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Stesso lavoro, stipendio diverso: a Roma si guadagna di più che a Milano

Un'altra battaglia nell'eterna sfida tra Roma e Milano (Credits: LaPress)

Un'altra battaglia nell'eterna sfida tra Roma e Milano (Credits: LaPress)

Città che vai, stipendio che trovi, anche se il lavoro è lo stesso, il livello lo stesso, le mansioni le stesse. Succede a Roma, dove una maestra d’asilo nido comunale guadagna di più di una collega di Milano. Anzi: guadagna più di se stessa. O meglio più di quanto guadagnava quando lavorava a Milano. E’ il caso di Romina (nome di fantasia), una educatrice d’asilo nido, che dopo il trasferimento dal Comune di Milano a quello di Roma, ha avuto la piacevole sorpresa di trovarsi una busta paga decisamente più pesante: circa 300 euro in più al mese! buste paga Continua

L’attacco di Le Figaro: beata la Sicilia degli stipendi record ai dirigenti

La pagina on line di Le Figaro con l'impietoso articolo sui dipendenti alla regione Sicilia

La pagina on line di Le Figaro con l'impietoso articolo sui dipendenti alla regione Sicilia

Sembra quasi di vederli, i francesi. Divertirsi, con il loro mitico nasino all’insù, a bastonare i vizi italici. Cugini-coltelli: si sa, quando ne hanno l’occasione, non esitano a sparare giudizi tranchant al di qua delle Alpi, cercando sempre di ostentare la loro (presunta) superiorità.
Ed eccoli anche stavolta, con un impietoso commento pubblicato sulla prima di uno dei maggiori quotidiani, Le Figaro (di tendenze conservatrici) dal titolo: Il fait bon être fonctionnaire en Sicile, cioè: “Che felicità fare i funzionari pubblici in Sicilia”. Continua

La doppia vita delle italiane: impiegate di giorno, lapdancer di notte

Lalla Lovati, 44 anni, milanese, lap dancer di notte e assistente di un chirurgo estetico di giorno

Lalla Lovati, 44 anni, milanese, lap dancer di notte e assistente di un chirurgo estetico di giorno

Il locale nascosto in un vicolo di Trastevere ha un nome evocativo, The libertine, le luci soffuse e l’arredamento nero e rosso. Avvinghiate ai pali della lap dance tre ragazze con stivali di vernice a mezza coscia, miniperizoma, bustier di pelle e collare borchiato si esibiscono davanti a una decina di clienti. Fin qui niente di strabiliante, considerando che siamo alla serata fetish in un night club dove la lap dance rappresenta il piatto forte. La stravaganza sta nel fatto che poi le tre ballerine impegnate a darsi reciprocamente colpetti sul didietro con un frustino, dopo aver dormito poche ore, si presenteranno in tacchi bassi e trucco leggero ai loro impieghi ufficiali. Continua

Immigrati in aumento, ma “non tolgono lavoro agli italiani”. Parola di Bankitalia

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MULTIMEDIA: In piscina con il burkini, polemiche a Verona

La crescita della presenza straniera in Italia “non si è riflessa in minori opportunità occupazionali per gli italiani”. Tradotto: in Italia sbarcano più stranieri, che però non tolgono lavoro agli italiani.
In estrema sintesi, questo è il contenuto di uno studio di Bankitalia dedicato alle economie regionali secondo cui l’afflusso di lavoratori stranieri ha accresciuto le opportunità “per gli italiani più istruiti” impiegati in “funzioni gestionali e amministrative”.
Secondo lo studio dei ricercatori di Palazzo Koch, “l’afflusso di immigrati dall’estero nell’ultimo decennio ha sostenuto la crescita dell’occupazione in Italia, contribuendo a contrastare il progressivo invecchiamento della popolazione. Gli stranieri hanno un tasso di occupazione superiore a quello degli italiani e redditi da lavoro significativamente inferiori”. E a questo fenomeno contribuiscono “un più basso livello di scolarità degli immigrati, una maggiore concentrazione in imprese meno produttive, il prevalente utilizzo in mansioni a ridotto contenuto professionale”.

Afflusso dagli anni ‘90
A partire dagli anni Novanta (come testimoniò, a suo tempo il bel film Lamerica di Gianni Amelio), l’Italia è divenuta meta di considerevoli flussi migratori dall’estero. La quota di popolazione immigrata, sottolinea lo studio, è passata dallo 0,6 per cento nel 1991 a quasi il 6 nel 2008. Nell’ultimo quinquennio il numero di stranieri residenti è più che raddoppiato, portandosi a 3,4 milioni di persone. Sull’aumento hanno influito la regolarizzazione avviata nel 2002 che ha portato all’emersione di circa 650 mila persone che già lavoravano in Italia e gli ingressi di cittadini europei divenuti comunitari recentemente.
Eppure, “La crescente presenza straniera” evidenziano gli studiosi di Via Nazionale “non si è però riflessa in minori opportunità occupazionali per gli italiani, che al contrario, sembrano accresciute per gli italiani più istruiti e per le donne. In particolare, l’offerta di lavoro femminile italiana si è giovata dei maggiori servizi per l’infanzia e per l’assistenza agli anziani”.
Per le donne, infatti, “la crescente presenza straniera attenuerebbe i vincoli legati alla presenza di figli e all’assistenza dei familiari più anziani, permettendo di aumentare l’offerta di lavoro”.

Più stranieri al Nord
L’afflusso degli immigrati non ha interessato in maniera uniforme tutte le aree del Paese: l’incidenza della popolazione straniera è oggi molto più elevata nel Centro Nord (quasi l’8 per cento) rispetto al Mezzogiorno (2,1 per cento). In Lombardia, Veneto, Lazio, Emilia-Romagna e Piemonte, dove si concentra il 45 per cento della popolazione italiana e si produce poco meno del 60 per cento del valore aggiunto nazionale, risiedono quasi il 70 per cento degli stranieri.
Nel 2008, ricorda Bankitalia citando i dati della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat, i lavoratori stranieri residenti in Italia rappresentavano il 7,5 per cento dell’occupazione complessiva; al Centro Nord l’incidenza era superiore al 9 per cento, a fronte del 3 nel Mezzogiorno. Il tasso di occupazione degli stranieri in età lavorativa era pari al 67 per cento, 9 punti percentuali in più rispetto agli italiani.
Il divario è in parte riconducibile a caratteristiche individuali, quali la minore età media degli stranieri e la necessità di avere un lavoro per ottenere il permesso di soggiorno, in parte alla loro concentrazione nelle aree più sviluppate del Paese, dove è più forte la domanda di lavoro. Il tasso di occupazione degli stranieri residenti nel Mezzogiorno era pari al 59 per cento, circa 9 punti percentuali in meno rispetto a quello del Centro Nord. È ragionevole ipotizzare che i più bassi tassi di occupazione nel meridione risentano della maggiore diffusione del lavoro sommerso e dei fenomeni di irregolarità, si legge nello studio.

Basso livello di istruzione, basso salario
Secondo il rapporto inoltre gli stranieri hanno sì un tasso di occupazione superiore a quello degli italiani ma scontano un più basso livello di scolarità (nel 2008, gli occupati con cittadinanza estera di età compresa tra i 25 e i 65 anni in possesso al più di un titolo di studio corrispondente alla scuola media inferiore erano il 44 per cento, quasi 7 punti percentuali in più rispetto al corrispondente valore per gli italiani; quelli in possesso di una laurea erano circa il 13 per cento a fronte del 18 per gli italiani). Questo, insieme a una maggiore concentrazione in settore e mansioni a minori contenuto professionale (il 79,3% degli stranieri occupati regolari al Centro Nord infatti fa l’operaio contro il 35,1% degli italiani), comporta che i redditi da lavoro dipendente nel settore privato degli stranieri siano inferiori di circa l’11% a quello degli italiani. Il 44% degli immigrati infatti è impiegato in occupazioni non qualificate o semi-qualificate (contro il 15% degli italiani), una percentuale che sale a quasi il 60% nel Mezzogiorno.

Nota dolente: l’abandono scolastico delle terze generazioni
Una nota dolente è rappresentata dalle nuove generazioni di stranieri che, secondo la Banca d’Italia “rappresentano una componente rilevante della futura forza lavoro nel paese”. Nel 2007-2008 gli alunni con cittadinanza non italiana erano 570mila (di cui in terzo nati in Italia), il 6,4% del totale. Tuttavia uno straniero su quattro fra i 15 e i 10 anni (uno su tre se risiede al Mezzogiorno) ha abbandonato la scuola contro il 12% degli italiani, una percentuale già alta per il contesto internazionale.

Carriere infinite atto secondo. Anche gli assessori, nel loro piccolo, si riciclano

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All’avvocato Mario Bellavista, figlio d’arte, pianista jazz di un certo talento, è bastato un giro di valzer: consigliere nell’ottava circoscrizione di Palermo dal 2001 al 2007, in quota Udc. Si ricandida alla provincia nel 2003, ma non ha fortuna. Poco dopo però entra nel consiglio d’amministrazione dell’Opera pia Santa Lucia. Ci riprova nel 2008, ancora alla provincia: gli va male di nuovo, un’altra delusione elettorale. Per la quale viene però ampiamente ricompensato: qualche mese dopo va a guidare l’Amat, azienda di trasporti locali, con 60 mila euro di compenso. Carica che cumula con quella di consigliere della Siciliacque: 40 mila euro. Il totale fa cifra tonda e di tutto rispetto.
Di Bellavista la politica non si è dimenticata. Così come non ha scordato centinaia di ex consiglieri, assessori, sindaci e presidenti di ogni ordine e grado. Terminata la ribalta locale, c’è da superare la malinconia del vuoto da mancato potere. Ma per molti una soluzione si trova: magari con un posticino in qualche società o ente pubblico. Meglio, ovviamente, se ben retribuito.
Un ricollocamento che in Sicilia è diventato arte. Data però l’abbondanza di nomi non si può che fare una cernita. Il criterio allora potrebbe essere questo: che fine hanno fatto alcuni vecchi inquilini di Palazzo d’Orleans, splendida sede dell’assemblea regionale?
Sebastiano Burgaretta Aparo, per esempio: deputato a Palermo per quattro volte. Centrista, poi passa nell’Udc, partito per cui si candida al Senato nel 2008. Fallito l’obiettivo, ora è presidente della Multiservizi, una società, sempre della regione, che si occupa di “gestione e manutenzione di edifici e strutture complesse”. Viene ricompensato con 105.516 euro. Del consiglio d’amministrazione fa parte pure Matteo Graziano, che ha gravitato sempre nell’orbita del centrosinistra: guadagna 66.113 euro. Alla guida della regione tra il 1995 e il 1996, da quel momento per Graziano comincia una serie di insuccessi elettorali. Che oggi però compensa con un incarico di peso e rispetto.
La lista dei redivivi onorevoli, così chiamano pomposamente nell’isola i consiglieri, è lunghissima. Giuseppe Spampinato, a Palazzo d’Orleans dal 2001 al 2006 per la Margherita, è consigliere d’amministrazione dell’Anas. Un destino simile è capitato a Giuseppe Faraone, prima nella Margherita, poi nell’Udeur, infine nell’Mpa. Si ripresenta lo scorso anno: le urne non lo premiano, però diventa vicepresidente del Cas, il Consorzio autostrade siciliano. Un ente munifico: nel cda è stato cooptato anche Angelo Paffumi, ex deputato regionale, candidato senza fortuna alle politiche del 2006.
Nel settore dei trasporti è entrato pure Mario Parlavecchio, eletto in una lista legata all’ex governatore siciliano Totò Cuffaro. Ci riprova nel 2008, con l’Udc. Ora presiede la Gesip, società di pulizia del Comune di Palermo: 64 mila euro. Mentre Alfredo Gurrieri, un tempo assessore, ora è direttore generale dell’ospedale Umberto I di Siracusa.
Ai vertici delle aziende sanitarie si sono accasati anche due nomi noti della politica calabrese. Rubens Curia, già assessore per i Comunisti italiani nella giunta di Reggio Calabria, è direttore generale dell’Asp di Vibo Valentia. Mentre a capo di quella di Cosenza è stato chiamato Franco Petramala, candidato alla regione per l’Ulivo nel 2005. Il suo compenso è di 137 mila euro.
Ex in spolvero anche nelle aree di sviluppo industriale. Ottavio Bruni, presidente della Provincia di Vibo fino al 2008, adesso guida l’Asi della zona. Curiosa, per rimanere in tema, la parabola di Diego Tommasi: ex assessore regionale all’Ambiente dei verdi, è a capo dell’area industriale di Cosenza. Un ambitissimo incarico è andato invece a Giuseppe Chiaravalloti, fino al 2005 governatore della Calabria, di Forza Italia. Concluso il suo mandato, è stato nominato nell’Autorità per la privacy. È vicepresidente, con uno stipendio di 193.323 euro.
E i riciclati campani? Pure qui, data la vastità dell’elenco, occorre una ratio: che ne è stato, per esempio, degli ex assessori di Rosa Russo Iervolino? Il sindaco di Napoli per i suoi ha continuato a spendersi. Rocco Papa, in passato suo vice, oggi presiede la Bagnolifutura, società che si occupa di riconvertire l’omonima area: guadagna 67 mila euro. Al suo fianco c’è Casimiro Monti, ex assessore all’Ambiente: 55.400 euro. Pasquale Losa, che era alla guida del personale, ne prende 60 mila: è capo dell’Asìa, che si occupa di rifiuti. Bruno Terracciano, uno dei suoi successori, è nel cda dell’Anm: percepisce 50 mila euro.
Anche a Bari tanti protagonisti dell’arena politica si sono riaccasati nelle vecchie municipalizzate. Per loro il sindaco-sceriffo, Michele Emiliano, coordinatore regionale del Pd, ha deciso di non fare differenze: ai presidenti delle quattro società controllate dal comune vanno 57.482 euro, ai consiglieri 22.933 euro. Fra gli eletti c’è di tutto: il monocolore però è rigorosamente di centrosinistra. A presiedere l’Amtab, che gestisce il trasporto pubblico della città, è stato chiamato giustamente un ferroviere: Antonio Di Matteo, ex consigliere comunale di Rifondazione comunista. Tra i consiglieri c’è l’avvocato Vincenzo De Candia, dell’Udeur.
Della Multiservizi è presidente Vito Ferrara: consigliere di Forza Italia entrato poi nella lista del sindaco. Un altro suo fedelissimo, Antonio Madaro, ora guida l’Amgas. Il commercialista non è mai stato un politico vero e proprio, ma uno dei più ferventi sostenitori dell’associazione Baresi per Bari, nata nel 2003 per propagandare la candidatura di Emiliano.
Nel cda della controllata siede pure l’ex segretario cittadino dello Sdi, Giovanni Campobasso. Accanto a lui c’è Matteo Pagano, vigile del fuoco, in passato coordinatore dei socialisti autonomisti. Lo stesso partito in cui militava Vincenzo Buono, nel consiglio dell’Amiu, ramo nettezza urbana. La società è presieduta da un ex dirigente della Cgil, Giuseppe Savino.
Delle municipalizzate di Roma il sindaco Gianni Alemanno si occupa proprio in questi giorni. Fino a oggi sono due i prescelti con trascorsi politici. Marco Daniele Clarke ora guida l’Ama, la società del comune che si occupa dei rifiuti: guadagna 82 mila euro. Mentre Adalberto Bertucci, già consigliere comunale e assessore di Guidonia Montecelio, eletto al consiglio comunale di Roma nel 1997, è stato chiamato a presiedere la Trambus: 140 mila euro di appannaggio.
I soliti noti non mancano neppure a Torino. Santina Vinciguerra, ex assessore all’Istruzione del comune, ha cambiato decisamente sfera: servizi cimiteriali. È amministratore delegato dell’Afc: percepisce 73 mila euro. Alle prese con il trattamento rifiuti è invece Bruno Torresin, che è stato assessore al Lavoro. Da amministratore delegato della Trm prende 70 mila euro. Mentre Tommaso Panero, ex consigliere comunale della Margherita, è amministratore delegato della Gtt, il Gruppo torinese trasporti. Poltronissima da 150 mila euro.
In Liguria è il fronte marittimo quello che dà più soddisfazioni a molti ex politici. Filippo Schiaffino, in consiglio provinciale per Forza Italia, è al vertice delle Stazioni marittime di Genova. Mentre Luigi Merlo, ex vicesindaco di La Spezia, assessore ai Trasporti della regione dal 2005 al 2008, si è dimesso a febbraio del 2008: ora è presidente dell’Autorità portuale di Genova. Gli è andata bene: 200 mila euro l’anno. Dice Merlo: “Prima cariche come le mie erano coperte da manager. Adesso invece si preferiscono persone con un passato nella pubblica amministrazione”. Criterio che in Liguria è stato applicato con successo.
Lorenzo Forcieri, sindaco di Sarzana, dopo senatore dell’Ulivo e sottosegretario alla Difesa nel 2006 per il governo di Romano Prodi, è ora al comando dell’Autorità portuale di La Spezia. Suo omologo a Savona è Cristoforo Canavese, che venne eletto a Palazzo Madama con la Lega nord.
E anche cambiando completamente versante ci si imbatte in casi simili. Paolo Costa è stato ministro dei Lavori pubblici con Prodi, poi sindaco di Venezia per la Margherita ed europarlamentare dell’Ulivo. Ora si consola con la presidenza dell’Autorità portuale di Venezia: incarico da 200 mila euro l’anno.
Retribuiti benissimo sono pure due ex amministratori locali saliti ai vertici di alcuni colossi industriali partecipati dallo Stato. Paolo Marchioni dall’aprile del 2005 al gennaio 2008 fu consigliere comunale della Lega nord a Stresa, sul Lago Maggiore. Entrato nel consiglio d’amministrazione dell’Eni, guadagna 135 mila euro. Fedelissimo del Carroccio anche Gianfranco Tosi, sindaco di Busto Arsizio per un novennato, dal dicembre 1993 al maggio 2002. Adesso è nel cda dell’Enel: 120 mila euro. In quello delle Poste, invece, siede Roberto Colombo, ex sindaco forzista di Monza, 60 mila euro. Carica che cumula con quella di vicepresidente dell’Agam, che porta gas e acqua in città: 40 mila euro.
Per rimanere in Lombardia, anche a Milano i casi non mancano. Allora meglio circoscrivere: per esempio, ai candidati non eletti nel 2006 nella lista Moratti. Di molti volonterosi l’attuale sindaco di Milano non si è scordata. Il nome più celebre è senza dubbio quello di Giampiero Borghini. Dirigente del Pci, poi sindaco migliorista, si riaffaccia alla politica nel 2004: viene scelto dal presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, come assessore regionale alla Casa. Due anni dopo si candida con la lista Moratti al comune: non riesce nell’intento, ma ne diventa comunque direttore generale con uno stipendio che suscita invidie e polemiche. Si dimette a luglio del 2008. Ora è vicepresidente della Sacbo, che gestisce lo scalo di Orio al Serio: 55 mila euro.
Anche il farmacologo Michele Carruba è stato ricompensato: adesso presiede la Milano ristorazione, 63 mila euro. E Liliana Bognini, che nella lista del futuro sindaco raccoglie 80 preferenze, è tra i consiglieri nella stessa società. Un po’ meglio è andata a Carlo Secchi, ex rettore della Bocconi: 143 voti. Adesso siede nel consiglio d’amministrazione dell’Expo. Un altro prescelto, Riccardo Albertini, è diventato invece dirigente del comune: assunzione che, tra stipendio e oneri previdenziali, all’amministrazione costa 203.560 euro l’anno. Infine Gianluca Comazzi: fra i candidati della lista arriva decimo. Ma poi viene chiamato dal comune al servizio dei cittadini: garante per la tutela degli animali. Suona come un ruolo onorifico, ma è un incarico da 68 mila euro l’anno.

Da Palermo a Milano, per molti candidati le cose vanno così. Vincere? No, grazie: a volte è meglio partecipare soltanto.

(ha collaborato Elena Porcelli)

O in banca o in Google: il posto di lavoro che sognano i laureandi

Giovani laureati
di Raffaella Galvani
Imprenditori e clienti le mettono sempre più spesso sotto accusa, il governo le marca strette, l’opinione pubblica non le ama. Ma le banche italiane hanno fan insospettati: i laureandi in economia. Al primo posto tra le aziende dove vorrebbero essere assunti, 2.600 universitari interpellati via internet dal Trendence Institut di Berlino indicano infatti l’Intesa Sanpaolo, seguita dalla Banca d’Italia, dall’Unicredit e dal Monte dei Paschi.

Lo rivela il Graduate barometer, il più grande sondaggio mondiale sulle attese dei giovani universitari, che nell’edizione 2009 ha coinvolto 196 mila studenti di oltre 779 università di 22 paesi europei, Russia compresa.
I risultati dell’Italia, che Panorama pubblica in esclusiva (qui le tabelle ), con quattro piazzamenti ai vertici della classifica incoronano le banche protagoniste delle aspirazioni dei futuri dottori in economia a caccia di impiego. Un poker d’assi sorprendente nell’epoca dei grandi crac finanziari mondiali, ma che si spiega con il fatto che, portatesi avanti con forti tagli di personale all’epoca delle fusioni, oggi le banche sono tra le poche imprese che reclutano giovani.

E se i laureati economici in tempi difficili sembrano cercare soprattutto solidità e sicurezza, al punto da inserire fra i datori di lavoro preferiti anche le Poste italiane, settime in classifica a pari merito con Fiat e Bnl, tra i 2.800 laureandi in ingegneria che hanno partecipato al sondaggio, ancora a sorpresa, il made in Italy batte il fascino delle multinazionali del web e dell’hi-tech. L’Enel e l’Eni si piazzano infatti rispettivamente al primo e al secondo posto, scalzando Google e Apple, prime classificate dell’edizione italiana del 2008. Una retrocessione che non trova conferma a livello europeo: nella euroclassifica di ingegneria Google, Microsoft e Apple sono la terna vincente della hit parade dei datori di lavoro ideali, e relegano al ventinovesimo posto le nostre Enel, Eni e Ferrari, le prime aziende italiane a comparire nell’elenco europeo dei futuri ingegneri. La Banca d’Italia e l’Intesa Sanpaolo sono, al quarantunesimo posto a pari merito, le prime citate dai giovani iscritti alle facoltà di economia dell’eurozona.
Un fatto è certo: la crisi sta condizionando pesantemente i sogni e i progetti della futura classe dirigente. “Aziende che per anni erano state considerate noiose sono diventate attraenti per la sicurezza del posto che si pensa possano garantire” commenta Mariana Rajic, account manager del Trendence Institut.
Così la PricewaterhouseCoopers è riuscita a strappare lo scettro di impresa più amata nelle facoltà di economia d’Europa all’Oréal, che lo deteneva dal 2002, e in generale in svariati paesi si è registrato un buon piazzamento delle società di revisione contabile. “Anche i gruppi del lusso, meno toccati per ora dalla crisi, compaiono per la prima volta in diverse classifiche nazionali del segmento economico” fanno notare i ricercatori tedeschi. E se la Gucci è risultata tredicesima in Italia, dopo le Assicurazioni Generali, la Lvmh (che ha capitalizzato la notorietà di marchi come Vuitton, Dior, Hennessy, Sephora) è entrata nelle prime dieci d’Europa.
L’effetto più evidente della recessione mondiale emerge, in questa edizione del sondaggio, quando si tocca l’argomento quattrini, ovvero il primo stipendio atteso. Perché se è vero, come spiegano i ricercatori del Trendence Institut, che il dato medio europeo è stato condizionato al ribasso nel 2009 dall’ingresso di due nuovi paesi a minor reddito come la Romania e la Russia, è altrettanto vero che i risultati nazionali dei paesi più significativi, esaminati singolarmente, danno tutti pesanti segni meno, con perdite del salario atteso tra i 2 e i 4 mila euro all’anno.

La scelta dei laureandi italiani

Tra i futuri dottori in economia per esempio tiene la posizione solo la Francia, mentre la Gran Bretagna passa dai 41.332 euro annui lordi attesi del 2008 agli attuali 30.819. Né va diversamente per gli ingegneri, che in Spagna scendono da 25.041 a 21.017, mentre in Gran Bretagna crollano da 38.141 a 30.664.
E l’Italia? Arretra come tutti (meno 4.672 euro annui lordi per le facoltà economiche e meno 2.779 per ingegneria) e, con la Spagna, si conferma in coda, ben al di sotto delle medie europee.
Di certo gli universitari italiani sono, dopo gli spagnoli, i più preoccupati per il loro futuro di lavoro, sebbene abbiano scelto due delle facoltà ritenute migliori ai fini dell’occupazione. È in ansia l’88 per cento degli iscritti a economia e l’83 di quelli di ingegneria (le medie europee sono di 58 e 50). Così, più di uno su tre dichiara che dopo la laurea andrà all’estero a cercarsi un’occupazione. Una voglia (necessità?) di varcare i confini in cui, sui 22 paesi europei del campione, ci battono solo i francesi, i greci e gli svizzeri.

Le aspettative di stiendio

La carriera infinita dei Riciclati. Chi va a Roma non perde la poltrona

I riciclati della Casta

La GALLERY: Chi sono e quanto guadagnano “gli intramontabili”

Quella di Giuliano Amato, neopresidente dell’Enciclopedia italiana (per 150 mila euro all’anno), è solo l’ultima nomina di peso che ha riportato in sella aspiranti parlamentari ed ex di ogni genere e stazza: ex ministri, sottosegretari, talvolta semplici peones di Montecitorio, trombati alle politiche o alle europee, di destra e di sinistra, di grandi e piccoli partiti. Per tutti la politica ha trovato una sistemazione. Tutti chiamati a occupare incarichi pubblici, sempre accettati con ammirevole spirito di servizio. E spesso lautamente retribuiti. Soldi che, in alcuni casi, i fortunati cumulano con robuste pensioni maturate per gli anni passati a Montecitorio e a Palazzo Madama. Sono i riciclati della politica.
Per carità, spesso si tratta di persone di alto profilo, vedi il caso di Amato. Ma quello che impressiona è il metodo: un fedele servitore della patria non si lascia digiuno di cariche e potere. Mai.
Da Giuliano Amato a Giuseppe Zamberletti (in rigoroso ordine alfabetico), chi sono e quanto guadagnano.

La GALLERY: Chi sono e quanto guadagnano “gli intramontabili”

Caste in Comune: fa il segretario e prende più di Napolitano

Un consiglio comunale

L’ultimo caso agli onori delle cronache è a Stezzano, un paesino del Bergamasco. Tra i suoi 12 mila abitanti il comune immerso nel verde ne ha uno particolarmente fortunato. Ogni anno il segretario comunale Giovanni Barberi Frandanisa riscuote uno stipendio che fa invidia ai presidenti della Repubblica e del Consiglio: 247 mila euro lordi, contro i 218 mila e i 212 mila delle due cariche dello Stato. “Dalla cifra diffusa in questi giorni va tolto almeno un 40 per cento di tasse” ha puntualizzato Barberi Frandanisa, che ricopre anche l’incarico di direttore generale. “E poi lavoro 12 ore al giorno, ho un sacco di ferie arretrate e con i titoli di studio che ho potrei fare il segretario anche del Comune di Roma”. La Corte dei conti ha deciso di vederci chiaro e ora pretende delucidazioni dal piccolo comune lombardo.
Anche il segretario del comune di Dongo (Como), 3.400 anime, non se la passa male: secondo il conto consuntivo 2007, Gennaro Borrelli percepisce uno stipendio di 150 mila euro lordi annui. Di questi circa 88 mila euro riguardano le funzioni da segretario, c’è poi l’indennità di direttore generale (41.400 euro), l’indennità di retribuzione relativa al 2006 e oneri riflessi per 20.572 euro (somma tra l’altro non trovata dal revisore dei conti nel prospetto fornitogli dal comune). Solo a titolo di paragone, il sindaco di Milano, Letizia Moratti, ne percepisce 119 mila.
Anche la vicenda di Dongo ha richiamato l’attenzione della procura della Corte dei conti, che ha aperto un fascicolo a inizio anno multando sindaco e segretario di 135 mila euro per presunto danno erariale (un altro fascicolo per abuso d’ufficio riguarda l’assunzione di una segretaria da parte di Borrelli). Nel frattempo la giunta ha varato il bilancio 2008 ad aprile stabilendo la nuova previsione di spesa per lo stipendio del segretario comunale-direttore generale: 159.940 euro.
Questi stipendi possono sorprendere, se si pensa che il segretario è un dipendente comunale. Secondo il testo unico sull’ordinamento degli enti locali del 2000, le mansioni del segretario sono di carattere “collaborativo, di assistenza giuridico-amministrativa nei confronti degli organi dell’ente, di sovrintendenza allo svolgimento delle funzioni dei dirigenti e di coordinamento dell’attività”. Nominato dal sindaco, il segretario, insomma, ha prevalentemente compiti di supervisione.
Il compenso è proporzionato? Pur con le dovute differenze di ruolo, se un consigliere comunale non arriva a percepire 2 mila euro al mese, un segretario generale, per supervisionare, può guadagnare anche cinque volte tanto (cifra lorda). Nelle cifre del bilancio di previsione 2007 del Comune di Milano, per esempio, si nota che il capoluogo lombardo (1,3 milioni di abitanti) stanzia per il segretario 174.913 euro lordi annui. A questa cifra si sommano i diritti di rogito, in quanto il segretario è incaricato di rogare contratti pubblici nei quali l’ente comunale è parte. A Milano, nel 2007, l’attività rogatoria, pagata da terzi, ha fruttato al segretario generale 50.846 euro. Quasi 4 mila euro al mese, per un compenso complessivo lordo annuo di 225.760 euro.
A Torino, 908 mila abitanti, le cifre non sono molto diverse. Stipendio del segretario comunale 156.358 euro, diritti di rogito 45.770 euro, totale 202.128 euro lordi: compresa la tredicesima fanno oltre 15.500 euro lordi al mese. Nel 2007 il Comune di Ravenna (153 mila abitanti) ha stanziato per il segretario 76.206 euro più una maggiorazione di posizione decisa dal sindaco di 18.075 euro. Quello di Trapani (69 mila abitanti), fra stipendio base, retribuzione di posizione, maggiorazione e tredicesima, quasi 100 mila euro lordi annui.
A parte il rogito, grossa entrata, tuttavia a carico di terzi, in diversi comuni ci sono anche i guadagni legati alla creazione di nuovi enti. Spesso i segretari sono chiamati a far parte dell’organico di questi enti e incassano gli emolumenti relativi. Un esempio? L’ente Parco Nord Milano. La gestione dell’area verde che si estende tra i quartieri della periferia nord del capoluogo è affidata a un consorzio di sei comuni. Sono stati nominati un consiglio di amministrazione, un presidente e un segretario. Lo stesso segretario che ricopre l’incarico al Comune di Cinisello Balsamo. Per compiti limitati dallo statuto a consulenza giuridica, sottoscrizioni dei verbali di assemblea, supervisione del funzionamento degli organi collegiali, l’indennità pagata dai comuni consorziati è di 1.650 euro lordi mensili.
Ci sono poi casi in cui il ruolo del segretario generale perde quasi ragione d’essere. Soprattutto dove è presente anche la figura del direttore generale. Secondo il testo unico del 2000, il direttore deve “provvedere ad attuare gli obiettivi stabiliti dagli organi di governo del comune e sovrintendere alla sua gestione”. Mansioni molto simili a quelle del segretario, il cui ruolo diventa in questi casi quasi evanescente. Riducendosi all’adempimento degli oneri di carattere notarile e alla presenza formale durante i consigli comunali. Lo stipendio, però, è da alto dirigente. Cosa succede invece quando direttore e segretario sono la stessa persona? I costi si riducono? Sembra di no. Soprattutto per le casse dei piccoli comuni, l’indennità che il segretario ottiene per la funzione di direttore generale sembra superflua.
A Dongo il segretario comunale, pochi mesi dopo la nomina, è diventato anche direttore generale con un decreto del sindaco. E lo stipendio è cresciuto di 1.000 euro netti. Secondo i magistrati contabili, il decreto di nomina è irregolare. L’incarico di dg è consentito dal testo unico sull’ordinamento degli enti locali ai comuni con più di 15 mila abitanti. In alternativa il comune può convenzionarsi con altri, per raggiungere quella cifra. Non è il caso di Dongo (3.400 abitanti), che si è consorziato con il Comune di Pigra, ma questo ha solo 300 abitanti.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
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