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Fa il segno di vittoria, mentre simbolicamente attraversa i tornelli di Palazzo Chigi che da questa mattina sono entrati ufficialmente in funzione. E gongola il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta. Perché? “Non era mai successo nella storia di Palazzo Chigi che ci fossero i controlli in entrata e in uscita per i dipendenti”, spiega il ministro anti sprechi mentre mostra ai fotografi il badge con il quale dirigenti, funzionari e impiegati del Palazzo potranno accedere al posto di lavoro.
Ecco perché del segno di vittoria: arriva a compimento un percorso iniziato in estate quando i tornelli, dei varchi in vetro sul modello di quelli utilizzati nelle stazione della metropolitana, furono sistemati all’ingresso degli uffici della Presidenza del Consiglio di via Po, via della Mercede, di via della Ferratella e negli uffici di Palazzo Colonna.
“Si è aperta una nuova stagione di responsabilità e trasparenza nella Pubblica amministrazione. In questo modo” ha spiega Brunetta “puntiamo ad avere più produttività, più presenza degli impiegati e garantendo più servizi ai cittadini”. Il ministro della Funzione pubblica spiega che queste iniziative rientrano “in una politica riformista” e chi le deride “lo fa perchè non ha la coscienza pulita”. A chi gli chiede, citando la battuta del presidente del Consiglio Berlusconi sui mancati guadagni dei bar della zona, Brunetta si limita a dire: “Se ne faranno una ragione”.
Il segretario generale della Presidenza del Consiglio, Mauro Masi, assicura che “la decisione di mettere dei tornelli all’ ingresso è stata presa in stretta collaborazione con le associazioni dei lavoratori”. Tra i dipendenti di Palazzo Chigi bocche cucite. In pochi si fermano a parlare, molti sono semplicemente incuriositi dalla presenza di giornalisti e fotografi. “È una scelta moderna” spiega un impiegato che vuole restare anonimo “un segnale importante ma qui, tornelli o no, si è sempre lavorato molto: non credo che si tratti di una scelta punitiva”.
Intorno al Palazzo, nei tanti bar presenti in zona, come tutti i lunedì è una giornata di inteso lavoro. In pochi sono a conoscenza dei tornelli. “Li hanno messi anche lì? Ci potevano pensare prima” afferma Antonio, barista alla Tazza d’oro, storica caffetteria a due passi dal Pantheon. “Abbiamo molti clienti che lavorano a Palazzo Chigi e, posso assicurarlo, i furbi ci sono sempre. Non credo che la pausa caffè sia in pericolo, un modo per uscire la troveranno di sicuro”. Poco più in là nell’affollatissimo Caffè Chigi c’è chi resta scettico: “Vediamo cosa accade nei prossimi giorni. Non credo, comunque, che i nostri affari ne risentiranno”, dice Luca, barista.
Ma la rivoluzione ideata, annunciata (e ribadita anche nell’ultima intervista rilasciata a Panorama, qui il .pdf) e attuata dal ministro, non resta chiusa dietro i tornelli di Palazzo Chigi.
Anzi, varca addirittura i confini nazionali. Già, perché il ministro - lo ha annunciato nel corso di una conferenza internazionale presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione - sta per mettere in piedi un “Erasmus di massa” per i dipendenti della pubblica amministrazione. Cioè un piano di mobilità formativa nella P.A. a livello internazionale: “Quello che vivono i nostri ragazzi a livello universitario” ha spiegato il ministro “dovrebbero viverlo anche i nostri dipendenti”. Nello specifico la riforma della pubblica amministrazione dovrebbe prevedere che “Ciascun dirigente facesse almeno sei mesi all’estero per ogni passaggio di carriera” ha spiegato il ministro. “Così nell’arco di 5, 10 anni i dirigenti pubblici non solo avranno imparato una lingua ma anche costruito un network di rapporti con i colleghi europei”. La Pubblica amministrazione per Brunetta non deve essere più “la palla al piede dell’economia italiana ed europea, la povera gente, i cittadini ci chiedono efficienza e qualità”.
Il VIDEO servizio:
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“L’Italia è l’unico Paese che investe le proprie risorse per diminuire l’età pensionabile, invece di aumentarla. Come invece succede nel resto del mondo”. Ci tiene a ribadire il concetto Giuliano Cazzola, senior advisor del centro studi Marco Biagi e uno dei massimi esperti italiani in materia previdenziale. Lui è andato in pensione nell’aprile 2006, quando ha raggiunto “quota 113″: 66 anni d’età e quasi 47 di contributi. C’è uns cosa che proprio non gli va giù: chiamare pensioni “di anzianità” quelle di chi si ritira a 57 anni. Una soglia difficile da abbattere, che lui chiama “il nostro muro di Berlino”.
Allora Cazzola il muro, anzi lo scalone, è stato abbattuto? Prodi, dopo aver gioito per l’accordo con i sindacati e il sì del Consiglio dei ministri ha detto di sì…
Beh, se l’impostazione della proposta di Romano Prodi (qui il documento in .pdf) terrà, si può dire che sì: lo scalone non c’è più. Ma c’è un nuovo binomio di quote e scalini su cui il governo potrebbe ancora inciampare… Ma soprattutto, con questa proposta, a zoppicare sarà il sistema Paese.
Perché?
Perché ci vogliono un sacco di soldi per coprire questa riforma. Tanti da mettere a rischio i conti pubblici. Dicono che l’abolizione costerà 10 miliardi tra il 2008 e il 2016. In realtà, questo è il costo dell’innalzamento graduale dell’età perché l’abolizione totale costerà invece 65 miliardi.
Ma il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa sostiene che “la proposta avrà un costo netto pari a zero”.
Meglio specificare: nel documento d’intesa è chiaramente detto che i costi delle nuove misure saranno coperti interamente all’interno del sistema previdenziale. Vuol dire che per coprire questi 10 miliardi di euro il governo intende risparmiare 3,5 miliardi grazie alla razionalizzazione degli enti previdenziali e incassare circa 4.55 miliardi dall’aumento delle aliquote contributive. Ma c’è un ma.
Quale?
Secondo le mie stime, che sono simili a quelle della Ragioneria Generale dello Stato, questa è un’altra araba fenice. Finora numeri concreti non sono stati dati. I risparmi consistenti, creando il cosiddetto Super Inps, si otterrebbero solo nel lungo termine e riducendo il personale. Ma non penso che il sindacato lo consenta.
Poi, a quanto dice il ministro Damiano, altri 3,6 miliardi deriverebbero dall’aumento delle aliquote contributive dei parasubordinati, 800 milioni da quelle dei parasubordinati non esclusivi e 700 milioni dell’armonizzazione dei fondi speciali. E a me questa sembra una scelta iniqua.
In che senso?
Quest’anno alla gestione separata dell’Inps entreranno 1,2 miliardi di maggior gettito contributivo. Trovo iniquo continuare ad aumentare l’aliquota dei lavoratori atipici con la scusa che in questo modo aumenta la pensione. È un pretesto per far cassa a scapito di categorie che non possono protestare perché non hanno un sindacato alle spalle. Come invece ha quella minoranza di imminenti pensionati che litiga su scalini e scaloni .
Insomma, per quanti lavoratori ci si è accapigliati?
Stando ai dati dell’Inps, nel 2008 potrebbero usare le finestre per andare in pensione 129.500 lavoratori (86.500 dipendenti e 43mila autonomi). Ma non tutti ci andranno. Facendo una stima dovrebbero essere circa 90mila a cui si dovrebbero aggiungere - in base a stime attendibili dell’Inpdap - più o meno 20 mila dipendenti pubblici. In totale quindi poco più di 100mila persone - su una platea complessiva di oltre 16 milioni di pensionati e 23 milioni di occupati.
A proposito di platee, la riforma non si applica ai lavoratori usurati.
Giusto. E anche qui i conti non tornano. Sono 1 milione e 400 mila i lavoratori inseriti nella “tabella ‘99″ (fatta dall’allora ministro del Lavoro, Cesare Salvi, ndr), pari a circa 5.000 nuovi pensionati l’anno. Se dovessero aumentare, ci sarebbe una forte pressione sulla copertura. E poi c’è un vuoto legislativo.
Quale?
Non si capisce se è da considerarsi usurato un lavoratore che abbia fatto i turni anche solo un certo numero di anni: cioè se uno dopo 5 anni da turnista, cambia lavoro, quanto usurato è?
Insomma, chi ha vinto la partita, alla fine?
I sindacati. Anche se la Cigl avrà vita dura a far digerire l’intesa agli irriducibili della Fiom (il sindacato dei metalmeccanici, ndr). Va detto che ha vinto anche il ministro Padoa-Schioppa là dove ha attenuto di affiancare le varie soglie anagrafiche alle quote. Ma è una vittoria di Pirro.

E Prodi?
Prodi ha vinto nella misura in cui, accordandosi col sindacato, ha messo all’angolo la sinistra radicale. Ma ora la sua proposta dovrà passare il vaglio del Parlamento e non è detto che lo passi indenne. Soprattutto al Senato.
E allora chi ha perso?
Secondo me ha perso l’Italia: quest’accordo, che fa respirare il governo, in realtà dà una mazzata ai conti pubblici. Con lo scalone di Maroni, sia pur brusco, l’Italia da qui al 2016 avrebbe risparmiato 19 miliardi di euro. La proposta Prodi, da qui al 2013 ce ne fa spendere 10 miliardi.
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Pensioni: ma siamo così sicuri che nella notte tra governo e sindacati sia scoppiato l’accordo?
Quello che è successo nel vertice di Palazzo Chigi è che, dopo una discussione durata otto ore (dalle 22,30 di ieri fino alle 6.30 del mattino), i sindacati hanno preso conoscenza della proprosta di Romano Prodi (qui il documento in .pdf). In sostanza, le parti sindacali rimandano la firma definitiva solo a dopo che si saranno espressi i lavoratori attraverso le consultazioni nelle aziende. A dirlo, più esplicitamente di tutti, è il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani: “La Cgil ha firmato per presa d’atto il documento del governo riservandosi di fare tutti gli approfondimenti lunedì sul testo finale e completo”. Mentre il leader della Uil, Luigi Angeletti si è limitato a dire “Abbiamo dimostrato, contrariamente a come ci volevano dipingere, di non essere conservatori”. Decisamente soddisfatto Raffaele Bonanni, segretario della Cisl: “Il nostro è un giudizio molto, molto positivo sulla riforma del governo”.
Netto il no invece da parte del leader della Fiom, Giorgio Cremaschi: “Una sconfitta sindacale secca, la Cgil deve dire no: ci sarà un referendum tra i tesserati e il sindacato deve votare contro. io voterò contro”. Perché? “Semplice: la situazione è peggiorata rispetto allo scalone Maroni. Ora si andrà in pensione a 62 anni”.
Cosa prevede la riforma Prodi? Stabilisce che dal primo gennaio 2008 sarà possibile andare in pensione con 58 anni di età e 35 anni di contributi: dunque si sale di un anno rispetto agli attuali 57 anni e 35 di contributi necessari per accedere alla pensione di anzianità, ma si evita il brusco salto dello “scalone” previsto dalla riforma Maroni che avrebbe portato direttamente ai 60 anni a partire dal prossimo gennaio.
Quote e scalini
Dal luglio 2009 si passerà al sistema delle quote. In sostanza, dal primo luglio 2009 per lasciare il lavoro si dovrà raggiungere quota 95 (sommando età anagrafica e contributi versati), ma con 59 anni di età. Dal gennaio 2011 sarà necessario arrivare a quota 96 con 60 anni di età mentre dal primo gennaio 2013 si passerà a quota 97, con età minima a 61 anni. L’ultima quota, però, non scatterà qualora l’andamento dei conti pubblici sarà positivo e i risparmi fossero sufficienti a mantenere il sistema in vigore dal 2011.
Gli autonomi
Per i lavoratori autonomi lo schema è aumentato di un anno. Quindi andranno in pensione nel 2008 con 59 anni e nel 2013 con almeno 62 anni.
Lavori usuranti
Dalla riforma è esclusa una platea di circa 1,4 milioni di lavoratori impiegati in mansioni usuranti inseriti nella “tabella ‘99″ (fatta dall’allora ministro del Lavoro, Cesare Salvi, ndr) (miniere, cave e catene di montaggio).
Le donne
L’età di vecchiaia delle donne resta a 60 anni, nonostante le pressioni del ministro Radicale Emma Bonino di portarla a 62.
Le “finestre”
Chi avrà maturato 40 anni di contributi potrà lasciare il lavoro con quattro finestre annuali, invece delle due previste dalla Maroni.
I coefficienti
L’altro scoglio di questi mesi, il taglio dei coefficienti, è stato invece rinviato al 2010 e sarà triennale e automatico ma verrà fissato sulla base di nuovi parametri attraverso il lavoro di una specifica commissione che deciderà entro il 2008.
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Tutto rinviato a dopo le amministrative: con i ballottaggi fissati al 10-11 giugno, significa che il governo riprenderà la trattativa con i sindacati su pensioni, costo del lavoro e magari contratto degli statali tra circa un mese. Una pausa proposta da Romano Prodi e a quanto pare dettata dalla paura. Dopo la sconfitta in Sicilia dalla sinistra radicale erano partite pesanti bordate contro il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, accusato di aver terrorizzato gli elettori.
Pochi credono che la causa del risultato sia questa, a cominciare dai capi di Rifondazione e del Pdci: ma in quell’area cresce la tentazione di smarcarsi da palazzo Chigi e dai partiti maggiori dell’Unione, come prova anche la visita ai cancelli di Mirafiori del segretario Franco Giordano e del ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero. E dunque pare che sia stato lo stesso Fausto Bertinotti, timoroso di perdersi i suoi, a suggerire a Prodi di rinviare tutto a metà giugno. Suggerimento accolto ovviamente dal premier più che volentieri; un po’ meno da Padoa-Schioppa.
Per non dare ai sindacati la sensazione di voler solo prendere tempo, Prodi ha accompagnato la richiesta di aggiornamento con una serie di offerte allettanti: niente più innalzamento a 58 anni dell’età per le pensioni di anzianità (vale a dire né scaloni né scalini), il tutto sostituito da incentivi per restare al lavoro. Quanto ai coefficienti, “aggiustamenti tecnici”. Il premier si è detto disponibile anche a chiudere il contratto degli statali a 101 euro di aumento mensile, quanto chiedono le confederazioni (Padoa-Schioppa voleva una limatura di 10 euro). Dov’è il trucco? Intanto a giugno dovrà essere pronto il Documento di programmazione economica, ed ogni misura dovrà trovarvi posto: solo che il Dpef è a cura di Padoa-Schioppa.
Ma soprattutto si saprà se, alle amministrative, l’Unione avrà tenuto o subito una sconfitta. In questo caso si aprirà immediatamente una resa dei conti politica: e Prodi, per non sacrificare se stesso, dovrà probabilmente offrire la testa di qualcun altro: magari quella di TPS.