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I governatori Antonio Bassolino (Campania), Agazio Loiero (Calabria) e Nichi Vendola (Puglia)
di Stefano Brusadelli
Quattro governatori in difficoltà, e con le elezioni alle viste.
Una montagna di soldi (per dare l’idea, l’equivalente di tutto il pil annuale della Bulgaria) che dovrebbero arrivare.
E un ministro che ha disperato bisogno di denari e non si fa intenerire dalle ragioni (anche legittime) del meridionalismo. Su questo plot si gira “il partito del Sud”, il tormentone politico dell’estate 2009. Una classica trama di potere, di voti e, appunto, di soldi.
L’arcigno ministro è il responsabile dell’Economia, Giulio Tremonti. Il tesoro è quello del Fas, una montagna d’oro che valeva in origine 63 miliardi di euro e che tra il 2007 e il 2013 avrebbe dovuto beneficiare per l’85 per cento (53 miliardi) le quattro regioni italiane con il reddito più basso, ossia Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.
Ma che ora, abbondantemente utilizzato per varie esigenze del bilancio statale, si è ridotto alla metà, rimasta fra l’altro congelata a Roma. I governatori che sono scesi sul piede di guerra evocando (in verità senza troppa convinzione) lo spauracchio di una Lega in salsa meridionale sono, appunto, i quattro moschettieri del Sud. Che al momento hanno le piume alquanto ammaccate e di spendere quei soldi hanno gran bisogno. Sia per provare a fronteggiare un Pdl in forte avanzata sia (soprattutto) per evitare di essere rottamati dai loro stessi compagni di schieramento.
In Calabria l’ex margheritino Agazio Loiero, con un consiglio abbondantemente lambito dalle inchieste giudiziarie, guarda alle regionali del 2010 come a un incubo. Se al congresso del Pd vincerà Dario Franceschini, a fargli le scarpe come candidato del centrosinistra sarà Marco Minniti, che ha puntato le sue carte sul segretario in carica. Se invece ce la farà Pier Luigi Bersani, il pericolo non sarà da meno: in un eventuale accordo nazionale con l’Udc, che i dalemian-bersaniani perseguono con determinazione, al partito di Pier Ferdinando Casini andrà quasi certamente la Calabria, dove si scalda il deputato Roberto Occhiuto. E in ogni caso sulla regione incombe la candidatura del dipietrista Luigi De Magistris, votatissimo alle europee. Loiero, che finora di infrastrutture ne ha inaugurate poche, ha almeno bisogno di far vedere che fa sul serio con il raddoppio e la messa in sicurezza della statale 106 ionica tra Taranto e Reggio Calabria, 490 km tra i più pericolosi d’Italia.
Il voto del 2010 è un incubo anche per il governatore pugliese Nichi Vendola. E non solo perché da quelle parti alle amministrative di giugno il Pdl ha sfondato quasi ovunque. Il leader di Sinistra e libertà è entrato in rotta di collisione con Massimo D’Alema per questioni di potere locale e in caso di vittoria di Bersani al congresso corre il rischio di essere giubilato per fare posto a Francesco Boccia, giovane tecnocrate legato a Enrico Letta che fu già suo avversario alle primarie pugliesi del 2005.
I soldi del Fas a Vendola servono anzitutto per le bonifiche ambientali di Taranto, Brindisi e Manfredonia, per la messa in sicurezza di 990 scuole e per la metropolitana di Bari, dove amministra l’ultimo vero alleato che gli è rimasto, il sindaco Michele Emiliano.
Caso diverso, ma non troppo, nella Campania dell’inossidabile Antonio Bassolino. Il governatore ha deciso di tentare il grande ritorno al comune, dove fu già sindaco tra il ‘93 e il 2000. A parte che i ritorni (vedi Francesco Rutelli a Roma) possono riservare brutte sorprese, e che anche in quella regione il centrodestra è in crescita (a giugno si è votato per le province di Napoli, Avellino e Salerno e il Pdl ha fatto l’en plein), nel Pd monta la fronda verso un personaggio che non ha certo legato il suo nome a una stagione felice per la Campania.
Bassolino si prepara ad abbattere in autunno la giunta di Rosa Russo Iervolino, pure lei del Pd, per far coincidere la fine del suo mandato in regione con le elezioni comunali, altrimenti fissate nel 2011; ma sulla sua strada si è messo un gruppo di giovani del Pd (Enzo Amendola, Stefano Graziano, Tonino Cuomo, Guglielmo Vaccaro) decisi a contrapporgli l’europarlamentare Andrea Cozzolino. Inutile dire che anche le chance bassoliniane dipendono dalla disponibilità dei miliardi del Fas, che secondo il piano già presentato al Cipe dovrebbero servire a completare l’autostrada Salerno- Reggio Calabria, la metropolitana di Napoli e l’asse viario tra Lioni e Grottaminarda, nell’Avellinese.
Resta la Sicilia, cioè la regione dove tutto lo sconquasso è nato (e proprio oggi il Cipe, Comitato interministeriale per la programmazione economica, ha dato via libera allo sblocco di 4miliardi e 313 milioni di euro del Fas, destinati alla Sicilia - il 43% sarà dedicato ai progetti per infrastrutture con il ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola, che ha precisato che il trasferimento delle risorse avverrà con l’avanzamento dei lavori - disinnescando di fatto la protesta del frondista Lombardo).
Anche qui c’è una trama squisitamente politica. Nato nell’orbita del Pdl, il governatore Raffaele Lombardo si è progressivamente affrancato dal centrodestra, soprattutto quando ha deciso di mettere mano ai delicati equilibri della sanità regionale.
Oggi la sua situazione è assai incerta: oltre che l’Udc dell’ex governatore Totò Cuffaro, si trova contro quasi tutto il Pdl tranne Gianfranco Miccichè e Stefania Prestigiacomo, che però difficilmente sarebbero disposti a rompere con il Cavaliere (E infatti dopo lo sblocco dei fondi da parte del Cipe, per Miccichè “quello approvato oggi dal Cipe è il Par della pace”. E il partito del sud, tutto appianato nel centrodestra? “Il partito del sud era uno strumento per raggiungere un obiettivo. Se l’obiettivo si raggiunge, con Tremonti non ci sono problemi”).
Se la guerriglia dovesse continuare (”Il partito del Sud rimane una spada di Damocle. Visti i risultati che abbiamo ottenuto, prima o poi lo faremo“, ha detto il leader autonomista), Lombardo non esclude un autoaffondamento della sua giunta per andare al voto anticipato nel 2010. Magari anche contro il Pdl, e facendo l’occhiolino al Pd di Sergio D’Antoni:
Gli uomini del governatore siciliano dicono ancora più apertamente ciò che si mormora anche a Bari, Reggio e Napoli, e cioè che il taglio dei fondi Fas nasca anche dalla volontà del governo di togliere ossigeno ad amministrazioni regionali di centrosinistra o, nel caso siciliano, non ortodosse. E anche qui la lista della spesa è lunga: il porto di Augusta, gli interporti di Termini Imerese e di Catania Bicocca, il completamento dell’anello autostradale e il rinnovo della rete ferroviaria.
All’insegna del Sud tradito, è partito il cannoneggiamento verso la capitale. “Da una parte” dice Loiero a Panorama “il governo parla di federalismo, dall’altra procede a un accentramento di risorse. Mi sembra una strana politica”.
“Il Sud” tuona il senatore Giovanni Pistorio, punta di lancia a Roma del Mpa di Lombardo, “ha diritto ai suoi investimenti strategici. E poi basta con i luoghi comuni: non c’è una sola zona del Sud dove il livello di spesa pubblica sia più alto che nel Nord”.
Gli fa eco Gianfranco Viesti, assessore pugliese al Mezzogiorno: “Qui gli investimenti sono inferiori a una qualunque regione a statuto ordinario del Nord”. “Ormai” protesta l’assessore al Bilancio della Campania Mariano D’Antonio “l’agenda del governo la fa la Lega”.
Tutti argomenti che però dalle parti di Tremonti lasciano il tempo che trovano. Perché se al Sud si sospetta una stretta con timing politico, lì sono convinti che i soldi del Fas sarebbero stati spesi, più che in opere strategiche, per annaffiare cooperative, lavoratori socialmente utili o, addirittura, per pagare stipendi. Dopo l’intervento diretto di Silvio Berlusconi, i cordoni della borsa si riapriranno un poco; ma non certo come si spera al Sud. Anche perché la minaccia di un partito del Sud agitato da leader così eterogenei tra loro non la prende sul serio nessuno.
(hanno collaborato Antonio Calitri e Carlo Porcaro)

Li ha convocati per un pranzo-vertice. Li ha riuniti intorno a un tavolo di Palazzo Grazioli per dire che no, non c’è spazio per un “Partito del Sud”, perchè a rappresentare le istanze del Mezzogiorno c’è già il Popolo delle Libertà, e la dimostrazione è il piano per la Sicilia e per il sud che il governo varerà dopo le ferie. Anche per questo l’unità del Pdl non deve essere minimamente messa in discussione.
È un alt, forte e chiaro, quello che il premier Silvio Berlusconi avrebbe espresso nella riunione con i “lealisti” del Pdl siciliano tenutasi a palazzo Grazioli, secondo quanto riferito da alcuni dei partecipanti: “Nessuno può minare l’unità del Pdl. La mia missione è, è stata e sarà quella di costruire questo grande soggetto politico a qualsiasi sacrificio. Io ci tengo ancor più dell’attività di governo”. Insomma: non c’è possibilità per alcun progetto politico al di fuori del Pdl. “Ci sono delle regole, dei coordinatori e una struttura chiara. Non ci sono altre possibilità e spero che anche Micciché, che conosco da tanto tempo, si adegui a questa realtà”, ha spiegato il premier.
Al pranzo nella residenza del presidente del Consiglio (piatto unico: pomodori al riso e roast-beef seguiti da un gelato, racconta Il Giornale) erano presenti il ministro della Giustizia Angelino Alfano, i coordinatori siciliani del Pdl Domenico Nania e Giuseppe Castiglione, presidente della Provincia di Catania, e numerosi parlamentari e amministratori locali dell’isola tutti del “correntone” che fa capo al ministro Angelino Alfano e al presidente del Senato Renato Schifani.
Mancavano cioè i frondisti, quelli dell’Mpa del governatore Raffaele Lombardo e quelli dell’area di Gianfranco Micciché(fra i senatori il gruppo può contare su Mario Ferrara e Roberto Centaro; alla Camera su Fallica, Minardo, Grimaldi, Stagno): “Coloro che hanno messo in atto un ricatto non corretto, arrivando addirittura a non votare l’ultima fiducia alla Camera, con una posizione dialetticamente sbagliata”, spiega il senatore Antonio D’Alì al termine della riunione. Riferisce il senatore Carlo Vizzini, laconico e soddisfatto: “Qualunque altro soggetto non ha spazio, non c’è spazio per nessun “Partito del Sud, perchè c’è già il Pdl. E la dimostrazione e il bel piano per la Sicilia e per il sud che oggi ci ha illustrato il presidente Berlusconi”.
“Stiamo lavorando” ha osservato il Cavaliere secondo quanto viene riferito “ad un grande piano per il Sud e lo dovremo fare tutti insieme. Noi sappiamo che il Mezzogiorno è uno dei problemi prioritari per l’esecutivo”.
Il coordinamento regionale ha consegnato al premier un documento, un contributo in cui vengono riportate le priorità per la Sicilia. Nel documento si parla dell’utilizzazione “virtuosa e non con fondi a pioggia” delle risorse, della necessità di una cabina di regia fra fondi europei i e fondi Fas e si sollecità il governo regionale a mettere in campo i soldi già disponibi. La premessa è che “il Pdl è un partito di aggregazione , non di divisione” e “c’è piena fiducia nell’impegno, anche a fronte delle diverse emergenze, che il governo sta mettendo per il Sud”. Berlusconi ha apprezzato, riferiscono le stesse fonti, il documento e ha aperto “alla discussione per qualsiasi contributo ulteriore”. “Insieme ‘rifaremo’ il Sud”, ha sottolineato il presidente del Consiglio.
Il primo mattone sarà posto venerdì 31 luglio, con la riunione del Cipe (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) che delibererà stanziamenti di 4 miliardi per le infrastrutture. Mai più finanziamenti a pioggia, ha assicurato Berlusconi ai presenti, ma soltanto finanziamenti in conto capitale per recuperare i ritardi infrastrutturali accumulati dal Mezzogiorno e dalla Sicilia in questi anni. Subito dopo ci sa sarà il Consiglio dei ministri.
Il complesso delle infrastrutture da finanziare in Sicilia, secondo quanto si è appreso, è stato calcolato da Berlusconi in 138 progetti “già definiti dal ministro per le infrastrutture Altero Matteoli per il Sud“, a partire da quello per il ponte sullo Stretto. Nella seduta del Comitato interministeriale per le infrastrutture in programma domani, saranno deliberati fondi per 200 milioni per opere infrastrutturali nel Comune di Palermo.

Un tempo era così con gli appartamenti: la casa in affitto, sì, ma non alla gente del Sud.
Ora, invece, è toccato alle scuole. Quelle di Vicenza, che da ora in poi potranno avere solo dirigenti scolastici (in palio ce ne sono 647 autorizzati dal ministero dell’Economia per l’anno scolastico 2009-2010) veneti D.O.C.G, per contrastare la strapresenza di presidi provenienti da altre regioni d’Italia (soprattutto da Calabria, Campania, Marche, Puglia, Sardegna, Sicilia).
Razzismo o autotutela?
A dire sì all’ordine del giorno proposto dall’Assessore all’Istruzione Morena Martini, relativo alla copertura dei posti disponibili di dirigente scolastico in provincia di Vicenza, un “plebiscito” trasversale: 26 consiglieri provinciali su 27 presenti, maggioranza e opposizione insieme.
Potrebbe sembrare una mozione razzista, quella votata quasi all’unanimità dal consiglio provinciale di Vicenza. Ma i consiglieri tengono a sottolineare il contrario: “Non si vuole puntare il dito contro le professionalità provenienti da altre regioni, ma ripristinare una situazione di diritto che alcune regioni, diciamo non virtuose, hanno disatteso”.
E poi: “Nel Veneto”, spiega l’assessore Martini, “ci sono circa 70 posti liberi da ricoprire, ma nessuna graduatoria regionale da cui attingere. Ci sono invece tanti dirigenti in lista di altre regioni d’Italia, non perché altrove siano più disponibili e bravi che da noi, ma perché noi siamo stati ligi alla normativa, che prescriveva, all’ultimo concorso, di occupare i posti liberi e prevedere una lista di riserva che non superasse il 10% dei posti disponibili. Noi l’abbiamo fatto, come al solito rispettosi della legge, mentre altri hanno creato liste di disponibilità pari, talvolta, anche al doppio dei posti da occupare. Così oggi ci troviamo a vivere il paradosso che non solo altre regioni d’Italia sono in grado di coprire i posti liberi, ma ‘avanzano’ dirigenti anche per il Veneto”.
Alla base della mozione vicentina ci sono cioè i soliti concorsi all’italiana. In questo caso, appunto, quello del 2004, dedicato proprio all’abilitazione al ruolo di dirigente scolastico: un numero massimo di posti a disposizione stabilito regione per regione, “superabile” al massimo del 10%, che in molte regioni del centro-sud diventarono molti, molti di più rispetto al previsto.
Secondo i consiglieri provinciali vicentini, la mozione è una provocazione ideata per sollevare la questione degli squilibri regionali nelle nomine dei dirigenti scolastici. Le regioni del sud (Lazio, Campania, Puglia, Calabria, Basilicata, Sicilia e Sardegna) a partire dal 2004 (anno del concorso per presidi) hanno raccolto un numero di domande per i posti di dirigenti superiori a quelli da ricoprire. Un fatto non previsto e sulla carta vietato, che ha mandato in tilt il sistema, con una serie di ricorsi e di guerre per carte bollate. Di qui la creazione di interminabili liste d’attesa, che difficilmente saranno mai esaurite. Al punto che, a cinque anni di distanza, le liste di candidati idonei al ruolo di dirigente si sono esaurite in quasi tutte le regioni del Centro-Nord. Mentre in Lazio, Marche, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna restano ancora circa 660 candidati.
Come la pensa il web
Dove sta la verità, dunque? Sono da bocciare i politici vicentini per la decisione di escludere tutti i candidati non veneti (e quindi anche quelli delle altre regioni del Centro-Nord), o i responsabili dei concorsi delle 6 regioni di cui sopra, incidentalmente tutte del Centro-Sud, colpevoli di aver creato una condizione di svantaggio?
Loro dicono di avere la legge dalla loro parte: la scelta di aprire alla mobilità regionale dei presidi senza cattedra è stata fatta a livello nazionale attraverso le leggi 296/2006 e 31/2008. Così le regioni del nord, che hanno adempiuto alle regole dei concorsi, nominando dirigenti numericamente corrispondenti ai posti da coprire, si sono viste “invadere” da richieste di presidi in cerca di incarico.
La risposta sta ai lettori. Noi, per ora, ci limitiamo a riportare alcune opinioni presenti nella Rete:
Dove andremo a finire?
“E allora, quali altri proposte dobbiamo aspettarci? Ah, ecco: niente giornalisti del Sud nelle redazioni dei media del Nord. Questa forse mancava. Aspettiamo di capire chi proporrà questa bella idea. Epperò, vi prego, non parlate di razzismo.”
Paolo Chiariello » A Vicenza solo presidi DOC, niente napoletani e meridionali. Non perché puzzano o hanno il colera, ma...
Salvini docet
“La Provincia di Vicenza, quasi all’unanimità, vota una delibera per dire no ai dirigenti scolastici provenienti dalle regioni del sud.
Quando a puzzare non sono solo gli alunni meridionali.”
giamo » Puzza
La ragione del più furbo
Indubbiamente queste regioni avevano alcune ragioni, visto che – persone di mondo – sapevano benissimo che concorsi non ce ne sarebbero più stati per molto tempo ancora, ma d’altra parte anche l’assessore di Vicenza ha ragione nel dire che non è giusto che oggi venga favorito chi ha fatto il concorso in una regione che non ha rispettato le regole.
Champ’s Version » Respingimenti di presidi a Vicenza?
Quoque tu, PD, fili mi?
“La cosa insopportabile è che una tale porcheria sia stata votata anche dai rappresentanti del PD.
La deriva oramai intrapresa da questo partito, sempre all’inseguimento delle peggiori pulsioni delle destre, non conosce più fine.”
Comitato Scuola Siracusa » No ai Presidi Meridionali: a Vicenza il Razzismo è Bipartisan
Chi l’ha detto che la questione meridionale è anacronistica? Le valigie non saranno più di cartone, al loro posto ci sono quelle con le rotelle, eppure continuano ad accompagnare i loro padroni lungo gli stessi “viaggi della speranza”.
Nel terzo millennio prosegue, infatti, indisturbato l’esodo dal Sud Italia verso le regioni più ricche del Nord. Lo rileva il “Rapporto sull’economia del Mezzogiorno 2009″, presentato oggi da Svimez (associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) a Palazzo Alteri, presso la sede dell’Abi.
Sono 700 mila le persone che fra il 1997 ed il 2008 hanno lasciato il proprio paese natale al Sud per raggiungere le città più ricche del Nord Italia. Solo nel 2008 il Meridione avrebbe perso 122 mila residenti: a fare la valigia più grande sono stati gli abitanti di Sicilia, Campania e Puglia, a fronte di un rientro di circa 60 mila persone.
“Caso unico in Europa” sottolinea il rapporto “l’Italia continua a presentarsi come un Paese spaccato in due sul fronte migratorio: a un Centro-Nord che attira e smista flussi al suo interno corrisponde un Sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarla con pensionati, stranieri o individui provenienti da altre regioni”. Alla base di questo esodo vi sarebbero ancora le difficili condizioni del mercato del lavoro, sia per il numero esiguo dei posti di lavoro rispetto agli occupati, sia per la carenza di figure di livello medio-alto
Quando non emigrano, viaggiano: sono i cosiddetti pendolari a lungo raggio i nuovi migranti degli ultimi anni. Nel 2008 sono stati infatti 173 mila gli occupati residenti a Sud con un posto di lavoro al Centro-nord o all’estero. Sono 23 mila in più del 2007 (+15,3%). “Cittadini a termine” come li chiama il rapporto Svimez, che rientrano a casa per il week-end o un paio di volte al mese. Sono giovani e con un livello di istruzione medio-alta. Spesso sono maschi, single, dipendenti full-time in una fase transitoria della loro vita, come l’ingresso o l’assestamento nel mercato del lavoro.
E non smette di crescere neanche la percentuale di cervelli in fuga: preferiscono rischiare piuttosto che accontentarsi. Sono, infatti, i laureati eccellenti a dire no a un futuro di incertezze economiche e ad abbandonare per primi la loro Terra: se nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti, tre anni più tardi la percentuale è arrivata al 38%.
“La mobilità geografica Sud-Nord - sottolinea il rapporto - permette una mobilità sociale. I laureati meridionali che si spostano dopo la laurea al Centro-Nord vanno infatti incontro a contratti meno stabili rispetto a chi rimane, ma a uno stipendio più alto”.
La crisi non aiuta: gli effetti sono stati particolarmente pesanti nel settore industriale che al Sud ha visto un calo del Pil del 3,8%, mentre le produzioni manifatturiere hanno segnato un calo di oltre il 6%. La fotografia è quella di un Meridione “in recessione, colpito particolarmente dalla crisi nel settore industriale, che da sette anni consecutivi cresce meno del Centro-Nord, cosa mai avvenuta dal dopoguerra ad oggi” scrivono i ricercatori dello Svimez. “Un’area sempre più periferica, dunque, da cui si continua ad emigrare, dove crescono gli anziani ma non arrivano gli stranieri, dove esistono le realtà economiche eccellenti ma non si trasformano in sistema né si intercettano stabilmente investitori e turisti stranieri”. E nonostante complessivamente nel 2008 il Pil al Sud abbia registrato un calo dell’1,1%, con una minima percentuale di differenza rispetto al Centro Nord (-1%), è il Pil per abitante a segnare lo stacco: è pari a 17.971 euro, il 59% del Centro-Nord (30.681 euro), con una riduzione del divario di oltre 2 punti percentuali dal 2000. Che però è dovuta solo alla riduzione relativa della popolazione. Ma a dare l’idea dell’immobilità del Sud è un altro indicatore: nel 1951 nel Mezzogiorno veniva prodotto il 23,9% del Pil nazionale. Sessant’anni dopo, nel 2008, la quota è rimasta sostanzialmente immutata (23,8%). Secondo il rapporto Svimez, a livello regionale la Campania mostra una diminuzione del Pil particolarmente elevata (-2,8%), mentre le altre regioni meridionali presentano perdite più contenute. Meno colpita dalla crisi la Puglia (-0,2%). Positiva è stata invece la performance della Basilicata, con una crescita del Pil nel 2008 rispetto al 2007 di ben il 24%
Amarezza è quella espressa dal capo dello Stato Giorgio Napolitano davanti alla lettura dei dati del Rapporto: “Deve crescere nelle istituzioni, così come nella società, la coscienza che il divario tra Nord e Sud deve essere corretto”, scrive Napolitano in un messaggio inviato al Presidente dell’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, Nino Novacco. Il capo dello Stato inserisce il tema del Mezzogiorno all’interno dell’attuale crisi economica. “La crisi economica” continua Napolitano “rafforza il convincimento che una prospettiva di stabile ripresa del processo di sviluppo debba essere fondata sul superamento degli squilibri territoriali, necessario per utilizzare pienamente tutte le potenzialità del nostro Paese. Il fatto che le politiche di riequilibrio territoriale messe in atto in passato abbiano conseguito risultati insufficienti rende certamente indispensabile un forte impegno di efficienza e di innovazione da parte delle istituzioni meridionali; ma questo impegno non sarebbe sufficiente senza il supporto di una strategia di politica economica nazionale mirata al superamento dei divari in termini di dotazione di infrastrutture, di investimento in capitale umano, di rendimento delle amministrazioni pubbliche e di qualità dei servizi pubblici”.
Deve essere, quindi, la politica a trovare nuove soluzioni, a far disfare le valigie ai cittadini italiani, e a offrire loro nuove opportunità. Sarà (anche) per questo che sta nascendo una Lega del Sud?
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“La questione meridionale sarà una spina nel fianco della politica italiana”. Gianfranco Viesti, assessore tecnico alla regione Puglia della giunta di Nichi Vendola con delega al Sud, non ha dubbi. Nato a Bari 51 anni fa e formatosi alla Bocconi di Milano, Viesti è professore associato di Politiche economiche all’Università di Bari, collaboratore della voce.info. Quest’anno ha pubblicato il libro Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è (Laterza). La sua convinzione? Un paese che vuole crescere non può abbandonare le aree più svantaggiate. Una preoccupazione di molti politici di spicco del Mezzogiorno. Come il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo (leader autonomista dell’Mpa), che ha proposto la nascita di un Partito del Sud alle amministrative del 2010. Un’idea, quella di Lombardo, che trova un consenso bipartisan, da Marcello Dell’Utri e Gianfranco Micciché, nel Pdl, fino ad Antonio Bassolino (governatore della Campania) e Agazio Loiero (presidente della Calabria), nel Pd.
Assessore, di leghe del Sud ne sono sorte a bizzeffe (ultima in ordine di tempo: “Io Sud”, micro partito della senatrice Adriana Poli Bortone che da qualche settimana ha lasciato il gruppo di An per approdare nel misto e collocarsi in semi opposizione al governo e ha debuttato alle recenti elezioni amministrative). Mai nessuna, però, è riuscita ad arrivare a Roma, fatta eccezione del Movimento per l’autonomia di Lombardo, se si può annoverare in tali movimenti. Non è forse destinato al fallimento un progetto del genere?
Invertirei l’ordine del ragionamento: prima occorre individuare i problemi e poi gli strumenti adatti per risolverli. L’Italia è un paese che funziona male, un paese che non cresce, con un basso tasso di occupazione, una rete welfare che tutela solo i maschi capifamiglia. Affrontare questi problemi è indispensabile e farlo vuol dire, soprattutto, affrontare il Sud, che ha gli stessi problemi delle altre regioni italiane, ma con un’intensità maggiore.
Qual è, allora, la differenza maggiore tra il Nord e il Sud del Paese?
La differenza più evidente è che nel Mezzogiorno si hanno peggiori servizi per i cittadini a fronte di un’alta pressione fiscale.
Ma il Sud è veramente dimenticato?
Parliamo di atti concreti: il Governo ha finanziato interventi strutturali in tutto il Paese togliendo 20 miliardi dai fondi che erano destinati allo sviluppo del Mezzogiorno. La vivacità di questa discussione sul Partito del Sud nasce, secondo me, come reazione a questa linea politica del Governo che ha penalizzato un’area in maniera netta. Ma questo non vuol dire che bisogna proporre una politica speculare: oggi si toglie al Sud per dare al Nord, ma è sbagliato anche il contrario.
Le regioni meridionali si sono rette grazie a sostanziosi finanziamenti da Roma. Su cosa potranno contare, se entrerà in vigore il federalismo fiscale chiesto dalla Lega?
Dipende da come sarà scritta la legge sul federalismo nei dettagli. Per come è scritta ora può essere tutto e il suo contrario, ossia può portare a un aspetto positivo del federalismo, più equo e con una maggiore responsabilizzazione dei cittadini delle varie regioni, ma anche a una versione bottegaia del federalismo, attenta più alla distribuzione delle risorse che all’efficienza del sistema. La Lega è il partito della spesa pubblica per i propri territori. Questa linea è sbagliata: una contrapposizione politica basata univocamente sulla contrapposizione tra territori. Ma i grandi paesi, come l’Italia, non crescono se non condividono obiettivi comuni che si raggiungono anche attraverso lo sviluppo di tutte le proprie aree.
Quindi anche lei è contro una maggiore autonomia fiscale delle regioni?
L’autonomia fiscale è già elevata. Accentuarla porterebbe a una maggiore responsabilizzazione sugli utilizzi delle risorse nel Sud, ma c’è anche il rischio di far sorgere forti contrapposizioni all’interno dell’Italia.
Insomma, una Baviera al Nord e una Bulgaria al Sud…
C’è questo rischio. Per questo la proposta del Partito del Sud, da parte di esponenti di spicco del Pdl, mi sembra una reazione di tipo sindacale all’azione del Governo. E anche io come italiano, per esempio, trovo indegno per i cittadini del Centro Nord che la maggior parte della spesa per il terremoto in Abruzzo gravi in gran parte sui cittadini del Sud.
Il partito del Sud piace anche a Bassolino e Loiero. C’è una fronda meridionalista anche nel Pd?
Entrambi gli schieramenti non possono non affrontare i problemi del Sud. Nel Pdl la situazione è più seria perché è il partito di Governo e trovo che la sua azione sia sinceramente antimeridionale. Ma anche nel Pd il problema del Mezzogiorno è stato trascurato per troppo tempo e non potrà essere mai una grande partito nazionale, se non affronterà queste tematiche.
Partito del Sud trasversale, quindi. Un’ulteriore spina nel fianco del Pd?
È il tema stesso e non il partito a essere una spina nel fianco della politica italiana. Il Pd non ha ancora una linea comune su come risolvere i problemi del Sud e fino ad oggi non ho visto sforzi in questa direzione.
Il problema degli investimenti: il Sud è la parte d’Italia che attira meno capitali. Infrastrutture carenti, una burocrazia bizantina e la mafia che strangola gli appalti e chiede il pizzo. Si potrà uscire da questo tunnel?
È il grande tema del Sud e sono ottimista: creare tutte quelle condizioni e le infrastrutture per rendere le imprese competitive e attirare i capitali. Questo non si risolve in due anni, ci vogliono almeno due legislature. E per farlo bisogna anche puntare sulla ricerca, sulla scuola, sul welfare.
Quale potrà essere la ricetta per il rilancio del Mezzogiorno, mantenendo lo schema degli attuali partiti?
Non è essenziale creare dal nulla un nuovo partito per rilanciare il Sud. Serve piuttosto tornare a fare una politica che abbia al centro le istanze meridionaliste e pensare al futuro dell’Italia intera, a come sarà fra vent’anni. Lo si faceva negli anni cinquanta e sessanta, mentre oggi si fa una politica a breve termine.
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Nel 1929, durante la Grande crisi che colpì l’America, la stella di Al Capone, il più famoso mafioso di tutti i tempi, non si eclissò, anzi. Dal suo quartier generale, l’hotel Lexington di Chicago, vide crescere i suoi affari e la sua fama: da una parte offriva, nei propri ristoranti, pasti caldi ai bisognosi, impoveriti dalla recessione, dall’altra incrementava gli affari illeciti. Ottant’anni dopo tocca ai suoi eredi, le mafie di tutto il mondo, arricchirsi entrando con valigie colme di denaro nei mercati sull’orlo del crac. In particolare nel mondo dell’impresa e nel settore creditizio. Un problema che non risparmia l’Italia.
Nelle scorse settimane il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha inviato una relazione al Parlamento, intitolata “L’infiltrazione mafiosa nell’economia legale e l’attuale fase di recessione economica”. Per il magistrato l’espansione degli affari della criminalità organizzara prende il via dalla sua “permanente, enorme, illimitata liquidità finanziaria”. Un patrimonio accumulato in gran parte grazie al narcotraffico, un business che non conosce crisi. A questi denari vanno aggiunti quelli derivanti dalle estorsioni, molti milioni di euro che ogni giorno, ricorda la Confesercenti, passano dalle tasche di commercianti e imprenditori a quelle dei boss. Ben diversa la realtà dell’economia legale, dove, sottolinea la Direzione nazionale antimafia (Dna), le banche “non sono disponibili a concedere mutui né alle imprese né ai privati”.
Conseguenza? “Il ricorso a prestiti usurari”, al sistema creditizio abusivo gestito dalla criminalità organizzata. Nel 2008, in Italia, ci sono stati 956 procedimenti per usura con 4.809 indagati. In una recente relazione dello Scico (il Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata della Guardia di finanza) si legge che “per le associazioni mafiose l’interesse usurario (…) è quasi sempre strumentale all’acquisizione delle imprese e si configura come canale di riciclaggio di proventi di altre attività illegali”.
Saldi e concorrenza sleale
La recessione favorisce il ricorso a denaro di dubbia provenienza. Anche al Nord. “Certe aziende” denuncia Gian Gaetano Bellavia, consulente di numerose procure e responsabile del servizio antiriciclaggio dell’ordine dei commercialisti di Milano, “non si preoccupano di chi si nasconda dietro le finanziarie lussemburghesi, olandesi o inglesi, possedute da holding domiciliate nei paradisi dove è garantito l’anonimato societario, e che, attraverso banche svizzere, immettono denaro fresco nelle loro casse”. Aumenti di capitale che permettono alle cosche, come evidenzia anche la Dna, di diventare, con il tempo, soci di maggioranza di aziende “pulite”.
Che l’imprenditoria mafiosa sia in espansione lo confermano i dati dell’ufficio del commissario straordinario del governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati: in Italia nel 2008 sono passate definitivamente allo Stato 1.139 imprese (161 in Lombardia, superata in questa classifica solo da Sicilia e Campania). Un dato che racconta l’infiltrazione della criminalità organizzata nel libero mercato. “Purtroppo, quando vengono sequestrate e riemergono dall’illegalità gran parte di queste aziende non sono in grado di camminare sulle loro gambe” nota Antonio Maruccia, magistrato e commissario per i beni confiscati. Infatti le cosche non sottostanno alle regole dei concorrenti. Non pagano tasse e ritenute, né contributi per la manodopera, per lo più straniera, intimidita e vessata. Una gestione che prevede quasi solo utili. Anche se difficilmente i boss imprenditori presentano bilanci.
Chi lo fa, magari per partecipare a gare pubbliche, in realtà continua a evadere il fisco. “Il problema è che in Italia i controlli non funzionano e i padrini lo sanno” sottolinea Bellavia. Per questo tengono in piedi le società per 3 o 4 anni, prima di essere scoperti dall’anagrafe tributaria. A quel punto hanno già trasferito le commesse a imprese collegate e messo in liquidazione le proprie.
“Le sedi legali vengono trasferite al Sud, i liquidatori solitamente sono vecchietti o pregiudicati, persone per cui un’accusa di bancarotta è meno traumatica. La documentazione contabile viene fatta sparire e le esecuzioni fallimentari sono praticamente impossibili o inutili”. Non basta. Per far crescere i profitti le imprese delle cosche ricorrono alle false fatturazioni, mettendo in conto uscite inesistenti. Carte intestate fasulle, partite iva di soggetti ignari, consulenti e collaboratori fantasma, un labirinto di documenti falsi in cui spesso la burocrazia non si addentra. Il tutto indicando importi inferiori a quelli che farebbero scattare i controlli antimafia.
Oltre a questi sistemi i padrini utilizzano pure tradizionali metodi come l’intimidazione, anche al Nord. L’ultimo esempio arriva da Cologno Monzese (Milano): qui il calabrese Marcello Paparo, 45 anni, arrestato nei giorni scorsi, era riuscito a entrare con il suo consorzio di cooperative (trasporti, movimento terra e facchinaggio le principali attività) nei cantieri dell’alta velocità e della A4. Un obiettivo raggiunto a colpi di pistola, per ammorbidire sindacalisti e concorrenti. Motivo per cui il pm milanese Mario Venditti lo ha accusato anche di concorrenza sleale. Un reato che sta piegando gli imprenditori onesti.
Scatole vuote per grandi appalti
L’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture ha stilato una mappa sull’assegnazione degli appalti. Al Sud il 90 per cento delle aziende che si aggiudica le gare è meridionale. Praticamente impossibile, per usare un termine calcistico, vincere fuori casa. Il coefficiente di impermeabilità del mercato scende nel Nord-Est (85 per cento), Isole (80,5) e Nord-Ovest (78,1). Il Centro, dalla Toscana al Lazio, è più aperto: qui “solo” il 71 per cento degli appalti finisce a imprese locali. Chi vince la classifica degli affari in trasferta? Ancora una volta le aziende del Mezzogiorno, che ottengono commesse soprattutto in Centro Italia (20,5 per cento). Uno scenario che rischia di essere superato da un mercato sempre più magmatico e intossicato.
“Le ultime indagini rivelano che aumentano le aziende del Nord che vanno a lavorare al Sud” sottolinea il tenente colonnello Daniele Galimberti del servizio centrale del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri. “Ma se una volta la spiegazione era la specializzazione, ora è la cooptazione da parte di gruppi meridionali”. Il fenomeno, molto diffuso, spesso riguarda società per azioni. “Un’emergenza che stiamo registrando soprattutto nel settore edile e in quello dello smaltimento dei rifiuti” continua Galimberti. In questo quadro la Direzione investigativa antimafia (Dia) sta aumentando i controlli nei grandi cantieri: nella seconda metà del 2008 sono passati da 22 a 25. Le imprese subappaltanti esaminate sono aumentate da 310 a 370, i lavoratori da 1.227 a 1.900. Numeri che possono sembrare insufficienti. “Si tratta di verifiche particolarmente impegnative e per cui servono le autorizzazioni delle prefetture” spiegano alla Dia.
Il mercato in fibrillazione non aiuta i controlli antimafia: variano assetti societari, nomi, ragioni sociali. “Senza contare che è sempre più facile trovare prestanome” continuano alla Dia. In Italia nel 2008 sono nate 410 mila nuove imprese, molte in settori delicati come le costruzioni (65 mila, 12.600 solo in Lombardia, 7 mila in Piemonte, 6.600 in Emilia-Romagna), l’immobiliare (32.600, più di metà nel Settentrione), l’intermediazione monetaria e finanziaria (7.900, quasi un terzo in Lombardia e Lazio). Un mare magnum in cui è facile mimetizzarsi. Anche perché molte di queste società possono restare in sonno per anni. Così, quando serviranno, saranno già radicate nel territorio da conquistare. In particolare al Nord.
Per esempio, nell’inchiesta milanese su Paparo gli inquirenti hanno scoperto un reticolo di cooperative, di cui molte inattive. “Quello delle scatole vuote è un sistema che dobbiamo monitorare” conferma Alberto Cisterna, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. “È facile ipotizzare che molte imprese costituite in questi mesi verranno utilizzate per partecipare alle gare delle grandi opere, dalla costruzione del ponte sullo Stretto all’Expo del 2015. Per non parlare dei progetti che le cosche conoscono in anticipo grazie a un capillare lavoro di insider trading”.
Mattone che passione
In tempo di saldi, nello shopping delle cosche non rientrano solo le aziende. In Italia nel 2008 sono stati confiscati 8.446 immobili, tra cui 1.184 appartamenti, 277 case indipendenti, 93 ville, 207 box, nove alberghi e un campo sportivo. Nella sua relazione Grasso scrive: “Diminuiscono i prezzi delle materie prime, degli immobili, i valori dei titoli e delle azioni. È possibile quindi acquistare tali beni a prezzi di svendita”. Quasi contemporaneamente il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, ha dichiarato: “La mafia si sta mangiando interi quartieri della città”. Per esempio nei caruggi un siciliano incensurato sta facendo incetta di appartamenti, utilizzati poi come alcove per la prostituzione. “’Ndrangheta e mafia stanno comprando nei vicoli e nelle nostre riviere soprattutto attraverso società immobiliari con base a Milano” spiega Christian Abbondanza, presidente dell’associazione La casa della legalità.
Ai nuovi palazzinari i soldi non fanno difetto. “A settembre, in un comune del Ponente ligure, un personaggio molto discusso, a fronte di una richiesta di 1 milione 200 mila euro di oneri di urbanizzazione, per ottenere una concessione ne ha messi sul piatto 5″. Nel monopoli dei boss non ci sono solo le piazze storiche di Milano, Roma o Torino: in Emilia-Romagna il responsabile della direzione distrettuale antimafia (Dda) di Bologna, Silverio Piro, ha confermato l’allarme lanciato da Roberto Saviano sugli affari della camorra a Parma. E nel Triveneto, a quanto risulta a Panorama, in provincia di Gorizia i carabinieri avrebbero intercettato diverse telefonate di familiari dei fratelli Brusca pronti a riciclare denaro nell’acquisto di ristoranti e alberghi padovani. La Dda cittadina avrebbe aperto un fascicolo.
Finanza mafiosa
Tutti questi investimenti sono resi possibili da una classe di colletti bianchi sempre più qualificata. Un esercito di consulenti ed esperti: nel 2008 sono state indagate per riciclaggio 9.261 persone (nell’ambito di 1.627 procedimenti: 270 a Roma, 237 a Milano e 207 a Napoli) e 3.330 sono state iscritte per “impiego di denaro, beni e utilità di provenienza illecita” (533 procedimenti). Lo scorso anno l’Unità di informazione finanziaria Uif) presso la Banca d’Italia ha ricevuto (in particolare dagli istituti di credito) 13.367 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette (una ogni sei riguardava versamenti in contanti); 270 sono state prese in carico dalla Dia per indagini.
I casi di malafinanza sono numerosi. A gennaio, su richiesta della Dda di Palermo, è stato arrestato con l’accusa di riciclaggio un noto avvocato bolognese; pochi mesi prima, nell’ambito della stessa inchiesta, era toccato a un banchiere italosvizzero, membro di un’associazione elvetica impegnata nella lotta al riciclaggio. A fine 2008 la Guardia di finanza milanese ha scoperchiato due finanziarie con sede a Zurigo utilizzate come lavanderie di denaro sporco: dietro a due prestanome locali si nascondeva una cosca crotonese ramificata in Lombardia tra Varese e Ponte Tresa. In estate sono finiti in manette padre e figlio siciliani: acquistavano finanziarie in difficoltà o ne costituivano di nuove per emettere fideiussioni e incassare le provvigioni.
“Queste società abusive o prive dei necessari requisiti spesso fanno da garanti per l’erogazione dei finanziamenti pubblici” avverte il tenente colonnello Gianluca Campana, capo ufficio operazioni del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza. Contributi comunitari e nazionali che la criminalità organizzata cerca di intercettare in un momento in cui i governi aprono le borse per contrastare la crisi.
Purtroppo gli enti eroganti (per lo più banche) si accorgono che le fideiussioni sono carta straccia quando ormai i beneficiari sono irrintracciabili. A volte la malafinanza alligna anche dentro ai grandi istituti di credito: a Milano, nel 2008, è stata arrestata la responsabile dell’ufficio fidi di una filiale di una banca italiana accusata di emettere fideiussioni a uomini legati ai clan calabresi senza richiedere le necessarie garanzie. Quello della donna non è certo un caso unico: le indagini, come ha denunciato la Dna, hanno smascherato diversi funzionari di banca infedeli che rifiutano fidi e mutui ai clienti in difficoltà per poi segnalarne i nomi alle cosche.
“In questo momento per gli imprenditori onesti è difficilissimo accedere al credito e non c’è da stupirsi se un’azienda in crisi non guarda la fedina di chi le offre sostegno finanziario” dichiara Claudio De Albertis, presidente dell’Assimpredil Ance, l’associazione territoriale dei costruttori italiani che a settembre ha acquistato diverse pagine sui quotidiani per sollevare la questione. “Il rischio di infiltrazione nel settore edile è acuito sia da motivi contingenti, come i ribassi anomali nelle gare o la lentezza nei pagamenti della pubblica amministrazione, sia da ragioni strutturali, come la frammentazione delle imprese e la loro bassa capitalizzazione”. La possibile soluzione? La propone il pm della Dna Cisterna: “Bisognerebbe istituire una ‘white list’ per le aziende. Chi aderisce deve assicurare di utilizzare metodi legali, una specie di autocertificazione. Ma per chi sgarra punizioni esemplari e la radiazione dal mercato del lavoro legale”.
Regione per Regione, gli immobili e le aziende confiscati alle organizzazioni criminali nel 2008. La Lombardia è terza, dopo Sicilia e Campania.

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L’ultimo giorno d’inverno non risparmia la penisola. Torna la neve e il amltempo su gran parte del parte del Centro Sud. L’Anas sin da questa notte è al lavoro con uomini e mezzi per garantire la circolazione e ridurre i disagi agli automobilisti. Al momento, come segnalato ieri dall’allerta meteo della Protezione Civile, si registrano nevicate intense in Abruzzo, Lazio, Campania e Molise. Si registrano alcuni disagi in Abruzzo dove sulla strada statale 81 Piceno Aprutina un mezzo pesante impegnato in un trasporto eccezionale si è intraversato a causa della neve al km 149,800, nel pescarese.
Neve sulla Salerno - Reggio Calabria Sta nevicando da stamani sul tratto dell’A3 Salerno-Reggio Calabria nella zona del Pollino. Attualmente, fa sapere la Polstrada, il traffico è inibito ai mezzi pesanti, mentre possono circolare le automobili munite di catene. Dopo alcuni rallentamenti e difficoltà registrate nelle prime ore della giornata adesso non vengono segnalati problemi. I mezzi pesanti diretti a nord vengono fatti deviare sulla statale 18 a Sibari, mentre quelli che viaggiano verso sud a Lagonegro.
L’Anas ricorda che in caso di nevicata in corso è sempre obbligatorio, su tutta la rete, il transito con catene montate o pneumatici da neve, raccomanda agli automobilisti prudenza nella guida e ricorda che l’informazione sulla viabilità e sul traffico è assicurata attraverso il sito anas www.stradeanas.it e tramite il numero unico pronto Anas 841.148.

Marzo è cominciato, ma il maltempo colpisce ancora la penisola. L’Anas comunica che, dalle prime ore di questa mattina, sono in corso forti nevicate lungo l’A3, nelle zone di Campotenese e Frascineto e tra Rogliano e Altilia, dove si transita con l’obbligo di catene a bordo. Già da ieri sera, rende noto l’Anas, era scattata una nuova allerta neve sull’intero tratto montano della A3 Salerno-Reggio Calabria tra gli svincoli di Lagonegro a Frascineto a causa dell’improvviso calo delle temperature. Rimane chiusa la corsia sud del tratto dell’A3 compreso tra gli svincoli di Sicignano e Polla a causa di una frana verificatasi nella tarda serata di ieri al km 59,300.
Frane e smottamenti in Liguria questa notte, dopo giorni di pioggia quasi ininterrotta. Sulla statale di Ne, nell’entroterra di Chiavari, è crollato un muro. I detriti hanno ostruito un parcheggio. Sono intervenuti i vigili del fuoco. Uno smottamento si è verificato nel savonese, sulla provinciale 29 tra Cengio e Millesimo in località Pertite. Sono intervenute squadre dei vigili del fuoco di Cairo. Al momento nella zona si circola a senso unico alternato. Alla Spezia, verso le tre del mattino, i vigili del fuoco hanno dovuto abbattere tre piante, rese pericolanti dal maltempo, in via Della Chiesa.
Sono ancora interrotti gran parte dei collegamenti marittimi tra la Sicilia e le sue isole minori a causa del forte vento e delle cattive condizioni del mare che rendono impossibile l’attracco nei piccoli scali. Da Trapani non è partito a mezzanotte il traghetto per Pantelleria e stamani è rimasto fermo anche quello per le Egadi, non raggiunte nemmeno dagli aliscafi. Disagi che si protraggono da lunedì. Le Eolie ancora “spazzate” dalle violente raffiche di vento con il mare forza 5-6. Alicudi e Filicudi sono isolate da due giorni.
Mezza carreggiata della via Giovanni XXIII, ad Agrigento, è franata riversandosi sulla sottostante villa Lizzi. La frana ha sepolto due autovetture che erano posteggiate sulla strada sottostante e i detriti sono finiti anche sul alcone del primo piano del palazzo vicino. Non ci sono feriti. Secondo i tecnici del Comune a determinare il crollo sono state le infiltrazioni di acqua piovana delle ultime settimane. Mentre la notte scorsa una tromba d’aria ha quasi distrutto una struttura ricettiva a Marina di Ragusa, e divelto alcuni pali della telefonia. Danneggiate anche alcune villette del lungomare Doria.