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Strasburgo
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Il palazzo della Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo
Il palazzo della Corte europea dei diritti dell’uomo si trova a Strasburgo, in Alsazia, tra i ponti dell’Ill, affluente del Reno (qui la MAPPA). È in cemento armato e vetro per fare entrare la luce del sole che qui, di solito, è avara. Dentro non si vedono crocefissi, bandiere o altri simboli. Continua
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Si vede che vanno di moda, le lettere. Quelle aperte (vedi quella del ministro Brambilla ai turisti stranieri). E non solo: piene di domande, di interrogativi (quelle de La Repubblica al Cavaliere).
E allora vai, avrà pensato l’onorevole Di Pietro. Per continuare la sua querelle con il presidente della Repubblica, l’ex pm ha preso carta, penna e blog e ha vergato: “La prego, sig. Presidente Napolitano, mi risponda nel merito, invece di offendermi anche Lei gratuitamente”.
È lunga e polemica la missiva inviata al Quirinale, nella quale il leader Idv cui contesta una serie di atti del Presidente Napolitano, come la controfirma del ddl sicurezza, del Lodo Alfano o la mancanza di iniziative dopo la cena tra Berlusconi e due giudici costituzionali. La lettera è pubblicata sul blog del leader dell’Idv.
Ma è solo l’ultima delle tante invettive che l’ex pm ha lanciato contro il capo dello Stato (qui le IMMAGINI della manifestazione di Piazza Farnese a Roma).
Guarda la GALLERY: la manifestazione dell’onorevole Di Pietro e la lettera a Napolitano
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Le trattative sono appena cominciate e la partita si annuncia tutt’altro che facile.
Dopo la vittoria del centrodestra in Europa, la riconferma del popolare José Manuel Barroso alla guida della Commissione europea appare più facile. Ma nel vertice europeo del 18-19 giugno l’ex premier portoghese potrebbe incassare dai 27 leader Ue solo una fiducia politica, senza una designazione formale.
L’incertezza è legata al secondo referendum irlandese sul trattato di Lisbona, ormai quasi certo per ottobre: se approvato, comporterebbe un secondo voto sulla Commissione europea da parte dell’Europarlamento. Senza contare, a quel punto, l’intreccio con le nuove cariche di presidente europeo e ministro degli Esteri della Ue.
L’avvio dei lavori parlamentari è fissato per il 29 giugno, quando inizieranno le prime sedute ufficiali dei 736 neoeletti in vista della sessione inaugurale del 14 luglio. Ma già da questa settimana gli eurodeputati si incontrano per sciogliere alcuni nodi. Primo fra tutti la costituzione dei gruppi. Regola vuole che per formarne uno occorrano almeno 25 parlamentari di sette differenti paesi Ue.
La novità potrebbe essere il debutto di un nuovo gruppo destinato a raccogliere un consistente blocco di antieuropeisti. Soprattutto si attende di sapere cosa faranno i 27 conservatori britannici, che hanno annunciato di staccarsi dal Partito popolare europeo (Ppe).
Nella sessione costitutiva di luglio saranno eletti presidente, vicepresidenti e questori, poi le commissioni parlamentari. Un’assegnazione calibrata su base proporzionale secondo una sorta di manuale Cencelli, che in Europa si chiama metodo d’Hondt, e per la quale i giochi sono appena cominciati.
I popolari, usciti vincitori dal voto con 264 seggi, voteranno il 23 giugno il presidente di gruppo. L’uscente Joseph Daul, francese alsaziano, punta a essere riconfermato. E qui si innesca la partita italiana per la poltrona più alta dell’Europarlamento.
I candidati del Ppe alla presidenza sono due: l’ex premier polacco Jerzy Buzek e l’italiano Mario Mauro.
In assenza di un accordo, il Ppe sceglierà un nome con un voto interno nella riunione di gruppo prevista ad Atene il 29 giugno. Buzek fa pesare la sua provenienza, visto che la Polonia è uno dei nuovi partner dell’Ue, e il fatto di essere protestante, elemento spendibile per conquistare un più ampio consenso dell’aula che dovrà poi votare il gradimento. Mauro è alla terza legislatura a Strasburgo, è già stato vicepresidente dell’Europarlamento, ha un record di presenze e produttività , oltre a essere più giovane (a luglio Buzek compirà 70 anni, Mauro 48). Soprattutto, l’Italia è l’unico grande paese fondatore senza la presidenza dal 1979. E ha avuto un’affluenza del 67 per cento di elettori contro appena il 24,5 della Polonia.
I popolari dovranno decidere il futuro asse politico, scegliendo se seguire la consuetudine di dividere i cinque anni di presidenza con il secondo maggiore gruppo, cioè una staffetta con il candidato socialista Martin Schulz, o appoggiare un tandem con i liberali di Graham Watson, come avvenne già nel 1999 fra Nicole Fontaine e Patrick Cox. E questo anche in ragione delle priorità di questa legislatura che vedono al primo posto i temi economici, come pure la strategica questione ambientale, con l’accordo post Kyoto.
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E adesso, passata “la sbronza” dei dati, dei flussi e delle analisi, è scoccata l’ora delle promozioni e delle bocciature eccellenti; dei ritorni in pista dei vecchi cavalli di razza che avevano saltato un giro; delle new entry che a suon di voti mettono a tacere gli scettici o chi pensava che la loro fosse soltanto una candidatura di bandiera.
Insomma: chi è riuscito a fare il salto verso Strasburgo? Chi salirà a bordo dell’aereo per l’Europarlamento?
Tra i 72 che occuperanno i seggi spettanti all’Italia ci sono: Ciriaco De Mita e Clemente Mastella; Barbara Matera e Debora Serracchiani; Luigi De Magistris e David Sassoli; mentre resteranno a terra il principe Emanuele Filiberto e Rosaria Capacchione.
Altri dovranno attendere il gioco delle opzioni dei candidati eletti in più circoscrizioni per sapere se riusciranno a rappresentare l’Italia nel consesso europeo, mentre per alcuni si tratterà soltanto di aspettare ancora qualche giorno, per dare modo agli eletti che decideranno di restare in Italia di formalizzare la loro scelta. Come nel caso del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, risultato primo in tutte le 5 circoscrizioni dove guidava la lista per il Popolo della libertà , per complessivi 2 milioni 706mila 791 voti di preferenza (il premier fa quindi meglio del 2004, +365 mila).
Nel Pd il primo posto è del volto del Tg1 David Sassoli che mette insieme 400.502 preferenze, ma realizza l’impresa di raccoglierle tutte in una sola circoscrizione, il Centro; la piazza d’onore (dopo il Cavaliere) va invece all’ex pm e candidato con l’Italia dei Valori Luigi De Magistris: per lui hanno votato 415.646 elettori (ma in 5 circoscrizioni).
Big alla prova
Nel Pdl, subito dopo il premier, si colloca il ministro della Difesa Ignazio La Russa, secondo nella circoscrizione Nord-Ovest con 223.428 voti. Qui gli eletti del Pdl saranno quindi, nell’ordine: Mario Mauro, 48enne indicato da Berlusconi come più ch eprobablie candidato italiano per la presidenza dell’Europarlamento; l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini; Vito Bonsignore, che si piazza tra Laura Comi (coordinatrice di FI in Lombardia, per i giovani) e Licia Ronzulli (con loro anche Barbara Matera da Lucera ha ripagato la fiducia del premier Silvio Berlusconi che aveva, non senza sucitare polemiche, scommesso sulla loro freschezza, giovinezza e competenza).
Nel Nord-Est, sempre dopo il premier, il Pdl elegge Elisabetta Gardini, Sergio Berlato, Lia Sartori e Antonio Canciani. Per Bossi invece c’è un quinto posto nella top ten generale con 334.444 preferenze, anche per lui in tutte le circoscrizioni. Antonio Di Pietro si deve accontentare di un quarto posto con 396.641 voti (5 circoscrizioni).
New entry: l’exploit friulano di Debora
Ottima la performance per la novità targata Pd Debora Serracchiani: con le sue quasi 74mila preferenze, la giovane avvocato (che El Paìs aveva ribattezzato la Obama italiana, all’indomani del suo intervento critico, scaricato migliaia di volte da YouTube, contro i leader del Pd durante un’assemblea dei circoli friulani del partito) fa tirare un sospiro di sollievo a Franceschini. La 38enne, vice capogruppo nel Consiglio provinciale di Udine, numero tre della lista Pd nella circoscrizione Italia Nord Orientale, supera nella sua regione - il Friuli - anche i voti del capolista Pdl Silvio Berlusconi (64.286). “Mi sveglio, un occhio ai dati e… in Friuli Venezia Giulia Debora batte ‘papi’ 73.910 a 64.286″ si legge sulla pagina di Facebook della candidata. Notevole il distacco, sempre su scala regionale, anche con il capolista Pd Luigi Berlinguer, fermo a 11.244 preferenze.
Il Nord premia anche il leghista Matteo Salvini (70.021) e Mario Borghezio (48.290).
Tv e sport
Seggio a Strasburgo quindi per il giornalista Sassoli, che così segue una tradizione ormai consolidata (Santoro, Gruber, Badaloni e Marrazzo insegnano). Mentre l’ex signorina buonasera Barbara Matera si piazza al secondo posto nella circoscrizione Sud subito dopo Berlusconi con oltre 130mila preferenze.
Ex sindaci
Lasciano la politica nazionale per quella europea Leonardo Domenici, che si deve accontentare di un terzo posto con 102mila preferenze, e Sergio Cofferati che, nonostante le polemiche che hanno accompagnato la sua candidatura, ottiene invece più di 200mila voti. Ce la fa anche l’ex primo cittadino di Milano Gabriele Albertini (Pdl): si deve però accontentare di 66.930 preferenza.
Grandi firme
Resta fuori Rosaria Capacchione, cronista del Mattino, sotto scorta per le minacce ricevute dopo le sue numerose indagini sulla criminalità organizzata e candidata nelle liste del Pd. Niente da fare anche per Sergio Staino, il padre di Bobo e firma storica dell’Unità , che si era presentato con Sinistra e Libertà . Arriva invece in Europa Magdi Cristiano Allam, candidato per l’Udc e firma del Corsera per molto tempo: a lui 39.637 preferenze.
Chi non ce la fa e chi dice addio
Restano fuori tutti i candidati dei “piccoli”. Tra gli esclusi anche l’erede dei Savoia Emanuele Filiberto (Udc), l’ex senatore Nino Strano (Pdl) che la scorsa legislatura divenne celebre per aver festeggiato la caduta del governo Prodi mangiando una fetta di mortadella nell’Aula di Palazzo Madama. Al momento non rientra (ma potrebbe farcela considerando le rinunce) nella lista degli eletti Gianni Vattimo, che quest’anno ha smesso di insegnare all’Università di Torino e si è candidato nelle liste dell’Idv. Esiguo però il gruzzolo del professore: 14.951 voti.
Le isole premiano la lotta antimafia
Per il Pd, nella circoscrizione insulare, il primo posto è di Rita Borsellino con 229.981 preferenze, seguita seppure a distanza (150.368) da Rosario Crocetta sindaco di Gela da sempre impegnato nella lotta alla Mafia.
Il gran ritorno degli ex dc
Ce la fa Ciriaco De Mita che nelle liste Udc si piazza al primo posto con 56.442 preferenze. E ce la fa anche l’ex Guardasigilli Clemente Mastella che può cantare 111.710 voti. L’ex Guardasigilli del governo Prodi, si troverà nell’euroemiciclo con l’ex pm De Magistris che lo mise sotto inchiesta. Come reagirà : “Non c’è il rancore nel mio dna, però qualche sassolino nelle scarpe m’è rimasto. Non credo che ci incontreremo a Bruxelles, saremo su banchi diversi. La partita comunque non è finita…”, ha fatto sapere, appena eletto eurodeputato nelle file del Popolo della libertà , al Corriere della Sera.
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Anche nella prossima legislatura gli eurodeputati fannulloni saranno salvi, almeno a metà . È quanto paventa il radicale (eurodeputato uscente) Marco Cappato.
Oggi il computo delle presenze viene fatto solo sui dati delle sessioni plenarie a Strasburgo (una al mese) disponibili presso l’ufficio registro del Parlamento europeo.
Non vengono invece conteggiate le presenze nelle commissioni, che si riuniscono praticamente ogni settimana a Bruxelles e sono altrettanto importanti ai fini del lavoro parlamentare.
La proposta di mettere su internet tutti i documenti degli eurodeputati e le relative presenze (relatore lo stesso Cappato), pur raccogliendo il consenso della stragrande maggioranza dell’aula, è slittata. Di fronte al dissenso di alcuni, il bureau del Parlamento europeo ha preso atto e ha rinviato la questione.
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Dai dipietristi dell’Italia dei Valori un nuovo attacco al premier. Mentre il leader Idv presenta una mozione di sfiducia nei confronti del presidente del Consiglio, il partito chiede a viale Mazzini e alla commissione di Vigilanza Rai di fare luce sulla autenticità delle immagini trasmesse ieri fal Tg1 delle 20 e dal Tg3 delle 19 sull’intervista del presidente del Consiglio alla Cnn, sospettando che il simbolo elettorale del Pdl che compare alle spalle del premier sia frutto di una manipolazione delle immagini, considerando “che difficilmente si può credere sia stato inserito dal montaggio della rete televisiva americana”.
“Da indiscrizioni” denuncia il capogruppo Idv in Vigilanza Pancho Pardi “risulterebbe che le immagini mandate in onda dalla Rai senza alcun vaglio, siano opera di una emittente locale sarda, Videolina, di proprietà di casa Berlusconi. Questo grandioso spot elettorale deve essere chiarito al più presto: mi rivolgo quindi al presidente Zavoli e ai direttori delle testate giornalistiche per avere chiarimenti immediati sull’accaduto. Mi riservo infine un’interrogazione urgente al ministro competente: siamo già arrivati al ministero della Verità ?”.
Ma viale Mazzini nega ogni addebito e respinge seccamente l’accusa di Pardi: si tratta di due interviste diverse. “Non c’era alcuna immagine taroccata nei servizi di Tg1 e Tg3 su Berlusconi nelle edizioni di ieri sera”, scrivono in una nota congiunta il direttore del Tg1, Andrea Giubilo, e quello del Tg3, Antonio Di Bella, replicando alle dichiarazioni dell’ on. Pancho Pardi. “Il Tg1 e il Tg3 hanno mandato in onda un servizio confezionato con immagini del premier da una intervista alla Cnn e dichiarazioni da una intervista all’emittente sarda Videolina. In queste ultime compariva il simbolo di lista. Nei servizi era chiaramente indicata la fonte di immagini e sonori. Può aver tratto in inganno” spiegano i due direttori “il fatto che la location delle interviste fosse simile. Fatto sta che i due telegiornali non hanno taroccato nulla ed è grave il solo sospetto che il servizio pubblico possa modificare delle immagini, tanto più in periodo elettorale”. “D’altronde” concludono Giubilo e Di Bella “nelle stesse edizioni di ieri sera comparivano simboli o bandiere elettorali alle spalle di esponenti politici di altri partiti, come spesso accade in campagna elettorale”.
E così l’ennesimo attacco diventa l’ennezimo boomerang, anche perché Videolina smentisce il senatore Idv su un alto fronte: la televisione sarda non è di Berlusconi. Il Gruppo dell’Unione Editoriale a cui fa capo Videolina ha infatti precisato in una nota: “Quanto affermato dal senatore dell’Idv Francesco Pancho Pardi secondo il quale Videolina è una emittente di proprietà di casa Berlusconi è totalmente falso. Videolina Spa fa parte del Gruppo Unione Editoriale al quale appartengono anche l’Unione Sarda e Radiolina, la cui proprietà è del dott. Sergio Zuncheddu, unico azionista”.
Intanto Antonio Di Pietro, ai microfoni di Rainews24 difende la decisione di presentare in Parlamento una mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Mozione che né il Pd né l’Udc voteranno. Ma ad Antonio Di Pietro il Partito Democratico e l’Udc “sembrano come quello che sta in mezzo al mare e smette di nuotare perché dice che non ce la fa. Io invece voglio arrivare a riva, perché se smetti di nuotare anneghi e muore la democrazia”. Al di là della metafora, la mozione ha davanti a sé una via parlamentare tutta in salita. Secondo il regolamento della Camera, infatti, per depositarla occorre il 10% delle firme dell’assemblea (63), mentre i deputati di Idv sono solo 27. Dichiaratosi indisponibile l’Udc, le firme utili dovrebbe fornirle il Pd, che però ha pronta una sua mozione di carattere più generale sulle responsabilità del premier ma senza la sfiducia. “Abbiamo messo la nostra proposta” ha spiegato Di Pietro “a disposizione delle altre forze politiche, perché è necessario che sia sottoscritta dal 10% dei parlamentari, un numero maggiore di quelli dell’Italia dei Valori”. “E a chi dice che non abbiamo i numeri per farlo” ha aggiunto il leader dell’Idv “rispondo che se li avessimo ovviamente ci sarebbe un’altra maggioranza nel paese. Quando si fa resistenza c’è sempre un momento nel quale si comincia in pochi e si arriva alla maggioranza”. Di Pietro ha ricordato che la proposta di “impeachment” si riferisce alla motivazioni della sentenza Mills: “È opportuno moralmente e politicamente avere alla guida del paese una persona come Berlusconi dopo questa sentenza? Lo chiedo per l’immagine dell’Italia, per la credibilità del paese, dove non può passare che si pensi di farla franca corrompendo e cambiando le leggi. È grave non solo la corruzione di un testimone in un processo, ma per la ragione, per coprire reati gravissimi, sui quali se la giustizia avesse fatto il suo corso oggi avremmo un’altra politica, un’altra credibilità nel paese”. “Noi abbiamo già firmato la richiesta di sfiducia” ha concluso “e messo a disposizione dei colleghi dell’opposizione o che si dicono dell’opposizione. Vediamo se vogliono fare davvero opposizione”.
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Al penultimo giro di pista, cioè a due settimane dalle Europee, il vantaggio del Popolo della Libertà sul Partito democratico è più o meno lo stesso per tutti gli istituti di sondaggi: si va dai 13,1 punti di Demos per Repubblica ai 14,7 misurati da Digis per Sky, passando per una forchetta che secondo l’Ispo per il Corriere della Sera oscilla tra i 12 e i 13. Fa eccezione Euromedia Research, i sondaggisti preferiti da Silvio Berlusconi (ma che spesso ci azzeccano), che misurano lo stacco addirittura in 17,7.
Questa è però la foto ad oggi. Che cosa può accadere in queste due settimane per modificare la situazione?
Intanto partiamo da due dati, uno politico e l’altro personale.
Un anno di governo ha fatto bene al centrodestra ed al Pdl, che alle politiche 2008 ottenne poco più del 37% dei voti, e ha fatto male, anzi malissimo al Pd, che ebbe il 33,2. È una tendenza, questa, che si è consolidata nell’arco di 13 mesi, che è stata verificata in tutti i test elettorali intermedi, dall’Abruzzo alla Sardegna (isolata eccezione, il Trentino), e che dunque è impensabile si modifichi in 15 giorni.
La crisi economica e la sicurezza erano e restano le priorità degli italiani, e, a detta di un osservatore insospettabile come Ilvo Diamanti per Repubblica, gli elettori, compresi molti di sinistra, ritengono che il governo abbia affrontato questi due impegni in maniera soddisfacente.
Per fare un paragone, sono le stesse cose che in Gran Bretagna costeranno probabilmente il posto a Gordon Brown, e che in Spagna hanno messo seriamente in crisi Luis Zapatero, che si è visto respingere dal Parlamento metà del pacchetto sull’economia.
Da noi, volenti o nolenti, il fattore Berlusconi ha finora funzionato. Ma c’è l’altro aspetto, quello personale, che ovviamente ruota intorno al premier. Negli ultimi giorni Berlusconi è stato seriamente insidiato dal “caso Noemi” e dalla sentenza Mills, che in sostanza lo accusa di corruzione.
L’insidia, però, finora non ha prodotto risultati. La vicenda Letizia con tutti i suoi retroscena veri o presunti continua ad essere archiviata dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica come un fatto privato. In questo, contrariamente a ciò che si sente spesso in giro, noi italiani non siamo un’eccezione o un popolo particolarmente menefreghista: basta pensare alle storie di sesso e corna della politica francese, alla corte inglese, allo stesso caso Clinton-Lewinsky. Tutta roba da tabloid che ha influito poco o nulla sugli umori elettorali.
È presumibile quindi che se il Cavaliere non esagera con le battute sulle veline e soprattutto sulle minorenni (i suoi lo scongiurano da giorni di cucirsi la bocca), e soprattutto se non emergono particolari davvero sconvolgenti, l’affaire resti materia soltanto di gossip.
Il caso Mills appare, ad un primo esame, perfino meno insidioso. Berlusconi ne esce da perseguitato delle toghe rosse: un suo cavallo di battaglia. Può tra l’altro esibire (e lo sta facendo) una casistica sterminata di avvisi di garanzia culminati, anni dopo, in assoluzioni e proscioglimenti, a cominciare dal padre di tutti gli avvisi, quello del ‘94 “a mezzo stampa” mentre presiedava un summit mondiale sulla criminalità a Napoli.
Eppure qui il terreno è più minato. Non per il processo Mills in sé: al di là del merito delle accuse, Berlusconi ne è comunque fuori per il lodo Alfano, e poi verrà la prescrizione. Il rischio è che, nei suoi attacchi alla magistratura, in quello stato d’animo che stamani, all’assemblea della Confindustria, lui stesso ha definito “esacerbato”, il premier esageri. E finisca per scontrarsi non il Quirinale e con gli stessi alleati di governo, a cominciare da Gianfranco Fini e Umberto Bossi.
Perché se è vero che gli italiani non giudicano i politici in base alla loro vita privata (a meno che vengano pescati a rubare), è altrettanto vero che detestano come pochi le polemiche e le risse.
Per chi l’avesse dimenticato, polemiche e risse determinarono il crollo del governo Prodi e sono tuttora la causa principale del brusco calo di consensi del Pd.
Da qui i fortissimi inviti a Berlusconi, dallo staff e dagli alleati, a rinviare a dopo il 7 giugno il discorso che intende fare alle Camere sulla sentenza Mills. In teoria, riferire al Parlamento sarebbe per il capo del governo una sorta di dovere. Quante volte l’opposizione lo ha accusato di non presentarsi alle Camere? Oggi però il Cavaliere è il solo a volerlo: l’opposizione teme l’effetto boomerang, la maggioranza teme, appunto, le polemiche e i pasticci istituzionali.
Non dimentichiamo infine che assieme alle Europee c’è il primo turno delle amministrative, dove il centrodestra potrebbe strappare alla sinistra soprattutto molte province del Nord. Che significano non solo voti, ma anche potere locale nelle aziende pubbliche e nelle banche. Pdl e Lega si presentano sufficientemente compatti, a differenza del Pd.
Conclusione: la vittoria potrà essere considerata un merito quasi esclusivo di Berlusconi. Eppure solo lui può mettere a repentaglio le dimensioni del successo.
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Ma “che c’azzecca” Antonio Di Pietro con gli (ex) intellettuali di sinistra? La domanda sorge spontanea. Soprattutto dopo aver letto i nomi dei candidati per le europee 2009 dell’Italia dei valori, il partito fondato dall’ex magistrato di Mani pulite: professori universitari, dirigenti, magistrati, avvocati e consulenti. Nessun operaio in lista e solo qualche impiegato.
C’è pure Maruska Piredda, l’hostess pasionaria di Alitalia immortalata lo scorso settembre coi pugni chiusi e le braccia al cielo, dopo la notizia del ritiro di Cai dal piano di salvataggio della compagnia di bandiera. E pensare che diciassette anni fa, in piena stagione di Mani pulite, il magistrato di Montenero di Bisaccia piaceva tanto alla detra di.
Oggi, invece, Di Pietro attrae gli intellettuali da salotto, quelli che nel 2002 partecipavano ai girotondi urlando “Resistere, resistere, resistere”. Prima organica alla sinistra e oggi rimasta senza un partito di riferimento, dopo il fallimento del Pd di Veltroni, l’intellighenzia di sinistra nel 2009 va con chi meglio incarna l’opposizione a Berlusconi.
E chi meglio di Antonio Di Pietro? “Un nuovo olio di ricino s’avanza: ballerine e veline”, tuona il leader dell’Idv contro il presidente del Consiglio al convegno “Verso una società della conoscenza”. Accanto a lui, oltre al professore e deputato Pancho Pardi (ex girotondino), il filosofo e teorico del pensiero debole Gianni Vattimo, lo storico Nicola Tranfaglia, il drammaturgo e regista Giorgio Pressburger e l’antropologa ed editrice Luisa Capelli. “Sono orgoglioso che persone come Magris, Tranfaglia, Pressburger e Camilleri abbiano annunciato di votare per Italia dei Valori, loro hanno deciso di ‘metterci la faccia’. Gente che rappresenta quella parte del Paese che ha deciso di non arrendersi”, spiega Di Pietro.
Insomma, siamo davvero alle porte di un regime? Di Pietro dà una risposta questurina: “Che c’è differenza tra omicidio e tentato omicidio: non sono tutt’e due delitti? Certo che se uno aspetta, alla seconda coltellata arriva l’omicidio”. Un paragone certo non estratto da Micromega (rivista di filosofia e politica di riferimento per la sinistra intransigente), ma che raccoglie lo stesso il gradimento dei professori “radical chic”, che stavolta si spostano sul versante legalitario.
E per spronare tutti gli intellettuali alla sua causa, il leader dell’Idv non risparmia metafore. In “dipietrese”, ovviamente. “L’Italia dei valori deve far sentire la voce di chi ha qualità di voce (gli intellettuali, ndr) ai cittadini italiani, per evitare che accada oggi quello che è accaduto nel ventennio, quando la cosiddetta intellighenzia giocava con il cobra e, alla fine, è stata morsicata pure essa”. C’è anche spazio per l’autoironia. “Sono un uomo di campagna che ha dovuto studiare la sera per prendere la laurea e che sbaglia pure a parlare l’italiano”.
Dalla sua difficoltà col congiuntivo nasce forse l’attrazione per gli intellettuali? “Oggi mettersi con l’Idv è da coraggiosi, perché bisogna risvegliare il Paese dal sonno berlusconiano”, assicura Di Pietro. Poi lancia un siluro agli alleati del Pd. “Nell’odierna classe politica, soprattutto negli alleati, ho trovato solo supponenza, strafottenza, pavoneria. Ma voi che volete? Riprendete il vostro carretto e tornate a casa. Per cercare di scacciare il feeling tra questo movimento e la cittadinanza ci hanno riempito di parolacce: zitti voi, grezzi, agricoli, analfabeti”.
E l’offesa che lo fa arrabbiare di più: “Zitto tu, poliziotto”.