
Certo, ci sono i casi famosi. Ormai quando si parla di stalking si tende a pensare alle star di Hollywood o di Cologno Monzese e alle loro disavventure con fan un po’ troppo appassionati e focosi. L’elenco è lungo: Nicole Kidman, Jodie Foster, Sharon Stone, Madonna, le tenniste Martina Hingis e Monica Seles. Anche dalle nostre parti non si scherza. Laura Pausini riceveva rose con biglietti firmati “da tuo marito” per mano di uno che le si è piazzato sotto casa fino a quando non l’hanno arrestato e condannato. Per non parlare di Michelle Hunziker, che ormai fa collezione di gente fuori di testa: li prendono, li condannano e loro continuano a minacciarla di morte.
Fatti gravi, gravissimi. Ma per capire veramente che cos’è lo stalking, e soprattutto la sua esatta dimensione sociale, bisogna sforzarsi di andare oltre le copertine delle riviste patinate. E sfogliare le agenzie, i giornali di provincia, dove non passa settimana senza notizie di questo genere: “Perseguita famiglia, un arresto nel Palermitano”. Un uomo si era impiantato davanti a una casa con binocolo e specchietto, col quale rifletteva i raggi del sole e costringeva marito, moglie e figli a vivere con le imposte chiuse. Ancora: “Perseguita la sua insegnante di pianoforte, arrestato”. Anche qui, mesi e mesi di sms, appostamenti, telefonate, minacce. E si potrebbe andare avanti a lungo tra centinaia di fatti simili destinati a finire in prima pagina solo quando si arriva tardi. Vedi la storia di Luca Delfino che, a Genova, fu accusato di avere assassinato le due ex fidanzate a distanza di 12 mesi l’una dall’altra.
C’è un dato che deve fare riflettere: circa il 10 per cento degli omicidi volontari avvenuti in Italia dal 2002 al 2008 ha avuto come prologo atti di stalking. Non saremo di fronte all’ennesima emergenza sociale, ma è forse arrivato il momento di cambiare approccio e di provare a capire cosa succede a monte: chi è che perseguita? Perché? È malato o no? Si può fermare per tempo? Come?
Gli studi scientifici sul settore, almeno in Italia, sono piuttosto recenti. Dai pochi dati che ci sono è possibile tracciare un identikit del molestatore: nell’85 per cento dei casi è maschio, quasi sempre è un conoscente e non è socialmente disadattato. Una volta su due è il partner o l’ex. Soltanto nel 20 per cento dei casi agisce a causa di disturbi della personalità. Dato ancor più significativo: solo il 5 per cento di loro soffre di una psicosi.
A Roma è nato da qualche anno un centro per curare queste persone. Lo gestisce Massimo Lattanzi, psicoterapeuta, coordinatore anche dell’Osservatorio nazionale sullo stalking. I pazienti sono 30: 25 uomini, quattro donne e un adolescente.
Angelo è uno di loro. Ha 58 anni, vive e lavora a Milano, dove tre anni fa ha conosciuto una ragazza molto più giovane e ha vissuto una bellissima e intensa storia d’amore. Poi lei ci ha ripensato ed è tornata al Sud dai suoi genitori.
Ecco il racconto di Angelo: “C’era complicità, simbiosi, sentivamo le stesse cose anche a distanza. Poi è dovuta partire. I primi tempi andava bene, ci sentivamo anche 30 volte al giorno. Le compravo tanti regali e glieli mandavo giù. Una volta le ho preso un giaccone molto bello. Quando l’ha ricevuto mi ha detto: ‘Uauh! Poi non ti lamentare se qualcuno mi fa la corte’. Quella frase è stata come una pugnalata. Ho pensato che volesse farmi soffrire. Infatti da quel momento ogni tanto se ne usciva con battute tipo: esco con un amico. Io buttavo il telefono a terra e mi sembrava come se mi mettessero la testa sotto l’acqua per poi tirarmela su. Una sera ho preso la macchina e sono partito per andare da lei. Lì ho visto una scena che mi ha lasciato sconvolto: un ragazzo che parcheggiava e saliva a casa sua. Sono rimasto tutta la notte lì, ma non per vedere se scendeva. Ero sicuro. Alle 7 mi sono svegliato e la macchina non c’era più”.
La vita di Angelo, e con la sua anche quella della ragazza, è diventata un inferno. Ha iniziato a star male, a ritrovarsi di notte in mezzo a una strada con un coltello in mano senza sapere il perché, a provare a farla finita. A sentire l’impulso di fare del male alla ragazza, di ucciderla: “Le scrivevo: ti ammazzerò. Ma mi fermavo perché non volevo vederla morta”. Angelo ha perso 35 chili in quattro mesi, nel 2006 pesava 42 chili. “Per un anno non ho toccato cibo, per stare in piedi mi facevo di cocaina, era l’unico sollievo”. A un certo punto ha lasciato il lavoro ed è andato a vivere nel paese della ragazza, solo per vederla passare per strada: “Avevo bisogno di sentirla vicina, per proteggerla”. Per fortuna alla fine si è rivolto al centro di cura romano e la situazione si sta lentamente riavviando verso la normalità.
La storia di Angelo è comune a quella di molta gente. Come Marco, per esempio, che si è innamorato di una ragazza conosciuta all’università e ce ne ha messo di tempo prima di accettare il fatto che lei l’avesse lasciato: “Oltre alle telefonate le mandavo cd con le nostre canzoni e mi facevo trovare nelle aule dove lei doveva sostenere esami. Credo ne abbia saltati un bel po’ per non incrociarmi”.
Ma gli stalker non sono solo uomini. La percentuale di donne che vestono i panni delle molestatrici è comunque del 15 per cento. Carla è una di queste. Ha 65 anni, divorziata da tanto, con due figli, ha avuto in passato un po’ di relazioni, sempre lunghe e importanti. In una di queste le sembrava di aver trovato l’uomo ideale: “Una persona magnifica, allegra, come me amante di viaggi e cene. Tutto quello che una donna può desiderare. Con le mie buone maniere mi sono totalmente dedicata a lui, che era debole. Mi sono impossessata pian piano della sua vita. Gli preparavo perfino i vestiti da mettersi. Ma i miei non erano consigli, erano imposizioni. Gli dicevo: oggi ti vesti così. Dove andava lui andavo io, pure in bagno. Non lo mollavo un minuto”.
Fino a quando l’uomo non ce l’ha fatta più e se n’è andato. “L’ho sentito come un fallimento. Per due, tre anni non ho fatto altro che scrivergli messaggi, lettere, raccomandate con ricevuta di ritorno, andare sotto casa sua. E telefonate su telefonate. Poi un giorno un suo amico mi ha detto: o la smetti o fa qualcosa di grave. Ho avuto paura e mi sono fatta aiutare per tirarmene fuori”.
Ivana ci ha messo un po’ di più. E quando ha capito che non avrebbe più potuto riavere indietro il suo uomo lo ha pure preso a calci: “Volevo indietro tutti i regali e i soldi che gli avevo dato. Lui mi ha riso in faccia e io non ci ho visto più”.
Difficile individuare con precisione il momento in cui si supera il confine tra un normale tentativo di riavvicinare la persona amata e lo stalking. Lattanzi prova a fissare dei paletti: “Le molestie devono durare almeno 30 giorni e in questo periodo si devono ripetere dieci comportamenti che suscitino nella vittima paura, ansia. Fino a spingerla a modificare i propri rapporti con gli altri”.
Chi subisce persecuzioni presto avrà uno strumento giuridico per difendersi. La commissione Giustizia della Camera ha appena approvato un testo che introduce il reato di stalking nel nostro ordinamento: chi molesta rischia fino a sei anni di carcere. In celle senza telefono. (carmelo.abbate@mondadori.it)
Mezzanotte. Il telefono che squilla e al classico “Pronto”, dall’altro capo solo silenzio intervallato da sospiri. Così per due mesi. Poi, a mettere il punto a questa relazione notturna e telefonica, ci pensa una denuncia contro ignoti.
Tutto più o meno secondo il classico copione di un normale caso di stalking, se non fosse che a fare le telefonate sarebbe stata una giovane 24enne campana, di professione fotomodella, tanto bella da posare per gli spot dei cosmetici sulle principali riviste femminili, mentre a riceverle sarebbe stato un 60enne, facoltoso e sposato imprenditore della Capitale.
Scocciata e preoccupata, per scrivere la parola “fine” a questa “Attrazione fatale” all’amatriciana scende in campo la moglie del costruttore edile, convincendolo a sporgere denuncia contro ignoti.
Le indagini dei Carabinieri svelano il mistero: le telefonate dirette al telefono dell’imprenditore partivano a qualsiasi ora del giorno e della notte dal cellulare della giovane modella.
I due si sarebbero conosciuti nel 2005: all’epoca fra i due nasce una relazione clandestina, ma poi il 60enne decide di archiviare la storia. Ancora alcune settimane ed ecco che iniziano le lunghe telefonate mute.
Assolutamente infondate le accuse, secondo l’avvocato romano Gianluca Arrighi, difensore della giovane modella: “I due nemmeno si conoscevano e non hanno avuto nessuna relazione. In assenza di altri riscontri non si può addebitare la condotta criminosa semplicemente al titolare dell’utenza poiché le chiamate moleste potrebbero essere state effettuate anche da un altro soggetto. La prova dei tabulati telefonici non è sufficiente e non credo che l’accusa supererà il dibattimento”. Secondo Arrighi l’assoluzione è quindi scontata. “La denuncia” spiega il legale romano “è stata fatta contro ignoti e sono certo che l’imprenditore, che ancora oggi non è stato ascoltato, una volta davanti al giudice dichiarerà a sua volta di non conoscere la mia cliente. In virtù di quanto stabilito dalla Cassazione, inoltre non è possibile condannare qualcuno per molestia telefonica solo sulla base di una corrispondenza di numeri. Sono necessari ulteriori riscontri. Le telefonate oltretutto sono mute, non si è nemmeno in grado di stabilire se a chiamare fosse un uomo o una donna. Siamo di fronte a un impianto accusatorio che non regge” conclude il legale “è troppo debole”.
Il pm della procura di Roma, Francesco Polino, non è stato però dello stesso avviso e dopo aver chiuso l’indagine ha disposto la citazione diretta a giudizio nei confronti della giovane, che dovrà presentarsi al banco degli imputati del Tribunale penale di Roma a marzo 2009.
Il molestatore, l’assassino, il violentatore, raramente ha un volto sconosciuto. La maggior parte delle violenze sessuali sulle donne è commesso da conoscenti, parenti, amici, ex fidanzati, ex mariti.
E frequentemente si tratta di violenze annunciate dalle telefonate ossessive, dai pedinamenti, dalle minacce, da un’invadenza degli spazi personali che si fa sempre più pressante. In gergo si chiama stalking (in inglese persecuzione, pedinamento). “Atti persecutori”, così sono definiti nel disegno di legge approvato ieri dal Consiglio dei Ministri: saranno un vero e proprio reato, non più un fastidio contro il quale era inutile appellarsi. Fino a 4 anni di reclusione le pene previste, fino all’ergastolo se le minacce si concretizzano e la vittima muore. La proposta è stata portata in Cdm dai ministri della Giustizia Angelino Alfano e da quello delle Pari Opportunità Mara Carfagna. “L’introduzione del reato di stalking mette l’Italia al passo con gli altri paesi che hanno già legiferato in proposito” ha detto Carfagna, “la tutela delle vittime delle molestie insistenti è necessaria per la prevenzione di violenza sessuale e omicidi passionali”.
Da una recente ricerca citata dal guardasigilli Alfano “risulta che su 300 crimini commessi tra partner o ex partner, l’88% ha come vittime le donne e, nel 39% dei casi, si tratta di crimini annunciati poiché si consumano dopo un periodo più o meno lungo di molestie”. Un’attività persecutoria che attualmente è punita con sanzioni penali modeste.
Per l’Osservatorio nazionale stalking le molestie in un caso su due sono a opera di ex mariti, ex conviventi, ex fidanzati, ma possono essere compiute anche da conoscenti, colleghi o estranei: almeno il 20 per cento di italiani, soprattutto donne, ne sono stati vittime dal 2002 al 2007. Nel provvedimento varato, si stabilisce che “il reato consiste ‘nel porre in essere minacce reiterate o molestie con atti tali da creare nella vittima un perdurante stato di ansia o paura o un fondato timore per l’incolumità propria o di persona legata da relazione affettiva o a costringerlo ad alterare le proprie abitudini di vita”.
I limiti della pena sono stati adeguati alla gravità del reato (da uno a quattro anni) e possono essere aumentati ‘’se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata alla vittima da relazione affettiva”. La pena inoltre è aumentata da un terzo alla metà ‘’se il fatto è commesso ai danni di un minore”, se a compierlo è una persona armata o mascherata, e, infine, si tratta di una violenza ”di gruppo”.

Un borgo nella campagna umbra, Marsciano, e l’Italia intera, sotto choc dopo che il marito di Barbara Cicioni è stato arrestato con l’accusa di averla uccisa, colpendola e soffocandola nonostante fosse incinta all’ottavo mese, mentre nella stanza accanto dormivano gli altri due figli. E dalla procura trapela una lunga storia di maltrattamenti.
“Quando una donna viene uccisa dal marito o dal fidanzato spesso si invoca il raptus come causa di un delitto tanto orribile. La verità è che spesso l’omicidio è solo l’ultimo tassello di tutta una serie di vessazioni”. Parola di Anna Costanza Baldry, docente di Psicologia Sociale presso la Facoltà di Psicologia, Seconda Università degli Studi di Napoli e responsabile del Centro Studi Vittime Sara del Dipartimento di Psicologia della stessa Università. Il delitto “passionale”, allora, in molti casi si può prevedere e prevenire. I segnali che permettono l’identificazione precoce dei fattori di rischio ci sono, e sono stati codificati.
Sara è lo “Spousal Assault Risk Assessment”, cioè la valutazione del rischio di recidiva nei casi di violenza interpersonale fra partners. Si tratta di un metodo importato dal Canada che aiuta a individuare le probabilità che un uomo che ha usato violenza nei confronti della propria partner ripeta o accresca la violenza. La metodologia Sara è stata introdotta in Italia nel 2003: da allora il progetto Daphne dell’Unione Europea, in collaborazione con il Servizio centrale operativo della Direzione centrale anticrimine, prevede corsi formazione per ispettori di polizia e carabinieri. Se è vero che solo il 7% delle donne che hanno subito violenza dal proprio partner denunciano è altrettanto vero che spesso non si è saputo come ascoltarle e come intervenire. “E’ fondamentale che chi accoglie la denuncia sappia dirigere la vittima verso i centri antiviolenza (qui la lista dei centri antiviolenza in Italia), che la aiuteranno a capire che il responsabile della violenza è chi la agisce e non chi la subisce, e che nella sua stessa situazione si trovano moltissime altre donne. Che può capitare a tutte. E poi è importante per gli ispettori di polizia capire la pericolosità della situazione in modo da trasmetterne notizia al magistrato nel modo corretto. Le istituzioni potranno rispondere così in maniera più pronta ed efficace, a partire dall’ordine di allontanamento del coniuge o convivente pericoloso”. La professoressa Baldry ritiene che questo porterà a ridurre in modo consistente i casi di omicidio.
Una proposta di legge presentata nel novembre 2006 suggerisce di introdurre anche in Italia il reato di stalking (sindrome del molestatore assillante), ovvero i comportamenti persecutori da parte di pretendenti, partner o ex-partner, che nel 5% dei casi portano all’omicidio. In Canada, negli Stati Uniti e in alcuni Paesi europei lo stalking è un delitto di molestia criminale, perseguito penalmente.
Ciò che manca completamente nel nostro Paese sono risposte di trattamento psicologico per l’autore di violenza, il quale deve essere aiutato ad assumere consapevolezza delle proprie azioni. “Anche se l’uomo che agisce violenza spesso l’ha subita a sua volta, può e deve capire che la sua non è una via obbligata ma una scelta, e che si può scegliere di non essere più violenti. In Gran Bretagna, Spagna, Olanda, Austria ci sono molte esperienze positive che possiamo prendere come modello. Soprattutto, in tempi brevi, quando c’è violenza nella coppia ci deve essere il monitoraggio dell’autore, se non l’arresto, e la tutela della vittima. Insomma c’è bisogno di un segnale forte di rottura con il passato: la violenza non deve essere più tollerata”.
LEGGI ANCHE:
Delitto di Marsciano, arrestato il marito - Un quarto degli omicidi compiuti in famiglia - Un delitto imperfetto anche per il Ris di Roma