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Strasburgo

Lite a sinistra per le europee. Franceschini contro Di Pietro: “Il voto all’Idv è sprecato”

Dario Franceschini e Antonio Di Pietro

L’appello, che viene niente meno che dal leader del Pd, è forte: “Non votate per protesta Di Pietro”(alle prossime europee, ndr) ; è in gioco la democrazia”. Parole destinate a lasciare il segno.
Che i rapporti con Di Pietro non siano, da tempo, più rosei, si sa. Tante (troppe) le polemiche sul modo e sui contenuti del fare opposizione. Stavolta, però, Dario Franceschini - preso in mezzo tra chi nel proprio partito spinge per un’altra alleanza con i centristi dell’Udc (Rutelli, Letta etc…) e chi (come D’Alema) chiede di abbandonare l’Idv al proprio destino - riesce nella duplice impresa: il suo “consiglio” scatena, a stretto giro di posta, le ire dell’Italia dei Valori così come pure del Popolo della Libertà.
Questa, la risposta piccata di Antonio Di Pietro: “Dario Franceschini ha mostrato oggi tutta la sua disperazione elettorale. Siamo noi il vero voto utile”. Idea, in verità, più volte ribadita dall’Idv, che da mesi va sostenendo di essere l’unica e vera opposizione al governo. Insomma, scene da una coalizione in via di sfarinamento, a sinistra.
Ad accendere la miccia è stato il duplice appello a votare Pd rivolto agli elettori.  Prima in un appuntamento pubblico al teatro Eliseo di Roma e poi ospite della trasmissione in Mezz’ora di Lucia Annunziata, Franceschini ne approfitta per fare chiarezza sulle conseguenze che avrà il risultato che uscirà dalle urne nel week end del 6 e 7 giugno. Il “rischio”, avverte, è “di risvegliarci in un Paese con un padrone assoluto”. E più tardi lo stesso leader Democratico rincara la dose: “Il giorno dopo le elezioni” sostiene “si capirà se Berlusconi ha stravinto o se c’è ancora un equilibrio di forze. Bisogna suonare un campanello d’allarme”. Dunque no “all’astensione o al voto di protesta, perché quello per Antonio Di Pietro non può essere altro che un voto di protesta”.

Che la partita elettorale per Strasburgo si trasformi in una gara a due tra Pd e Pdl non piace ai partiti della sinistra radicale, ma soprattutto al leader dell’Italia dei Valori Antonio di Pietro che, chiamato in causa, passa al contrattacco: “Chi non ha avuto il coraggio di sfidare Berlusconi in prima persona” osserva l’ex pm”non ha titolo per chiedere il voto utile”, a differenza dell’Idv che “testimonia la lotta di chi, negli ultimi anni, ha combattuto in tutti i modi in difesa della democrazia di questo Paese e delle sue Istituzioni”.
Le parole del segretario democratico non piacciono nemmeno a Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e portavoce del premier Silvio Berlusconi: “Franceschini farnetica sui rischi per la democrazia in Italia che non esistono e che vede solo lui”, sottolinea Bonaiuti che aggiunge: “In realtà teme di essere sconfitto pesantemente da Berlusconi nelle prossime elezioni. Ma ormai dovrebbe essersi abituato”.
Se la prende con Franceschini anche Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista: “Con quanti gol di scarto il Pd perderà la sfida europea con il Pdl” osserva il leader del Prc “è un problema che interessa solo la panchina di Dario Franceschini, ma non riguarda certamente le sorti del campionato e del Paese”.

Certo che, ripercorrere “in solitaria” la corsa della campagna elettorale, potrebbe non essere di buon auspicio per i Democratici. Per dire, all’allora segretario Veltroni, che in questo modo traduceva il teorico concetto della “vocazione maggioritaria” del Pd, a qualche settimana dal voto politico 2008, non andò granché bene, quando invitò gli elettori (e non solo i propri) al “voto utile”, a non dare cioè preferenze alla sinistra radicale (con la quale era al governo, sotto le insegne dell’Unione prodiana). Ad accorgersi dello sfortunato ricorso storico è il segretario del Partito Socialista, Riccardo Nencini: “Il rilancio del ‘voto utile’ è il segno della mancanza di argomenti di Franceschini e delle difficoltà in cui si dibatte il Pd. Con il voto utile, un anno fa, la sinistra italiana è crollata e il centrodestra ha ottenuto la sua vittoria più grande. Ora si replica, con la prospettiva, per il centrosinistra, di riflessi negativi non solo per le Europee ma anche per province e comuni. Proprio il caso di dire a Franceschini: perseverare diabolicum“.

Veline come Eurocandidate del Pdl? FareFuturo dice stop

Gianfranco Fini

Dalla tv a uno scranno a Strasburgo? Da destra s’ode un secco alt.
Eccolo: “Il fenomeno del ‘velinismo’ in politica, ancorché circoscritto, non aiuta certo a modernizzare una cultura ancora in parte diffidente verso il ruolo delle donne in politica e a promuovere la pari dignità dei sessi in ogni ambito della vita pubblica, piuttosto rilancia uno stereotipo femminile mortificante, accuratamente coltivato dalla nostra televisione (che è, a questo proposito, un unicum nel contesto europeo-occidentale) e drammaticamente diseducativo per le nuove generazioni”.

Questa la reprimenda vergata da Sofia Ventura sul periodico on line della Fondazione Farefuturo presieduta da Gianfranco Fini. An sembra dunque non gradire l’ipotesi delle eurocandidate che provengono dal mondo dello spettacolo di cui si è parlato nei giorni scorsi nel Pdl. Poi la critica si dirige contro il rinnovamento chiesto in persona da Berlusconi: “Assistiamo” si legge nell’articolo di Farefuturo, “ad una dirigenza di partito che fa uso dei bei volti e dei bei corpi di persone che con la politica non hanno molto a che fare, allo scopo di  proiettare una (falsa) immagine di freschezza e rinnovamento. Questo uso strumentale del corpo femminile, al quale naturalmente le protagoniste si prestano con estrema disinvoltura, denota uno scarso rispetto da un lato per quanti, uomini e donne, hanno conquistato uno spazio con le proprie capacità e il proprio lavoro, dall’altro per le istituzioni e per la sovranità popolare che le legittima”.

Dura anche la critica contro l’uso delle donne che per la fondazione di Fini “non sono gingilli da utilizzare come specchietti per le allodole, non sono nemmeno fragili esserini bisognosi di protezione e promozione da parte di generosi e paterni signori maschi; le donne sono, banalmente, persone. Vorremmo che chi ha importanti responsabilità politiche qualche volta lo ricordasse”.
Probabile che i media derubrichino questo editoriale come un nuovo caso degli scontri tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Che negli ultimi mesi si sono punzecchiati non poco. E forse, anche per questo motivo, il presidente della Camera è intervenuto con una sua dichiarazione in cui ha precisato: “Il Web Magazine della Fondazione FareFuturo non ha certo necessità di concordare con me ogni suo quotidiano intervento”.

Insomma una bacchettata, quella di Fini, che però nel concludere il suo comunicato non scomunica del tutto l’editoriale della sua fondazione parlando di “valutazioni comprensibili, ma eccessive”. “È una condizione di libertà e di fiducia che può però portare, come nel caso odierno sulle candidature femminili per le prossime elezioni Europee, a valutazioni comprensibili ma eccessive, e pertanto non totalmente condivisibili”.
E come non dimenticare, infine, che uno dei tre coordinatori Pdl, l’ex reggente di An, Ignazio La Russa, venerdì scorso, parlando delle liste per le europee che sono in dirittura d’arrivo, aveva detto: “Le nostre liste non saranno uno specchietto per le allodole. Non ci saranno calciatori e cantanti e neanche giornalisti televisivi, come invece avviene a sinistra”. Ma nella sua dichiarazione non una parola sui personaggi femminili provenienti dal mondo dello spettacolo, che ovviamente in lista ci saranno.

Europee senza big: nel Pd cresce la lista “Strasburgo? No, grazie”

Il segretario del Pd Dario Franceschini

Avrà pure indossato il cappello da ferroviere, ma Dario Franceschini, segretario nazionale del Pd, non è riuscito a vendere tutti i biglietti di “prima classe” per Bruxelles. Una volta in Europa, il Pd dovrà “decidere” come (e se) accostarsi al gruppo dei socialisti. Il problema, per ora, però è riuscire a portare a Strasburgo qualcuno che conti. Si sta infatti per chiudere il capitolo delle candidature per le elezioni europee del 6 e 7 giugno e i democratici hanno già dato il via libera alle liste per Strasburgo. Le esclusioni di lusso sarebbero tante, forse troppe: una decina gli “ex” di spicco - a questi si aggiunge lo scrittore Roberto Saviano - che hanno risposto picche ai ripetuti appelli fatti dal segretario, tanto da farne una lista a parte, quella del “no, grazie”.
A partire proprio dal “deus ex machina” del Partito Democratico, Goffredo Bettini, che non ha digerito la nomina a capolista nel Centro del vicedirettore del Tg1 David Sassoli, mezzobusto Rai con simpatie per il centrosinistra. Bettini ha rinunciato a candidarsi alle europee e il suo posto sarà preso da Giampiero Cioffredi, presidente dell’Associazione “Nero, non solo”.

Spostandosi più a Sud, Franceschini (che è un ex Margherita) non è riuscito a candidare nelle Isole per le europee Enzo Bianco, l’ex sindaco di Catania ed ex ministro dell’Interno, pure lui ex Margherita e ora senatore con il centrosinistra. “Nel Parlamento italiano c’è bisogno di personalità competenti come la sua”, ha giustificato la scelta qualche giorno fa il segretario del Pd, annunciando che Bianco sarebbe rimasto senatore. L’Europa non piace anche a tre cattolici di spicco del Pd: hanno declinato l’invito Sergio D’Antoni, ex segretario della Cisl e ora deputato alla Camera per il Pd; il senatore del Pd Marco Follini (ex Udc) e Franco Marini (ex Margherita). “Desidero completare il mio mandato a palazzo Madama. Poi, come ripeto spesso, ormai appartengo alla riserva”, ha detto l’ex presidente abruzzese di Palazzo madama. Si sono aggiunti alla lista “no, grazie” anche gli ex Ds, Piero Fassino e Luciano Violante, nonché l’imprenditore Renato Soru, ex governatore della Sardegna per il centrosinistra ed editore dell’Unità. Appare definitivo, inoltre, l’addio a Bruxelles da parte dell’ex premier Romano Prodi: “Quando ho detto ‘esco dalla politica’ l’ho detto con serietà”, ha spiegato il Professore.

E contro la strategia di Franceschini ci si è messo pure il Direttivo del Pd, che ha escluso i sindaci e i governatori: tranne Flavio Zanonato, sindaco uscente di Padova, che all’ipotesi di un seggio al Parlamento europeo ha preferito ritentare le comunali per il secondo mandato; il sindaco di Bari, Michele Emiliano, e i governatori della Campania, Antonio Bassolino, e del Piemonte, Mercedes Bresso, hanno rinunciato dopo la decisione dei vertici del partito di evitare la candidatura di chi ricopre ruoli di governo e amministrazione.Franceschini, tra le altre, ha provato pure la carta Roberto Saviano. Ma l’autore di Gomorra - che piaceva anche alla Lega per una candidatura al Sud - avrebbe risposto picche. La lista “no, grazie”, infine, si conclude con l’ex Garante della Privacy, Stefano Rodotà: “Quindici anni da deputato, otto anni da presidente dell’Autorità per la privacy. Mi sembra più che sufficiente, ho già dato”, ha spiegato in un’intervista a Il Giornale. Tanti no, insomma. Tutti giustificati con il timore di mettere la propria faccia su una prevedibile batosta? O tutti impegnati ad affilare le armi per la “conquista del palazzo a ottobre”, quando al congresso un Franceschini sconfitto alle europee sarebbe una facile preda?

Eurodeputati: i trucchi e i vizi della casta italiana a Strasburgo

L'europarlamento di Strasburgo

Sono pagati meglio dei loro colleghi a Strasburgo ma disertano gli scranni, non conoscono le lingue, sono incapaci di fare lobby e, appena possono, tornano a casa.

È questa la fotografia dei nostri eurodeputati scattata dal giornalista Alessandro Caprettini e raccontata in un libro edito dalla Piemme (in libreria dal 5 maggio). Titolo: L’eurocasta italiana. Sottotitolo: Assenteisti, inefficienti, trasformisti, inaffidabili, eppure sono i più pagati di tutti. Ecco perché l’Europa non si fida di molti politici italiani.
Un ritratto non edificante che descrive i “mali” degli europarlamentari, molti dei quali purtroppo ampiamente noti e più volte denunciati. A cominciare dal malcostume di fare la “cresta” sui rimborsi dei biglietti aerei. Approfittando del sistema in uso al Parlamento europeo, che prevedeva un forfait calcolato in base alla distanza e alle più alte tariffe praticate dalle compagnie, per anni gli eurodeputati hanno viaggiato in economy incassando però una cifra più alta (quella spettante per la business class). Pratica ormai superata dalle nuove regole, che stabiliscono il rimborso a piè di lista, cioè dietro presentazione della ricevuta del biglietto di viaggio.
Ma il trucchetto, secondo i calcoli di Caprettini, ha fruttato alle tasche dei parlamentari fino a 14 mila euro l’anno. O anche di più nel caso di chi ha viaggiato con le compagnie lowcost da scali secondari, affrontando qualche scomodità a fronte di maggiori risparmi, poi tradotti in guadagni.
La seconda nota dolente riguarda i tanto vituperati stipendi. Gli eurodeputati italiani sono i più pagati dell’Unione. Un privilegio che deriva dalla situazione nazionale, dato che finora i paesi Ue fornivano agli eurodeputati lo stesso trattamento dei rispettivi parlamentari nazionali. Anche in questo caso la pacchia è finita: il nuovo statuto parlamentare prevede dalla legislatura che inizierà a luglio un trattamento economico uguale per tutti (se non si farà ricorso al regime transitorio, possibile ancora per due mandati).
A fronte di questo, la presenza degli italiani a Strasburgo e Bruxelles lascia molto a desiderare. E così anche l’efficacia della loro azione politica e il peso della pattuglia tricolore. Secondo quanto ricostruito da Caprettini, una prima analisi della legislatura 2001-2004 (prima dell’allargamento dell’Unione a est) relegava gli italiani in fondo alla classifica dei 15 paesi Ue con appena il 68,64 per cento di presenze. Un secondo esame della legislatura ancora in corso rivela che le cose non sono cambiate granché. Se in passato l’Italia ha contato al Parlamento europeo, ora è in affanno. “Da 30 anni non si ottiene più la presidenza, ma nemmeno si parla di un italiano come possibile candidato, se si esclude l’ipotesi che riguardava l’ex sindaco di Bologna Renzo Imbeni”.
Il cahier des doléances non finisce qui. “I nostri eletti fanno ben poco per imparare una lingua straniera” lamenta Caprettini. “E sono quindi in somma difficoltà non solo in aula o nei lavori in commissione ma anche di fronte a giornalisti stranieri e ai lobbisti, sempre presenti in gran numero”.
Non va meglio sul fronte della fedeltà politica. Gli italiani, mantenendo forse abitudini prese nel Parlamento italiano, sono inclini a cambiare casacca. La transumanza registra svariati casi di politici eletti con uno schieramento e poi passati a un altro, una volta a Strasburgo. Senza contare quella che l’autore evoca come la “sindrome Malfatti”: non appena si presenta l’occasione, gli europarlamentari abbandonano le istituzioni Ue, come fece Franco Maria Malfatti, scelto nel 1970 come presidente della Commissione delle Comunità economiche europee, che lasciò dopo neppure due anni di mandato in vista delle elezioni politiche del maggio 1972.
Attualissima, vista l’imminenza delle europee di giugno e le liste alle quali si lavora in questi giorni, la parte dedicata alla selezione dei candidati da mandare a Strasburgo. “C’è un altro dato che può spiegare lo scarso apprezzamento: la poca familiarità con l’istituzione europea”. Nell’ultimo voto del 2004, per esempio, oltre ai soliti politici più o meno di professione l’Italia ha privilegiato atleti, cantanti e personaggi televisivi, mentre negli altri paesi dominavano cattedratici ed esperti.
“Nella Penisola invocavano la preferenza, a sinistra, l’anchorwoman del Tg1 Lilli Gruber e con lei Michele Santoro e il disegnatore Vauro. A destra si replicava con Iva Zanicchi, Marcella Bella, Alessandro Cecchi Paone, Solvi Stubing, nota per essere la protagonista dello spot “Chiamami Peroni”, l’ex fondista azzurra Manuela Di Centa e persino l’attrice Clarissa Burt… Da noi la caccia alla preferenza punta a imbarcare veline e calciatori”. Caprettini continua: “Se a Bruxelles e a Strasburgo porti soubrette, politici bolliti o capetti di bande corporative, è logico che si finisca tagliati fuori dai giochi”.
Vanno ricordati naturalmente gli eurodeputati corretti. Un esempio: nella penultima legislatura Franz Turchi (eletto con Alleanza nazionale nel gruppo Uen) fu nominato vicepresidente alla commissione Bilancio, svolgendo un buon lavoro. Ma, come ricorda lo stesso eurodeputato, nella più completa indifferenza dell’Italia. “Dovevo quasi supplicare 20 righe ai direttori dei giornali per far uscire la notizia che avevamo ottenuto importanti finanziamenti. E quando a Roma passavo alla Camera o al Senato, un sacco di amici mi chiedevano cosa mai si discutesse da noi in commissione, concludendo con un inevitabile: ma che ce vai a fa’?”.

I NUMERI
Busta paga e rimborsi dell’eurodeputato (tratti dal libro).
140.436 euro l’anno, pari a 11.703 euro al mese, è l’indennità annua di base degli eurodeputati italiani (cifre lorde).
287 euro al giorno, forfettari, di presenza alle sedute di aula o in commissione.
15.496 euro al mese per reclutare uno o più assistenti parlamentari.
4.052 euro al mese di spese generali (segreteria e gestione di ufficio).
8.153 euro mensili lordi percepiscono ogni mese gli austriaci, al secondo posto in classifica dopo gli italiani.
7.339 euro mensili prendono i tedeschi, al terzo posto. Ancora meno guadagnano i francesi (6.952 euro), gli inglesi (6.336) e gli spagnoli (3.126).

Giustizia senza fine e processi troppo lenti, l’Ue bacchetta l’Italia

Palazzo di Giustizia

L’Italia ha fatto dei progressi ma non ha ancora risolto in modo definitivo il problema della lunghezza dei processi: quasi 9 milioni i casi pendenti nei tribunali. Servono dunque “con urgenza misure ad hoc” per far fronte ai ritardi nella giustizia. Ci sono luci, ma restano anche delle ombre, nella fotografia scattata dal Consiglio d’Europa nella risoluzione provvisoria sulla durata dei procedimenti italiani, bancarotta inclusa.
“Il comitato dei ministri ha rilevato con interesse il progressi ottenuti con le misure adottate finora in ambito di procedimenti civili, penali e amministrativi” si legge in una nota diffusa a Bruxelles dall’organizzazione con sede a Strasburgo. “Il comitato sottolinea tuttavia che, dato il sostanziale ritardo in ambito civile e penale, approssimativamente 5,5 milioni di casi civili e 3,2 milioni di casi penali pendenti, come anche in ambito amministrativo, va ancora trovata la soluzione definitiva al problema strutturale della durata dei processi”.

Il comitato ha lanciato dunque un appello alle autorità italiane affinché “perseguano attivamente i loro sforzi per assicurare la rapida adozione delle misure già previste per i processi civili e penali e adottare con urgenza misure ad hoc per ridurre i ritardi in ambito civile, penale e amministrativo”.
Ma non solo. “Si incoraggiano fortemente le autorità a considerare una modifica della legge Pinto del 2001 per creare un sistema che risolva il problema dei ritardi nel pagamento delle compensazioni dovute, per semplificare le procedure ed estendere la portata dei rimedi per includere le ingiunzioni accelerando i processi”. Fari poi sui fallimenti. “La riforma del 2006 sui processi per bancarotta - si legge nel testo - ha contribuito a diminuirne il numero ed accelerarli”.
Nei casi di bancarotta il Consiglio d’Europa chiede dunque “alle autorità italiane di continuare gli sforzi per assicurare che la riforma contribuisca pienamente all’accelerazione di questi procedimenti e di prendere misure per rendere più rapidi i processi pendenti a cui non si applica la riforma”.
Il comitato dei ministri “invita le autorità italiane ad assicurare l’attuazione delle riforme e valutarne gli effetti con la prospettiva di adottare, se necessario, ulteriori misure”, si legge ancora nella nota sulla risoluzione. La Corte “continuerà ad esaminare l’attuazione di questi casi al più tardi alla fine del 2009 per i procedimenti amministrativi, metà 2010 per quelli civili, penali e fallimentari”.

Per le Europee tra Pdl e Pd spunta la riforma del 90° minuto

Alle urne

di Stefano Brusadelli

Sia pure espresso nel linguaggio curiale della politica, il messaggio che i due negoziatori affidano a Panorama è inequivocabile: entrambi gli usci sono ancora aperti. Tra meno di sei mesi, il 6 e 7 giugno, si vota per rinnovare il Parlamento europeo, la maggioranza e l’opposizione sono ai ferri corti su quasi tutta l’agenda politica, ma la possibilità di riscrivere insieme le regole elettorali esiste ancora. A condizione di stringere un accordo in fretta, non oltre la fine di gennaio, e di procedere a una sorta di scambio in nome della reciproca utilità.
Dice il vicepresidente dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello, plenipotenziario di Silvio Berlusconi per le riforme istituzionali: “Sulla riforma della legge elettorale europea abbiamo scontato l’incertezza della linea del Pd dopo le politiche. Ma il Pd sa bene che se decide di tornare a perseguire la valorizzazione del bipartitismo, da parte nostra non troverà le porte sbarrate”.

Sull’altro versante ecco Antonello Soro, presidente dei deputati del Pd, il primo, dopo il voto di aprile, a proporre ai vincitori un tavolo per un accordo complessivo sulle regole: “Su tutte le riforme importanti non ci siamo mai sottratti al confronto. Ci vorrebbe un diverso clima politico generale, ma non siamo contrari a riprendere la discussione sulla riforma elettorale europea. A condizione però che questa legge consolidi il bipolarismo, e non consolidi invece la scelta verticistica degli eletti che c’è nella legge elettorale nazionale”.
Entrambi gli schieramenti avranno motivi di seria preoccupazione, se a giugno si dovesse applicare il sistema attuale, con le preferenze e senza soglia di sbarramento. Silvio Berlusconi teme che all’indomani del congresso di metà marzo, che sancirà l’avvio della fusione tra Fi e An, tra i due (ex?) partiti ricominci uno scontro fratricida per la raccolta delle preferenze; destinato, per di più, a concludersi con la prevalenza di An, partito più radicato. Walter Veltroni, soprattutto dopo l’esito disastroso del voto abruzzese, ha un timore più corposo, e cioè che i minipartiti neutralizzati alle ultime politiche grazie alle soglie di sbarramento possano tornare in campo rubando voti e seggi al già esangue Pd.
In base a un recente sondaggio della Ipr Marketing, sarebbero ben cinque (Prc, Verdi, Sinistra democratica, Ps e Radicali) i partiti di centrosinistra che navigando sopra la soglia dell’1 per cento riuscirebbero a mandare almeno un rappresentante a Strasburgo. In queste condizioni sarebbe impossibile per Veltroni presentare il voto a queste liste come una scelta inutile, e al Pd mancherebbero probabilmente tra 4 e 5 punti percentuali, accelerando il definitivo tracollo della stagione veltroniana e forse la stessa sopravvivenza del partito che ha messo insieme Ds e Margherita.

Senza contare che anche per Veltroni l’abolizione delle preferenze sarebbe vantaggiosa, consentendogli di attribuirsi la parola definitiva sulla scelta degli eletti a scapito dei suoi avversari interni, Massimo D’Alema in primis.
“Tra Berlusconi e Veltroni” ragiona il politologo Augusto Barbera, area Pd, “ci sono paradossalmente interessi convergenti, anche se non lo possono dire. Tutti e due sono interessati a cancellare le preferenze e a rafforzare l’evoluzione bipolare del sistema politico italiano contro chi vuole rimetterla in discussione”.
Fatto sta che gli sherpa dei due schieramenti hanno ripreso in questi giorni il filo del dialogo, mettendo sul tavolo anche un’idea inedita per tentare di superare lo scoglio delle preferenze. Mentre su una soglia di sbarramento al 4 per cento ci sarebbe già un’intesa di massima, sull’abolizione delle preferenze si tratterebbe di fare i conti non solo con la contrarietà di An e Udc, ma anche con quella di buona parte del Pd.

Un po’ perché (vedere le parole di Soro) in tal modo risulterebbe legittimata l’analoga abolizione esistente nella legge elettorale nazionale, contro la quale il partito è in polemica; un po’ perché in nome della comune battaglia a favore delle preferenze si spera di agganciare i centristi di Pier Ferdinando Casini.
La soluzione del rebus, stando ai contatti di questi ultimi giorni, potrebbe arrivare da nord. Cioè dai sistemi in vigore in Svezia e in Belgio che, in modo a dire il vero piuttosto complicato, mantengono le preferenze ma ridimensionandone il peso. In Svezia esiste un meccanismo per cui le preferenze possono sovvertire l’ordine di lista soltanto se superano una determinata percentuale. In Belgio, in base a una formula matematica, si computano i voti al partito non accompagnati dall’indicazione della preferenza come se fossero voti confermativi dell’ordine di lista. Due soluzioni salomoniche per salvare le preferenze, ma depotenziandole.

Impronte ai bimbi rom, la Ue non ferma il governo

Bambini nomadi

Il Parlamento europeo censura Roma sull’identificazione dei bimbi rom attraverso le impronte digitali e il governo italiano insorge. “Siamo indignati”, contrattacca Roberto Maroni; “un voto pregiudiziale e politico”, e insieme una “indegna accusa di razzismo” verso il governo, puntualizza il titolare degli Esteri ranco Frattini. Poi il responsabile del Viminale precisa: “Impronte solo in quei casi in cui non è possibile una identificazione certa attraverso i documenti”,a nche perché “Noi, al contrario di quanto si afferma nella risoluzione, non abbiamo mai parlato, in nessun documento, di etnia rom”, ma di “campi nomadi abusivi”. Tutto ha inizio questa mattina quando a Strasburgo passa la risoluzione presentata dai gruppi del centrosinistra e liberaldemocratici che boccia le misure di emergenza nei campi nomadi italiani proposte dal ministro Maroni.
La replica da Roma arriva in una conferenza alla Stampa estera: Maroni e i suoi colleghi, il ministro degli Esteri Frattini, e per le politiche comunitarie Ronchi, si dicono “indignati”. “Una parte del Parlamento europeo” attacca Maroni “sfrutta il sentimento di pietà nei confronti dei bambini e delle minoranze etniche per attaccare l’azione di un governo europeo che per la prima volta pone mano a questa situazione di degrado sociale e umano per affrontarla e risolverla nel modo giusto”. E ancora: “il governo andrà avanti fino in fondo, nel pieno e totale accordo con la Commissione Europea, perchè censire i campi nomadi e restituire dignità a chi vi abita è una battaglia di civiltà”.
Più tardi, il ministro dell’Interno prova a smorzare i toni e argomenta: “Le impronte digitali per chi vive nei campi nomadi, anche minori, sono uno strumento che viene utilizzato solo in quei casi in cui non sia possibile una identificazione certa attraverso i documenti disponibili”. La prima fase di attività, afferma il ministro, “ha fatto emergere un limitato uso di tale strumento e tutte le procedure vengono eseguite nel rispetto della persona ed in condizione di riservatezza”.
Nel testo della risoluzione approvata a Strasburgo si esorta l’Italia “ad astenersi dal procedere alla raccolta delle impronte digitali dei rom, inclusi i minori, e dall’utilizzare le impronte già raccolte in attesa dell’imminente valutazione delle misure previste annunciata dalla Commissione, in quanto questo costituirebbe chiaramente un atto di discriminazione diretta fondata sulla razza e l’origine etnica”.
Frattini puntualizza: il voto di Strasburgo “non impedirà al governo di andare avanti. La Commissione Europea è l’unico organismo competente a valutare la legittimità del provvedimento”. Il titolare della Farnesina quindi osserva: “pensate quanto è comodo per i trafficanti di bambini e di organi che ci siano bambini senza identità”. Al contrario, “con la raccolta delle impronte digitali, ma anche di altri dati, si potranno fornire all’Interpol gli strumenti per ritrovare i ‘bambini spariti’ e rimasti magari vittime di pedofili”.
Ma lo stop di Strasburgo ha scatenato il dibattito politico: il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, ha esortato il governo ad andare avanti, ma di segno opposto sono i commenti del centrosinistra. Secondo Marco Minniti, ministro ombra degli interni del Pd, la risoluzione conferma che “la raccolta delle impronte per i bambini rom evoca odiose discriminazioni”.
Dello stesso avviso la presidente dei senatori del Partito democratico, Anna Finocchiaro, e l’ex prefetto di Roma e senatore del Pd Achille Serra, che osserva: “Sorprendente come neanche il pronunciamento del Parlamento europeo riesca a scalfire le assurde certezze della destra”. Per la vicepresidente del Senato, la radicale Emma Bonino, è un voto “importante, anche se non vincolante, frutto di una grossa battaglia politica perché il Ppe ha cercato fino all’ultimo di rinviare la votazione”. Secondo l’ex ministro della solidarietà sociale ed esponente del Prc Ferrero: “È ora che Maroni si rimangi la sua folle decisione e, soprattutto, che i prefetti di tutt’Italia fermino immediatamente la schedatura dei bambini rom”.

Il VIDEO servizio:

Grande fuga da Strasburgo. Per candidarsi al voto in Italia

L'aula dell'Europarlamento di Strasburgo: 78 gli italiani su 785 membri
di Anna Maria Angelone

Con buona pace della retorica sull’importanza dell’Europa, più di un quarto degli eurodeputati italiani è in corsa per il voto politico e amministrativo del 13 aprile. Ben 23 dei 78 eletti al Parlamento europeo a giugno 2004 sono ora candidati nelle liste di Camera, Senato, regione, provincia, o sono già indicati per competere in altre consultazioni future.
Mentre sono già 18 i deputati che hanno lasciato Strasburgo durante la legislatura in corso, tra i quali Massimo D’Alema, Fausto Bertinotti, Pierluigi Bersani, Emma Bonino, Antonio Di Pietro, Lorenzo Cesa, Paolo Cirino Pomicino, Enrico Letta e Michele Santoro.
In vista del 13 aprile, per i popolari sei sono i nomi in lizza subito e altri tre sono “prenotati” per il futuro (fra i quali Giuseppe Gargani che punterebbe alla Regione Campania). Altri 4 candidati sono dell’Unione per l’Europa delle nazioni, in cui sono An e Lega.
Per il centrosinistra, 4 provengono dall’Alleanza dei democratici e liberali (3 eletti con il Pd e uno dai Repubblicani europei), 2 dal gruppo socialista. Altri 2 appartengono alla Sinistra unitaria europea. Tra i “non iscritti”, corrono Alessandra Mussolini e Luca Romagnoli. In caso di vittoria, si dovrà optare per uno dei due posti perché il nuovo regolamento prevede incompatibilità tra impegno europeo e nazionale. Ai dimissionari subentrano i primi non eletti del collegio di provenienza.
Che, dunque, ora sperano caldamente di godere, almeno per un anno, del ricco trattamento connesso al seggio di Strasburgo.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
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