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Di salato, nei ristoranti del Palazzo, c’è il conto: l’onorevole pranzo costa 10 milioni

Il ristorante di Montecitorio

Ci vanno gli onorevoli, seguiti dai fidi assistenti (o portaborse). Ci portano i giornalisti e gli avversari politici (e forse è la stessa cosa). E tra un tramezzino e un caffè, un supplì e una crocchetta, una pizzetta e un bicchier d’acqua: mollano, parlano, si lasciano andare. Oppure disegnano strategie, elaborano piani, alleanze, divorzi…
La buvette del Palazzo che il minsitro Gianfranco Rotondi vorrebbe cancellare (per par condicio: dopo aver detto che la pausa pranzo è un “rito che blocca il Paese”) dal cuore delle istituzioni è da 60 anni il luogo simbolo, il tempio di tutta un’epica politica e giornalistica. Continua

I conti di Montecitorio: c’è un tesoretto segreto per i deputati

La porta di Montecitorio

Ci sono mille modi per sprecare soldi: regalandoli a destra e a manca con prodigalità sospetta, buttandoli dalla finestra per il solo gusto di vederli volare, non volendoli risparmiare per principio, comprando cose inutili, conducendo un tenore di vita superiore alle proprie risorse…

Quando di mezzo ci sono soldi pubblici il metodo più semplice è pretenderne tanti sapendo che sono troppi e poi utilizzarne pochi con l’intenzione di mettere la differenza al “pizzo”, come dicono a Roma.
Alla Camera dei deputati si sono specializzati proprio in questo sistema: da anni battono cassa al Tesoro chiedendo e prendendo 10 per poi spendere 7 e mettere 3 da parte. Qualche volta chiedono 9 e poi si atteggiano a Quintino Sella del Terzo millennio; in realtà è come se continuassero a sprecare 2, perché potrebbero fin da principio rivendicare il giusto senza giochetti.
Qualche giorno fa, per esempio, è stata diffusa la notizia che per tre anni la Camera non chiederà un incremento della propria dotazione allo Stato e qualcuno ha salutato il fatto come un esempio di rigore, per una volta proveniente dall’alto. Ma è un abbaglio perché i soldi richiesti da Montecitorio restano ugualmente e strutturalmente in eccesso rispetto alle spese preventivate, che non sono né poche né oculate, anzi.
Nonostante la crisi, i parlamentari non hanno perso il vizio di non farsi mancare nulla. E i cospicui avanzi di cassa portati a bilancio non sono frutto di parsimonia, ma di un artificio contabile giocato sulla differenza tra bilancio di cassa e di competenza. La riprova è data dal fatto che le spese vere non diminuiscono, ma crescono anno dopo anno: dell’1,5 per cento nel 2008 e dell’1,3 nel 2009 secondo il bilancio di previsione.
Senza rinunciare a quasi nessuno dei privilegi che si sono autoconcessi, i deputati nel corso degli anni hanno messo da parte un fondo cassa che non è uno scherzo, un tesoretto di oltre 343 milioni di euro a fine 2008, così come risulta dal conto consuntivo approvato due settimane fa, salito già a 370 milioni a luglio 2009 e quindi pari a più di un terzo dell’intera dotazione annuale di Montecitorio, che nel 2008 è stata di 978 milioni.
Una dotazione particolarmente ricca e calcolata in modo assai singolare. Dal momento che i deputati sono 630, il doppio dei senatori, e i dipendenti pure (1.800 circa contro i 990 del Senato dopo gli ultimi pensionamenti di luglio), e poiché il Senato ha un bilancio di circa 500 milioni, alla Camera, sostengono i deputati, deve essere erogata una dotazione doppia. Senza considerare, però, che molte spese fisse risultano praticamente identiche dall’una e dall’altra parte.
L’aula in cui si vota, per esempio, è una in entrambe le camere, così come il numero delle leggi approvate è ovviamente lo stesso, e le commissioni idem, e via di questo passo. Anche per la Camera dovrebbe valere il principio elementare delle economie di scala, ma forse a Montecitorio le leggi dell’economia valgono a corrente alternata.
Ogni volta che si accingono a redigere un nuovo bilancio i deputati questori partono in pratica con un abbuono ricco e quindi se volessero potrebbero davvero offrire il buon esempio all’inclita e al vulgo chiedendo al Tesoro una dotazione ridotta rispetto alla solita.

Potrebbero fare il bel gesto invitando il ministro Giulio Tremonti a utilizzare per qualche buona causa più urgente la differenza, una volta tanto ottenendo l’applauso sincero di chi li ha votati. Potrebbero, magari, indirizzare quel surplus ai terremotati dell’Abruzzo; i terremotati, però, non pagano gli interessi, le banche sì: circa 15,4 milioni di euro nel 2008 su depositi e conti correnti della Camera.
Ma perché mai a Montecitorio insistono con il trucchetto di succhiare tanto per spendere meno? Che senso ha?
Quel di più probabilmente è richiesto per affrontare gli imprevisti, oltre che per lucrare gli interessi. In primo luogo le temutissime interruzioni di legislatura. Quando capitano, e in Italia purtroppo capitano abbastanza spesso, per le camere è un trauma, non solo perché è come se ai peones di Montecitorio e Palazzo Madama franasse il terreno sotto i piedi, ma anche da un punto di vista economico. La fine repentina della legislatura costa un sacco di soldi, dalle spese minime, come quelle per l’imballaggio delle carte dei parlamentari decaduti, all’imbiancatura degli uffici per i nuovi arrivati, dalle buonuscite per chi deve dire addio al Palazzo al numero delle pensioni che ovviamente cresce.

Il bilancio della Camera nel 2008

Le pensioni risultano proprio uno dei capitoli di spesa più cospicui di Montecitorio, 175 milioni circa, anche perché sono concesse con criteri decisamente più generosi rispetto a quelli richiesti ai comuni mortali. Se, per esempio, ai dipendenti normali servono almeno 36 anni di contributi, ai deputati ne bastano 5, un settimo, per un vitalizio baby di tutto rispetto: 3.300 euro.
E poi fra gli imprevisti ci può stare anche l’aumento delle indennità. È vero che deputati e senatori hanno giurato che non avrebbero votato aumenti fino alla fine della legislatura, ma di mezzo c’è la crisi: chi potrebbe giurare che, passata la tempesta, a Montecitorio e a Palazzo Madama non tornino subito a far festa con un ritocchino? Perché nel frattempo nessuno si impegna sul serio nel disboscamento della fitta giungla di privilegi parlamentari grandi e piccoli.
Dal telefono ai viaggi gratis, dai 4 mila euro al mese per le spese di soggiorno agli altri 4.190 per la cura dei “rapporti con il proprio collegio di appartenenza”, ottenuti a titolo di rimborso, sia che quelle spese ci siano state o no, a prescindere, come avrebbe detto Totò, dal momento che non sono richieste ricevute o pezze d’appoggio. I quattrini vengono erogati sulla fiducia, e forse è anche per questo che chi li prende viene chiamato onorevole. Qualche giorno fa la deputata radicale Rita Bernardini ha cercato di correggere l’andazzo: la sua proposta è stata approvata da 49 deputati e respinta da 428. Una maggioranza schiacciante, per una volta bipartisan.

Sicurezza, Franceschini accusa: “Per il G8, chiesto agli agenti di anticipare le spese”

Il segretario del Pd Dario Franceschini

E così, dalla piazza, parte la denuncia del Pd sui presunti tagli del governo alla sicurezza.
Ecco cosa ne pensa il leader dei Democrats, Dario Franceschini, presente davanti al Viminale, per la protesta dei sindacati di polizia: “Ci sarà una ragione se tutti i sindacati di polizia esprimono una protesta civile e ferma”. Quale ragione? Secondo il segretario del Pd, è questa: il governo, ha spiegato, “ha fatto tagli per 3,5 miliardi al settore e poi con un’operazione demagogica e d’immagine ha raccontato che il problema viene risolto con le ronde di privati cittadini. È ora” ha aggiunto “di dire basta alla demagogia e alle falsità, servono fatti concreti”.
Per esempio? Cominciando, dice Franceschini, dall’intensificare la lotta agli evasori fiscali: “Bisogna evitare di essere un Paese che vede cresce l’evasione fiscale mentre basterebbe recuperarne il 10% per garantire risorse a chi sta perdendo il posto di lavoro ed alla sicurezza. Loro, invece” ha aggiunto “fingono che il problema non esiste e tagliano nella scuola, nella sicurezza, nell’università”.
Anche perché, rincara la dose il leader Pd: “Mi è stato raccontato che ai poliziotti che dovranno operare al G8 è stato chiesto di anticipare di tasca propria le spese”. Di più: “Mi è stato anche detto” ha proseguito Franceschini “che in molte città sono in trasferta permanente agenti di polizia per occuparsi della tutela dei soldati impiegati nei presidi fissi e per evitare che dalle ronde nascano problemi per la sicurezza”.
E ancora: “La destra ha fatto in campagna elettorale delle politiche sulla sicurezza la propria priorità, ma la scelta è stata tradita dai successivi comportamenti parlamentari e di governo con cui sono stati tagliati 3 miliardi e mezzo di euro al comparto. Basta quindi con la demagogia e la falsità” ha sottolineato il leader del Pd “servono fatti concreti”. E una risposta concreta per il Pd sarebbe rivedere l’election day: il 7 giugno, accorpando europee e referendum, si potrebbero risparmiare 500 milioni di euro, 1.00 miliardi di vecchie lire “che potrebbero essere utilizzati per assumere nuovi operatori nelle forze di Polizia, riparare i mezzi e acquistare il carburante per le auto”.

Tutto falso secondo Maroni. Che ha insistito al termine della presentazione di uno studio sull’immigrazione della Università Cattolica, un aumento del 10% per le spese correnti. “Di tutto si può accusare il governo salvo di cose non vere e cioè di aver tagliato per il 2009 i fondi per la sicurezza”. Così il ministro dell’Interno replica alla protesta dei sindacati di polizia che oggi hanno manifestato davanti al Viminale, che ha annunciato la volonta’ di organizzare un incontro nei prossimi giorni. E asostegno delle sue parole, il responsabile del Viminale ha mostrato un documento ufficiale del ministero fatto dal dipartimento della pubblica sicurezza con le cifre degli stanziamenti fatti dai governi dal 2006 al 2009: “Nel 2006″ ha spiegato “sono stati stanziati 2,9 miliardi di euro, nel 2007 6,7, nel 2008 6,7 miliardi e nel 2009 7,4 miliardi. Come potete vedere la curva sale: abbiamo aumentato gli stanziamenti del 10% per le spese correnti, cioè per gli straordinari, la benzina e le macchine”. Quindi: “Chi sostiene il contrario” ha aggiunto “dice una falsità”. “Detto questo” ha concluso “sappiamo che i soldi non bastano mai e io sono disposto a discutere di risorse aggiuntive. Nel decreto antistupri abbiamo messo 100 milioni in più e nella prossima finanziaria c’è il mio impegno ad aggiungere risorse e io che sono sempre disponibile ad ascoltare le ragioni di chi protesta, nei prossimi giorni organizzerà un incontro con i sindacati”.

Sindacati di polizia che, in piazza, tornano a protestare contro le ronde di cittadini: “È importante dare un segnale al governo e al presidente del Consiglio” ha detto il segretario nazionale del Siulp, Michele Alessi, “noi non condividiamo questo progetto. Bisogna rafforzare le forze di polizia ordinarie come i carabinieri, la finanza, la polizia di Stato e le altre polizie. Bisogna dare mezzi e strumenti a queste forze dell’ordine”. Il segretario del Siulp ha voluto sottolineare il fatto che al momento mancano uomini e mezzi. “Le auto sono ormai usurate” ha aggiunto “mancano gli uomini, gli organici sono ridotti all’osso, gli agenti che vanno in pensione non vengono sostituiti. Oggi manifestiamo per dare un segnale forte al governo affinché corregga la rotta. Bisogna potenziare la sicurezza: non la sicurezza privata ma una sicurezza di stato”.

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La dritte di Altroconsumo: Vigilare sulle spese condominiali

palazzo

Spesso saltiamo volentieri le riunioni di condominio pensando che siano inutili occasioni di conflitto animato con i vicini di casa. La stessa resistenza è comune nei confronti dell’amministratore, considerata il più delle volte una figura professionale poco amica. Tra spese condominiali, rate del riscaldamento, facciate da rimettere a posto e parti comuni da dipingere, gli amministratori sembrano sempre e soltanto chiedere tanti soldi. A loro difesa va detto che gestire un condominio non è sempre facile, anche perché la legge (qui il testo in .pdf ), il più delle volte, è così generica che non aiuta né gli amministratori né i condomini.
I regolamenti. I proprietari di casa hanno tutto il diritto di vigilare sull’attività dell’amministratore. La preoccupazione più frequente è capire che fine fa realmente il denaro versato nella cassa comune. A volte leggere le carte non basta, ecco qualche consiglio di Altroconsumo per destreggiarsi al meglio. L’amministratore ha un duplice compito: deve presentare il preventivo con le spese previste e fare un rendiconto di fine anno, che illustra nel dettaglio come è stata condotta la gestione. Dunque, prima promette una certa condotta di spesa e poi deve confermarla, calcolatrice alla mano. A questo punto interveniamo noi condomini. Interpretare un rendiconto, per quanto dettagliato, non è facile. L’assemblea, tra cori di voci concitate, non è la migliore occasione per togliersi i dubbi. Per questo, il primo consiglio è dare un’occhiata ai documenti e farsi i propri ragionamenti con calma a casa. La legge, però, non impone all’amministratore di consegnare i documenti contabili in anticipo a tutti (magari allegandoli alla lettera di convocazione dell’assemblea). Se lo chiedete, però, è vostro diritto farvi consegnare le carte prima dell’assemblea e anche di esaminare l’estratto conto del palazzo, così da controllare entrate, uscite e interessi maturati. La richiesta può essere fatta in qualsiasi momento e non richiede alcun tipo di giustificazione.
Secondo la Corte di Cassazione, se l’amministratore si rifiuta di consegnare la documentazione, la delibera presa successivamente dall’assemblea può anche essere annullata. Tra le voci di spesa compare il compenso dell’amministratore. I tariffari professionali sono stabiliti dalle associazioni di categoria, ma non hanno un valore legale: non sono obbligatori, servono come indicazioni di massima per gli iscritti, ma i condomini possono stabilire anche compensi del tutto diversi.

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Sorpresa (amara): meno partiti in Parlamento ma le spese aumentano

Montecitorio di sera

È successo quello che nessuno immaginava, il contrario di quanto tutti si sperava: dopo la sforbiciata delle elezioni, sono sì diminuiti i partiti, ma sono aumentate le spese: eccolo, il paradosso del Parlamento italiano che viene fuori dalla lettura dei bilanci interni di Camera e Senato approvati in contemporanea dai due rami del Parlamento.

Il terremoto elettorale di aprile, che ha portato alla scomparsa dalle aule parlamentari di tutti i partiti della sinistra, poteva tradursi in una diminuzione delle spese complessive per il funzionamento di Camera e Senato. Invece costeranno circa 26 milioni di euro in più: per la precisione le spese saliranno di 14 milioni alla Camera e di 12 milioni e 290 mila al Senato. In termini percentuali si tratta di un aumento dell’1,5% a Montecitorio e del 2,11% a Palazzo Madama.

In tutto, il Parlamento italiano costerà più di un miliardo e mezzo di euro. Per essere precisi, la cifra totale è pari a 1 miliardo 663 milioni 500mila euro, così ripartiti: 1.069.000.000 euro alla Camera (630 deputati) e 594.500.000 euro al Senato (315 senatori eletti, più 7 a vita).
Alla Camera, comunque, si è riusciti a restare sotto il tetto dell’inflazione programmata dell’1,7%; al Senato si sta sopra, ma il presidente della commissione Bilancio Antonio Azzolini sottolinea che gli aumenti sono comunque inferiori al limite del 2,5% fissato a suo tempo.
A spulciare le carte si scopre che sono i partiti, a Palazzo Madama, a fare la parte del leone negli aumenti di spesa: l’incremento maggiore riguarda proprio loro, i gruppi parlamentari. Pur essendocene di meno rispetto alla scorsa legislatura (quando c’era Rifondazione Comunista, i Verdi-Pdci, la Sinistra democratica e i due gruppi separati di An e Forza Italia, ora raccolti sotto la bandiera comune del Pdl). Il “gruzzolo” per i gruppi senatoriali per il 2008 passerà infatti da 39 milioni e 350 mila euro a 40 milioni e 100 mila, con aumento in percentuale dell’1,9% rispetto all’anno precedente. Alla Camera, invece, ai gruppi arriveranno 2 milioni e 290 mila euro in meno.

Ma, gruppi parlamentari a parte, che cos’è che fa crescere le spese delle Camere? Salgono di molto quelle per il pagamento delle pensioni degli ex parlamentari: più 5,25% alla Camera, più 4,52% al Senato. Anche gli stipendi del personale che lavora a Montecitorio aumentano dell’1,49% (mentre cercano di dare il buon esempio i deputati, che prevedono di diminuirsi le spese dell’1,27%). Al Senato vanno su le spese per gli ex dipendenti in pensione, che salgono del 5,77%, e per il personale non dipendente, aumentate del 2,52%.

Insomma, la tendenza è chiara, e qualche parlamentare, durante il dibattito, si è posto il problema. Come il senatore democratico Enrico Morando: “Abbiamo i trattamenti previdenziali più generosi del mondo, abbiamo il trattamento retributivo più alto, e il numero dei dipendenti delle due istituzioni è sproporzionato rispetto agli altri paesi europei”. Secondo i dati forniti da Morando, le spese del solo Senato dal 2001 al 2006 “sono passate da 374 milioni a 521 milioni, con un aumento del 40%, un dato agghiacciante”.

Alla Camera, invece, è esplosa la guerra con i senatori. Ad accendere la miccia delle polemiche il deputato del Pdl Emerenzio Barbieri: “Oggi i senatori” ha sostenuto “percepiscono non meno di 700-800 euro al mese in più rispetto ai deputati. All’Assemblea parlamentare della Nato si va alle riunioni con i senatori in classe business e i deputati in classe economica! E poi noi per telefonare all’esterno abbiamo bisogno di fare tutta una lunga trafila, le telefonate dei senatori vengono fatte senza problemi. Quindi, o ribadiamo che i parlamentari sono tutti uguali, sia che siano senatori sia che siano deputati o c’è qualcosa che non quadra”.

Senza storia, poi, il tentativo dei radicali di sforbiciare pesantemente su alcune voci di spesa: l’aula della Camera ha detto no all’abolizione del telepass e dei biglietti ferroviari per gli ex deputati.

Pensioni, precari, casa. Si fa presto a far sparire il tesoretto

Tommaso Padoa-Schioppa in Aula con Romano Prodi
Inizia oggi quello che dovrebbe essere il rush finale tra governo e sindacati per decidere sulle principali partite economiche: dalle pensioni (primo punto all’ordine del giorno) alla destinazione del tesoretto, alle tasse, alla casa, al sostegno ai redditi bassi. L’obiettivo è di chiudere entro fine giugno, quando l’esecutivo dovrà presentare al Parlamento il Documento di programmazione economica, cioè gli impegni di spese, entrate e relative riforme per i prossimi tre anni. Ma al momento ci sono poche probabilità che si trovi un accordo su tutto.
Il ministro Tommaso Padoa-Schioppa ha messo sul tavolo 2,5 miliardi del totale di 10 del tesoretto, gli introiti extra che il governo si trova quest’anno in cassa. Ma secondo Romano Prodi, 1,3 miliardi dovranno servire per aumentare le pensioni al minimo e 600 milioni per non meglio precisati interventi a favore dei giovani e dei redditi bassi. Insomma, restano altri 600 milioni.
Abolire lo scalone Maroni sulle pensioni significa rimetterci da qui al 2016, ben 65,6 miliardi. Questo solo nel caso non si facesse nulla. Ma anche se lo scalone fosse sostituito con scalini, si tratterebbe di trovare da 9,3 a 2,5 miliardi nei prossimi otto anni. La prima cifra se dal 2008 l’età per la pensione di anzianità venisse innalzata di un anno, e di un altro ancora ogni 18 mesi. La seconda se, sempre dal 2008, si andasse in pensione di anzianità a 59 anni. Un limite, però, troppo simile ai 60 dello scalone.
Dunque? Dunque il governo deve come minimo reperire soldi per almeno 8 miliardi da qui al 2016. E non basteranno certamente i due miliardi ottenibili con la fusione dei maggiori enti previdenziali. Né si possono aumentare i già alti contributi per i dipendenti: ci sarà un altro ritocco sugli autonomi, e forse un altro ancora sui precari, cosa però che fa a botte contro le promesse di aiutare i giovani senza lavoro fisso. Del tutto risibile appare poi l’idea di coprire il buco con “tagli ai costi della politica”: un buon proposito sempre disatteso, che certamente non passerebbe il vaglio della commissione di Bruxelles e dei vari organismi internazionali.
Non solo. Si profila una nuova guerra tra governo e comuni: oggetto, 4,4 miliardi di avanzi comunali non spesi, e che il governo vorrebbe incamerare: I comuni dicono che si tratta di una beffa per le amministrazioni più virtuose, e probabilmente non hanno neppure torto. Ancora: per i costi aggiuntivi del recente contratto degli statali occorrono 3,5 miliardi, e altri 4-5 per i cantieri Anas che altrimenti rischiano di chiudere.
Poi c’è la lista delle richieste dei singoli ministri e partiti. Dagli sgravi Ici reclamati dalla Margherita al piano casa di Rifondazione. Fino all’allentamento della morsa sugli studi di settore, cosa che sta provocando una mezza rivolta fiscale al Nord. Insomma, improvvisamente la coperta si è fatta cortissima. Al punto che i buoni propositi di varare per il 2008 una Finanziaria “leggera”, dopo quella durissima sul piano fiscale del 2007, rischiano di restare nel casseto. Nella maggioranza c’è addirittura chi parla di una “patrimoniale” per mettere a posto le cose, una tassa che copirebbe ovviamente “i grandi patrimoni ed i grandi redditi”. Ma in Italia il concetto di grandi redditi e patrimoni è opinabile, ed il rischio di spremere ulteriormente chi dichiara tutto al fisco è in agguato.
Previsioni? Quasi impossibili. Molti vorrebbero rinviare tutto a settembre. Il che significa entrare già nel periodo della Finanziaria e, quanto alle pensioni, tenersi lo scalone Maroni.
In alternativa i sindacati potrebbero essere messi di fronte alla proposta di trasformare lo scalone in scalini, ma assieme ad una drastica revisione dei coefficienti che determinano le pensioni (quelli previsti dalla riforma Dini).
Una cosa che le confederazioni, finora, non hanno neppure voluto prendere in considerazione.

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