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Milan primo in classifica. L’Inter si deve accontentare della piazza d’onore. Al terzo posto una sorprendente Lazio. Quarta la Roma, che torna in zona Champions. E quinta la Juventus. Una classifica da fantacalcio? Oppure la previsione sull’ordine d’arrivo del prossimo campionato?
No, è il risultato dell’ultima stagione riclassificato da Panorama in base ai debiti delle società di Serie A, che complessivamente assommano alla bella cifra di 2 miliardi di euro. Perché il calcio italiano è sull’orlo del crac finanziario. E le squadre più indebitate sono in molti casi anche le più vincenti sul campo. Come si vede nella tabella a fondo articolo, la società in assoluto con il passivo più ampio è l’Inter: 394 milioni di euro di debiti per la squadra vincitrice degli ultimi quattro scudetti. Se però si dividono i debiti per i punti conquistati nell’ultimo campionato, passa al comando il Milan: infatti i rossoneri presieduti da Silvio Berlusconi (e la cui guida operativa spetta al vicepresidente Adriano Galliani) con 392 milioni di debiti hanno ottenuto in Serie A 74 punti, cioè hanno contratto un debito di 5,29 milioni di euro per ogni punto ottenuto sul campo. In questa graduatoria degli spendaccioni l’ultimo posto (escluse le retrocesse in Serie B) è del Bologna, che si è indebitato per 350 mila euro per ogni punto in classifica nel 2008-2009. Ora però, se davvero la società felsinea passerà di mano sotto la regia di Luciano Moggi, la musica potrebbe cambiare: prevedibile in quel caso un aumento della spesa per ingaggiare i calciatori, e quindi dei debiti.
Perché a volte ritornano, e persino il Bologna potrebbe aspirare di nuovo a essere “lo squadrone che tremare il mondo fa”, come lo chiamavano i suoi tifosi negli anni Trenta del secolo scorso, quando vinceva scudetti a raffica.
Quindi, chi più spende meglio spende? Non sempre è garantito che i risultati arrivino dopo aver speso molto. Il problema dei debiti attanaglia tutto il calcio europeo, non solo quello italiano, in particolare Spagna e Inghilterra, dove si giocano i due campionati più ricchi e più seguiti in tv. Ma nonostante il mecenate russo Roman Abramovich, i londinesi del Chelsea non sono ancora riusciti a vincere la Champions league. Mentre risale al 2002 l’ultimo successo europeo ottenuto dal presidente Florentino Perez col suo “galattico” Real Madrid.
E fra le squadre italiane l’Inter, che continua a spendere e spandere, non vince la Coppa dei campioni da 44 anni: era il 1965, allenatore Helenio Herrera e presidente Moratti (non Massimo, che era un ragazzino, bensì suo padre, il celebre Angelo). La situazione in Italia è complessa anche per il ruolo delle banche: per esempio, è l’Unicredit- Banca di Roma, non la proprietaria famiglia Sensi, il vero arbitro del destino della Roma calcio, a causa dei crediti concessi generosamente alla controllante Italpetroli nel passato. C’è poi la pressione fiscale, molto più elevata rispetto a Spagna e Inghilterra. E nelle società di calcio, dove il costo del lavoro incide per il 70 per cento sulla spesa complessiva, anche il peso fiscale diventa un salasso. Il centravanti Zlatan Ibrahimovic è il calciatore più pagato del mondo e per garantirgli quest’anno uno stipendio netto di 14 milioni di euro l’Inter deve spenderne circa 28 come costo aziendale. Se giocasse in un club spagnolo, il capocannoniere nerazzurro potrebbe guadagnare lo stesso ingaggio netto con un esborso per la società di poco superiore a 18 milioni.
Come evitare di finire nel baratro? Perez del Real Madrid ripropone un campionato europeo con le sole 16 squadre maggiori, una vecchia idea già lanciata quasi vent’anni fa da Berlusconi, ma tra gli osservatori del calcio internazionale si pensa che il progetto non sia all’ordine del giorno. Su questo supercampionato la parola definitiva sarà quella di Michel Platini, l’ex fuoriclasse della Juventus e della nazionale francese oggi presidente dell’Uefa (l’associazione europea delle federazioni nazionali di calcio).
“Il vero problema è il costo del lavoro fuori controllo. La differenza tra arrivare primi o secondi è talmente grande che a volte si fanno follie” dice Umberto Gandini, dirigente del Milan e vicepresidente dell’Eca (European club association, una sorta di lega europea delle squadre di calcio riconosciuta dall’Uefa). “La stessa cosa vale per chi cerca di non retrocedere, perché andare in serie B equivale a finire in un burrone. Tuttavia non si possono imporre tetti ai salari perché ci sono troppe difformità a livello europeo: alla riunione dell’Eca di lunedì 13 luglio si discute il fair play finanziario, ovvero per esempio la possibilità per le squadre di calcio di accedere al credito per costruirsi gli stadi”.
Su questo versante l’Italia è in coda: tra le 20 squadre della serie A solo la Juventus ha deciso di costruirsi uno stadio di proprietà , che sarà pronto nel 2011. Dopo Calciopoli, la società ha iniziato la sua ricostruzione, anche con un aumento di capitale da 105 milioni di euro e ora ha una situazione patrimoniale più che solida. Il progetto del nuovo stadio, costo stimato in altri 105 milioni, “non intacca in alcun modo l’attività della gestione sportiva ” sostiene Michele Bergero, direttore amministrazione e finanza della Juventus. Il nuovo stadio sarà completamente autofinanziato: in parte con la vendita per 20 milioni alla Nordiconad di aree per attività commerciali, già acquisite dal club intorno al vecchio Stadio delle Alpi (dove sorgerà il nuovo impianto). In più la Sport Five darà alla Juventus un anticipo di circa 40 milioni (su un totale di 75 in 12 anni) per una sponsorizzazione che comprenderà sia il nome del nuovo stadio, sia la gestione di metà dei 200 palchi che saranno il fiore all’occhiello dell’iniziativa. E soprattutto la Juve avrà dal Credito sportivo, emanazione finanziaria del Coni, un prestito di 50 milioni di euro a un tasso agevolato, circa il 4,5 per cento.
È un modello ripetibile in altre città italiane? A Genova ci sta pensando la Sampdoria. A Firenze c’è un progetto di Diego Della Valle, patron della Fiorentina, che però sembra impantanato. A Milano l’idea dello stadio di proprietà è venuta all’Inter (che forse potrebbe usare, dopo il 2015, una delle aree dell’Expo), mentre il Milan non ha fatto alcuna avance in proposito. L’assessore allo Sport del Comune di Milano, Alan Rizzi, racconta a Panorama: “Non abbiamo ancora ricevuto richieste ufficiali per un nuovo impianto, nemmeno dall’Inter. In realtà la nostra idea è ottenere la finale di Champions league a Milano nel 2015: ne stiamo ragionando con Inter e Milan, partendo dall’esistente e trasformando San Siro in uno stadio a cinque stelle”.
In conclusione, si potrà risanare il calcio nel suo insieme? Sembra difficile, ma qualche caso virtuoso potrà esserci, se persino Berlusconi ha tirato i remi in barca e ora cerca di far quadrare il bilancio rossonero. E pensare che vent’anni fa il presidente del Milan fu il precursore dell’idea di supersquadra, quella allenata da Arrigo Sacchi, la prima società che aveva due giocatori titolari per lo stesso ruolo. Invece oggi, magari, i tifosi milanisti aspettano soprattutto l’arrivo di qualche sceicco nell’azionariato per non rimpiangere troppo la cessione di Kakà al Real Madrid.

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Il 21 giugno si è tenuto allo stadio Meazza di Milano il concerto ‘AMICHE PER L’ABRUZZO’.
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Gianni Nannini - “Amiche per l’Abruzzo” Credits: ANSA/DANIEL DAL ZENNARO
“Amiche per l’Abruzzo” Credits: ANSA/DANIEL DAL ZENNARO
Laura Pausini - “Amiche per l’Abruzzo” Credits: ANSA/DANIEL DAL ZENNARO
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Quando firma un autografo prima scrive “Dio è grande” e poi Kakà : giusto per chiarire per chi tifa e a chi sta sotto in linea diretta. È evangelico Ricardo Izecson dos Santos Leite (qui la scheda sul sito del Milan), è cioè un ultrà del Cristianesimo, uno da curva sud della Bibbia: Cristo al centro, no alla Chiesa istituzione, verginità prematrimoniale, niente alcol, mai una canna, neanche per sbaglio, molta beneficenza e il comandamento interiore di allenarsi alla bontà più che al dribbling.
È pure in debito con il Padreterno, Kakà , per quella volta che lo ha salvato da una brutta caduta in piscina; e per quei gol così belli, improbabili e perfetti da sospettare lo zampino divino. Ci sta la pubblicità gratis. Senza contare che il ventottenne trequartista del Milan si è ritrovato con una faccia d’angelo e natali brasiliani, ma non in una favela: famiglia bene i Leite, padre ex manager, madre insegnante.
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Bello e buono, sempre. Mai stufo?
Non è che davanti alle telecamere sono in un modo e nella realtà in un altro. Non mento.
Però una volta ammise che in campo qualche bestemmia le è scappata…
Per noi brasiliani non esiste la bestemmia. Proprio non la conosciamo. Ho ammesso di dire “cazzo”, “merda”, parole che scappano quando si è sotto pressione, per noi quello è bestemmiare.
E come la mette con i suoi colleghi, serial killer verbali del Padreterno?
“Cosa c’entra Dio? Cerca un’altra parola!” dico loro. Mi limito a questo rimprovero.
A se stesso cosa rimprovera, invece?
Di essere impaziente, di non saper stare tranquillo. Anche a casa devo trovarmi qualcosa da fare.
Non è che ha creato una mistica intorno al mancato incidente mortale?
È successo nel 2000, una brutta botta al collo, la morte sfiorata. Io credo che Dio mi abbia aiutato, ma è solo una delle tante esperienze che ho avuto con lui da quando sono nato.
Si sente protetto?
No, benedetto.
Si è sposato il 23 dicembre, data simbolica, da presepe.
Erano gli unici giorni liberi che avevamo mia moglie e io, intorno a Natale.
E siete arrivati entrambi illibati.
C’era chi mi prendeva in giro, chi compiangeva la mia castità : “Oh, poverino!”. E battute da spogliatoio. Arrivare vergini al matrimonio per noi era importante, il celibato è un valore di Dio.
Soddisfatti o rimborsati? Ne è valsa la pena, per dirla in soldoni?
Sicuramente. Oggi ho una moglie e un figlio meravigliosi. Una benedizione di Dio. Non mi sono mai pentito.
E adesso come la mette con i rapporti? Secondo i sacri testi dovrebbero essere solo procreativi, più che ricreativi…
No, va bene.
Va bene come? Metodi anticoncezionali?
Controlliamo.
Tentazioni?
Mi piace mia moglie.
E la signora Kakà non si irrita per la scritta “I belong to Jesus”, “Appartengo a Gesù”, stampata sulla maglietta e mostrata a ogni gol?
Condivide. Forse dovrei correggere la scritta: “We belong to Jesus”, tutti e tre, Caroline, Luca e io.
Marcello Lippi ha detto che non ci sono gay nel mondo del calcio.
Mai trovati.
Oltre alle donne, piace anche agli uomini. Si sente un’icona?
Non lo so. Non mi interessa essere un sex symbol, non cerco nulla di ciò. Mi interessano i valori familiari, sono quelli che voglio comunicare.
Casa, chiesa e bottega Milan. Ciclicamente girano voci che sia in trattativa con altre squadre. La religione ha pesato nel no al Manchester City, il cui proprietario è un musulmano?
No, per nulla.
Da uno a dieci, quanto contano i soldi nella sua vita?
Sono importanti, ma non è il mio primo valore.
Sarebbe disposto ad autoridursi l’ingaggio, come ha proposto Gennaro Gattuso?
Dipende. È da valutare.
Sembra un no. È suo padre, che le fa da procuratore, a decidere?
Per fortuna non è un dittatore. Non mi dice “fa’ questo o fa’ quello”. Discutiamo.
Non crede che fra supercontratti, sponsor e diritti tv, il sistema calcio sia drogato?
Si parla sempre di quello che non funziona e mai della parte buona, che invece c’è. E che io tento di comunicare.
Mai un’espulsione, pochi cartellini gialli: dà il buon esempio, insomma.
Ci provo.
Paolo Maldini lascia la fascia di capitano: la vorrebbe?
Un giorno, magari.
Sempre perbene.
È che ci sono altri prima di me.
I leader dello spogliatoio?
Gattuso, Nesta, Ronaldinho. E anch’io.
Il più bello della squadra: lei?
Adesso c’è anche David Beckham.
Il più dotato: una volta si è lasciato scappare che è Clarence Seedorf…
Gli sto facendo pubblicità : mi dà dei soldi.
I più donnaioli?
Ronaldinho, Borriello, Flamini.
I più pronti a fare casino?
Gattuso, Nesta, Pato, Inzaghi.
Pelè o Diego Armando Maradona?
Pelè.
Doccia o bagno?
Doccia.
Bionde o brune?
Guardi chi ho scelto. Brune, brune.
Suv o Cinquecento?
La Q7 della Audi: è uno sponsor.
È vero che fa pubblicità solo a marchi “puliti”?
Non potrei mai fare da testimonial a sigarette o bevande alcoliche.
Un integralista dello spot: dicono che abbia accettato i Ringo perché erano metà bianchi, metà neri.
Mi piaceva quel messaggio.

George W. Bush o Barack Obama?
Sono contento che ci sia un nero alla presidenza. Un’altra barriera abbattuta.
Lo sa che è talmente politically correct da spezzare le gambe a un intervistatore?
Gliel’ho detto, non fingo.
Ci riprovo: perché ha vinto sempre l’Inter dopo Calciopoli?
Non è vero, noi abbiamo portato a casa la Coppa dei campioni.
E degli arbitri cosa dice, è cambiato qualcosa da quando c’è Pierluigi Collina al vertice?
Di solito non parlo mai degli arbitri, in pochi secondi devono valutare un’azione che noi rivediamo alla moviola cinque o sei volte. Non è semplice.
Insomma, è meglio o peggio adesso?
Gli arbitri stanno migliorando, ma la preparazione è fondamentale, si può fare di più.
Quanto ha pesato Leonardo nella sua carriera?
Tantissimo. È stato sei mesi in Brasile e quando è tornato ha fatto il mio nome ai dirigenti del Milan, ha spiegato loro chi ero e come giocavo. Era il 2002, ero un ragazzino, mi conoscevano in pochi.
E ora se lo ritrova allenatore…
È un carissimo amico, per me questo conta.
Il suo maestro calcistico?
Raì, centrocampista, brasiliano. Era più lento di me, ma più tecnico. L’ho sempre considerato il mio modello.
Se le dico Ancona-Milan, anno 2003, cosa mi risponde?
La mia prima partita con la maglia rossonera. E da titolare. Mi ritrovavo in campo con alcuni dei miei miti.
E poche settimane dopo il derby.
Gol di testa su cross di Gattuso. La mia prima rete milanista. Da raccontare ai nipoti.
Il gol più bello, invece?
Alla semifinale della Champions, aprile 2007, contro il Manchester in Inghilterra: lancio di Dida e colpo mio di testa.
E dire che da ragazzino era partito con un handicap di costituzione.
Fino a 15 anni sono stato sempre il più piccolo. A scuola, a calcio. Il più basso. In una parola: uno sfigato. Ero in ritardo nella calcificazione delle ossa. Loro, allenatori e presidenti, non hanno tempo per aspettarti.
E allora?
Giocavo nel San Paolo. Per fortuna qualcuno ha detto: “È un talento, non perdiamolo”. Così mi hanno portato da uno specialista: facevo una cura a base di creatina e aminoacidi, ogni tre-quattro mesi. A poco a poco le ossa si sono messe a posto e intanto io avevo potenziato la massa muscolare. Anche stavolta mi ha aiutato Dio.
Niente libero arbitrio, si direbbe a sentirla parlare.
Penso che Dio abbia previsto una strada per ognuno di noi, ma questo non ci esime dallo scegliere, dal prendere le nostre responsabilità . Io cerco di stare vicino a lui il più possibile. Prego parecchie ore al giorno, quando cammino, quando faccio la doccia, guido. Ogni volta che posso.
È per pietas che ha difeso Adriano?
Non condivido le sue scelte, ma le rispetto. Non giudico. So capire quello che sta attraversando.
Che cosa le manca in bacheca?
Il secondo pallone d’oro, il secondo Mondiale, la seconda Champion. Il bis di tutto.
Nel 2000 le chiesero di scrivere i suoi dieci desiderata: erano tutti calcistici. Oggi?
Cento gol con la maglia del Milan, giocare bene nella nazionale brasiliana ai Mondiali, e alla Confederation cup in Sud Africa a giugno. E trasmettere valori sani a mio figlio.
Ha la bacchetta magica: cosa fa?
Elimino la fame nel mondo: se hai la pancia vuota, non ragioni.
E per il calcio?
Tolgo la violenza dagli stadi
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Qual è la miglior vittoria per il tifoso incallito? Ovvio: su gol a tempo scaduto, e magari un po’ rubacchiata. Tanto più se si parla di una Roma che è tornata la “Rometta” dei tempi grami e di fronte ha il Catania, rivale storico. Ebbene, sabato 16 maggio al gol di Cristian Panucci segnato appunto al penultimo minuto di recupero gli spalti dell’Olimpico hanno pensato bene di festeggiare il 4 a 3 e il possibile accesso all’Europa league al grido di “Rosella Sensi devi andare via” rivolto al presidente; e “solo la maglia, tifiamo solo la maglia”, alternato con “quando ve pare, giocate quando ve pare”, indirizzato ai giocatori. Conclusione: Francesco Totti e compagni a capo chino verso gli spogliatoi, mentre Rosella Sensi scoppiava in lacrime, da sola, in tribuna d’onore.
Frutti avvelenati di un calcio mai balordo come ora, nel quale più che di scudetti e vittorie si parla di debiti, fallimenti, dinastie imprenditoriali rovinate. Certo, l’Italia ha avuto Calciopoli, ma stavolta il problema è europeo, anzi planetario. Basta pensare che il 27 maggio proprio l’Olimpico ospiterà la finale di Champions tra Manchester United e Barcellona, dominatrici di una Premier league e di una Liga oberate ciascuna da 3,5 miliardi di debiti. Quanto a noi ospitanti, ci salviamo solo perché, in base alla legge sul calcio, è sufficiente che le squadre ripianino le perdite dell’ultima gestione. Che a fine campionato comunque saranno, secondo stime, per la sola serie A pari a 300 milioni. Per metà a carico dell’Inter neoscudettata di Massimo Moratti e José Mourinho.
Chi invece guarda ai debiti sono banche, sponsor e azionisti. È per questo che l’Unicredit ha imposto alla Roma il rientro da almeno 365 milioni di prestiti concessi quando a capo del club giallorosso c’era Franco Sensi, fondatore dell’Italpetroli, azienda che spaziava dai depositi di Civitavecchia al Corriere Adriatico, dall’hotel Cicerone a terreni edificabili sparsi un po’ ovunque intorno alla capitale. Allora la banca di riferimento era la Capitalia e il banchiere di riferimento Cesare Geronzi. Assorbita la Capitalia nell’Unicredit, salito Geronzi nelle stanze della Mediobanca, scomparso Franco, esplosa la crisi finanziaria globale, l’impero dei Sensi è crollato come un castello di carte. Rosella ha presentato un bilancio 2008 con un utile corrente di 19 milioni, ma a fine dicembre non è riuscita a versare la prima rata da 130 milioni del piano di rientro imposto dall’Unicredit.
Ha tempo fino al 31 luglio, nel frattempo intorno alla società più che lupe capitoline e aquile laziali si aggirano altri predatori. Su tutti la cordata svizzero-tedesca composta dal finanziere Volker Flick e dal procuratore Vinicio Fioranelli, ai quali potrebbe affiancarsi l’ex presidente del Grasshoppers Romano Spadaro. Ma si è fatto vivo, con un annuncio, anche l’industriale farmaceutico Silvano Angelini. Mentre un anno fa il mese di aprile era stato dominato dalle voci di scalata nientemeno che di George Soros, che sarebbe stato rappresentato dall’avvocato italoamericano Joe Tacopina; subito dopo è stata la volta di fondi arabi.
La Roma (con Juventus e Lazio) è uno dei tre club di calcio quotati in borsa, e non si tratta precisamente di una blue chip. Inutile dire che a ogni fiato, prontamente amplificato dal circuito di radio locali controllate dai circoli giallorossi, il titolo è schizzato, anche del 25 per cento in un giorno. Ora la Consob si è decisa a indagare. Anche se il vero interessato alle sorti della Roma pare il gruppo Caltagirone. Edoardo, nipote di Francesco Gaetano, vorrebbe costruire il nuovo stadio, alla Magliana, tra la Fiera e l’autostrada per Fiumicino. E ovviamente fanno gola anche i terreni.
Ma in fondo il popolo giallorosso a queste traversie è abituato. È guardando più su, ai quartieri alti del campionato, che si scorgono crepe che non ti aspetti. Prendiamo l’Inter, fresca del quarto scudetto consecutivo. Massimo Moratti ha appena ripianato due terzi delle perdite nerazzurre con i 100 milioni del dividendo annuale della Saras, l’azienda di raffinazione di famiglia. Suo fratello Gian Marco, che ha diritto agli altri 100 milioni di cedole, non sembra però più disposto al sacrificio. Dunque si parla di una famiglia Moratti che discute intorno all’ipotesi di affidare a una banca d’affari la ricerca di un part-
ner straniero di minoranza. Anche perché, se quest’anno le perdite dell’Inter sono state di 148,3 milioni, nel 2007 furono di oltre 200, mentre il futuro sembra affidato a un piazzamento nella Champions league, che prevede un meccanismo di bonus decrescente da 40 milioni di euro (per la vittoria) in giù. E l’Inter nell’ultima edizione (i cui proventi influiranno sui bilanci 2009) non è andata oltre gli ottavi.

Stessi problemi, anche se su scala ridotta, li ha il Milan. Silvio Berlusconi ha appena ripianato di tasca propria un passivo di 66,8 milioni e ora, oltre a rinnovare di sana pianta squadra e allenatore, è alla ricerca di un socio. Anche in questo caso pare siano decisive le pressioni dei figli Marina e Pier Silvio, non entusiasti che la famiglia o la Fininvest debbano continuare a spalancare i portafogli. Dunque, possibile arrivo di un partner arabo: si parla dell’Abu Dhabi United Group, che investirebbe 500 milioni per il 35 per cento del Milan, con la mediazione della Bnp Paribas.
Ai soldi si deve anche lo psicodramma in casa Juve che ha portato all’esonero di Claudio Ranieri a due giornate dal termine, un fatto inaudito nella tradizione sabauda. La realtà è che la stessa “triadina” bianconera composta da Jean-Claude Blanc, Giovanni Cobolli Gigli e Alessio Secco, che rende conto non alla Fiat (l’interesse di Sergio Marchionne per la Juve è pari a zero) ma alla Exor, la finanziaria degli eredi Agnelli, ha la necessità di non mancare il terzo posto in campionato, che vale l’accesso diretto, senza preliminari, alla Champions. Arrivare quarti, infatti, comporterebbe tra ferie dimezzate, contratti anticipati, ingaggi congelati e amichevoli saltate, la perdita di almeno 15 milioni, che il bilancio, già in rosso di 20,8, non potrebbe sopportare. E la Juventus, a differenza di Inter e Milan, non ha più un padre padrone disposto a staccare assegni.
Panorama di macerie per il “campionato più bello del mondo”. Macerie almeno finanziarie, con il calcio sempre più ci si rovina. La più recente tra le vittime illustri è Giuseppe Gazzoni Frascara, ex proprietario del Bologna e dell’Idrolitina, finito sotto processo per bancarotta. Gazzoni ci ha rimesso l’azienda e la tranquillità familiare, ma dopo di lui il Bologna, se pure affidato a mani capaci, ha continuato a navigare in acque incerte: Alfredo Cazzola, imprenditore e patron del Motor show, oggi candidato sindaco per il centrodestra, ha capito subito l’antifona. Passato a Francesca Menarini, erede di una famiglia di costruttori, il Bologna lotta tuttora per non retrocedere in serie B.
Il pallone rischia di rivelarsi fatale pure a chi combatte per la promozione. La Pro Patria di Busto Arsizio, tra i più antichi club italiani (fondata nel 1881), è in corsa per il passaggio dalla Lega Pro (ex serie C) alla B. E proprio sul finire di un campionato, condotto quasi sempre in testa, la Finanza ha arrestato il suo presidente Giuseppe Zoppo accusato di bancarotta fraudolenta. Nel 2008 il fallimento ha eliminato dal panorama del calcio anche il Messina dell’armatore Pietro Franza, protagonista di alcune stagioni in serie A. Quattro anni prima toccò all’Ancona di Ermanno Pieroni, ex arbitro e poi segretario dell’industriale Francesco Merloni. Ora le disavventure giudiziarie coinvolgono l’immobiliarista Giovanni Lombardi Stronati, proprietario del Siena, ma anche del teatro romano Ambra Jovinelli, di due elicotteri, quattro barche, una Bentley e una villa in Costa Smeralda.
Insomma, ai ricchi e famosi chi glielo fa fare? Appena rilevata la Fiorentina dal crac di Vittorio Cecchi Gori, Diego Della Valle, abituato agli uffici ovattati della Confindustria e della Mediobanca, raccontò a un amico: “Le riunioni di Lega sembrano il mercato del pesce. Tutti gridano, volano parolacce e si parla solo di soldi”.
A Della Valle in fondo con i viola non è andata male (anche se resta memorabile il suo commento “Mio fratello mi ha ricordato che siamo interisti”), almeno a paragone del suo collega Urbano Cairo, ex Fininvest e oggi a capo di un ricco gruppo editoriale. Per il Torino Cairo si è svenato, con soddisfazioni pari a zero, e sempre in bilico per non retrocedere.
Forse chi aveva capito tutto è l’ex proprietario e industriale farmaceutico del Pisa, Maurizio Mian. Alla presidenza onoraria della squadra aveva piazzato il proprio cane, Gunther. Salvo poi vendere tutto e ritirarsi a Miami.
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Quando 10 giorni fa, al 93° minuto, nello stadio Stamford Bridge di Londra, Andrés Iniesta ha segnato il gol che spediva il Barcellona a Roma, per la finale di Champions league del 27 maggio, al posto del Chelsea, i funzionari della Uefa hanno tirato un sospiro di sollievo. Secondo i dati diffusi a settembre nella riunione annuale sulla coppa organizzata dal ministero dell’Interno olandese, i tifosi del club inglese hanno un poco invidiato primato: nella scorsa stagione sono stati gli ultrà che hanno causato più problemi all’estero, una trentina di episodi, risse nei pub comprese. Al secondo posto proprio i supporter dell’altra squadra finalista di Roma: il Manchester United (28 incidenti). Quindi la rete del Barcellona ha evitato che le due tifoserie più turbolente d’Europa si dessero appuntamento sotto il Colosseo per sei giorni di bagordi (le manifestazioni collegate alla finale cominceranno il 22 maggio). Senza contare che nella graduatoria degli ultrà più cattivi della stagione 2007-08 non figurano spagnoli: terzi quelli dei Glasgow Rangers, poi i sostenitori di Liverpool, Ajax, Anderlecht, Arsenal e, con meno di dieci episodi a testa, quelli di Milan, Roma e Inter.
A preoccupare i responsabili della sicurezza, dalla Digos, guidata da Lamberto Giannini, al Centro nazionale d’informazione sulle manifestazioni sportive (Cnims) del ministero dell’Interno, è il cortocircuito che potrebbe crearsi nell’incontro tra le due tifoserie locali (in particolare quella romanista) con quella inglese. E magari un’alleanza dei Boixos nois del Barcellona (gruppo di estrema destra) con i romanisti (i laziali, invece, sono alleati dei madridisti) contro i Men in black dello United, già protagonisti di scontri nella capitale due anni fa, compreso l’assalto a un pullman dell’Esercito.
I giornali britannici nelle scorse settimane hanno definito Roma “la città dei coltelli” per la vandalica abitudine di certi ultrà di segnare il territorio con la “puncicata”, un rito che consiste nel ferire superficialmente con la punta di un’arma da taglio il “nemico”, preferibilmente nei glutei o nelle gambe. La coltellata solitamente non è preannunciata da scontri di piazza, arriva vigliaccamente ed è diventata una scuola di pensiero che le frange estreme del tifo giallorosso riassumono nel motto: “Basta infami, solo lame”.
In questura spiegano che la tifoseria organizzata stigmatizza sempre più spesso la puncicata e il problema va circoscritto a 30-40 persone, ma ammettono anche che nella capitale si sta diffondendo la moda di girare con una lama in tasca, aumentando i rischi di gesti estemporanei. Per i media britannici 14 supporter del Liverpool (nel 2001), tre del Middlesbrough (2006) e 16 del Manchester (2007) avrebbero ricevuto questo benvenuto.
I dati del Cnims, che Panorama pubblica in esclusiva, sono diversi ma non migliori: negli ultimi 3 anni, a Roma sono stati feriti 25 tifosi inglesi, di cui otto del Manchester (almeno tre le puncicate), 14 del Middlesbrough e uno dell’Arsenal (colpito da alcuni vetri).
Il bollettino della guerra fra ultrà giallorossi e hooligan inglesi non si ferma qui: nel dicembre 2001 gli italiani hanno colpito alle gambe quattro tifosi del Liverpool, a febbraio dello stesso anno altri sei e nel marzo 2000 era stato “tagliato” un sostenitore del Leeds.
A Roma, negli ultimi anni, le puncicate sono state moltissime. Secondo i dati dell’archivio del Cnims, dal 2002 sono state denunciate più di 110 coltellate in una cinquantina di partite (circa quaranta dei giallorossi e quattro derby). Negli ultimi due lustri il bilancio sale a 130 coltellate. E nel conto mancano i tifosi che non denunciano l’aggressione e quelli che nei verbali di polizia vengono genericamente inseriti tra i feriti senza specificare l’uso dell’arma da taglio.
“Ma nell’ultimo anno abbiamo avuto solo tre casi e l’unico che si è verificato dentro lo stadio ha portato all’immediato arresto del feritore” avverte Roberto Massucci, direttore dell’Osservatorio.
I luoghi degli agguati sono quasi sempre gli stessi (grafico in alto) e per la finale della Champions league saranno particolarmente presidiati. Per esempio, il ponte Duca d’Aosta sarà zona off limits, un punto di osservazione per le forze dell’ordine. I tifosi del Barcellona, radunati in piazza Cipro, non dovranno oltrepassare il Tevere per raggiungere lo stadio; quelli del Manchester utilizzeranno ponte Milvio, quello dei lucchetti. In tutto i tifosi stranieri saranno circa 50 mila (60 per cento inglesi), di cui, si stima, circa 10 mila non organizzati da società e agenzie di viaggio. Il problema sarà controllarli soprattutto nel centro città .
Le polizie inglese e spagnola stimano che le vere teste calde non saranno più di 80, 50 al seguito dei Red devils e 30 dei blaugrana. Per cercare di arginarli atterreranno a Roma 26 funzionari dei due paesi, equamente divisi, tra cui due analisti, due ufficiali di collegamento, quattro bobby e altrettanti uomini dei Mossos d’esquadra catalani.
Le autorità di sicurezza italiane, per scongiurare i rischi di ordine pubblico, hanno coinvolto i colleghi di tutta Europa nell’organizzazione della finale. “Stiamo collaborando con inglesi e spagnoli come se fossero italiani, c’è una grande condivisione di responsabilità ” conclude Massucci. L’obiettivo è completare un “progetto unico” per la gestione di tutte le grandi manifestazioni sportive, partendo dalle esperienze di chi ha organizzato le ultime tre finali. Purtroppo tutto questo rischia di essere vanificato da qualche irresponsabile, magari un “cane sciolto” (i più temuti dagli investigatori) che potrebbe usare la puncicata per conquistare le prime pagine dei giornali internazionali.
Ferendo più di tutto l’onorabilità , oltre che la vivibilità , di Roma.

I cinque luoghi più a rischio, fuori dallo Stadio Olimpico: 1) Piazzale Maresciallo Giardino; 2) Piazza Mancini; 3) Ponte Duca d’Aosta, off limits per i tifosi; 4) Largo de Bosis; 5) Viale Boselli
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L’arresto di 161 pericolosi latitanti (43 dei quali per associazione di tipo mafioso), oltre 436mila le persone controllate dagli agenti dei reparti prevenzione crimine nel corso delle operazioni mirate al controllo del territorio e il soccorso ai cittadini, il sequestro dei beni dei mafiosi e il contrasto al terrorismo islamico. C’è ogni aspetto della sicurezza nei numeri di un anno di attività della Polizia, che domani festeggia il 157esimo anniversario della fondazione (con una tre giorni dal titolo “C’è più sicurezza insieme” che si aprirà venerdì 8 con la tradizionale cerimonia a piazza del Popolo, a Roma, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) e lo sbarco su Facebook e YouTube, per essere sempre più vicino ai giovani.
Questi i numeri resi noti dalla Polizia in un anno di attivitÃ
113, oltre 5 milioni di chiamate in un anno - Un intervento ogni 13 secondi, quasi 7mila al giorno. Nel 2008 sono arrivate complessivamente al 113 5.252.748 chiamate; 4.225.263 sono state le persone controllate in seguito alle segnalazioni. Gli interventi sono stati complessivamente 2.465.952 così divisi: 1.710.000 per attività di polizia (incidenti stradali compresi), 78.777 per soccorso sanitario, 214.269 per calamità naturali e incidenti vari, 462.328 per interventi di natura diversa. Quasi 30mila (29.921), infine, le persone arrestate dopo l’intervento di una volante e 90.892 quelle denunciate.
161 latitanti arrestati, 3 in elenco 30 più pericolosi - Dei 161 finiti in manette, 43 sono stati arrestati per reati di tipo mafioso. Tra questi spiccano i nomi di Vincenzo Licciardi, Giuseppe Di Stefano e Pietro Criaco, inseriti nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi. Gli uomini della polizia hanno arrestato anche Giuseppe Nirta, Antonio Pelle, Antonio Romeo e Paja Ilir, che erano tra i cento uomini più ricercati. Sul fronte dei sequestri, il valore complessivo dei beni mobili e immobili recuperati ammonta a circa 1.600 milioni. In totale gli arrestati nel 2008 sono stati 46.118 e 230.943 i denunciati.
14 estremisti islamici in manette per terrorismo - Alcuni già noti alle forze dell’ordine. Altri quattro magrebini sono invece stati espulsi per gravi motivi di sicurezza nazionale, e 29 stranieri sono finiti in manette perchè appartenenti ad organizzazioni terroristiche di matrice non religiosa. Quanto al terrorismo interno, sono stati arrestati 9 anarco insurrezionalisti e 2 persone responsabili di attentati a danno di obiettivi islamici in Italia. Sul versante dell’estremismo di sinistra sono finiti in manette 35 militanti, mentre sul fronte opposto gli arresti hanno riguardato 73 militanti.
Immigrazione, 24mila irregolari allontanati - Su oltre 70mila stranieri rintracciati in Italia nel 2008. I provvedimenti di allontanamento sono stati adottati anche nei confronti di 910 cittadini comunitari, per motivi di pubblica sicurezza, mentre per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina sono state arrestate 408 persone e 2.693 denunciate.
Polstrada, 30.000 ubriachi al volante - Gli automobilisti in difficoltà che hanno ricevuto aiuto dalla Polstrada sono stati 480.706. Le pattuglie sono intervenute per 80mila incidenti, di cui 1.341 mortali con 1.507 vittime. Arrestate oltre 2mila persone. Quasi 4,5 milioni i punti patente tagliati. I controlli con gli etilometri sono stati oltre 1,3 milione ed hanno portato all’identificazione di 30mila ubriachi al volante e più di 2.500 drogati alla guida.
Pedofilia on line, 39 arresti - La polizia postale ha monitorato 23mila siti internet, arrestando 39 persone e denunciandone 1.167. Nell’ambito del contrasto ai reati relativi al commercio elettronico sono stati monitorati oltre 12mila siti, con più di 100 persone arrestate e 4.000 denunciate.
Monitorate 3.050 partite calcio - Sul fronte degli eventi sportivi, la polizia ha monitorato 3.050 partite di calcio alle quali hanno assistito 16,5 milioni di spettatori. Per il servizio di ordine pubblico in occasione dei soli incontri di squadre professionistiche è stato disposti l’impiego di 114.208 poliziotti. Nel corso delle manifestazioni sportive sono rimasti feriti 102 agenti (dato in netto calo rispetto ai 236 del 2007).
Sono stati arrestati 201 tifosi (-40% rispetto al 2007), mentre 848 sono stati denunciati in stato di libertà .

Una rimonta bianconera rimasta incompleta contro il Chelsea, due pali dell’Inter all’Old Trafford di Manchester, il rigore decisivo della Roma contro l’Arsenal tirato altissimo da Tonetto. Al netto delle chiacchiere, delle giustificazioni, delle attenuanti, la tripla sfida Italia-Inghilterra finisce 0-3.
Il calcio nostrano saluta mestamente la Champions League, mentre quello britannico fa l’en plein. E con il Liverpool, che ha distrutto il Real Madrid, manda quattro squadre nei quarti di finale, insieme a due spagnole (Barcellona e Villareal), una tedesca (Bayern) ed una portoghese (Porto). In teoria, se l’urna del 20 marzo non metterà di fronte nessuna inglese e se tutte e quattro vinceranno le proprie partite, potremmo assistere a semifinali dove l’unico inno sarà God save the queen. Che, tanto per mettere il dito nella piaga, è stato lo stesso della finale dello scorso anno, a Mosca, quando Manchester United e Chelsea diedero vita ad un grande spettacolo, vinto ai calci di rigori dalla squadra di Sir Alex Ferguson.
Italia (calcistica) fuori dall’Europa che conta, quindi. Italia bocciata.
Senza prove di appello e con tanto di sberleffo della stampa britannica che ci aveva descritto non più come i leoni feroci di un tempo, ma inoffensivi come gattini. “Le vivide immagini di Josè Mourinho e del suo giocatore più potente, Zlatan Ibrahimovic, a fatica possono coprire la moltitudine di crepe del calcio italiano”, scriveva il Times due giorni fa. Il giornale inglese non faceva a meno di rilevare i successi del calcio italiano campione del mondo: “Dategli una maglia azzurra e lotteranno come se l’onore della loro famiglia dipendesse da loro”, notando che “gli inglesi, nella loro disperata ricerca del segreto del successo del calcio italiano, hanno ingaggiato un tecnico italiano per la nazionale”. Ma se prima Juventus e Milan, che tra l’altro sono state guidate proprio da Capello, ispiravano rispetto, adesso, per le inglesi, non ci sarebbe “niente di cui avere paura”. Ieri il Wall Street Journal ha spiegato le ragioni per le quali il calcio italiano perde il confronto con quello britannico.
Citando John Foot, docente di storia italiana moderna all’University College di Londra. ”L’Italia” sostiene “non ha modernizzato né il suo Stato, né l’economia, né la società , né il suo sport nazionale e quindi non c’è da sorprendersi che abbia perso terreno rispetto ad altri paesi”. Negli anni ‘80 e ‘90 il nostro paese attirava i migliori giocatori del mondo come Maradona, Zico, Platini, Zidane oggi la destinazione dei calciatori più forti è la Premier League. Basta fare due conti: quanti calciatori inglesi hanno Chelsea, Manchester United e Arsenal? Pochi, forse una dozzina in tutto.
E questo spiega, almeno in parte, la disfatta italiana. Meno facile da spiegare come mai il calcio inglese, che non si ferma nemmeno a Natale e Capodanno, arrivi sempre fresco e senza infortuni nella fase cruciale della stagione, da marzo in poi; mentre le squadre italiane, Juve e Roma principalmente, (nonosante la lunga pausa invernale dal 21 dicembre all’11 gennaio) sembravano un ospedale da campo. Non solo una migliore preparazione, ma anche maggiore freschezza atletica e, forse, meno stress mentale rispetto al calcio italiano.
Inoltre, scrive il Wall Street Journal, i club italiani hanno un problema infrastrutturale: gli stadi sono vecchi e, a differenza di quelli inglesi, “molti non sono di proprietà dei club stessi, ma delle autorità municipali che hanno pochi incentivi a modernizzarli”. Perfino stadi come San Siro hanno pochi servizi e intere sezioni sono dominate da tifosi che possono diventare violenti. Di conseguenza, fa notare il quotidiano newyorchese, la partecipazione di pubblico alle partite è diminuita in media del 25 per cento negli ultimi dieci anni, mentre è cresciuta del 18 per cento in Inghilterra e del 20 per cento in Germania.
C’è anche il problema dei diritti televisivi. Il calcio italiano ha meno introiti tv perché le squadre di serie A vendono i diritti tv individualmente. Secondo Simon Chadwick, professore di business dello sport alla Coventry University, vendendo i diritti collettivamente, le leghe offrono un prodotto più forte e possono assicurare il benessere finanziario di tutte le squadre.
Usciamo, pertanto, con le ossa rotte e questa mattina i tabloid britannici se la ridono e prendono in giro soprattutto Mourinho, definito tutt’altro che “Special one”. Ci resta, ancora per un anno e pochi mesi, il trionfo di Berlino. E ci aggrappiamo a Fabio Capello: che porti, almeno in nazionale inglese, il famoso italian pride perso per strada. Ma per tornare a essere leoni la strada è ancora lunga: i “gattini”, per ora, restano senza denti.
Il VIDEO servizio:

Il giornalista, scrittore e tifoso bianconero Giampiero Mughini ha preferito non commentare. Dagli studi di Controcampo, alla notizia dell’aggressione di un sostenitore juventino da parte di alcuni ultrà del Bologna, ha provocatoriamente chiesto: “Volete un commento? Forse mi occupo di bestie?”
Insomma, l’ennesimo atto di violenza legato al calcio è avvenuto nel dopopartita di Bologna-Juve che i bianconeri hanno vinto per 2-1. Un risultato maturato senza contestazioni.
Un modenese di 44 anni, supporter della Juventus, è stato ricoverato in ospedale in condizioni gravi dopo essere stato colpito alla testa da una sassata. La premessa del ferimento, in via della Certosa, la strada vicino allo stadio che scorre lungo il cimitero monumentale.
L’uomo stava tornando verso la propria automobile camminando al fianco del figlio sedicenne, che portava al collo una sciarpa bianconera. Una colpa da punire o un trofeo da conquistare nella logica della tifoseria violenta: un gruppetto di “sostenitori” del Bologna ha cercato di strappare quella sciarpa e il padre è intervenuto per difendere il figlio. Ne è nato uno scontro, al termine del quale l’uomo, colpito alla testa, si è accasciato al suolo.
I primi a soccorrere il ferito sono stati gli agenti della Polizia municipale che hanno poi fatto intervenire il personale del 118. Nella notte un’ambulanza è corsa all’ospedale Maggiore è l’intervento è stato classificato in “codice 3″ quello che segnala una condizione di gravità . Una testimonianza ha riferito che il ferito era intubato e non cosciente.
L’uomo è poi stato ricoverato in prognosi riservata e consegnato alle cure dei medici mentre i cronisti sono stati trattenuti nell’atrio. A loro è sembrato di capire che non ci fosse pericolo di vita.
In ospedale anche la Polizia per acquisire altri elementi utili alle indagini scattate subito nella caccia ai violenti che rischiano l’arresto in base alle nuove norme sulla flagranza differita. E dopo questo fatto tanto pericoloso quanto stupido potrebbe rischiare divieti pure la tifoseria del Bologna.
Paradossale perchè la partita è filata via liscia in campo e sugli spalti, senza gli episodi contesati che negli anni scorsi avevano infiammato gli animi rossoblù. I soliti cori offensivi e uno scontro verbale in tribuna i soli episodi focosi di una serata controllata senza problemi da un robusto servizio di ordine pubblico. Ma l’assenza di polemiche e la vittoria tranquilla di una Juve che ha più che altro sfruttato la modestia degli avversari non sono bastate a calmare i cervelli di chi ha pensato di strappare la sciarpa a un ragazzo di 16 anni e che poi ha colpito il padre sotto i suoi occhi.