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stalking


Cosa fa di uno scocciatore in apparenza innocuo un assassino spietato? Ci sono dei segnali per cui allarmarsi? E cosa deve fare la vittima delle molestie (in maggioranza sono donne) per evitare il peggio? “Proprio perché tra lo stalker e la sua vittima c’è o c’è stata una relazione sentimentale, la donna difficilmente è consapevole di essere in pericolo”, spiega Tiziana Terribile, dirigente della Divisione analisi del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, che si occupa tra l’altro di violenza sulle donne.
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Una performance artistica contro la violenza di genere - Roberto Monaldo/Lapresse
Dallo stalker della porta accanto allo sconosciuto molestatore per strada. Ma il pericolo più grande rimane quello che è già in casa (o ne è stato cacciato). Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne (qui il blog di Donna Moderna). Continua

È maschio, italiano, lontano dall’essere un criminale incallito o un malato mentale: l’identikit dello stalker somiglia molto a quello di una persona comune, senza problemi evidenti. “Sulla base delle denunce e degli arresti abbiamo notato che si tratta nella maggioranza dei casi di uomini di nazionalità italiana” spiega il vice questore aggiunto Chiara Giacomantonio, del Servizio centrale operativo della polizia. Continua
E’stata lei ad affondare il coltello. Lei ha tranciato la vena iliaca provocando la morte per dissanguamento del suo ex amante. Eppure, dice, non voleva. Lo odiava, sì, ma non aveva mai pensato di ucciderlo. L’aggressore, poi, è sempre stato lui. Zhora el-Harfaoui, 29 anni, marocchina, voleva liberarsi di quell’uomo. Ci provava da mesi, con le buone, ma non c’è riuscita comunque: l’incubo di quella storia la insegue anche nella sua cella nel carcere di Verona: «La mia non è più vita».
Per sei anni e sei mesi, salvo possibili sorprese in appello, la giovane donna dai grandi occhi sarà costretta a ricordare. La condanna (nonostante il riconoscimento di tutte le attenuanti) è per omicidio volontario. Durante l’ultima litigata ha ucciso Rachid Chbbani, l’uomo marocchino che per mesi l’ha perseguitata, picchiata e minacciata senza che nessuno riuscisse a fermarlo. «Per due volte mi sono rivolta ai carabinieri, mi è stato risposto che per farlo arrestare servivano prove» racconta con una freddezza che dà i brividi.
All’epoca (i mesi a cavallo tra 2008 e 2009) la legge sullo stalking non esisteva: molestie e persecuzioni non costituivano reato, permettendo a Rachid l’impunità di avvelenare la vita della donna che diceva di amare. «Un amore di cui non ho mai dubitato» ammette Zhora. La voce e lo sguardo sono induriti. Continua
E’stata lei ad affondare il coltello. Lei ha tranciato la vena iliaca provocando la morte per dissanguamento del suo ex amante. Eppure, dice, non voleva. Lo odiava, sì, ma non aveva mai pensato di ucciderlo. L’aggressore, poi, è sempre stato lui. Zhora el-Harfaoui, 29 anni, marocchina, voleva liberarsi di quell’uomo. Ci provava da mesi, con le buone, ma non c’è riuscita comunque: l’incubo di quella storia la insegue anche nella sua cella nel carcere di Verona: «La mia non è più vita».
Per sei anni e sei mesi, salvo possibili sorprese in appello, la giovane donna dai grandi occhi sarà costretta a ricordare. La condanna (nonostante il riconoscimento di tutte le attenuanti) è per omicidio volontario. Durante l’ultima litigata ha ucciso Rachid Chbbani, l’uomo marocchino che per mesi l’ha perseguitata, picchiata e minacciata senza che nessuno riuscisse a fermarlo. «Per due volte mi sono rivolta ai carabinieri, mi è stato risposto che per farlo arrestare servivano prove» racconta con una freddezza che dà i brividi.
All’epoca (i mesi a cavallo tra 2008 e 2009) la legge sullo stalking non esisteva: molestie e persecuzioni non costituivano reato, permettendo a Rachid l’impunità di avvelenare la vita della donna che diceva di amare. «Un amore di cui non ho mai dubitato» ammette Zhora. La voce e lo sguardo sono induriti.
Seduta in una stanzetta del penitenziario è disposta a raccontare tutto di quella storia d’amore, violenza e morte. «E’ nata come una bella avventura: ho lasciato Lecce, dove l’ho conosciuto, per seguirlo a Rozzano, presso Milano. Siamo stati tranquilli per almeno sette mesi» racconta la marocchina, regolarmente residente in Italia. Subito l’uomo le aveva messo a disposizione un bell’appartamento, da condividere con la sorella di lei, e due macchine: «Una Mercedes 220 e una Peugeot» specifica, ben conoscendo il valore di quei vantaggi. «Aveva uno strano rapporto col denaro. Spesso si dimenticava di avermi già dato i 2 mila euro per pagare l’affitto, come se non ne conoscesse il valore. Alla lunga questo atteggiamento mi ha insospettito» confessa Zhora prima di bloccarsi in un lungo silenzio. Voleva sapere di più, voleva capire la provenienza di tutti quei soldi. Da qualche tempo aveva smesso di credere che Rachid fosse il proprietario di due autofficine, come le aveva detto all’inizio. Il suo volto rotondo e perfetto si fa, se possibile, ancora più scuro: cerca nel suo legale, Alessandra Caricato, seduta accanto a lei, l’incoraggiamento a proseguire.
«”Sei stupida?Ymi ha urlato Rachid un giorno. “Credi che avrei tutti questi soldi se facessi un lavoro normale?Y. Da lì ho capito tutto» prosegue.
Il suo compagno era un trafficante di droga: «Lo chiamavano Serpente perché da 13 anni riusciva a insinuarsi nei giri più grossi senza mai essere arrestato». A lei non piaceva. Aveva tollerato la gelosia, combattuto dal primo giorno contro l’alcol di cui lui abusava, ma l’illegalità le faceva paura. «Volevo una vita tranquilla, volevo cercarmi un lavoro. Quando me ne sono andata dalla casa di mio padre, in Marocco, l’ho fatto perché cercavo autonomia» dice Zhora, che prima di finire tra le braccia del Serpente con la sua partita iva commerciava in capi d’abbigliamento fra la Campania e i mercati della Puglia.
Ma lui di lasciarla andare non ne voleva sapere. Non voleva perdere la sua ragazza, né vedersi rovinare la reputazione: «Sai che figura farei se si sapesse in giro che la donna del Serpente lavora… Non giocare col fuoco» le ha detto un giorno. Nonostante questo, Zhora decide di andare avanti: prima gli restituisce la Mercedes, poi tenta di dare la disdetta alla proprietaria di casa. Rachid le sta appresso: sempre appostato sotto casa, sempre ubriaco, la segue e la spia, impedendole qualunque movimento in autonomia. Se lei decide di non pagare più l’affitto, lo fa lui. Ogni mossa è finalizzata a tenerla sotto controllo. «Per umiliarmi, un giorno si è presentato con un conto: voleva 300 mila euro». Oltre ai soldi spesi per l’affitto di quei mesi, le addebita anche gli affari mancati a causa del tempo perso con lei. «Qualche giorno dopo, mentre mi stava picchiando, sono riuscita a placarlo con una proposta: gli ho chiesto di uscire insieme e ho guidato fino alla stazione dei carabinieri. Sono scesa prima che lui filasse via».
Nonstante i racconti e qualche segno di maltrattamento, le forze dell’ordine non intervengono. «Per me è stato un autogol. Mi aveva visto fare la spia e in più aveva capito che nessuno mi poteva difendere». Inizia, però, ad accorgersi che la storia è finita sul serio. Calci, pugni, capelli strappati sono anche la prova della sua disperazione: «Per ogni colpo a me si puniva con dieci su se stesso: si è fatto un occhio nero da solo».
Le persecuzioni finiscono il 5 febbraio 2008. La donna deve uscire per vedere un appartamento dove andare a vivere con la sorella. Come al solito Chbbani è sotto casa. Per guadagnarsi la libera uscita lei finge di essere disposta ad ascoltare ciò che lui vuole dirle: lo fa salire in casa, ma Rachid vuole solo sesso. Anzi, lo pretende. Per convincerla afferra due coltelli da cucina e finge di affilarli. Si spoglia e li posa. Li prende lei, ne punta uno contro la schiena di lui, poi lo affonda nel braccio, seguono colpi in altre parti del corpo. L’uomo si dimena fino a quando non riesce a strapparglieli e a scappare con tre ferite, la più grave quella che ha reciso la vena iliaca. Crollerà sul pavimento del pianterreno: quattro ore dopo, quando lei sarà già nelle mani dei carabinieri, morirà in ospedale.
«Non ho mai pensato di ucciderlo, ho capito di avergli fatto tanto male solo quando mi hanno detto che era morto» ammette sempre impassibile. «Tu senza di me non starai tranquilla. Tu senza di me non vivi» le ripeteva sempre. «E aveva ragione:» constata la donna marocchina «questa non è vita».
Mentre lo dice le guance si arrossano, gli occhi si fanno lucidi, il sorriso si schiude in una disarmante ricerca di assoluzione: non voleva far morire lui, voleva vivere lei.

Giro di vite per chi compie violenza sessuale (si rischia fino all’ergastolo) e per chi compie molestie insistenti, con l’inserimento del reato di stalking nel codice penale e il patrocinio gratuito per le vittime di stupri.
Questi i due punti forti del decreto sulla sicurezza convertito in via definitiva dal Senato con un voto bipartisan sul testo del governo con l’eliminazione delle contestate norme sulle ronde e sul prolungamento fino a sei mesi della permanenza degli immigrati clandestini nei Cie (Centri di identificazione e espulsione).
Queste le principali norme della nuova legge nata sull’ onda delle notizie di cronaca su alcuni stupri, tra cui quello al parco della Caffarella a Roma.
Ergastolo: È la pena prevista per chi uccide durante una violenza sessuale, o atti sessuali con minorenne, violenza sessuale di gruppo o stalking.
Custodia cautelare in carcere: È obbligatoria quando si è in presenza di gravi indizi di colpevolezza per i reati di omicidio e taluni reati in materia sessuale tra cui l ‘induzione alla prostituzione minorile, la pornografia minorile, il turismo sessuale, atti sessuali con minorenne, violenza sessuale di gruppo. Inoltre, c’è l’arresto obbligatorio in flagranza nei casi di violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo. Giro di vite anche sui benefici penitenziari per chi è condannato per delitti a sfondo sessuale: maggiori difficoltà di accedere al lavoro esterno, permessi premio e misure alternative alla detenzione.
Arresti domiciliari per stupratori se c’è attenuante: chi ha commesso uno stupro potrà ottenere gli arresti domiciliari, solo se il magistrato gli avrà riconosciuto le attenuanti. Nel testo del governo questa possibilità non c’era.
Patrocinio gratuito: Le vittime del reato di violenza sessuale possono accedere al patrocinio gratuito a spese dello Stato anche in deroga ai limiti di reddito ordinariamente previsti dalla legge.
Fondo sicurezza e fondo vittime violenza sessuale: si tratta di 150 milioni di euro per il 2009 per le esigenze urgenti di tutela della sicurezza pubblica e del soccorso pubblico. Altri 3 milioni di euro sono destinati al Fondo nazionale contro le vittime di violenza sessuale.
Stalking: Viene introdotto nel codice penale il reato di “atti persecutori”, il cosiddetto stalking che riguarda le molestie insistenti, che scatta quando c’è una ripetitività di azioni contro una persona. Ora è un reato “provocare un perdurante stato di ansia o paura nella vittima ovvero ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di una persona alla medesima legata da relazione affettiva ovvero tale da alterare le proprie abitudini di vita”. La pena è la reclusione da 6 mesi a 4 anni. Si agisce su querela della persona offesa che ha 6 mesi di tempo per presentarla e il magistrato può procedere d’ufficio nel caso in cui la vittima sia un minore o una persona disabile.
Ammonimento e divieto di avvicinamento: Nel periodo che intercorre tra il comportamento persecutorio e la presentazione della querela, e allo scopo di dissuadere il reo da compiere nuovi atti, viene introdotta la possibilità per la persona offesa di avanzare al questore richiesta di ammonimento nei confronti dell’autore della condotta. Se il soggetto già ammonito commette reato di stalking la pena è aumentata. Il giudice può prescrivere all’imputato il divieto di avvicinarsi ai luoghi che la vittima frequenta abitualmente.
Numero verde e misure di sostegno: Le forze dell’ordine, i presidi sanitari e le istituzioni pubbliche che ricevono dalla vittima notizia di reato di atti persecutori, hanno l’obbligo di fornire alla medesima tutte le informazioni relative ai centri antiviolenza presenti sul territorio. Inoltre, presso il Dipartimento delle Pari opportunità viene istituito a favore delle vittime di stalking un numero verde nazionale, attivo 24 ore su 24, con compiti di assistenza psicologica e giuridica.
Videosorveglianza: i Comuni sono autorizzati ad impiegare sistemi di videosorveglianza nei luoghi pubblici o aperti al pubblico.
150 milioni a forze ordine: aumentano gli stanziamenti e questa è l’unica parte che resta dell’ articolo 6, quello che istituiva le ronde e che è stato cassato in attesa che se ne occupi il ddl Sicurezza all’esame della Camera.

Il sito dell’Arma dei carabinieri parla chiaro. “La parola stalking deriva dal linguaggio tecnico-gergale della caccia e letteralmente significa ‘fare la posta’. In termini psicologici, lo stalking è un complesso fenomeno relazionale che viene indicato anche come sindrome del molestatore assillante”. E lo stalker, colui che molesta la vittima anche solo con sms per un periodo di tempo piuttosto lungo, dallo scorso 23 febbraio, data in cui il disegno legge del 18 giugno 2008 è stato convertito in decreto legge, rischia grosso davvero: dai sei ai quattro mesi di reclusione.
Eppure solo il 17 per cento dei giovani si affiderebbe a una denuncia, se riconoscesse di essere vittima di questo nuovo tipo di reato. I dati emergono da una nuova ricerca condotta dall’Osservatorio nazionale sullo stalking (Ons) su un campione di 800 studenti di 16 diverse facoltà dell’Università La Sapienza di Roma. Sono diverse le motivazioni fornite dai giovani intervistati: il 26 per cento preferirebbe aiutare lo stalker piuttosto che farlo arrestare, mentre il 13 per cento teme di aumentarne l’aggressività peggiorando la situazione.
Il 7 per cento, inoltre, ritiene di non essere creduto e un ulteriore percentuale crede si tratti di fatti non gravi. “Oltre alla poca fiducia dei giovani nella denuncia, è il gap fra la portata del fenomeno dello stalking e il suo grado di conoscenza, soprattutto fra le nuove generazioni”, spiega Massimo Lattanzi, fondatore dell’Ons. “Il 71 per cento degli intervistati ha dichiarato infatti di non conoscere il significato del termine ’stalking’, eppure il fenomeno coinvolge anche i giovanissimi”.
Lo conferma l’esperimento della Sapienza: dopo alcuni chiarimenti sulle forme dello stalking, infatti, il 12,7 per cento degli studenti intervistati si è riconosciuto come vittima, il 4 per cento addirittura come autore. Fra chi dichiara di essere vittima di violenze del genere, il 16 per cento ha subito un grave trauma non elaborato (il 33 per cento la perdita di un familiare e il 28 per cento la separazione dei genitori). “Il trauma da abbandono sembrerebbe inibire o ridurre la capacità, fra le vittime, di riconoscere l’atteggiamento dello stalker o di porre in essere comportamenti difensivi adeguati”, conclude Lattanzi

Tutta la Camera (salvo rare eccezioni) d’accordo: lo stalking é un reato da punire con pene piú severe. Stalking, ossia persecuzione, pedinamento, ossessione. Quegli atteggiamenti insomma, tenuti da chi affligge un’altra persona, spesso di sesso opposto, perseguitandola e generando stati di ansia e paura, che possono arrivare a comprometterne il normale svolgimento della quotidianitá. I casi sono migliaia, dalle stupidaggini tipo sms ossessivi alle vere e proprie persecuzioni che spesso sfociano in casi da cronaca nera (il 5% degli omicidi é preceduto da atti di questo tipo). E’ proprio per evitare di arrivare a quel punto e dare la possibilitá alle forze dell’ordine di intervenire prima, che è stato necessario arrivare a una legge. Il ministro Mara Carfagna incassa così un successo personale su un tema su cui la convergenza con l’opposizione è stata totale. 379 i voti a favore, 3 astenuti e 2 contrari. ”Votiamo sì non per l’emozione suscitata dagli atroci recenti fatti, ma perché è una legge attesa che colma una grave lacuna.” ha spiegato l’ex ministro delle Pari opportunitá Barbara Pollastrini, del Pd “Tuttavia non possiamo accontentarci” ha aggiunto “Non rinunciamo a traguardi piú ambiziosi”.
Il testo approvato alla Camera con gli emendamenti introduce pene severe per i molestatori: Chiunque minacci o compia atti persecutori nei confronti di qualcuno rischia il carcere fino a quattro anni. Se poi a molestare è il coniuge (anche separato o divorziato), il convivente o il fidanzato e se la molestia ad oggetto una donna incinta la detenzione puó durare fino a sei anni. Nel codice penale, se il ddl proseguirá il suo cammino al Senato, lo stalking sará inserito nell’articolo 612-bis, con il nome di “Atti persecutori”. Per le vittime di stalking sará istituito un numero verde nazionale per fornire una prima assistenza psicologica e giuridica e per indirizzarle presso gli sportelli allestito nelle questure.
Protagoniste in Parlamento, senza distinzioni di parte, le donne: dalla ministra Carfagna alla relatrice Giulia Bongiorno, da Pina Picierno, ministro ombra delle politiche giovanili del Pd, ad Alessandra Mussolini che ha chiesto e ottenuto l’aggravante per le molestie alle donne incinte. E Carolina Lussana, della Lega, dice che ora il parlamento deve pensare a ”rendere ancora piú incisivo il contrasto alla violenza sessuale”. Gli unici due no al ddl sono venuti dal piccolo gruppo dei Liberaldemocratici (centrodestra) il cui presidente Daniela Melchiorre ha così commentato: “Si tratta di un provvedimento illiberale perché lascia al magistrato una eccessiva discrezionalià e introduce delle pene che non sono proporzionate rispetto al fatto che costituisce reato. Non avevamo bisogno di una nuova norma, ma si sarebbe dovuto invece lavorare affinché le norme già contenute nel nostro codice penale potessero trovare una piú puntuale e corretta applicazione”.