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suicidio

Sono 10 i suicidi legati alla crisi di questi giorni (Credits: ANSA/ CARLO FERRARO)
Il pensionato di 74 anni di Bari che prendeva 700 euro al mese e che si è buttato dal balcone quando l’Inps gli ha chiesto di restituirne 5mila. Il titolare di uno dei più importanti concessionari di moto di Catania che la notte di Capodanno ha prima ingerito barbiturici e poi si è impiccato per il peso di vedersi costretto a licenziare i suoi otto dipendenti. L’allevatore schiacciato dai debiti e stritolato dagli usurai che si è sparato un colpo in testa a Santa Venerina, alle pendici dell’Etna. Senza contare chi si è suicidato dopo aver perso il posto di lavoro, chi non lo ha mai trovato, chi si scopre all’improvviso povero nel Paese con la settima economia del mondo ma che sta per licenziare altre 400mila persone.
La crisi non solo morde. La crisi umilia. E spesso uccide. Continua

Roberto Straccia, il ragazzo sparito nel nulla due settimane fa (Credits: ANSA / MASSIMILIANO SCHIAZZA)
Sono ormai passate due settimane dalla scomparsa di Roberto Straccia, il 24enne, che non è più rientrato a casa dopo essere uscito per andare a fare una corsa sul lungomare di Pescara. Le indagini non escludono laucna pista. Quella del sequestro viene però ritenuta poco probabile dagli investigatori. La famiglia di Roberto non ha grosse disponibilità economiche. Amici e familiari poi escludono il suicidio. Roberto era un ragazzo allegro apparentemente senza grossi problemi. Di sicuro però viene da chiedersi come mai abbia cancellato tutti gli sms in uscita dal suo cellulare proprio poco prima di sparire nel nulla, come se avesse qualcosa da nascondere.
Ieri, per ricordarlo nel giorno del suo compleanno, gli amici di Roberto hanno scritto un appello a chiunque possa aver visto quel giorno o in queste due settimane qualcosa che possa essere utile a far luce su questa vicenda. Ecco la lettera
“Innanzitutto ringraziamo tutti coloro che stanno contribuendo alla ricerca del nostro amico Roberto. Continua

Omicidio-suicidio o suicidi allargati. Crescono in Italia del 12,1 per cento, secondo i dati Eures, i delitti compiuti all’interno delle mura domestiche. La tragedia di Reggio Emilia - dove un uomo ha ucciso la moglie e un figlio, ha ridotto in fin di vita l’altro figlio e la padrona di casa e poi ha tentato di togliersi la vita (qui la GALLERY) - conferma il primato dei delitti in famiglia nelle statistiche degli omicidi volontari compiuti in Italia.
Ad essere interessato dal fenomeno è in particolare il Nord Italia: 94 vittime pari al 48,2 per cento del totale. Nella triste graduatoria è seguito dal Sud con 62 le vittime (31,8 per cento) e infine dal Centro Italia (Toscana, Marche, Lazio e Abruzzo) dove sono state 39 (20 per cento) le vittime di stragi e follie familiari.
Dalle analisi vittimologiche, del movente ma anche degli indici di rischio e disagio sociale ed economico effettuate dell’Eures è la Lombardia ad essere la regione italiana più interessata dal fenomeno assieme al Veneto e dalla Campania.
Le vittime più frequenti sono le donne con 134 casi nel 2006 (+36,7 per cento rispetto al 2005) e pari al 68, 7 degli omicidi-suicidi familiari.
I casi più frequenti di delitti hanno come vittime coniuge o ex compagno (35,9 per cento con 70 casi). Il 23, 6 per cento dei casi, invece, riguarda gli omicidi genitori-figli o viceversa: 21 genitori uccisi e 23 i figli. Il 5,1 per cento riguarda i casi di omicidi tra parenti. Tra i moventi principali: litigi e dissapori (24,6%), passione (in particolare al Nord con il 28,7% dei casi) e denaro (al Sud con il 16,1%).
Spesso si sente parlare del periodo estivo come il momento il cui si verificano più frequentemente casi di omicidio-suicidio. Esiste una “stagione” in cui si uccide di più?
No. È sbagliato parlare dell’estate come il momento di maggior picco del fenomeno o imputare al caldo la perdita della lucidità che porta a consumare stragi familiari” spiega a Panorama.it, Fabio Piacenti, presidente dell’Eures. “Dalle nostre indagini emerge invece che tragedie come quelle avvenute a Reggio Emilia, dove un padre uccide nel sonno la famiglia e tenta il suicidio, avvengono la domenica o nei primi giorni della settimana, spesso di lunedi e nelle prime ore del mattino. I dati raccolti da Criminalpol, Carabinieri, Prefetture e Procure di tutta Italia mostrano che i casi più efferati si sono verificati proprio nei primi giorni dell’anno (gennaio è uno dei mesi più interessati, ndr) e nel cambio di stagione. Insomma nei periodi di forte di stress come, per esempio, il rientro al lavoro dopo le ferie”.
Tra i delitti compiuti in famiglia aumentano, con percentale spaventosa, quelli che si concludono con il suicidio o il tentativo di togliersi la vita da parte dell’autore della strage. Dal 2000 ad oggi si sono verificati 340 casi, quasi mille morti, per una media di 3 al mese, ovvero 1 ogni 10 giorni. Nel 93 per cento dei casi la mano assassina è quella di un uomo.
Perchè, secondo lei, chi uccide il proprio familiare sempre più spesso tenta di togliersi la vita?
L’omicida-suicida non riesce a superare e ad affrontare le difficoltà di ricominciare una vita e ricostruire un persorso affettivo e professionale. Questo è quanto emerso negli ultimi nove anni.
La crisi economica quanto incide? Nella strage di Reggio Emilia, l’omicida era un ex operaio disoccupato…
Incide in modo significativo. È il clima di sfiducia generale che non fa vedere uno spiraglio di luce e di speranza per il futuro questo porta alla voglia di cancellare tutto: la famiglia e se stessi.
Il Nord, Lombardia in particolare, detiene il primato delle mattanze. Perchè?
Nel Sud è il concetto di famiglia allargata a salvare la stessa famiglia dalla strage. Di fronte ai problemi esiste ancora una mediazione ampia di più soggetti familiari come i nonni gli zii i cugini e di conseguenza anche un’assistenza familiare che diventa la salvezza nei momenti di crisi. Nel Nord, invece, come nel centro Italia questo legame si annulla e le famiglie sono sempre di più nuclei isolati senza punti di riferimento.
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“Dal giorno del mio arresto non riesco a guardarmi più allo specchio”. Carlo Marcelletti, il cardiochirurgo morto ieri a Roma di un malore a 64 anni, era depresso e distrutto dalle vicende giudiziarie di un anno fa. Lo confidò ad un giornalista del settimanale Oggi. “Non trovo né giustificazioni né attenuanti verso me stesso. Vorrei farmi perdonare dalle persone che ho deluso, prima di tutto dai bambini che adesso non potrò più curare”. ”Mi sono trovato a un passo dalla morte, ma non era arrivata ancora la mia ora”. Aveva detto, confessando di aver tentato di farla finita.
Tutti gli amici più vicini del paese natale nelle Marche, Maiolati Spontini, confermano questa sua mancanza di serenità negli ultimi mesi della sua vita, anche dopo la revoca degli arresti domiciliari lo scorso novembre. Anche per questo il suicidio sembra un’ipotesi non così remota.
I funerali del noto chirurgo saranno posticipati: la salma di Marcelletti è infatti sotto tutela giudiziaria. Nelle prossime ore il pm della Procura di Roma Elisabetta Ceniccola deciderà se disporre l’autopsia, in seguito a una serie di accertamenti che la Procura sta compiendo in queste ore, tra cui l’acquisizione di informazioni presso l’ospedale di Roma San Carlo di Nancy, dove si è verificato il decesso.
L’obiettivo è ricostruire le ultime ore di vita di Marcelletti. Il magistrato inoltre dovrà accertare se il cardiochirurgo fosse affetto da eventuali patologie e se fosse sottoposto ad una particolare terapia farmacologica.
Sembra sia maturata nel contesto di una famiglia provata dalla disabilità del figlio la tragedia di Bresso, nel Milanese. La scorsa notte un uomo di 69 anni, R.S., si è svegliato e dopo aver preso un coltello da cucina con una lama da 30 centimetri è entrato nella stanza del figlio 42enne, M.S., affetto da porblemi mentali, e l’ha colpito una ventina di volte. Non è chiaro se dopo l’ennesima lite o se perché il figlio si fosse svegliato e messo a urlare e a battere i pugni sul muro. Cosa che, a quanto raccontano i vicini, succedeva spesso.
La madre del 42enne, A.C. di 71 anni, sentite le sue urla ha cercato di difenderlo ed è stata accoltellata anche lei dal marito. La donna è quindi uscita di casa, urlando e attirando l’attenzione dei vicini che hanno chiamato il 118 e i carabinieri. Nel frattempo l’anziano marito si è gettato dalla finestra del quinto piano ed è morto poco dopo l’arrivo dei soccorsi. Il figlio è stato ricoverato all’ospedale Niguarda di Milano ed è stato operato. Si trova in gravi condizioni con ferite al torace e all’addome e la prognosi è riservata. La donna ha ferite più superficiali ed è ricoverata all’ospedale Fatebenefratelli.

Un volo dal balcone. Dal settimo piano. Quello della casa in cui aveva vissuto con il fratello Stefano, scomparso da 17 mesi. Uno stabile in via G. Arimondi, zona residenziale di Palermo. Così si è tolto la vita ieri sera Marco Maiorana, 22 anni, il figlio minore dell’imprenditore siciliano Antonio e fratello di Stefano, spariti nel nulla. Il giovane soffriva di crisi depressive ed era stato visitato da poco da uno psichiatra.
Al momento del lancio, in casa c’erano i nonni paterni. Il suo corpo è stato trovato nel cortile, che si trova all’interno di un commissariato di polizia. Sul luogo del suicidio sono arrivati i Pm Francesco del Bene e Gaetano Paci, alla ricerca anche di eventuali messaggi che potessero spiegare il gesto del giovane e, forse, fare luce su una vicenda che presenta ancora molti punti oscuri. Il 3 agosto del 2007, l’imprenditore Antonio e lo studente Stefano Maiorana lasciarono il cantiere edile di Isola delle Vergini in cui stavano lavorando a bordo della loro Smart. Per “andare a prendere un caffè” dissero. E non tornarono più. La loro auto fu trovata chiusa nel parcheggio dell’aeroporto Falcone e Borsellino di Palermo. Ma i loro nomi non erano sulle liste dei passeggeri, né vennero inquadrati dalle telecamere. Si pensò a un rapimento o a un caso di lupara bianca. Ma le perquisizioni nei dintorni non hanno dato piste agli investigatori. Un’altra ipotesi sarebbe quella della fuga volontaria, magari attraverso un finto rapimento inscenato. Dieci giorni prima di sparire Antonio Maiorana aveva intestato il 50 per cento della Calliope Immobiliare alla sua compagna argentina, Karina Andre Gabriela. Una donna di dieci anni più giovane che aveva conosciuto in vacanza nel marzo 2006 e con cui conviveva da una anno. La situazione finanziaria non era delle migliori.
Poi, circa un mese fa, il 2 dicembre 2008, il colpo di scena: secondo segnalazioni giunte alla trasmissione “Chi l’ha visto?“, che si era occupata del caso mostrando foto dei due scomparsi, l’imprenditore e il figlio erano in ottima salute e facevano i turisti a Barcellona, in Spagna. Erano stati avvistati alla discoteca Pachà , tra la fine di giugno e i primi di luglio. Gli investigatori italiani, grazie a una rogatoria internazionale, si sono recati in Spagna, dove avevano interrogato il personale della discoteca, che dalle foto aveva riconosciuto i due imprenditori. Le ricerche successive, però, non avevano dato ulteriori tracce. Ora l’ultimo tragico capitolo, forse semplicemente dettato dallo sconforto. Ma gli inquirenti vogliono vederci chiaro e hanno disposto il sequestro del computer del ragazzo: sperano di trovare lì la chiave per trovare suo padre e suo fratello.
Un commercialista di 43 anni ha ucciso a colpi di pistola la moglie, i tre figli maschi di 3, 6 e 9 anni, e poi si è suicidato. La tragedia, scoperta stamane, è avvenuta ieri sera in una casa di San Felice Extra, alle porte di Verona. L’uomo, Alessandro Mariacci, era un commercialista, la moglie, Maria Riccarda Carrara Bottagisio, un avvocato.
I cinque corpi sono stati trovati dalla donna delle pulizie: la donna ed il bambino più piccolo erano riversi sul pavimento della taverna della casa, nella camera matrimoniale c’erano i cadaveri di altri due bambini e sul letto il corpo dell’uomo, che si è ucciso con un colpo di pistola alla tempia. Accanto al cadavere c’erano due pistole semiautomatiche, una delle quali con il cane alzato. Per la polizia, che sta conducendo le indagini, non è escluso che l’omicida-suicida le abbia usate entrambe.
La famiglia viveva in una porzione di una casa colonica, ristrutturata, con una corte privata. Un bella abitazione, perfettamente ordinata. Nella casa non è stato trovato finora alcun biglietto che possa aiutare a comprendere le ragioni della strage. Secondo le prime ipotesi della polizia, la tragedia potrebbe essere avvenuta tra le 22.30 e le 23 di ieri. Alcuni vicini avrebbero detto di aver sentito intorno a quell’ora dei colpi secchi, ma non di averci fatto particolarmente caso. Le vittime erano tutte vestite con abiti da casa: i tre bambini in pigiama, la donna indossava una tuta da ginnastica.
“Era una famiglia per bene”, ha detto il parroco di San Felice, don Federico, “è un dramma inspiegabile. È un momento in cui trovare le parole è difficile. È un tempo in cui dobbiamo chiedere aiuto al Signore per le nostre speranze”, ha continuato il parroco dopo aver benedetto le cinque salme. Il sacerdote, che questa mattina è stato tra i primi ad arrivare sul luogo dell’omicidio-suicidio, ha raccontato di come erano “solari e giocosi i tre bambini”. Don Federico ha aggiunto che Mariacci e la moglie apparivano come “persone serene” e che frequentavano la chiesa con continuità . Nessun commento dal pm che coordina le indagini, Pietro Pascucci, il quale si è limitato a riferire che l’attenzione degli investigatori “è rivolta a più aspetti”.
“La tragedia di Verona deve sollecitare l’attenzione del ministro dell’Interno sull’esigenza di dare una svolta concreta sulla politica delle armi fino ad oggi praticata”. Lo afferma il segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia (Anfp) Enzo Marco Letizia sottolineando che “la priorità è rivedere normative e circolari che hanno consentito il proliferare delle persone in possesso di armi sul territorio”.
Allo stesso tempo, inoltre, bisogna intervenire sulla “sostanziale inefficacia delle visite mediche” cui devono essere sottoposti periodicamente i possessori di armi, “svolte”, dice Letizia, “secondo i criteri dell’autocertificazione e della mancanza di qualsiasi effettiva assunzione di responsabilità . Basta dunque con le chiacchiere”, conclude, “serve una presa di coscienza della necessità di un cambiamento radicale tornando a considerare la circolazione e la detenzione delle armi con la serietà che la materia richiede”.
La Questura di Verona ha confermato che la strage di San Felice Extra è un caso di omicidio-suicidio. Secondo la ricostruzione fornita dagli investigatori, Alessandro Mariacci, il presunto autore della strage, ha avuto la freddezza di prendere una delle due pistole semiautomatiche di grosso calibro che deteneva regolarmente ed ha proceduto nel suo piano criminale. Tutte le sue vittime presentavano un colpo alla fronte, la moglie anche uno ad un braccio. La donna è stata colpita mentre stava guardando la televisione insieme al figlio più piccolo, Jacopo, 3 anni. Gli altri due figli, Filippo (9) e Nicolò (6) sono stati uccisi nel sonno, nella loro cameretta. L’omicida si è poi recato nella camera matrimoniale, puntandosi la pistola contro la tempia e togliendosi la vita.
Una famiglia modello e apparentemente senza problemi, perlomeno economici: questa la descrizione che amici e parenti hanno dato della famiglia Mariacci. Marito e moglie, in base alle prime testimonianze raccolte dalla polizia, non avrebbero mai dato esteriormente segnali di crisi nel loro rapporto.
Gli agenti della squadra mobile hanno ascoltato la donna di servizio, una signora dell’Est Europa che aveva lasciato l’abitazione dei Mariacci verso le 18.30 di ieri, quando - avrebbe detto - nulla faceva presagire la tragedia. La donna ha scoperto i cinque corpi verso le 8 del mattino, entrando in casa per iniziare il lavoro. Gli investigatori sperano di ottenere elementi utili alle indagini dall’esame autoptico sul corpo del professionista: al medico legale il magistrato chiederà di verificare anche l’eventuale presenza di sostanze stupefacenti.
Mariacci era uno stimato tributarista, lavorava in uno studio associato a Verona, occupandosi in particolare di diritto fallimentare. La famiglia di Mariacci sarebbe molto nota nel capoluogo scaligero. La moglie era stata un avvocato civilista, ma da tempo non esercitava la professione legale perché la famiglia la teneva occupava a tempo pieno. Marito e moglie non lavoravano comunque insieme.
Un collega di Alessandro Mariacci lo descrive come un uomo “di grande equilibrio, solare. Nessuno”, aggiunge il collega, che vuole mantenere l’anonimato, “si sarebbe mai potuto immaginare, conoscendolo, una cosa del genere”. Il collega formula un’ipotesi: che “qualcosa possa aver sconvolto Mariacci e che per questo lui abbia ‘temuto’ per la sua famiglia”.
Secondo gli investigatori, il professionista non avrebbe avuto problemi evidenti di salute, nè fisici nè psichici. Sembra esclusa, per ora, l’ipotesi passionale. Dai colleghi del commercialista gli investigatori stanno cercando di capire se le ragioni della strage possano essere riconducibile ad un eventuale dissesto finanziario.
Il piccolo Jacopo, 3 anni, stava giocando con dei soldatini, quando è stato raggiunto dal colpo di pistola del padre. Il bambino era in taverna, dietro al divano sul quale stava seduta la mamma, che invece stava guardando la tv. Aveva indosso il suo pigiamino, pronto per andare a letto. Questo uno dei primi particolari emersi dalla ricostruzione della tragedia.
“Una tragedia, inspiegabile, sono molto scosso”. Queste le parole del questore di Verona, Vincenzo Stingone, all’uscita della casa di San Felice Extra. “Davanti all’immagine di tre bambini uccisi in quel modo”, ha aggiunto, “sfido chiunque a restare impassibile. Sono cose che ti distruggono umanamente. C’è solo una parola che si può usare: tragedia, ammesso che renda l’idea di quanto è successo; non si può che parlare di follia. Ora dobbiamo lasciare agli agenti e alla scientifica il tempo di lavorare e poi vedremo di capire meglio quello che è accaduto”. Il questore ha confermato che al momento non è stato trovato nulla, uno scritto, o altri tipi di messaggi magari al computer, lasciati dall’uomo, Alessandro Mariacci, per spiegare i motivi del raptus omicida.
di Paola Ciccioli
“È giusto che la gente sappia cosa vuol dire aver subito una violenza sessuale. Perché non sono soltanto lacrime e botte: quello, purtroppo, è solo l’inizio”. Il dopo è una lunga scia di pena e malattia: su questo chiede di riflettere la madre di Valentina, la ragazza di 29 anni che il 12 luglio si è uccisa a Torino dopo che le erano stati violati “anima e corpo”. Sei anni, per lei, è durato il buio dell’infelicità , diventato un peso insopportabile di cui disfarsi insieme con la vita (vedere il riquadro a destra).
“Che ci sia una relazione molto forte tra la violenza sessuale e il tentato suicidio è certo” afferma Patrizia Romito, docente del dipartimento di psicologia dell’Università di Trieste. Una ricerca recente, ancora in fase di elaborazione e di cui Panorama anticipa le conclusioni salienti, mette in rapporto diretto la violenza sessuale con l’impulso a suicidarsi e alcuni distubi psicologici con cui la vittima deve fare i conti dopo.
E il dopo è malattia, perché essere violati significa “avere una vita resa molto più difficile”, “soffrire per ferite che restano aperte a lungo” e, nei casi più gravi, essere piegati da “danni che non si recuperano”. Tutto questo va sotto il nome di: tentato suicidio o ricorrente desiderio di morte, depressione, attacchi di panico, abuso di alcol, problemi alimentari come bulimia e anoressia. “La nostra ricerca documenta l’effetto diretto dello stupro su ciascuno di tali indicatori di salute” spiega Romito. Lo studio è stato promosso dalla Commisione regionale per le pari opportunità del Friuli Venezia Giulia e ha interessato 627 studenti e studentesse di 14 tra licei, istituti tecnici e professionali della regione.
Tra le ragazze che hanno subito violenza o molestia sessuale l’11 per cento ha tentato di uccidersi, mentre i tentativi di suicidio sono del 3 per cento per chi non ha dovuto affrontare questa esperienza. La fantasia di volersi togliere la vita riguarda ben 48 under 20 su 100, sempre limitandosi a coloro che hanno dovuto affrontare la violenza, mentre le altre pensano a farla finita nel 28 per cento dei casi. Sempre tra le studentesse abusate, il 55 per cento ha dichiarato di avere attacchi di panico (il 38 per cento è la percentuale delle non abusate) e addirittura il 65 per cento dice di soffrire di depressione (la percentuale scende al 43 per le compagne). Il questionario mirava anche a mettere in evidenza quale sia la percezione della violenza in famiglia da parte dei giovanissimi, in tutte le sue declinazioni.
Ne è emerso che l’8 per cento degli intervistati ha visto in più occasioni il padre mentre picchiava la madre. Il 10 per cento delle ragazze con una esperienza di coppia (e il 3 dei loro compagni maschi), poi, ha subito gravi maltrattamenti dal giovane partner. Mentre il 27 per cento delle studentesse, appunto, ha conosciuto su di sé la ferita delle molestie sessuali o dello stupro. “Contrariamente al pregiudizio sociale secondo cui le donne gridano allo stupro quando invece non è successo niente” ammonisce Romito “le ragazze non riescono a riconoscere come tale ciò che invece è reato per il Codice penale”. L’esempio classico? La violenza sessuale compiuta dal fidanzato. “Dato che sto con lui, che ci sono uscita, che l’ho baciato…” si ripete tra sé e sé la vittima, senza però andare fino in fondo al proprio disgusto e dare il giusto nome a un rapporto intimo subito e destinato a creare una voragine nel profondo.
Il pregiudizio accoglie spesso le vittime, che con un comportamento freddo e in apparenza indifferente vanno a farsi visitare al pronto soccorso o si presentano in questura per la denuncia. “Quella freddezza può essere sintomo di una grande forma di sofferenza” mette in guardia Romito, che è autrice del volume Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori (Angeli Editore), tradotto in varie lingue.
Tra le conseguenze a breve e lungo termine dello stupro ci sono infatti due sintomatologie di segno opposto: “Da una parte la cosiddetta sindrome post traumatica da stress, che significa ansia, attacchi di panico, impossibilità di liberarsi del ricordo dell’abuso, incubi, agitazione. Il suo opposto, altrettanto grave, è la paralisi delle reazioni e delle emozioni”.
Prima della ricerca condotta sugli studenti medi del Friuli Venezia Giulia, la docente di Trieste ha svolto un altro studio, pubblicato nel 2007 dalla rivista Social science & medicine, per valutare l’impatto sulla salute psicologica della violenza tra gli studenti universitari: 502 gli intervistati, maschi e femmine, al massimo di 25 anni. Dall’indagine è emerso che il 20 per cento delle universitarie ha dichiarato di avere conosciuto lo stupro o di avere subito violenza grave. I maschi, non certo immuni dagli abusi sessuali, come si vede dalla tabella a pagina 60, sembrano reagire meglio al trauma, ma fanno registrare un maggiore ricorso all’alcol (con gli incidenti stradali a esso collegati).
“Siamo arrivati molto tardi a studiare le conseguenze dello stupro” conclude Romito. “Ci è voluta la conferenza dell’Onu sulle donne a Pechino perché, in Europa, si pubblicasse nel 2002 lo studio Enveff (Enquête nationale sur la violence enver les femmes en France) secondo cui nei primi 12 mesi successivi all’abuso sessuale le donne hanno un rischio 26 volte superiore di suicidarsi”.
Sbagliato, però, parlare di ripercussioni permanenti: “Sì, le ferite sono gravi, ma poi la maggior parte delle donne le supera. Gli stupri sono così frequenti che se così non fosse saremmo in tante in una condizione di disabilità . Con l’aiuto di chi ci ama, qualche volta con il ricorso a una guida professionale, di sicuro con il passare del tempo, le ferite possono rimarginarsi”.