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Stupro. Quando la violenza diventa poi malattia

La vittima di uno stupro

di Paola Ciccioli

“È giusto che la gente sappia cosa vuol dire aver subito una violenza sessuale. Perché non sono soltanto lacrime e botte: quello, purtroppo, è solo l’inizio”. Il dopo è una lunga scia di pena e malattia: su questo chiede di riflettere la madre di Valentina, la ragazza di 29 anni che il 12 luglio si è uccisa a Torino dopo che le erano stati violati “anima e corpo”. Sei anni, per lei, è durato il buio dell’infelicità, diventato un peso insopportabile di cui disfarsi insieme con la vita (vedere il riquadro a destra).

“Che ci sia una relazione molto forte tra la violenza sessuale e il tentato suicidio è certo” afferma Patrizia Romito, docente del dipartimento di psicologia dell’Università di Trieste. Una ricerca recente, ancora in fase di elaborazione e di cui Panorama anticipa le conclusioni salienti, mette in rapporto diretto la violenza sessuale con l’impulso a suicidarsi e alcuni distubi psicologici con cui la vittima deve fare i conti dopo.

E il dopo è malattia, perché essere violati significa “avere una vita resa molto più difficile”, “soffrire per ferite che restano aperte a lungo” e, nei casi più gravi, essere piegati da “danni che non si recuperano”. Tutto questo va sotto il nome di: tentato suicidio o ricorrente desiderio di morte, depressione, attacchi di panico, abuso di alcol, problemi alimentari come bulimia e anoressia. “La nostra ricerca documenta l’effetto diretto dello stupro su ciascuno di tali indicatori di salute” spiega Romito. Lo studio è stato promosso dalla Commisione regionale per le pari opportunità del Friuli Venezia Giulia e ha interessato 627 studenti e studentesse di 14 tra licei, istituti tecnici e professionali della regione.

Tra le ragazze che hanno subito violenza o molestia sessuale l’11 per cento ha tentato di uccidersi, mentre i tentativi di suicidio sono del 3 per cento per chi non ha dovuto affrontare questa esperienza. La fantasia di volersi togliere la vita riguarda ben 48 under 20 su 100, sempre limitandosi a coloro che hanno dovuto affrontare la violenza, mentre le altre pensano a farla finita nel 28 per cento dei casi. Sempre tra le studentesse abusate, il 55 per cento ha dichiarato di avere attacchi di panico (il 38 per cento è la percentuale delle non abusate) e addirittura il 65 per cento dice di soffrire di depressione (la percentuale scende al 43 per le compagne). Il questionario mirava anche a mettere in evidenza quale sia la percezione della violenza in famiglia da parte dei giovanissimi, in tutte le sue declinazioni.

Ne è emerso che l’8 per cento degli intervistati ha visto in più occasioni il padre mentre picchiava la madre. Il 10 per cento delle ragazze con una esperienza di coppia (e il 3 dei loro compagni maschi), poi, ha subito gravi maltrattamenti dal giovane partner. Mentre il 27 per cento delle studentesse, appunto, ha conosciuto su di sé la ferita delle molestie sessuali o dello stupro. “Contrariamente al pregiudizio sociale secondo cui le donne gridano allo stupro quando invece non è successo niente” ammonisce Romito “le ragazze non riescono a riconoscere come tale ciò che invece è reato per il Codice penale”. L’esempio classico? La violenza sessuale compiuta dal fidanzato. “Dato che sto con lui, che ci sono uscita, che l’ho baciato…” si ripete tra sé e sé la vittima, senza però andare fino in fondo al proprio disgusto e dare il giusto nome a un rapporto intimo subito e destinato a creare una voragine nel profondo.

Il pregiudizio accoglie spesso le vittime, che con un comportamento freddo e in apparenza indifferente vanno a farsi visitare al pronto soccorso o si presentano in questura per la denuncia. “Quella freddezza può essere sintomo di una grande forma di sofferenza” mette in guardia Romito, che è autrice del volume Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori (Angeli Editore), tradotto in varie lingue.

Tra le conseguenze a breve e lungo termine dello stupro ci sono infatti due sintomatologie di segno opposto: “Da una parte la cosiddetta sindrome post traumatica da stress, che significa ansia, attacchi di panico, impossibilità di liberarsi del ricordo dell’abuso, incubi, agitazione. Il suo opposto, altrettanto grave, è la paralisi delle reazioni e delle emozioni”.

Prima della ricerca condotta sugli studenti medi del Friuli Venezia Giulia, la docente di Trieste ha svolto un altro studio, pubblicato nel 2007 dalla rivista Social science & medicine, per valutare l’impatto sulla salute psicologica della violenza tra gli studenti universitari: 502 gli intervistati, maschi e femmine, al massimo di 25 anni. Dall’indagine è emerso che il 20 per cento delle universitarie ha dichiarato di avere conosciuto lo stupro o di avere subito violenza grave. I maschi, non certo immuni dagli abusi sessuali, come si vede dalla tabella a pagina 60, sembrano reagire meglio al trauma, ma fanno registrare un maggiore ricorso all’alcol (con gli incidenti stradali a esso collegati).

“Siamo arrivati molto tardi a studiare le conseguenze dello stupro” conclude Romito. “Ci è voluta la conferenza dell’Onu sulle donne a Pechino perché, in Europa, si pubblicasse nel 2002 lo studio Enveff (Enquête nationale sur la violence enver les femmes en France) secondo cui nei primi 12 mesi successivi all’abuso sessuale le donne hanno un rischio 26 volte superiore di suicidarsi”.

Sbagliato, però, parlare di ripercussioni permanenti: “Sì, le ferite sono gravi, ma poi la maggior parte delle donne le supera. Gli stupri sono così frequenti che se così non fosse saremmo in tante in una condizione di disabilità. Con l’aiuto di chi ci ama, qualche volta con il ricorso a una guida professionale, di sicuro con il passare del tempo, le ferite possono rimarginarsi”.

Segregava e violentava la moglie da 14 anni, arrestato un agricoltore

I carabinieri di Vibo Valentia hanno arrestato un agricoltore 40enne che da oltre 14 anni malmenava e segregava in casa la moglie e le 5 figlie minorenni, impedendo loro di uscire se non in sua compagnia e costringendo giornalmente la consorte a sottostare ad ogni sorta di violenza sessuale, anche in presenza delle proprie figlie in tenera età. La donna ha deciso di denunciare tutto ai carabinieri dopo l’ennesimo pestaggio avvenuto all’interno delle mura domestiche.
I militari dell’Arma, immediatamente intervenuti per soccorrere la donna e le proprie bambine, hanno provveduto ad allontanare le vittime dall’uomo, affidandole ad un istituto specializzato. Su ordinanza del tribunale di Vibo Valentia i carabinieri hanno poi tratto in arresto l’operaio con le accuse di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e corruzione di minori.

Antigone e le carceri insostenibili. Aumentano i suicidi, anche tra minori

Carcere di massima sicurezza

Le carceri italiane stanno scoppiando. A due anni dall’indulto, è ancora allarme. A lanciarlo è l’associazione Antigone che denuncia una situazione al limite della vivibilità dove aumentano i suicidi e i tentativi di suicidio. Anche tra i minori.
“Da gennaio a giugno di quest’anno sono state quasi seimila le persone condotte in carcere con una media di mille detenuti al mese” spiega Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione che si occupa dei diritti dei detenuti. Al momento all’interno delle strutture carcerarie italiane sono presenti 54.605 detenuti, con 11.715 unità in più rispetto alla regolare capienza di 42.890 posti letto . “Al 31 dicembre scorso la popolazione carceraria era di 48.693, un numero in costante crescita dal luglio 2006 data del provvedimento dell’indulto” precisa Gonnella “ma solamente in poche settimane il numero dei detenuti ha superato le 54 mila presenze”.

Dall’inizio dell’anno a giugno 2008 ci sono stati già ventitré suicidi e trenta detenuti morti per cause naturali. Secondo i dati sui decessi e gli atti di autolesionismo resi noti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, in carcere ci si ammazza più o meno diciotto volte di più che all’esterno. Una statistica condotta sul numero dei detenuti mediamente presenti tutto l’anno. I suicidi che si sono verificati nel 2007 hanno interessato lo 0,10 per cento della popolazione carceraria. Di questi 43 sono stati uomini (27 italiani, 16 stranieri) e due donne italiane (0,22 per cento tra quelle detenute). “La maggior parte degli atti auto-soppressivi si è registrato tra gli imputati visto, da un lato, l’alto numero di suicidi che si hanno al momento sconfortante dell’ingresso in carcere” prosegue Gonnella ” ma anche dall’altro, il maggior numero di imputati che si registra a seguito dell’indulto, che li ha interessati più marginalmente”. I tentativi di suicidio sono stati in totale 619, di cui 571 uomini (287 italiani e 284 stranieri). Tra le donne, invece, 22 erano di nazionalità italiana e 17 straniere. La percentuale degli atti di autolesionismo nel 2007 è stata altissima interessando l’8,14 per cento dei detenuti ovvero 3.687 persone. Il dato più preoccupante riguarda i minori.

Poche settimane fa al Ferrante Aporti di Torino un ragazzo di sedici anni si è tolto la vita. Sempre nel carcere minorile torinese i primi di aprile altri due quindicenni, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, hanno tentato di uccidersi ma sono stati salvati all’intervento delle guardie carcerarie. Il primo si chiama Rachid, ha utilizzato le lenzuola del proprio letto come cappio. L’altro, Karim si è tagliato le vene utilizzando i cocci di una bottiglia di vetro.

“L’incremento dei casi di suicidio o dei tentativi è dovuto in parte anche ad una carente struttura carceraria parallela ovvero, quella costituita dagli assistenti, psicologi e parroci” spiega l’avvocato Renato Borzone, segretario dell’Unione Camere Penali Italiane. “Loro potrebbero essere un supporto importante, se non fondamentale, per chi è psicologicamente più fragile e non riesce a sopportare il regime carcerario”. Poi Borzone prosegue: “Abrogare la legge Gozzini invece di affrontare l’emergenza sovraffollamento significa puntare ad un sistema disumano che potrebbe riportarci indietro negli anni”. Anche Franco Corleone , garante dei diritti dei detenuti del comune di Firenze, ribadisce l’importanza dei mediatori culturali per cercare arginare i tentativi di suicidio: “Stiamo rischiando di passare dal codice Rocco, un codice su base etica, ad un codice su base etnica”dove chi compie i reati viene “trattato in maniera diversa a seconda della propria provenienza” spiega e prende ad esempio il carcere di Solliciano dove il 60 per cento dei detenuti è straniero e la maggior parte di loro si trova in carcere per violazioni amministrative (legge Bossi-Fini) o per droga.
Mercoledì 16 luglio, a Roma presso la Fondazione Basso, l’associazione Antigone presenterà il V Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia.

Allarme tra gli agenti: troppi i suicidi nelle carceri italiane

Un secondino con in mano un mazzo di chiavi in carcere di massima sicurezza | Ansa
64 in 10 anni(1997/2007), già 4 nel 2008. Tanti sono agenti di Polizia penitenziaria che si sono tolti la vita. I numeri, allarmanti, sono stati diffusi dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria secondo cui “si tratta di un fenomeno sostanzialmente comune a tutte le Forze di Polizia”. “È certo che l’amministrazione penitenziaria non può restare inerte di fronte al drammatico fenomeno dei suicidi che, negli ultimi mesi, si sono verificati tra gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria”, ha affermato il capo del Dap, Ettore Ferrara, nel corso dell’incontro che si è tenuto con le organizzazioni sindacali, alla presenza del ministro della Giustizia Luigi Scotti, per discutere della particolare situazione di disagio vissuta dagli appartenenti alla Polizia penitenziaria, dopo gli ultimi due casi di Biella e Matera. I suicidi si sono verificati sia al nord che al sud, ma raramente all’interno della sede di servizio: dal 2006 ad oggi solo 1 caso su 13. Le cause, secondo quanto riferito dal Dipartimento, sono legate soprattutto a problemi finanziari, sentimentali, dolore per la perdita di un familiare, preoccupazione per una diagnosi infausta. Insomma personali. Tuttavia, sottolinea il Dap, “sembrerebbe emergere che i recenti episodi di suicidi di appartenenti alla Polizia Penitenziaria, benché verosimilmente indotti dalle ragioni più varie e comunque strettamente personali, sono, in taluni casi, le manifestazioni più drammatiche e dolorose di un disagio derivante da un lavoro difficile e carico di tensioni”.
Leggermente diversa la lettura del drammatico fenomeno che dà Eugenio Sarno, segretario della Uil Penitenziari: “Oggi il sistema penitenziario paga la fase post-indulto perché‚ non sono state attivate quelle misure strutturali che pure erano state annunciate. Noi non intendiamo strumentalizzare le tragedie di queste ultime settimane ma non puó non trovare attenzione l’avvento esponenziale dei suicidi”.
Sindacati e ministero si sono invece trovati d’accordo sulle soluzioni, di medio e lungo termine, per “mettere in campo un programma articolato di interventi” con l’obiettivo di migliorare la qualità dei vita degli agenti, mettere in rete le esperienze maturate in questo ambito all’interno delle Forze di Polizia e coinvolgere le forze politiche perché adottino interventi concreti.
Si parte dalla creazione di un call center per il sostegno in situazioni di disagio; all’istituzione di un osservatorio nazionale per l’analisi dei bisogni e l’individuazione delle soluzioni più adeguate; all’individuazione di “spazi per il rafforzamento di strumenti psicologici atti fronteggiare situazioni di stress e di bourn out”.

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