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Primarie Pd: l’abc del voto (e il silenzio dei dirigenti)

Un manifesto del Partito Democratico

Un manifesto del Partito Democratico

Una volta erano le Botteghe Oscure: rigidi e fumosi rituali, dietro ai quali si avvolgevano macchinose procedure per nominare i direttivi del vecchio partito comunista. Oggi, invece, sono le Primarie. Continua

La doppia vita di Cofferati: l’ex leader Cgil condannato per condotta antisindacale

Sergio Cofferati

Sette anni fa, a guida della Cgil, aveva portato al Circo Massimo tre milioni di persone per difendere lo Statuto dei lavoratori. Sergio Cofferati, sindaco uscente di Bologna ed ex segretario nazionale della Cgil, lunedì è stato condannato per non aver rispettato proprio quello stesso statuto: condotta antisindacale.

I ruoli nella storia, diceva Hegel, per paradosso si invertono: il servo diventa padrone. E a Bologna, il “Cinese” si trasforma: da “girotondino” in sindaco “sceriffo” e da ex leader sindacale contrasta gli scioperi. Prima una cosa, poi il suo contrario.
Il 23 marzo del 2002, infatti, il “Cinese” era ancora il numero uno della Cgil e aveva guidato una folla di 3 milioni di persone al Circo massimo per protestare contro la riforma dell’articolo 18. Dopo sette anni, è stato condannato dal tribunale del Lavoro di Bologna per condotta “antisindacale” in qualità di rappresentante legale e presidente della Fondazione del Teatro Comunale di Bologna: non ha rispettato l’articolo 28 dello Statuto dei lavoratori. Tutto è nato durante la rappresentazione a fine marzo della Gazza ladra: i rappresentanti dei lavoratori dell’Ente lirico della Cisl e Fistel-Cisl e Fisals-Cisal presentano un esposto al tribunale del Lavoro in seguito all’affissione in bacheca di un annuncio, firmato dal direttore del personale del teatro, in cui si avvisava che, in caso di adesione allo sciopero proclamato per quattro giornate a partire dallo scorso 22 marzo (che avrebbero fatto quindi saltare la rappresentazione della Gazza ladra), non sarebbero stati pagati anche i dipendenti non aderenti allo sciopero. “Un comportamento intimidatorio per il quale abbiamo presentato un ricorso d’urgenza al Tribunale del lavoro sulla base dell’articolo 28 dello statuto dei lavoratori”, ha detto Marica Morara, il legale della della Cisal. Lo stesso sindaco di Bologna, melomane appassionato si era presentato, la scorsa settimana, durante l’udienza per difendere il Teatro.
E all’Ansa il “Cinese” aveva sostenuto che a termini di statuto il responsabile non è il presidente della Fondazione, ma il sovrintendente, Mario Tutino. E che comunque in occasione di questi scioperi veniva violato da parte degli scioperanti uno dei principi cardine di una corretta lotta sindacale: e cioè che al danno inflitto al datore di lavoro con lo stop alle attività, corrispondesse un danno dei lavoratori, con la perdita della paga nelle ore di sciopero. Secondo Cofferati, in alcuni casi, in quel teatro era sufficiente che una sola categoria di dipendenti, magari gli addetti alle luci, alcune unità, bloccasse il lavoro di tutti. Col risultato che il danno era massimo per il teatro, mentre alle altre decine di dipendenti doveva essere riconosciuto per intero lo stipendio. In questo modo, aggiunse, diventava molto facile scioperare.
Ma non è bastato: il giudice del tribunale del Lavoro, Filippo Palladino, lunedì lo ha condannato per comportamento anti sindacale, disponendo di “astenersi da tali comportamenti” e comminando il versamento delle spese di lite di 1.300 euro. Fistel Cisl e Fisal Cisal hanno commentato duramente: “Lo dice lo Statuto” ha detto l’avvocato Cristiani della Cisl “che è Cofferati il responsabile legale”. Secondo i legali e i sindacati, la lettera era “intimidatoria” perché mirava “a condizionare la libertà di sciopero e il suo svolgimento sereno” e aveva l’effetto di dividere i lavoratori, mettendo gli uni contro gli altri.

Insomma, non è davvero un buon periodo per il sindaco (agli sgoccioli) di Bologna. A ottobre, infatti, aveva dichiarato in un’affollata conferenza stampa che non si sarebbe mai candidato alle prossime amministrative e nemmeno alle europee. “Sarò un cialtrone se vado in Europa”, disse Cofferati davanti a una folla di cittadini, curiosi e giornalisti. Ma poi si è candidato lo stesso, alla faccia della promessa, e dell’epiteto, come capolista nel Nord Ovest, mandando su tutte le furie il governatore del Piemonte, Mercedes Bresso, che un pensierino a Bruxelles lo aveva fatto. Ma Sergio Cofferati è fatto così. Dopo aver guidato la Cgil dal 1994, nel settembre del 2002 è tornato alla Pirelli e ha iniziato a partecipare ai girotondi di Nanni Moretti. Passato un anno, ha deluso pure i girotondini accettando di essere lo sfidante di Guazzaloca per la conquista della poltrona di primo cittadino a Bologna e riportare al governo la sinistra nella città rossa per eccellenza. Vinte le elezioni, dopo un anno Cofferati ha deluso pure la sinistra: nel 2005, infatti, si fa notare come sindaco “sceriffo” per la sua battaglia per la legalità contro lavavetri e baracche abusive, che lo portano alla rottura con Rifondazione, facendogli guadagnare il nomignolo di “podestà di Bologna” (Striscia la Notizia gli consegnò un Fez, qui il VIDEO) e attirando le simpatie della Lega che gli donò la tessera di “aspirante leghista”.

Esclusivo: il Pdl funzionerà grazie a questo statuto

Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi

Sarà un partito principe o un partito del principe? Sarà democratico e carismatico o carismatico e basta? Sarà l’apoteosi del potere di Silvio Berlusconi o permetterà l’affermarsi di altri leader? Non è obbligatorio scomodare Antonio Gramsci, ma c’è da scommettere che molti si ricorderanno del più grande pensatore politico del Novecento italiano dopo aver letto lo statuto del Popolo della libertà, che Panorama anticipa. Alla vigilia del congresso fondativo, previsto alla nuova Fiera di Roma tra il 27 e il 29 marzo, le 20 pagine, i 43 articoli e le norme transitorie sono ancora in discussione, ma l’impianto complessivo del Pdl è già chiaro.

Il presidente
Il passaggio chiave dello statuto è l’articolo 14: “Il presidente del Popolo della libertà è eletto ogni tre anni dall’assemblea congressuale, con apposita votazione, anche per alzata di mano”. E tutto sarà saldamente in mano sua: “Ha la rappresentanza del partito, ne dirige l’ordinato funzionamento e la definizione delle linee politiche e programmatiche (…). Convoca e presiede l’ufficio di presidenza, la direzione e il consiglio nazionale. Ne stabilisce l’ordine del giorno”. E soprattutto “procede alle nomine degli organi del partito e assume le definitive decisioni”.

È il cesarismo di cui ha parlato qualcuno? Non ci sono dubbi che il presidente abbia grandi poteri. E non poteva essere altrimenti. La storia di Forza Italia e la sua genesi, lo “sdoganamento” e la successiva evoluzione di Alleanza nazionale, il percorso politico del Cavaliere e la creazione di una classe dirigente che da lui ha ricevuto investitura e impronta conducono inevitabilmente alla costruzione di un partito carismatico.
Il carisma è la materia prima di Berlusconi, l’ingrediente fondamentale del suo successo politico, la lezione che ha segnato l’evoluzione dei partiti a lui avversi che sono stati costretti a reinventarsi sulla sua scia e a cercare anch’essi (come Walter Veltroni ha imparato a sue spese) leader carismatici. Attendersi dal Pdl la prosecuzione della tradizione politica del Novecento sarebbe un controsenso. È la certificazione di una rottura già avvenuta nel 1994.

Gli organi
Quelli principali sono sette, elencati nell’articolo 10: “L’assemblea congressuale, l’ufficio di presidenza, il comitato di coordinamento, la direzione, il consiglio nazionale, l’assemblea dei parlamentari e la conferenza dei coordinatori regionali”. Sono tutti organi di eletti o nominati, la struttura portante del Pdl. Tra questi il coordinamento è il link diretto con il leader. Secondo l’articolo 15 sarà composto da tre membri (due provenienti da Forza Italia e uno da An) su proposta del presidente. L’organo collegiale più importante sarà l’ufficio di presidenza composto dal presidente, dai tre coordinatori, dai capigruppo e vicecapigruppo di Camera, Senato e Parlamento europeo e da altri 20 membri eletti dal congresso su proposta del presidente.
Tutti faranno parte di diritto della direzione nazionale (articolo 16) composta da 120 membri eletti dal congresso, “eventualmente anche con lista prevalentemente bloccata”. È questo il nocciolo duro del Pdl, il motore del partito che “concorre alla definizione delle linee politiche programmatiche”.

Il territorio
Un partito di solo vertice nazionale? In Forza Italia e An si sono posti il problema del collegamento con il territorio e la soluzione è stata trovata con la creazione di un consiglio nazionale (articolo 17) che, oltre ai parlamentari nazionali ed europei, ai componenti del governo, accoglie i coordinatori regionali e provinciali e di città capoluogo, assessori e consiglieri regionali, sindaci dei comuni capoluogo, presidenti di provincia e di regione, capigruppo e vicecapigruppo dei consigli comunali e provinciali delle aree metropolitane e capoluogo di regione. Un esercito complicato da gestire, tanto che “di norma si riunirà una volta l’anno”.
La struttura piramidale del Pdl si completa con la nomina dei coordinatori regionali e dei loro vice. Ancora una volta, sarà il presidente (entro tre giorni dalla sua elezione) a sceglierli. Quest’architettura consentirà al leader di controllare il partito sul territorio, a cascata fino alle province, ai comuni e alle aree metropolitane. Su quest’ultimo punto c’è un’innovazione. L’articolo 19 ter dello statuto prevede 16 aree metropolitane che godono di una rappresentanza speciale e di un coordinamento specifico: Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Firenze, Palermo, Bari, Venezia, Bologna, Reggio Calabria, Cagliari, Catania, Messina, Sassari e Trieste.

I giovani e il partito internet
Per iscriversi al Pdl basta aver compiuto 14 anni. È chiara la scelta di coinvolgere i giovani nella politica. Altro elemento interessante che tiene conto dell’evoluzione degli stili di consumo giovanili (e non) è la codificazione all’articolo 9 dell’importanza politica di internet: “Il Popolo della libertà nella sua organizzazione nazionale e territoriale si avvale di siti web ufficiali, dove pubblicare le deliberazioni, registrare le adesioni e gestire consultazioni, anche periodiche, su temi di rilievo”.
Problema: cosa ne sarà dei movimenti giovanili dei due partiti? Azione giovani in passato non ha nascosto la sua ferma volontà di restare elemento distinto e autonomo dal partito. La soluzione è agli articoli 33, 34 e 35 della bozza di statuto, dove si prevede l’affiliazione di “circoli territoriali o tematici, anche telematici”, cioè di “libere associazioni di cittadini che si propongono di sviluppare iniziative culturali, sociali e politiche volte alla diffusione delle idee del Pdl”. I circoli sono vicini al partito ma non sono il partito e non rappresenteranno uno strumento per lanciare una scalata nel partito.

Le donne
Il lessico è importante, è la forma che diventa sostanza. Qualcuno direbbe che siamo di fronte al rituale del politicamente corretto, tuttavia non passa inosservato l’articolo 1: “Il Popolo della libertà è un movimento di donne e uomini”. Negli articoli successivi il riferimento a “cittadine e cittadini” è una costante dello statuto. Dalla sinistra si mutua il linguaggio della differenza di genere, ma non lo si declina in quote d’accesso alle cariche elettive e di partito.
L’avversione per la politica delle “quote panda” nel centrodestra è nota, ma è anche vero che la questione dell’alternanza tra uomini e donne in lista è stata già fonte di discussione. Le liste per le elezioni europee saranno il primo banco di prova.
Il logo del Pdl

Il terreno comune
Il lavoro sullo statuto è ancora in corso, il risultato finale sarà un compromesso tra la forza carismatica di un leader come Berlusconi e la rivoluzione conservatrice guidata da Gianfranco Fini. Il terreno comune c’è, è quello della “destra nuova” descritta da Alessandro Campi e Angelo Mellone in un volume edito dalla Marsilio: “Né statalista né liberista, né conservatrice né populista, ma pragmatica, postideologica e modernizzatrice”. È il terreno comune in cui s’incontrano Forza Italia e An. Vedremo fin dall’applicazione dello statuto se saranno capaci di coltivarlo.

Pdl: scene da un patrimonio

Silvio Berlusconi, Raffaele Lombardo e Gianfranco Fini

Di Carlo Puca

Lo Statuto, la costituente, la leadership. Ma i soldi, la vile pecunia? Ufficialmente la questione è marginale. Eppure se ne parla, eccome, tra i fondatori del Popolo delle libertà, il nascente partito unico composto dai due giganti Forza Italia e Alleanza nazionale e da nanetti vari (quel che resta di democristiani, socialisti, repubblicani, radicali e liberali di centrodestra, più il movimento di Alessandra Mussolini). E però, per dirla alla Shakespeare, “nulla può andare male se viene insieme ai soldi”. Già, ma i denari chi ce li mette?
Arriviamo così al paradossale. Secondo la bibbia del lusso, la rivista americana Forbes, Silvio Berlusconi è l’uomo più ricco d’Italia e il 51esimo nel mondo con un patrimonio pari a 11,8 miliardi di dollari. Ma con circa 110 milioni di euro di saldo negativo, il suo partito, Forza Italia, è il più indebitato d’Italia (se si escludono i 180 milioni dei Ds, partito ormai virtuale, perché confluito nel Pd). Al punto che il Cavaliere, per evitare il default, ha garantito al tesoriere Rocco Crimi fideiussioni personali per 75 milioni di euro. Inoltre, Forza Italia è priva di un quotidiano di partito, mentre la brambilliana Tv delle libertà ha chiuso i battenti da poco più di un mese. Né il partito possiede immobili: tutte le sedi dei 4 mila circoli sono in affitto. Nessuna esclusa.
Gianfranco Fini, invece, ha dichiarato per il 2007 un reddito di 147.814 euro, inferiore, per dire, a quello del leader comunista Fausto Bertinotti (233.195 euro). Eppure la sua creatura, Alleanza nazionale, non ha debiti. Anzi, ha chiuso il bilancio in pareggio e vanta proprietà immobiliari invidiabili: circa il 30 per cento delle 14 mila sezioni, più case e palazzi, talvolta di lusso, sparsi in tutta Italia. Stando al racconto del senatore Franco Pontone, segretario amministrativo di An, “le sedi sono nostre perché fino agli anni Novanta nessuno affittava locali al Movimento sociale ed eravamo costretti ad acquistare per poterci diffondere in modo capillare in tutta Italia”. Il risultato? An ha costituito una immobiliare che proprio a causa della fusione con Forza Italia sta catalogando le proprietà del partito. Sul mercato immobiliare, quello vero, non segnato a bilancio secondo i parametri del catasto, i beni di An valgono almeno mezzo miliardo di euro. Un tesoretto niente male.
Poi c’è il Secolo d’Italia, il quotidiano di partito. Il deputato bolognese Enzo Raisi ne ha rimesso a posto i conti su mandato di Fini. A Panorama dice: “Con la fusione, il giornale ha la grande occasione di diventare il quotidiano di opinione del centrodestra, sulla falsariga dello stile di Foglio e Riformista”. Non solo: “Vogliamo affiancare al giornale una casa editrice per produrre libri e dvd di area”. Ma il Secolo rimarrà in mano ad Alleanza nazionale? “In queste settimane stiamo ragionando su una struttura societaria capace di allargare l’area degli azionisti. Sia chiaro però: a nuovi azionisti devono corrispondere soldi freschi”. Soldi azzurri, s’intende.
Dunque, è vero che sulla carta il Pdl sembra cosa fatta e finita, con numeri da paura: un potenziale elettorale superiore al 40 per cento, un capitale umano di 400 mila iscritti, una forza parlamentare di 273 deputati e 147 senatori. Ma non tutto è risolto. Nella riunione del 9 settembre si metteranno nero su bianco le decisioni prese il 18 agosto, anzitutto il rapporto percentuale tra Forza Italia (70) e An (30) nella dirigenza del nuovo partito. Ma restano aperte questioni vitali come quella del reggente o del comitato di reggenti e del tesseramento. Secondo Fi basta il reggente, secondo Alleanza nazionale ci vuole il comitato. E ancora: se non c’è il tesseramento, non ci sarà mai congresso vero. An, Fini e tutti gli altri sarebbero così condannati alla subalternità, vita natural durante. Magari rimettendoci pure gli immobili.
Una ipotesi che fa sobbalzare la vedova di Giorgio Almirante, padre fondatore della destra italiana. Donna Assunta, dall’alto del suo piglio di proprietaria terriera, così commenta il prossimo matrimonio, del quale non vorrebbe essere “né sensale né madrina”. Dice: “Forza Italia arriva a mani nude, le uniche proprietà sono personali di Berlusconi. An invece porta tante belle proprietà ereditate dal Msi. Proprio bella questa: per una volta faremo noi la figura dei ricchi dinanzi al Cavaliere”.
E invece no, An si sta cautelando. O Berlusconi mette mano al portafogli secondo il criterio del 70-30 (70 euro Fi, 30 An) oppure, in vista della fusione dei bilanci, prevista per atto notarile nel 2011, Fini punta sulla strada già intrapresa dai Ds al momento di confluire nel Pd. Riparare, cioè, il patrimonio del partito in una fondazione. Manca soltanto un dettaglio non secondario: quale fondazione?
Fini già presiede Farefuturo. I più audaci tra i suoi collaboratori vorrebbero piazzare qui i beni postmissini; altri, più romantici, in una fondazione ex novo di vago sapore almirantiano. Si vedrà.
Certo è che la manovra economica ha sottinteso un valore politico. Quando Italo Bocchino, Ignazio La Russa e compagnia chiedono, fin da ora, che il successore di Berlusconi sia Fini, recitano un discorso di chiarezza ai vari aspiranti leader: o comandiamo noi o dopo Berlusconi rifacciamo Alleanza nazionale. I soldi ci sono, insieme a giornali e casa editrice. Libro e tesoretto, partito perfetto.

Partito democratico è tornato all’antica: niente primarie per aprile

Il presidente della Margherita, Francesco Rutelli, mostra una maglietta al termine della sua relazione durante il congresso della Margherita che prelude alla nascita del Pd

Al Colle staccano la spina alla XV Legislatura intorno alle 12, dopo l’espletamento delle ultime formalità. Insomma, per le elezioni di aprile non c’è più nessun ostacolo. Solo qualche preoccupazione e qualche nodo, almeno del Pd.
Che si chiama democratico anche perché, dai suoi dirigenti, è stato sin da subito battezzato come “il partito delle primarie”. Ma sin dal suo debutto nazionale, e cioè alla prossima tornata elettorale (che si dovrebbe svolgere ad aprile), potrebbe sconfessarsi. Le tanto pubblicizzate consultazioni popolari - richieste in questi ultimi giorni da tutti i dirigenti regionali, Piemonte ed Emilia Romagna in testa – per decidere chi, alla prossima legislatura, siederà sugli scranni di Camera e Senato con molta probabilità non ci saranno. Causa: il poco tempo. A dirlo ai dirigenti regionali, convocati in fretta e furia al loft di Santa Anastasia, ci penserà lo stesso segretario Veltroni. Che dovrà anche spiegare perché (oltre che dove e come) il Pd andrà da solo alle urne. Per esempio accettando patti di desistenza coi socialisti di Boselli o con l’Idv di Di Pietro e negando l’apparentamento con i radicali.

Negare il ricorso alle primarie è mossa che sembra imprevista, ma che in realtà non giunge affatto inaspettata. Tra le norme transitorie dello statuto nazionale del partito di Veltroni, approvate sabato scorso dalla commissione interna del partito, c’è infatti una piccola disposizione, passata finora inosservata, che pare fatta apposta per evitare il problema.
“In caso di interruzione anticipata della XV legislatura che impedisca l’adozione del regolamento quadro per le primarie, la selezione dei candidati - recita la clausola - è interamente disciplinata dal regolamento approvato dal coordinamento nazionale”. Che, anche in considerazione di tempi definiti “strettissimi”, potrebbe derogare alla norma, evitando così di applicare il tanto agognato metodo americano.

Una doppia beffa, per il popolo del Pd, tanto più che i dirigenti nazionali del partito, in primis il segretario Veltroni, si sono sempre opposti al “porcellum” (la legge elettorale attualmente in vigore) proprio perché lasciava alle segreterie tutta la libertà di scegliere i candidati da eleggere, senza la possibilità di preferenze da parte dell’elettorato.
Ma c’è di più: oltre che per le elezioni politiche, il metodo “anti-primarie” potrebbe essere applicato anche in Sicilia, dove, dopo le dimissioni di Salvatore Cuffaro, si andrà a votare per rieleggere il parlamentino regionale entro la prima decade di aprile. Per quanto Walter Veltroni abbia infatti detto che “il nome del nostro candidato si deciderà in Sicilia, non certo a Roma”, è molto probabile che a sceglierlo saranno dirigenti e capi-corrente locali.
Gli elettori del Partito (poco?) Democratico sono avvisati.

LEGGI ANCHE: Il dossier sulla crisi di Governo

Pd: il partito non c’è, le correnti sì. E potrebbero affondare Veltroni

Il leader del Partito democratico Walter Veltroni, davanti al logo del Pd, durante la conferenza stampa di presentazione della organizzazione dei Giovani del Partito Democratico | Ansa
Ufficialmente tutti negano contrasti. Ma nel loft del Partito Democratico è muro contro muro. Dietro al quale stanno venendo alla luce vecchie correnti, tutt’altro che scomparse, del nuovo partito. Proprio quelle anime che il segretario Veltroni aveva invocato, fin dall’inizio del suo mandato, non ci fossero. E che invece sono sempre più forti. Almeno darsi battaglia sui temi costitutivi del Pd: l’organizzazione interna (statuto,congressi, tessere, elezioni); la laicità; la legge elettorale.
Sul primo tema, lo scontro è previsto nell’incontro tra i 100 componenti della commissione statuto, ma solo a inizio febbraio ci sarà la battaglia finale, quando verrà licenziato il testo definitivo da sottoporre al voto dell’assemblea costituente (prevista per i primi di marzo). L’ultima bozza, messa a punto dal presidente della commissione Salvatore Vassallo prevede l’elezione del segretario del Pd “entro e non oltre l’ottobre del 2009″. Ma a far arrabbiare le varie correnti, appunto, sono le regole che porteranno al nuovo appuntamento con gli elettori. Quattro sono le questioni principali ancora da sciogliere (la modalità di registrazione dei “sostenitori”, le candidature per le primarie, la composizione dell’Assemblea Nazionale e la selezione dei candidati al Parlamento), come ha spiegato lo stesso Vassallo in una lettera che ha per allegato anche gli emendamenti alternativi proposti dalla corrente Ds-Popolari, da quella di Enrico Letta, da quella di Rosy Bindi e dalla Sinistra per Veltroni. Innanzitutto, la modalità di registrazione dei “sostenitori”, ovvero gli elettori delle primarie: i veltroniani chiedono un albo “aperto”, al quale ci si possa iscrivere anche il giorno delle primarie; ex Ppi e Ds chiedono di chiudere le iscrizioni al massimo 7 giorni prima delle elezioni (come avviene negli Usa).
Ma sono i dalemiani lo spauracchio dei veltroniani (e viceversa). In realtà lo sono da più di un decennio: dalla battaglia dei fax del ‘98 per la segreteria del Pds. Solo che adesso gli uomini vicini al ministro degli Esteri hanno deciso di venire allo scoperto. Il 26 gennaio, un sabato, D’Alema riunisce a Roma una convention sul Partito democratico. L’iniziativa ha una cornice autorevole, è organizzata dalla Fondazione Italianieuropei che quest’anno festeggia il suo decennale. Verranno invitati senza dubbio il segretario Veltroni e il premier Romano Prodi. Ma a suo modo quell’appuntamento vuole trasformarsi in una prova di forza e avrà ben poco di seminariale. Lo staff del titolare della Farnesina sta infatti cercando una sala che possa contenere quasi un migliaio di persone. Tra i quali spiccheranno tutti i dirigenti dalemiani di stretta osservanza: Finocchiaro, Latorre, Violante, Fassino, Bersani. Potrebbe addirittura essere un “processo” al segretario che dal sito www.leftwing.it (indipendente legato però a esponenti dell’area dalemiana con un articolo anonimo e severissimo viene invitato a convocare finalmente il congresso “per sottoporre la sua piattaforma al voto dei delegati”.
Fosse solo per spirito di emulazione, anche i liberal e gli ulivisti di Rosy Bindi e Arturo Parisi chiamano a raduno le truppe per far sentire la loro voce nel Pd. I primi a tenere un’assemblea nazionale sono i “Democratici per davvero”, ossia l’area di Bindi e Parisi nata per sostenere la candidatura del ministro della Famiglia alle primarie del Pd. La data scelta è il 19 gennaio, cioè probabilmente all’indomani del pronunciamento della Corte costituzionale sull’ammissibilità dei referendum elettorali. Non è un caso, perché per gli ulivisti del Pd la legge elettorale preferita da un partito è la cartina al tornasole di come esso si concepisce. Bindi e Parisi rimproverano a Veltroni di intendere la vocazione maggioritaria del Pd come sua autosufficienza; mentre la loro preferenza è per una legge elettorale di tipo maggioritario e non proporzionale.
E anche i Liberal hanno deciso di far sentire la loro voce; il 26 gennaio l’area promossa da Enzo Bianco, Enrico Morando, Franco Bassanini e Valerio Zanone si radunerà a Roma, in un convegno a cui interverrà anche Walter Veltroni. Infatti, uno degli obiettivi è ribadire il sostegno al segretario del Pd proprio in un momento in cui l’organizzazione delle correnti interne sembra indebolirlo. I Liberal poi vogliono dire la loro anche sul tema della laicità, su cui, ha commentato Zanone, i vertici del Pd finora hanno “peccato di un eccesso di afasia”, lasciando troppo campo libero ai teo dem (altra corrente) Binetti, Bobba e Carra.
Per tutta risposta (istintiva e soprattutto difensiva), di fronte ai segnali che arrivano chiarissimi dalle antiche aree di riferimento della Quercia e della Margherita si stanno organizzando gli uomini vicini al segretario Veltroni (Dario Franceschini, Goffredo Bettini), che terranno una manifestazione a fine febbraio, quando inaugureranno anche la loro sede in via Goito, a Roma. L’annuncio è stato dato dopo una riunione tra Dario Franceschini e Beppe Fioroni (uomo in realtà vicino a Franco Marini). Il segnale è duplice: ribadire, a scanso di equivoci, l’appoggio alla segreteria Veltroni-Franceschini e chiarire che l’area popolare del presidente del Senato è tuttora unita e non ci sono divisioni tra Franceschini e Fioroni.
Il 16 febbraio, poi, anniversario del Protocollo di Kyoto esordirà anche, in un Convegno a Roma, l’Associazione degli eco-dem di Realacci, Vigni, Ronchi e Scalia. L’Associazione è già partita alla chetichella a novembre, mentre a febbraio verranno formalizzate le strutture anche a livello locale.

Calendario alla mano, da qui a fine febbraio sarà un un tourbillon di iniziative di aree politiche ognuna delle quali nega di non voler fare una corrente. Con il paradosso che queste esistono e fanno parte della struttura di un partito, ancora tutto da costruire.

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Uno contro tutti, di Carlo Puca
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