdl, che alle politiche 2008 ottenne poco più del 37% dei voti, e ha fatto male, anzi malissimo al Pd, che ebbe il 33,2. È una tendenza, questa, che si è consolidata nell’arco di 13 mesi, che è stata verificata in tutti i test elettorali intermedi, dall’Abruzzo alla Sardegna (isolata eccezione, il Trentino), e che dunque è impensabile si modifichi in 15 giorni.
La crisi economica e la sicurezza erano e restano le priorità degli italiani, e, a detta di un osservatore insospettabile come Ilvo Diamanti per Repubblica, gli elettori, compresi molti di sinistra, ritengono che il governo abbia affrontato questi due impegni in maniera soddisfacente.
Per fare un paragone, sono le stesse cose che in Gran Bretagna costeranno probabilmente il posto a Gordon Brown, e che in Spagna hanno messo seriamente in crisi Luis Zapatero, che si è visto respingere dal Parlamento metà del pacchetto sull’economia.
Da noi, volenti o nolenti, il fattore Berlusconi ha finora funzionato. Ma c’è l’altro aspetto, quello personale, che ovviamente ruota intorno al premier. Negli ultimi giorni Berlusconi è stato seriamente insidiato dal “caso Noemi” e dalla sentenza Mills, che in sostanza lo accusa di corruzione.
L’insidia, però, finora non ha prodotto risultati. La vicenda Letizia con tutti i suoi retroscena veri o presunti continua ad essere archiviata dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica come un fatto privato. In questo, contrariamente a ciò che si sente spesso in giro, noi italiani non siamo un’eccezione o un popolo particolarmente menefreghista: basta pensare alle storie di sesso e corna della politica francese, alla corte inglese, allo stesso caso Clinton-Lewinsky. Tutta roba da tabloid che ha influito poco o nulla sugli umori elettorali.
È presumibile quindi che se il Cavaliere non esagera con le battute sulle veline e soprattutto sulle minorenni (i suoi lo scongiurano da giorni di cucirsi la bocca), e soprattutto se non emergono particolari davvero sconvolgenti, l’affaire resti materia soltanto di gossip.
Il caso Mills appare, ad un primo esame, perfino meno insidioso. Berlusconi ne esce da perseguitato delle toghe rosse: un suo cavallo di battaglia. Può tra l’altro esibire (e lo sta facendo) una casistica sterminata di avvisi di garanzia culminati, anni dopo, in assoluzioni e proscioglimenti, a cominciare dal padre di tutti gli avvisi, quello del ‘94 “a mezzo stampa” mentre presiedava un summit mondiale sulla criminalità a Napoli.
Eppure qui il terreno è più minato. Non per il processo Mills in sé: al di là del merito delle accuse, Berlusconi ne è comunque fuori per il lodo Alfano, e poi verrà la prescrizione. Il rischio è che, nei suoi attacchi alla magistratura, in quello stato d’animo che stamani, all’assemblea della Confindustria, lui stesso ha definito “esacerbato”, il premier esageri. E finisca per scontrarsi non il Quirinale e con gli stessi alleati di governo, a cominciare da Gianfranco Fini e Umberto Bossi.
Perché se è vero che gli italiani non giudicano i politici in base alla loro vita privata (a meno che vengano pescati a rubare), è altrettanto vero che detestano come pochi le polemiche e le risse.
Per chi l’avesse dimenticato, polemiche e risse determinarono il crollo del governo Prodi e sono tuttora la causa principale del brusco calo di consensi del Pd.
Da qui i fortissimi inviti a Berlusconi, dallo staff e dagli alleati, a rinviare a dopo il 7 giugno il discorso che intende fare alle Camere sulla sentenza Mills. In teoria, riferire al Parlamento sarebbe per il capo del governo una sorta di dovere. Quante volte l’opposizione lo ha accusato di non presentarsi alle Camere? Oggi però il Cavaliere è il solo a volerlo: l’opposizione teme l’effetto boomerang, la maggioranza teme, appunto, le polemiche e i pasticci istituzionali.
Non dimentichiamo infine che assieme alle Europee c’è il primo turno delle amministrative, dove il centrodestra potrebbe strappare alla sinistra soprattutto molte province del Nord. Che significano non solo voti, ma anche potere locale nelle aziende pubbliche e nelle banche. Pdl e Lega si presentano sufficientemente compatti, a differenza del Pd.
Conclusione: la vittoria potrà essere considerata un merito quasi esclusivo di Berlusconi. Eppure solo lui può mettere a repentaglio le dimensioni del successo.

Berlusconi il francese: “Divorzio fatto privato, gli italiani sono con me”

Silvio Berlusconi a France2

Che non temesse strascichi elettorali con i cattolici, causa annunciato divorzio con la signora Lario, lo aveva detto già martedì nel salotto di Bruno Vespa. Che dall’affaire Veronica possa derivarne un aumento di popolarità, il Cavaliere lo dice in un’intervista alla televisione francese France 2. La separazione? “L’ho gestita con una certa classe”. E per questo motivo “gli ultimi sondaggi, al contrario di quello che si può pensare, dicono che c’è stato un aumento di popolarità”.
Silvio Berlusconi si concede al tg serale della tv d’Oltralpe e si promuove per l’equilibrio mostrato dopo la tempestosa richiesta di divorzio da parte della moglie Veronica Lario. “Silvio Berlusconi s’explique”, si spiega, titola la tv francese nel servizio trasmesso, subito dopo quello dedicato al secondo compleanno di Nicolas Sarkozy all’Eliseo.
E se l’altro ieri, sulla poltroncina bianca del salotto di Bruno Vespa, il premier era apparso teso ed addolorato, mercoledì sera l’immagine che arriva dalla tv francese è quella di un uomo sollevato.
“L’ammirazione degli italiani è importante” dice il premier. “Tre italiani su quattro sono con me. Ed ho una popolarità del 75%. Non male…”.
Il premier, visto l’ampio spazio dedicato dai media stranieri alla fine del suo matrimonio, ribadisce la sua versione dei fatti: “Il divorzio è qualcosa di doloroso, sempre. E penso che dovrebbe essere un fatto privato, sul quale nessuno dovrebbe avere il diritto di intervenire”, recrimina. “Sempre la stampa e la tv sono contro chi è al potere” aggiunge. “E in Italia, contrariamente a quello che si pensa all’estero, lo sono il 90% della stampa e tutte le televisioni, comprese le mie. Tutti vogliono dimostrare di essere indipendenti. E tutti i giorni le tv, anche le mie, dicono qualcosa contro di me”.
Ma a confortare il Cavaliere restano i sondaggi, che dissipano il suo timore di pesanti ripercussioni politiche, dopo la dolorosa vicenda familiare. Anche l’Istituto Ipr Marketing - in un sondaggio commissionato da Repubblica.it all’indomani della puntata di Porta a Porta - registra che il premier è riuscito a “convincere” gli italiani. Un sostegno totale e convinto da parte degli elettori del Pdl (l’89%), robusto da parte degli italiani in genere (il 57%) e vicino alla maggioranza assoluta anche per i cattolici praticanti (il 49%). Al 53% degli italiani Berlusconi ha ispirato fiducia, al 51% è apparso sincero (percentuali che salgono all’88 ed all’86% tra i simpatizzanti del Pdl).
Interrogato sulla vicenda della ragazza di Casoria, Noemi (qui le IMMAGINI), Silvio Berlusconi, davanti alle telecamere di France 2, ha detto di averla vista “tre o quattro volte, sempre con i genitori”. “La ragazza” ha detto Berlusconi nell’intervista, parlando sempre in francese “non ha mai avuto modo di frequentarmi da solo. È venuta a trovarmi tre o quattro volte, mi dicono. Io veramente ne ricordo tre. È venuta sempre con sua madre o suo padre, che fa parte del mio partito”.
L’intervistatore ha poi chiesto al Cavaliere se si sia pentito di avere definito “abbronzato” il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. “Assolutamente no” è stata la risposta del presidente del Consiglio, “perchè era un complimento. Io vorrei essere abbronzato, avere il tempo di espormi al sole. Lui ha capito, assolutamente”.

Il VIDEO da Youtube dell’intervista di Berlusconi a France 2:

La mafia all’assalto dell’Italia sana

Mafia

Nel 1929, durante la Grande crisi che colpì l’America, la stella di Al Capone, il più famoso mafioso di tutti i tempi, non si eclissò, anzi. Dal suo quartier generale, l’hotel Lexington di Chicago, vide crescere i suoi affari e la sua fama: da una parte offriva, nei propri ristoranti, pasti caldi ai bisognosi, impoveriti dalla recessione, dall’altra incrementava gli affari illeciti. Ottant’anni dopo tocca ai suoi eredi, le mafie di tutto il mondo, arricchirsi entrando con valigie colme di denaro nei mercati sull’orlo del crac. In particolare nel mondo dell’impresa e nel settore creditizio. Un problema che non risparmia l’Italia.

Nelle scorse settimane il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha inviato una relazione al Parlamento, intitolata “L’infiltrazione mafiosa nell’economia legale e l’attuale fase di recessione economica”. Per il magistrato l’espansione degli affari della criminalità organizzara prende il via dalla sua “permanente, enorme, illimitata liquidità finanziaria”. Un patrimonio accumulato in gran parte grazie al narcotraffico, un business che non conosce crisi. A questi denari vanno aggiunti quelli derivanti dalle estorsioni, molti milioni di euro che ogni giorno, ricorda la Confesercenti, passano dalle tasche di commercianti e imprenditori a quelle dei boss. Ben diversa la realtà dell’economia legale, dove, sottolinea la Direzione nazionale antimafia (Dna), le banche “non sono disponibili a concedere mutui né alle imprese né ai privati”.
Conseguenza? “Il ricorso a prestiti usurari”, al sistema creditizio abusivo gestito dalla criminalità organizzata. Nel 2008, in Italia, ci sono stati 956 procedimenti per usura con 4.809 indagati. In una recente relazione dello Scico (il Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata della Guardia di finanza) si legge che “per le associazioni mafiose l’interesse usurario (…) è quasi sempre strumentale all’acquisizione delle imprese e si configura come canale di riciclaggio di proventi di altre attività illegali”.

Saldi e concorrenza sleale
La recessione favorisce il ricorso a denaro di dubbia provenienza. Anche al Nord. “Certe aziende” denuncia Gian Gaetano Bellavia, consulente di numerose procure e responsabile del servizio antiriciclaggio dell’ordine dei commercialisti di Milano, “non si preoccupano di chi si nasconda dietro le finanziarie lussemburghesi, olandesi o inglesi, possedute da holding domiciliate nei paradisi dove è garantito l’anonimato societario, e che, attraverso banche svizzere, immettono denaro fresco nelle loro casse”. Aumenti di capitale che permettono alle cosche, come evidenzia anche la Dna, di diventare, con il tempo, soci di maggioranza di aziende “pulite”.
Che l’imprenditoria mafiosa sia in espansione lo confermano i dati dell’ufficio del commissario straordinario del governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati: in Italia nel 2008 sono passate definitivamente allo Stato 1.139 imprese (161 in Lombardia, superata in questa classifica solo da Sicilia e Campania). Un dato che racconta l’infiltrazione della criminalità organizzata nel libero mercato. “Purtroppo, quando vengono sequestrate e riemergono dall’illegalità gran parte di queste aziende non sono in grado di camminare sulle loro gambe” nota Antonio Maruccia, magistrato e commissario per i beni confiscati. Infatti le cosche non sottostanno alle regole dei concorrenti. Non pagano tasse e ritenute, né contributi per la manodopera, per lo più straniera, intimidita e vessata. Una gestione che prevede quasi solo utili. Anche se difficilmente i boss imprenditori presentano bilanci.
Chi lo fa, magari per partecipare a gare pubbliche, in realtà continua a evadere il fisco. “Il problema è che in Italia i controlli non funzionano e i padrini lo sanno” sottolinea Bellavia. Per questo tengono in piedi le società per 3 o 4 anni, prima di essere scoperti dall’anagrafe tributaria. A quel punto hanno già trasferito le commesse a imprese collegate e messo in liquidazione le proprie.

“Le sedi legali vengono trasferite al Sud, i liquidatori solitamente sono vecchietti o pregiudicati, persone per cui un’accusa di bancarotta è meno traumatica. La documentazione contabile viene fatta sparire e le esecuzioni fallimentari sono praticamente impossibili o inutili”. Non basta. Per far crescere i profitti le imprese delle cosche ricorrono alle false fatturazioni, mettendo in conto uscite inesistenti. Carte intestate fasulle, partite iva di soggetti ignari, consulenti e collaboratori fantasma, un labirinto di documenti falsi in cui spesso la burocrazia non si addentra. Il tutto indicando importi inferiori a quelli che farebbero scattare i controlli antimafia.
Oltre a questi sistemi i padrini utilizzano pure tradizionali metodi come l’intimidazione, anche al Nord. L’ultimo esempio arriva da Cologno Monzese (Milano): qui il calabrese Marcello Paparo, 45 anni, arrestato nei giorni scorsi, era riuscito a entrare con il suo consorzio di cooperative (trasporti, movimento terra e facchinaggio le principali attività) nei cantieri dell’alta velocità e della A4. Un obiettivo raggiunto a colpi di pistola, per ammorbidire sindacalisti e concorrenti. Motivo per cui il pm milanese Mario Venditti lo ha accusato anche di concorrenza sleale. Un reato che sta piegando gli imprenditori onesti.

Scatole vuote per grandi appalti
L’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture ha stilato una mappa sull’assegnazione degli appalti. Al Sud il 90 per cento delle aziende che si aggiudica le gare è meridionale. Praticamente impossibile, per usare un termine calcistico, vincere fuori casa. Il coefficiente di impermeabilità del mercato scende nel Nord-Est (85 per cento), Isole (80,5) e Nord-Ovest (78,1). Il Centro, dalla Toscana al Lazio, è più aperto: qui “solo” il 71 per cento degli appalti finisce a imprese locali. Chi vince la classifica degli affari in trasferta? Ancora una volta le aziende del Mezzogiorno, che ottengono commesse soprattutto in Centro Italia (20,5 per cento). Uno scenario che rischia di essere superato da un mercato sempre più magmatico e intossicato.

“Le ultime indagini rivelano che aumentano le aziende del Nord che vanno a lavorare al Sud” sottolinea il tenente colonnello Daniele Galimberti del servizio centrale del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri. “Ma se una volta la spiegazione era la specializzazione, ora è la cooptazione da parte di gruppi meridionali”. Il fenomeno, molto diffuso, spesso riguarda società per azioni. “Un’emergenza che stiamo registrando soprattutto nel settore edile e in quello dello smaltimento dei rifiuti” continua Galimberti. In questo quadro la Direzione investigativa antimafia (Dia) sta aumentando i controlli nei grandi cantieri: nella seconda metà del 2008 sono passati da 22 a 25. Le imprese subappaltanti esaminate sono aumentate da 310 a 370, i lavoratori da 1.227 a 1.900. Numeri che possono sembrare insufficienti. “Si tratta di verifiche particolarmente impegnative e per cui servono le autorizzazioni delle prefetture” spiegano alla Dia.
Il mercato in fibrillazione non aiuta i controlli antimafia: variano assetti societari, nomi, ragioni sociali. “Senza contare che è sempre più facile trovare prestanome” continuano alla Dia. In Italia nel 2008 sono nate 410 mila nuove imprese, molte in settori delicati come le costruzioni (65 mila, 12.600 solo in Lombardia, 7 mila in Piemonte, 6.600 in Emilia-Romagna), l’immobiliare (32.600, più di metà nel Settentrione), l’intermediazione monetaria e finanziaria (7.900, quasi un terzo in Lombardia e Lazio). Un mare magnum in cui è facile mimetizzarsi. Anche perché molte di queste società possono restare in sonno per anni. Così, quando serviranno, saranno già radicate nel territorio da conquistare. In particolare al Nord.
Per esempio, nell’inchiesta milanese su Paparo gli inquirenti hanno scoperto un reticolo di cooperative, di cui molte inattive. “Quello delle scatole vuote è un sistema che dobbiamo monitorare” conferma Alberto Cisterna, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. “È facile ipotizzare che molte imprese costituite in questi mesi verranno utilizzate per partecipare alle gare delle grandi opere, dalla costruzione del ponte sullo Stretto all’Expo del 2015. Per non parlare dei progetti che le cosche conoscono in anticipo grazie a un capillare lavoro di insider trading”.

Mattone che passione
In tempo di saldi, nello shopping delle cosche non rientrano solo le aziende. In Italia nel 2008 sono stati confiscati 8.446 immobili, tra cui 1.184 appartamenti, 277 case indipendenti, 93 ville, 207 box, nove alberghi e un campo sportivo. Nella sua relazione Grasso scrive: “Diminuiscono i prezzi delle materie prime, degli immobili, i valori dei titoli e delle azioni. È possibile quindi acquistare tali beni a prezzi di svendita”. Quasi contemporaneamente il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, ha dichiarato: “La mafia si sta mangiando interi quartieri della città”. Per esempio nei caruggi un siciliano incensurato sta facendo incetta di appartamenti, utilizzati poi come alcove per la prostituzione. “’Ndrangheta e mafia stanno comprando nei vicoli e nelle nostre riviere soprattutto attraverso società immobiliari con base a Milano” spiega Christian Abbondanza, presidente dell’associazione La casa della legalità.
Ai nuovi palazzinari i soldi non fanno difetto. “A settembre, in un comune del Ponente ligure, un personaggio molto discusso, a fronte di una richiesta di 1 milione 200 mila euro di oneri di urbanizzazione, per ottenere una concessione ne ha messi sul piatto 5″. Nel monopoli dei boss non ci sono solo le piazze storiche di Milano, Roma o Torino: in Emilia-Romagna il responsabile della direzione distrettuale antimafia (Dda) di Bologna, Silverio Piro, ha confermato l’allarme lanciato da Roberto Saviano sugli affari della camorra a Parma. E nel Triveneto, a quanto risulta a Panorama, in provincia di Gorizia i carabinieri avrebbero intercettato diverse telefonate di familiari dei fratelli Brusca pronti a riciclare denaro nell’acquisto di ristoranti e alberghi padovani. La Dda cittadina avrebbe aperto un fascicolo.

Finanza mafiosa
Tutti questi investimenti sono resi possibili da una classe di colletti bianchi sempre più qualificata. Un esercito di consulenti ed esperti: nel 2008 sono state indagate per riciclaggio 9.261 persone (nell’ambito di 1.627 procedimenti: 270 a Roma, 237 a Milano e 207 a Napoli) e 3.330 sono state iscritte per “impiego di denaro, beni e utilità di provenienza illecita” (533 procedimenti). Lo scorso anno l’Unità di informazione finanziaria Uif) presso la Banca d’Italia ha ricevuto (in particolare dagli istituti di credito) 13.367 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette (una ogni sei riguardava versamenti in contanti); 270 sono state prese in carico dalla Dia per indagini.

I casi di malafinanza sono numerosi. A gennaio, su richiesta della Dda di Palermo, è stato arrestato con l’accusa di riciclaggio un noto avvocato bolognese; pochi mesi prima, nell’ambito della stessa inchiesta, era toccato a un banchiere italosvizzero, membro di un’associazione elvetica impegnata nella lotta al riciclaggio. A fine 2008 la Guardia di finanza milanese ha scoperchiato due finanziarie con sede a Zurigo utilizzate come lavanderie di denaro sporco: dietro a due prestanome locali si nascondeva una cosca crotonese ramificata in Lombardia tra Varese e Ponte Tresa. In estate sono finiti in manette padre e figlio siciliani: acquistavano finanziarie in difficoltà o ne costituivano di nuove per emettere fideiussioni e incassare le provvigioni.
“Queste società abusive o prive dei necessari requisiti spesso fanno da garanti per l’erogazione dei finanziamenti pubblici” avverte il tenente colonnello Gianluca Campana, capo ufficio operazioni del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza. Contributi comunitari e nazionali che la criminalità organizzata cerca di intercettare in un momento in cui i governi aprono le borse per contrastare la crisi.
Purtroppo gli enti eroganti (per lo più banche) si accorgono che le fideiussioni sono carta straccia quando ormai i beneficiari sono irrintracciabili. A volte la malafinanza alligna anche dentro ai grandi istituti di credito: a Milano, nel 2008, è stata arrestata la responsabile dell’ufficio fidi di una filiale di una banca italiana accusata di emettere fideiussioni a uomini legati ai clan calabresi senza richiedere le necessarie garanzie. Quello della donna non è certo un caso unico: le indagini, come ha denunciato la Dna, hanno smascherato diversi funzionari di banca infedeli che rifiutano fidi e mutui ai clienti in difficoltà per poi segnalarne i nomi alle cosche.

“In questo momento per gli imprenditori onesti è difficilissimo accedere al credito e non c’è da stupirsi se un’azienda in crisi non guarda la fedina di chi le offre sostegno finanziario” dichiara Claudio De Albertis, presidente dell’Assimpredil Ance, l’associazione territoriale dei costruttori italiani che a settembre ha acquistato diverse pagine sui quotidiani per sollevare la questione. “Il rischio di infiltrazione nel settore edile è acuito sia da motivi contingenti, come i ribassi anomali nelle gare o la lentezza nei pagamenti della pubblica amministrazione, sia da ragioni strutturali, come la frammentazione delle imprese e la loro bassa capitalizzazione”. La possibile soluzione? La propone il pm della Dna Cisterna: “Bisognerebbe istituire una ‘white list’ per le aziende. Chi aderisce deve assicurare di utilizzare metodi legali, una specie di autocertificazione. Ma per chi sgarra punizioni esemplari e la radiazione dal mercato del lavoro legale”.

Regione per Regione, gli immobili e le aziende confiscati alle organizzazioni criminali nel 2008. La Lombardia è terza, dopo Sicilia e Campania.
Sequestri-antimafia

Il Pd crolla al 25%. Ma Veltroni è fiducioso: “Cresceremo, basta farci male da soli”

Walter Veltroni e Massimo D'Alema

Primo: abbandonare “l’istinto distruttivo, il volersi far male da soli”, quella “sindrome di Tafazzi” tipica della sinistra. Secondo: mettersi subito a “riflettere” sui numeri. Perché cifre così Walter Veltroni non li aveva mai visti (né li avrebbe mai voluti vedere). Le tabelle, relative ai primi dieci giorni di gennaio, presentate dalla Ipsos di Nando Pagnoncelli durante la puntata Ballarò sono impietose e allarmanti: il Pd si attesta solo al 25% dei consensi, rispetto al 33% delle elezioni: otto punti in otto mesi, una dieta impressionante.
“Due mesi fa” ha osservato Veltroni “dopo la manifestazione del 25 ottobre i sondaggi erano ben altri. Questa è materia su cui riflettere. La nostra gente non ama i litigi, le geremiadi interne”, cerca di giustificarsi il leader democratico.
Ma di fronte a (questi) numeri, non c’è giustificazione che tenga. Soprattuto se raffrontati con crescita di consenso degli avversari. Per quanto riguarda i partiti il Pdl sarebbe stabile al 37,5%; la Lega toccherebbe un picco storico con l’11%. Gli (ex) alleati dell’Italia dei valori avrebbero più che raddoppiato i consensi di aprile con il 10%; l’Udc salirebbe al 6,4% e la Sinistra (l’ex Arcobaleno, cioè tutti i partiti a sinistra del Pd) cumulerebbe il 5,7%. Brutte notizie dunque per l’opposizione che vede il principale partito in caduta libera, una sirena centrista che rischia di ipotecare lo stesso progetto Democratico attraendo gli ex margheriti e una Sinistra virtuale che deve dividere il suo 5,7% tra 5 o 6 partiti.
Come se non bastasse, il barometro settimanale dell’Ipsos sul gradimento dei leader politici continua ad essere guidato da Silvio Berlusconi (col 56,2%), ma Walter Veltroni (45,4%) cede il secondo posto a Pierferdinando Casini (46,7%), che dopo aver letteralmente sbattuto le porte al centrodestra, sta dimostrando una tenuta sulla quale nessuno era pronto a scommettere.
Alla domanda di Giovanni Floris quali errori ritiene di aver commesso, Veltroni ha replicato: “Anch’io ho fatto degli errori, ma non ritengo un errore la scelta di fondo. Pensare cioè che il Paese prima o poi abbia una maggioranza non contro Berlusconi ma una maggioranza riformista”. Benchè “tanti vorrebbero il fallimento del Pd” e che il progetto fallisse, Veltroni respinge questa idea: “È il più grande progetto messo in campo nella vita politica italiana, cioè un grande partito riformista”. Purché sia tale, “e non la trasformazione di uno dei partiti preesistenti, perché allora sarebbe inutile”. In ogni caso un ritorno indietro “è impensabile anche perché i due partiti da cui il Pd è nato si erano esauriti”.
Esauriti i partiti, non i leader. Se è vero che, stando a quanto riporta Repubblica, toccherà tra gli altri anche a Massimo D’Alema - che dichiarava di essere pronto a dare il proprio contributo (leggi: a mettersi in corsa per la direzione) - presiedere la conferenza programmatica dei democratici. L’incontro, inizialmente fissato a metà febbraio sull’arco di tre giorni, è stato spostato al 17-18 aprile, a ridosso delle elezioni: “Arriviamo fino alle europee il più uniti possibile”, ha infatti concluso Veltroni, invitando gli elettori “ad avere fiducia e credere in questa che è la più grande avventura politica che il centrosinistra possa avere. I leader politici durano 7-8 anni, con cadute e risalite. Noi abbiamo troppa fretta”.
Vero: la fretta di cambiare ce l’hanno molti altri colonnelli. E se Walter continua a chiedere loro di rinviare faide e discussioni a dopo le europee, ad aprile più che di un chiarimento ci sarà bisogno di un funerale.

Tanta sicurezza, pochi eventi. Perché Alemanno piace ai romani

Alemanno ed emergenza Tevere

Più 9%. A tanto ammonta l’aumento del gradimento del sindaco di Roma Gianni Alemanno e della sua giunta (+ 5% la giunta) negli ultimi tre mesi da parte dei cittadini capitolini. A fornire i dati, l’Ipsos di Nando Pagnoncelli.

Il 60% dei romani ha espresso infatti parere positivo sull’operato del primo cittadino. Più precisamente: il 42 per cento ha promosso il sindaco con un voto fra il 6 e il 7, il 18 con un voto dall’8 al 10. A settembre a dare un giudizio positivo era stato il 51 per cento degli intervistati.
Alla domanda: “Lei si sente sicuro nella zona in cui vive?” più di 6 intervistati su 10 hanno risposto positivamente. Un dato in netta controtendenza con quello di fine 2007, in piena gestione Veltroni, quando il dato oscillava attorno al 48%.
Piace molto, inoltre, la decisione della giunta di centrodestra della Zona a traffico limitato e la reazione dell’amministrazione capitolina ai disagi dopo l’ondata di maltempo del dicembre scorso.
Unico neo, la flessione di due punti percentuali sui servizi erogati ai cittadini e sulle attività culturali. Quest’ultimo aspetto, ha sottolineato il primo cittadino: “resta comunque a livelli altissimi.
È chiaro che nel passaggio da una politica che puntava molto, se non tutto, sulla cultura, come quella operata da Veltroni, a una politica che tende a meglio distribuire le risorse e in cui c’è stata sicuramente meno enfasi, si registri una lieve flessione. La settimana prossima, presenteremo tuttavia il nuovo programma degli eventi culturali della città”. Positivo anche il gradimento rispetto a parcheggi pubblici, traffico e viabilità, servizi di cura e manutenzione del verde, scuole comunali e mense.

Razzisti? Gli italiani non si vedono così. Lo dice un sondaggio

Un bimbo rom

Il razzismo non c’entra e nemmeno la xenofobia. E allora come spiegare gli episodi successi, da Milano a Parma, negli ultimi mesi? “Sia la definizione di razzismo sia quella di xenofobia per gli episodi accaduti in questi mesi mi sembrano inadeguate” dice a Panorama Marzio Barbagli, docente di sociologia a Bologna che ha appena mandato in libreria il suo saggio su Immigrazione e sicurezza in Italia, editore Il Mulino.

“Sono fatti molto diversi, atti di ostilità, a volte molto gravi, nei confronti di stranieri, ma non fondati sulla pretesa di una superiorità razziale o sul rifiuto di tutto ciò che viene dall’estero, come nella xenofobia. Gli italiani non sono spaventati dagli immigrati, ma sono preoccupati da due aspetti: la criminalità degli stranieri e il loro essere competitori nel sistema del welfare, dall’accoglienza nel pronto soccorso degli ospedali all’inserimento dei figli all’asilo o a scuola”.

“Il pericolo razzismo esiste e temo che possa crescere se non si agisce sul piano amministrativo e sociale” ribatte a Panorama Sergio Cofferati. Che per combatterlo vede due strade: un lavoro non da clandestino e la concessione della cittadinanza.
“Chi arriva in un certo luogo ne deve rispettare tutte le regole” dice il sindaco di Bologna. “Poi però si devono creare le condizioni per la concessione della cittadinanza”.

LEGGI ANCHE: Aumento record di stranieri nel 2007

GUARDA ANCHE: Il sondaggio sugli italiani e il razzismo

Discutine sul FORUM: “Siamo diventati razzisti? Discutine con la giornalista Stella Pende”

Nucleare: il 54% degli italiani è favorevole

“Se si partisse domani con la realizzazione di nuove centrali nucleari, 26 milioni e mezzo di italiani darebbero il via libera”. È quanto emerge da un sondaggio Confesercenti - Swg sul gradimento degli italiani per un ritorno al nucleare. Se il 54% degli italiani è favorevole, il 36% si dichiara in disaccordo. Quanto all’ipotesi di costruire nuove centrali, ma all’estero (in paesi limitrofi) la stragrande maggioranza – l’82% - la boccia, mentre solo l’11% si dice d’accordo. Più complicata invece si rivela la coabitazione con una centrale nucleare. In questo caso la distanza di sicurezza fra la propria abitazione e una centrale è risultata in media di 250 chilometri. Anche se il 39% delle persone accetterebbe la presenza di un impianto atomico a brevi distanze: da un minimo di un chilometro (solo il 2%) fino ad un massimo di cento chilometri. Quasi un quarto degli italiani, poi, continua a non fidarsi e vorrebbe la nuova centrale abbondantemente lontana dalla sua zona, ovvero distante più di 500 chilometri.

Le preoccupazioni. Le maggiori paure per i rischi di una centrale nucleare non sono più legate agli incidenti, causa principale per il 58%: un 41% evidenzia timori dovuti alle scorie radioattive. Solo una persona su tre si preoccupa dei possibili costi elevati, ed un 9% segnala il rischio che le nuove centrali nucleari diventino un possibile bersaglio di attacchi terroristici. “Gli italiani sono sempre più sensibili verso un più maturo ambientalismo in materia di energia” dicono da Confesercenti “il caro-petrolio, le tensioni internazionali, ma anche le bollette più pesanti stanno provocando un’evoluzione evidente nella cultura e nei comportamenti pratici”. Ecco allora che l’81% degli intervistati dichiara “di avere adottato sistemi o abitudini a favore del risparmio energetico”. Si spiega così il boom delle nuove lampadine a basso consumo (il 96% dice di averle nelle propria abitazione), di spie luminose (l’82% le spegne), del termostato (l’89% lo regola). Una persona su quattro, poi, ha già adottato un sistema di isolamento termico: sono solo il 37%.

Energie rinnovabili poco diffuse. Secondo il sondaggio l’Italia è ancora indietro nell’uso delle fonti alternative, dai pannelli solari o fotovoltaici alle caldaie a biomasse, ai bio-caminetti. Tanto è vero che il 73% confessa candidamente di non aver adottato niente di tutto questo. Ma se la domanda sull’adozione di sistemi di produzione di energia alternativa si sposta verso il futuro la reazione degli intervistati cambia: il 56% pensa che un domani il proprio condominio potrebbe adottarne qualcuno, mentre il 37% resta assai più scettico”. Secondo la Confesercenti, va pertanto sfruttata “la chiara propensione degli italiani al risparmio energetico. In questo caso l’obiettivo deve essere investire e favorire questa tendenza con incentivi mirati, perché dare spazio alle fonti alternative vuole dire costruire il futuro”.

Governo, buona la prima. Piace (molto) a tutti, tranne che al Pd

Berlusconi e Veltroni
La prima reazione dei dirigenti del Pd alle misure economiche varate a Napoli dal governo è stata: “deludenti”. Saranno anche deludenti l’abolizione dell’Ici, la detassazione degli straordinari e la riduzione delle rate dei mutui, ma gli elettori (quelli di sinistra compresi) dimostrano di apprezzarli. E non poco. Repubblica.it ha online un sondaggio d’opinione – rappresentativo quindi di tutto l’elettorato – dal quale risulta un gradimento semiplebiscitario per la maggior parte dei primi provvedimenti governativi: l’abolizione dell’Ici piace per esempio all’87 per cento del campione, la riduzione d’imposta sugli straordinari al 73. Ammettendo che poco meno della metà di chi ha partecipato al sondaggio abbia votato per il Pd, l’Udc o per l’Arcobaleno, e ipotizzando che tutti quelli che hanno votato per Pdl o Lega si sia dichiarato entusiasta, abbiamo comunque la maggioranza della base elettorale dell’opposizione che approva l’azione del governo. Almeno per ora.
Tutto ciò, è evidente, crea un problema ai vertici del Pd, così come a quelli dell’Udc. La sensazione è che i dirigenti del loft veltroniano siano rimasti spiazzati dalla velocità decisionista mostrata a Napoli dall’esecutivo. Addirittura una delle misure, qualle sui mutui, non era neppure stata annunciata (difatti non è nel sondaggio): un coniglio estratto dal cilindro di Giulio Tremonti. Lo spiazzamento, a sua volta, rischia di aprire una frattura tra vertici e base. Quest’ultima apprezza, ragionando con la testa e con il portafoglio. I vertici contestano in nome della politica.
Ma dove li porta questa ragion politica a tutti i costi? La gente, specie quando si parla di sicurezza e di soldi, ha la memoria lunga. Tutti ricordano le norme inattuale del pacchetto-sicurezza di Giuliano Amato, per l’opposizione dei Verdi e di Rifondazione. E chi ha a che fare con un mutuo sa benissimo quanto la pur lodevole liberalizzazione tentata da Bersani tra 2006 e 2007 sia rimasta sulla carta. Per mesi dell’attuazione pratica di quella “lenzuolata” discussero banche e associazione dei consumatori, con il governo Prodi che nel frattempo si era chiamato fuori, ritenendo di aver già fatto la sua parte.
Stavolta è bastato che Tremonti puntasse alla tempia delle banche la pistola fiscale per indurre gli istituti di credito a più miti consigli. I maligni potrebbero argomentare che Prodi e Bersani non potevano fare ciò che ha fatto Tremonti oggi, viste le dichiarate simpatie dei maggiori banchieri italiani per l’Ulivo, per lo stesso Prodi e per Veltroni. Di certo c’è che le banche italiane hanno realizzato nel 2007 utili per oltre 8 miliardi di euro, ed il centrodestra sapeva dove andare a bussare (stesso discorso per i petrolieri).
In questa situazione molti illustri economisti di riferimento del Pd o dell’area liberal della sinistra rischiano di complicare ulteriormente le cose: Francesco Giavazzi difende l’Ici come strumento di “libertà, democrazia e federalismo”, Tito Boeri paventa che la detassazione degli straordinari provochi una massiccia evasione fiscale. Si tratta, come dire, di argomenti quanto meno un po’ snob ed elitari. Così come le continue lamentazioni sul pacchetto sicurezza, sui rom, sugli immigrati (”L’eguaglianza calpestata” è il titolo dell’editoriale di Stefano Rodotà su Repubblica), quasi che l’Italia fosse diventata la Germania di Himmler.
È fin troppo evidente che tra classe dirigente, élite intellettuale e base della sinistra si sta aprendo una frattura seria. Probabilmente la luna di miele di Berlusconi non durerà, non almeno in questi termini: i decreti e le leggi annunciati ieri devono diventare norme dello Stato. E successivamente l’esecutivo dovrà occuparsi di infrastrutture, energia, scuola, dipendenti pubblici, il tutto in un contesto internazionale difficile.
Ma se questo vale per il governo, vale anche per l’opposizione. Definire deludenti misure che bene o male fanno risparmiare qualche centinaia di euro alla gente normale non è un buon inizio. Si dice spesso che il mestiere di oppositori e più facile di quello di governanti: pare che il Pd (e anche l’Udc) cerchino di renderselo difficile.

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