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Gli studenti delle medie superiori e delle Università di nuovo in piazza, il ministro Mariastella Gelmini replica e da un lato accusa che è in atto “una campagna terroristica” e dall’altro annuncia che a partire da domani convocherà le associazioni degli studenti e dei genitori per aprire uno spazio di confronto “a una sola condizione: che si discuta sui fatti”. “Ragazzi” esorta il ministro dopo aver criticato Veltroni, reo, secondo lei, di cavalcare la protesta studentesca, “avanzate proposte ma non accontentatevi di restare fermi a un dibattito in difesa dello status quo perché questo Paese ha bisogno di riforme”.
Intanto il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, da Pechino torna sulle polemiche suscitate dalle sue parole di ieri: “Non ho mai detto né pensato che servisse mandare la polizia nelle scuole. I titoli dei giornali che ho potuto scorrere sono lontani dalla realtà”. Nel mirino del premier, che parla dalla Cina dove è arrivato per il settimo summit euro-asiatico, finiscono anche studenti e rettori delle Università italiane in rivolta. “Protestano? Ma se per l’Università addirittura ancora non È stato fatto niente…”, osserva incredulo. “Se qualcuno va in piazza è perché gli piace andare in piazza” aggiunge polemico. “A qualcuno piace la musica, a qualcuno piace manifestare…”. Berlusconi poi non dice più che le occupazioni non saranno tollerate. Afferma invece di avere in mente “spiritosi” metodi di “convincimento: convincimento, e ne ho in mente qualcuno molto spiritoso, bisognerà garantire agli altri che vogliono imparare la possibilità di non essere disturbati da costoro”.
Ecco la fotografia della nuova giornata di protesta che investe ormai tutte le università e le scuole medie superiori del Paese. Una giornata difficile, tesa. Sia nella piazze sia nei palazzi della politica.
Nell’aula del Senato l’atmosfera si è fatta subito incandescente. Sono passate da poco le 12:30 quando il ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini prende la parola. E si capisce subito che non sarà una passeggiata. Per quello che Gelmini dice e lascia intendere che dirà. Per le reazioni che arrivano dai banchi di opposizione: sono subito interruzioni, non manca la senatrice che porta le mani sulla bocca per farne un megafono. La Gelmini non si scompone: al suo fianco, sui banchi del governo, siedono i ministri Elio Vito e Sandro Bondi. La guardano un po’ sorpresi e un po’ divertiti. L’Aula di palazzo Madama per lunghi tratti è un’arena. I richiami del presidente Renato Schifani si fanno sempre più frequenti col passare dei minuti. Gelmini rivendica il merito di aver tolto i dati sulla condizione della scuola dalle medie statistiche per farli diventare patrimonio dell’opinione pubblica. “C’è un Libro bianco sulla riforma della scuola”, urla il senatore del Pd Paolo Giarretta. Arriva il richiamo di Schifani al contestatore. Gelmini tira dritto. “Ben più delle proteste” spiega Gelmini, con voce monocorde e senza increspature “mi preoccupano le falsificazioni che sono state messe alla base di queste proteste”. Viene giù metà Aula.
Niente, in confronto a quanto avviene quando: “Al Libro bianco sulla scuola, scritto sotto l’egida dei ministri Fioroni e Padoa-Schioppa…”. Non arriva in fondo alla frase il ministro Gelmini perché qualche urlo e un’onda di ilarità attraversa i banchi dell’opposizione per quell’accento traditore. Alla Gelmini scappa una “egìda” invece di “égida”. Ma neanche questo inciampo riesce a frenare l’esposizione di Gelmini, con i fogli del discorso che scorrono da una mano all’altra. Riprende a leggere e alza gli occhi soltanto per indirizzare lo sguardo sui banchi delle opposizioni. “È stato detto, e non è vero, che diminuiremo gli insegnanti di sostegno. È stato detto, e non è vero, che licenzieremo 87.000 insegnanti. È stato detto, e non è vero, che diminuiranno le classi a tempo pieno. Un’opportunità che invece, da ministro, intendo incentivare”. Dai banchi del Pd scatta una protesta corale. Troppe le accuse di falsità in appena cinque righe di discorso. Dal centrodestra partono applausi più sopra dei “vivissimi” come annotano secondo la tradizione gli stenografi del Senato. E riprende: “È stato detto, e non è vero, che chiuderemo le scuole delle piccole isole e quelle di montagna, atto che il ministro non potrebbe mai sognarsi di compiere”.
Dai banchi dell’opposizione sale un’onda sonora, il brusio s’impenna e cede il passo alle urla. Scattano in piedi i senatori del centrodestra per applaudire. Ma è questione di pochi secondi. Sono quasi le 13. Gelmini riconosce che chi l’ha preceduta nel ruolo di ministro e ha cercato di cambiare la scuola “non ha avuto un percorso agevole, ma questa fatica merita di essere compiuta; la devo al Paese, ai ragazzi, alle famiglie, agli insegnanti, a coloro che si aspettano e meritano una scuola migliore, come recita la Costituzione, aperta a tutti, che distribuisca pari opportunità”. È finita. Dal centrodestra scatta un’ovazione e lunghi applausi. Il centrosinistra stavolta sceglie di restare sui banchi, in silenzio.
Il rumore è tutto fuori, nelle strade attraversate dagli studenti contestatori. Che, nonostante l’escalation di occupazioni, si dicono pronti a incontrare il ministro (seppure dopo una convocazione “tardiva” fanno notare). “Ma questo” avverte l’Unione degli studenti “non basterà a fermare le mobilitazioni. Il movimento si fermerà soltanto quando il Governo ritirerà il decreto 137″.
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Non li ha fermati nemmeno l’appello del presidente della Repubblica. Nemmeno i toni duri del presidente del Consiglio. Anzi, la protesta contro la riforma della scuola proposta dal ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini non si ferma solo all’universtità: adesso invade anche i licei: come annunciato nei giorni scorsi dalla Rete degli Studenti, sono iniziate questa mattina le occupazioni in scuole superiori di tutta Italia. In particolare a Roma, a quanto risulta, sono stati occupati alcuni Licei come lo storico classico Tasso o il periferico scientifico Malpighi.
Continuano quindi in tutto il Paese, nelle università come nei licei, le proteste. I cancelli della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano, ad esempio, sono stati bloccati dagli studenti per un’ora, impedendo così l’ingresso a chi voleva frequentare i corsi. In mattinata, la mobilitazione prosegue con gruppi di “libero sapere”, che prepareranno le lezioni da tenere domani all’aperto in piazza Duomo, e con il coinvolgimento di alcuni professori disponibili a modificare i loro corsi per trattare temi di attualità, come ad esempio, una lezione su “i 40 anni di fallimento dell’Università pubblica” e “la paura e il controllo”, oltre a uno “sciopero della firma” in mattinata per quei corsi che prevedono l’obbligo di frequenza. Nel pomeriggio, alle 14.30, gli studenti di Scienze Politiche presenteranno un loro documento all’assemblea di Facoltà. La mobilitazione continua anche in altre facoltà, atenei e scuole milanesi, ad esempio con lezioni aperte nel pomeriggio all’Accademia di Belle Arti di Brera e un’assemblea nella sede centrale della Statale in via Festa del Perdono.
La mobilitazione riguarda anche il sud: in tutta la provincia di Cosenza stanno per partire i cortei per manifestare contro il provvedimento del ministro dell’Istruzione e della Ricerca. Sono previste manifestazioni nel capoluogo ma anche in molti altri Comuni dove le scuole si sono organizzate per condividere la giornata di protesta. Anche a Palermo prosegue la rivolta : a Lettere il Consiglio di facoltà ha approvato la sospensione per dieci giorni della didattica ordinaria e la sostituzione con lezioni informative e attività culturali realizzate in collaborazione con i docenti e ricercatori. L’obiettivo è informare studenti e cittadinanza sui motivi della protesta. Oggi alle 16, presso l’Aula magna della Facoltà, il primo incontro di approfondimento sulla legge 133. Nelle altre facoltà, dopo la sospensione di martedì, la didattica è ripresa, anche se diversi studenti hanno disertato le lezioni. Intanto, Azione studentesca ha annunciato per oggi alle 10 un sit-in sotto la sede dell’Ufficio scolastico provinciale di Palermo, in via Praga.
Le parole di Berlusconi non fermano dunque le proteste degli universitari: “la mobilitazione continua, anzi aumenta”, dice l’Udu (Unione degli universitari). “Non ci sentiamo minimamente intimoriti dalle parole di Silvio Berlusconi di ieri” precisa “perchè non si tratta di una mobilitazione soltanto degli studenti. Questa contrarietà è ormai, oltre che dell’intero mondo accademico, anche propria della società civile che si sta rendendo conto che la L. 133 mina lo sviluppo del Paese oltre al diritto allo studio”.
Ecco alcune delle iniziative e delle proteste in programma per oggi.
A l’Aquila è previsto un sit-in, alle 18, sotto la Prefettura;
A Perugia è stata convocata un’Assemblea a Lettere dove si terrà un Consiglio di Facoltà aperto a tutti gli studenti.
Ad Urbino nell’Aula Magna di Economia i sindacati hanno indetto un’assemblea per le 11.00 che vedrà la partecipazione anche dell’associazione studentesca Agorà.
A Lecce ci sarà il blocco della didattica nella Facoltà di Scienze Politiche ottenuto dal Coordinamento per l’Università Pubblica.
Blocco della didattica anche a Cagliari, da domani, nella facoltà di lettere, con un’autogestione che durerà fino al 30 Ottobre.
A Bari sono previste Assemblee per gli studenti di Scienze Matematiche, Biotecnologia e Farmacia e per quelli della Facoltà di Lingue.
Una fiaccolata è in programma stasera a Siena mentre a Pisa nel pomeriggio si terrà una manifestazione.
A Imperia i circa 360 alunni dell’Istituto d’Arte hanno proclamato l’autogestione. Picchetti davanti alle Facoltà napoletane, distribuzione di volantini e tentativi di blocco delle lezioni: la protesta degli studenti universitari a Napoli continua così senza interruzioni. Corteo studentesco in centro a Torino e centinaia di studenti delle superiori in piazza a Matera.
Di tutto ciò, alle 17, si discuterà nella riunione in programma al Viminale, come ha reso noto il ministro dell’Interno Roberto Maroni.
Il VIDEO servizio:
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Non cederà il governo. Non farà passi indietro. Anzi, sulla riforma della scuola “Andremo avanti: continuiamo nella direzione lungamente meditata e poi intrapresa dal ministro Gelmini”. A dirlo è il premier Silvio Berlusconi in conferenza stampa a Palazzo Chigi, proprio con il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. Perché: “L’obiettivo non è la riforma strutturale della scuola ma mettere al centro della scuola lo studente. Ci saranno risparmi e quindi avremo più risorse in una scuola dove gli stipendi degli insegnanti assorbono ora oltre il 90% del budget”. Non ci sta il premier alle “bugie” della sinistra: “Dicono che taglieremo il tempo pieno, che licenziamo insegnanti, che togliamo risorse alla scuola. Tutto falso”.
E allora snocciola numeri, dati e cifre. Tutto per difendere le ragioni della riforma della scuola a pochi giorni dalla manifestazione di protesta convocata per il 25 ottobre dal Pd e mentre nelle università italiane dilagano occupazioni e mobilitazione.
Uno ad uno, Berlusconi analizza tutti i punti del decreto Gelmini, che anche questa mattina il leader del Pd Walter Veltroni ha invitato a ritirare. “Siamo decisi ad andare avanti, e diamo un avviso ai naviganti: non permetteremo l’occupazione di luoghi come università e scuole, che è una violenza nei confronti delle famiglie, dello Stato, dei ragazzi che vogliono studiare”. Berlusconi ha reso noto che comunicherà al ministro dell’Interno Maroni indicazioni su “come devono intervenire le forze dell’ordine”.
La manifestazione del 25 ottobre
“La sinistra, vedendo l’aria che tira, dice che in piazza saranno fatte delle proposte: non credo che sia quello il luogo. Le proposte si fanno in Parlamento e, per ora, dalla sinistra non e’ arrivato nulla. Noi invece andammo in piazza per protestare contro il fisco”.
I falsi della sinistra
“Altro falso” ha proseguito Berlusconi “è quello che dice: il governo caccia 87mila insegnanti. È solo prepensionamento e blocco del turnover. Si mette fine alla prassi della sinistra che ha inflazionato precari e trasformato la scuola in un ammortizzatore sociale, dequalificandola. Il 38,8% degli studenti 15enni non raggiunge il livello di competenza minimo in una società avanzata. Bisogna cambiare le cose, ed è quello che si appresta a fare il ministro Gelmini. La scuola ha 1 milione e 300mila insegnanti con il costo per studente più alto d’Europa”.
Tempo pieno
“La sinistra dice che aboliamo il tempo pieno” ha detto ancora Berlusconi “Ma non c’è nessuna abolizione. Anzi ci saranno più insegnanti da impiegare per il tempo pieno. Le classi di tempo pieno potranno aumentare anche del 50%. In 5 anni ci saranno quasi 6mila classi in più con il tempo pieno”.
Lingua straniera
“Le ore dell’inglese nelle elementari sono tagliate: è falso”, ha aggiunto Berlusconi snocciolando dati su dati che provano il mantenimento delle ore di inglese in orario “E le famiglie possono chiedere altre 2 ore di inglese in più sottraendole all’insegnamento della seconda lingua”.
Razzismo
“Andate voi” ha detto Berlusconi “a insegnare l’aritmetica e l’italiano in classi, come al nord, dove si parlano 10 lingue e non l’italiano. Si vuole dare solo l’opportunità di corsi per far parlare l’italiano a questi ragazzi. Il primo passo è l’insegnamento della lingua italiana per l’integrazione. Non per razzismo (come ancora ieri aveva accusato Famiglia Cristiana in un suo editoriale, ndr). In Francia ci sono da decenni le classi ‘d’accueil’ (CLA), in Germania ci sono classi analoghe” per l’insegnamento della lingua e della cultura tedesca.
Scuole chiuse
“Altra menzogna. Per le comunità montane e altro si è solo previsto il risparmio sul personale dirigente. Ci saranno un preside unico in scuole con 50 bambini o meno”.
Meno risorse
“Il taglio di 8 miliardi di euro per la scuola. Non è vero” ribatte Berlusconi “qui ci sono i dati. C’è una manovra sul triennio che porta ad una migliore allocazione delle risorse. Oggi la scuola costa 39 miliardi di euro l’anno e per il 96% sono stipendi del personale. Spendiamo più del 7% del Pil in Istruzione, Germania e Francia spendono più o meno lo stesso. Ogni studente ci costa 5172 euro, un record in Europa: in Italia c’è 1 docente ogni 9 studenti contro 1 ogni 13 studenti in Europa”.
Nessuna meritocrazia
“Gli insegnanti guadagnano allo stesso modo, quelli che meritano e quelli che non meritano” ha detto Berlusconi. “Un insegnante con 15 anni di anzianità guadagna 27.500 euro dopo 15 anni; in Germania guadagna 20mila euro in più”. Per questo, ha aggiunto Berlusconi, la riforma si propone di arrivare entro il 2012 a poter “premiare” con un aumento di stipendio significativo gli insegnanti più meritevoli.
Partecipa al FORUM: “Atenei occupati e disordini di piazza: che c’entra il decreto Gelmini?”
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E allora bisogna chiederselo: la riforma Gelmini sulla scuola, è un attentato al diritto costituzionale di un’istruzione libera e garantita a tutti i cittadini italiani, come denuncia il movimento di protesta contro la riforma, o il tentativo di risanare una scuola sotto molti profili in crisi, come sostengono il ministro, il premier e il governo?
Studenti, docenti e opinione pubblica si dividono sul decreto legge 137/2008, entrato in vigore il 1 settembre, già passato al vaglio della fiducia alla Camera e ora in discussione al Senato. Molte le novità previste: dal voto al posto del giudizio, all’adozione dei libri scolastici per un quinquennio.
Queste in estrema sintesi le novità contenute negli 8 articoli del decreto legge.
Competenze su cittadinanza e Costituzione (articolo 1)
Dall’inizio dell’anno scolastico corrente (2008/2009) viene avviata una sperimentazione nazionale ed attività di sensibilizzazione e di formazione del personale finalizzate all’acquisizione nel primo e nel secondo ciclo di istruzione (elementari e medie) delle conoscenze e delle competenze relative a “Cittadinanza e Costituzione”, nell’ambito delle aree storico-geografica e storico-sociale e del monte ore complessivo previsto. Torna, insomma, la vecchia “Educazione civica”, che gradualmente viene anticipata nell’insegnamento della la scuola dell’infanzia (asili). All’attuazione dell’articolo, dice il decreto, si provvede nei limiti delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili. In concreto, formazione e implementazione delle lezioni di “Cittadinanza e Costituzione” dipenderanno, come il resto dell’attività scolastica, dalla spesa pubblica per l’istruzione stabilita di anno in anno in Finanziaria.
Valutazione del comportamento degli studenti (articolo 2).
Alle elementari e alle medie, in sede di scrutinio alla fine del primo quadrimestre e alla fine dell’anno scolastico, sarà valutato “il comportamento di ogni studente durante tutto il periodo di permanenza nella sede scolastica”, anche “in relazione alla partecipazione alle attività e agli interventi educativi realizzati dalle istituzioni scolastiche anche fuori della propria sede”. Questa valutazione già da quest’anno è espressa in numeri. La votazione sul comportamento degli studenti, attribuita collegialmente dal consiglio di classe, concorre alla valutazione complessiva dello studente e determina, se inferiore al 6, la non ammissione al successivo anno di corso o all’esame conclusivo del ciclo.
Ma come unformare in tutt’Italia i criteri di giudizio sul comportamento degli studenti? Ci penserà un decreto del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che preciserà i criteri e modalità applicative per attribuire ad atti di “particolare e oggettiva gravità del comportamento” un voto insufficiente. Insomma, una sorta di piccolo ‘codice del comportamento’ emanato dal ministero, soccoreerà presidi e docenti.
Rendimento scolastico degli studenti (articolo 3)
Dall’anno scolastico corrente alle elementari e alle medie la valutazione periodica e annuale del rendimento degli alunni e la certificazione delle competenze da essi acquisite è espressa in decimi e illustrata con giudizio analitico sul livello globale di maturazione raggiunto dall’alunno. Sono ammessi alla classe successiva, o all’esame di Stato a conclusione del ciclo, gli studenti che hanno ottenuto un voto non inferiore a 6 decimi in ciascuna disciplina o gruppo di discipline. È abrogata ogni altra disposizione incompatibile con la valutazione del rendimento scolastico mediante l’attribuzione di voto numerico espresso in decimi.
Anche in questo caso, per uniformare il più possibile i criteri di giudizio a livello nazionale, un regolamento, su proposta del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, si occuperà del coordinamento delle norme vigenti per la valutazione degli studenti e individuerà eventuali ulteriori modalità applicative.
Insegnante unico nella scuola primaria (articolo 4)
È l’articolo più contestato, quello che prevede il cosiddetto ‘maestro unico’ alle elementari. Alle primarie le istituzioni scolastiche (cioè i presidi) costituiranno classi affidate a un unico insegnante, funzionanti con orario di 24 ore settimanali. Si terrà conto delle esigenze, correlate alla domanda delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo-scuola. Ovvero, secondo l’opposizione, si elimina il tempo pieno. Secondo la maggioranza, al contrario, si pongono le premesse per un utilizzo più razionale dell’organico degli insegnanti senza toccare le ore di tempo pieno e sarà definito il trattamento economico dovuto per le ore di insegnamento aggiuntive rispetto all’orario d’obbligo di insegnamento stabilito dalle disposizioni contrattuali.
Ma per chi contesta la riforma, il ritorno al maestro unico e all’orario delle 24 ore obbligatorie ’spezza’ la continuità didattica con le rimanenti 16 ore per arrivare alle famose 40. Parte di queste ore verranno sì affidate ad un altro docente o allo stesso maestro unico che accetterà di allungarsi l’orario di lavoro. Ma si tratterà di un tempo scuola aggiuntivo e non più unitario ai fini del programma. Ma senza compresenza degli insegnanti e unitarietà dell’insegnamento e della didattica la qualità sarà ben diversa, dicono i contestatori.
Libri di testo (articolo 5)
Gli organi scolastici adotteranno libri di testo in relazione ai quali l’editore si sia impegnato a mantenere invariato il contenuto nel quinquennio, salvo le appendici di aggiornamento eventualmente necessarie, da rendere separatamente disponibili. Anche l’adozione di libri di testo (salvo specifiche e motivate esigenze) avrà cadenza quinquennale. Il dirigente scolastico dovrà vigilare sulle delibere del collegio dei docenti relative all’adozione dei libri di testo. Ovvero: meno cambiamenti nei libri di testo adottati per ridurre la spesa delle famiglie.
Valore abilitante della laurea in scienze della formazione primaria (articolo 5)
L’esame di laurea sostenuto a conclusione dei corsi in Scienze della formazione primaria, comprensivo della valutazione delle attività di tirocinio previste dal relativo percorso formativo, ha valore di esame di Stato e abilita all’insegnamento, rispettivamente, nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria. Queste disposizioni si applicano anche a coloro che hanno sostenuto l’esame di laurea conclusivo dei corsi in Scienze della formazione primaria nel periodo compreso tra la data di entrata in vigore della legge 24 dicembre 2007 n. 244 e la data di entrata in vigore del decreto legge 137/2008.
Accesso alle scuole di specializzazione medica (articolo 7). Al concorso per l’accesso alle scuole di specializzazione mediche possono partecipare tutti i laureati in medicina e chirurgia. Questi laureati sono ammessi alle scuole di specializzazione a condizione che conseguano l’abilitazione per l’esercizio dell’attività professionale, se non ancora posseduta, entro la data di inizio delle attività didattiche delle scuole immediatamente successiva al concorso espletato.
Entrata in vigore (articolo 8).Il decreto è entrato in vigore il giorno stesso della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale (il 1 settembre). Le norme finali del provvedimento prevedono che dall’attuazione delle disposizioni contenute nel decreto non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Ovvero, lo Stato per la riforma Gelmini non deve spendere un centesimo in più.
A motivare il ministro Gelmini alcuni dati ormai noti da tempo:
negli ultimi 10 anni gli alunni sono diminuiti e la spesa pubblica per l’Istruzione è cresciuta invece di oltre 10 miliardi; il 97% di qusta spesa è assorbito dagli stipendi; la spesa per alunno è più alta del 10% rispetto alla media OCSE.
Il ministro Gelmini assicura che il 30% degli oltre 7 miliardi di euro risparmiati in tre anni saranno investiti in premi ai docenti più bravi, accorpamento delle classi, ammodernamento degli edifici scolastici. La scelta del maestro unico, spiega, assicura margini per potenziare il tempo pieno del 50%. Ma la ratio della riforma, insistono i sindacati, è soprattutto nei tagli: di personale, di risorse, di investimenti. Spendiamo troppo? Il guaio è che, a leggere i dati Ocse, spendiamo male: la spesa per studente è la più alta d’Europa. Il rapporto studenti-docenti è tra i più bassi d’Europa; il numero di ore di insegnamento annuo per docente è nettamente inferiore alla media europea; l’età media del corpo docente è fra le più elevate in Europa, solo l’8,8% degli insegnanti della scuola secondaria, inferiore e superiore, ha meno di quarant’anni, e solo 1 su mille ha meno di 30 anni.
Giorgio Napolitano, intervenendo alla cerimonia di inaugurazione dell’anno scolastico, che si è svolta al Quirinale ha detto che “per avere un’Italia migliore abbiamo bisogno di una scuola migliore”. Le condizioni del nostro sistema scolastico, ha aggiunto il capo dello Stato, richiedono scelte coraggiose di rinnovamento: “Non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell’esistente. Nel campo della scuola non si tratta di ripartire da zero ogni volta che con le elezioni cambia il quadro politico”.
Il presidente della Repubblica ha richiamato tutti al senso di responsabilità per “ridurre a zero nei prossimi anni il deficit pubblico, per incidere sempre di più sul debito accumulato nel passato. Nessuna parte sociale e politica può sfuggire a questo imperativo ed esso comporta, inutile negarlo, un contenimento della spesa per la scuola”.
Per migliorare la scuola, sempre secondo Napolitano “è necessario partire con uno sforzo di maggiore serenità, nel confronto tra maggioranza e opposizione in Parlamento, e tra governo e parti sociali, dai problemi che nessuno può negare”. Per il capo dello Stato inoltre è necessario “che si discutano con spirito aperto tutte le diverse soluzioni che ciascuna parte ha il diritto di proporre e ha il dovere di prospettare in termini positivi e coerenti”. Per questo Napolitano ha auspicato che “compiano tutti uno sforzo per evitare contrapposizioni pericolose, mostrino tutti senso della misura e realismo nell’affrontare anche questioni più spinose”.
Il Presidente della Repubblica ha anche detto di considerare “importante e positiva la decisione annunciata dal ministro Gelmini di avviare nel primo e secondo ciclo di istruzione la sperimentazione di una nuova disciplina dedicata ai temi ‘cittadinanza e costituzione’. Mi auguro”, ha concluso il capo dello Stato, “che si consolidi una concreta e impegnativa scelta in questo senso”.
Dopo il grembiule (promosso dalla maggioranza degli italiani), il voto in condotta. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha in mente una scuola-revival. E in un’intervista al Messaggero propone di tornare al vecchio valore del voto al comportamento degli studenti: se troppo basso, si ripete l’anno. La titolare del dicastero della scuola trova ”incomprensibile che non si valuti in alcun modo il comportamento dei ragazzi” poiché ”anche la condotta ha la sua valenza ed il rispetto delle regole deve avere la giusta considerazione. Stiamo ragionando” dice poi “sull’ipotesi di legare la promozione anche alla valutazione della condotta”.
Un’ipotesi che non va giù alle associazioni studentesche, che in mattinata rispondono via comunicati alle proposte della Gelmini: “Il voto di condotta ai fini della bocciatura”, sostiene l’Unione degli studenti ”è stato abolito con l’istituzione dello statuto dei diritti degli studenti, una grande conquista del movimento studentesco e della democrazia nelle scuole”.
”Tornare ai vecchi Decreti regi, istituiti sotto la disciplina fascista, ci sembra” afferma l’associazione studentesca “un ritorno al passato che già il ministro Moratti aveva provato a mettere in atto, senza successo. Per questo promettiamo battaglia non solo per difendere i diritti sanciti ma soprattutto per il rispetto degli stessi”. Si va verso un autunno caldo nelle scuole? Sembrerebbe di sì, anche a leggere le dichiarazioni bellicose della “Rete degli studenti“: ”Siamo sempre stati contrari a questa idea, mandata in soffitta ormai dieci anni fa con l’approvazione dello Statuto degli Studenti. La convivenza democratica” affermano gli studenti in una nota “ha bisogno di regole che coinvolgano anche gli aspetti del comportamento, ma questo non può in nessun modo ledere il diritto inalienabile di ogni studente di essere valutato per ciò che ha appreso, in modo separato rispetto alla valutazione sul comportamento e la disciplina. Ciò che ci sorprende di più è sapere dai giornali che su questa proposta ci sarebbe un confronto con i forum dei genitori e degli studenti, di cui facciamo parte. Smentiamo assolutamente di essere stati consultati. Anche in passato, quando ciò è avvenuto, ci siamo sempre confrontati nel merito di tali proposte, su cui ribadiamo la nostra più totale contrarietà”.
Insomma, un “no” tanto preventivo quanto netto. Adesso si vedrà la reazione del ministro Gelmini, che intanto pensa anche a come dare un voto (e incentivi) ai docenti: “La scuola può migliorare” dice nell’intervista citata “solo se torna a investire nei professori”. ”Dobbiamo rivedere il sistema di reclutamento, pretendere una formazione permanente e valorizzare il merito” dice il ministro, puntando per il giudizio sull’Invalsi, l’organo di valutazione delle scuole, ‘’spesso vista come un meccanismo per punire invece che per premiare”.
Il ministro della Pubblica Istruzione propone di tornare al voto in condotta: che sia decisivo per la promozione. Siete d’accordo?
Il grembiule a scuola. Un’uniforme, per eliminare le differenze delle “griffe” e non una divisa, di tipo militaresco.
Così lo intende la ministra dell’istruzione Mariastella Gelmini, che oggi non ha escluso un possibile ritorno dell’indumento per gli scolari delle elementari. “Il grembiule? Perchè no”, ha detto la Gelmini rispondendo alla domanda di una parlamentare del Pdl. La ministra è stata applaudita per il suo compleanno in commissione Istruzione alla Camera, dove è stata ascoltata dai parlamentari. La Gelmini è tornata sul tema degli stipendi degli insegnanti: ”Per la prima volta” ha detto rispondendo a una domanda dei cronisti sull’incongruenza tra i tagli previsti nella manovra economica e la volontà di adeguare le retribuzioni dei docenti agli standard europei “il 30% dei risparmi ottenuti con i tagli non verranno reinvestiti in altri settori ma nella scuola.
L’impegno è di utilizzare quel 30% sulla premialità. Non è che un segnale di partenza. Ma è chiaro che il percorso per adeguare gli stipendi non si ottiene con un anno e nemmeno due. Però è un percorso che viene avviato. Innescando il merito, qualche segnale positivo ne potrà derivare. Poi naturalmente serviranno altri provvedimenti sui quali stiamo ragionando”. Ma il piano del governo sulla scuola non piace alla Federconsumatori, che risponde alla ministra: “Invece di proporre il ritorno del grembiule e quindi di interessarsi all’abbigliamento degli alunni, all’ordine e all’uguaglianza, dovrebbe occuparsi, ma soprattutto preoccuparsi, della situazione in cui si troveranno le famiglie e la scuola pubblica con la nuova Manovra Economica sulla Scuola”.
Secondo l’associazione, la manovra (previsti 140mila tagli nel settore) porterà a conseguenze disastrose, aumento degli alunni per classe, cancellazione del tempo pieno, riduzione degli insegnanti di sostegno. “Se l’uguaglianza è la parola d’ordine del ministro” dice Federconsumatori, “le ricordiamo che l’istruzione è un diritto fondamentale e universale e il nostro ruolo sarà quello di denunciare in ogni sede le conseguenze negative che subiranno le famiglie italiane”.
Favorevoli o contrari? Discutine sul FORUM.
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Alla fine, è stata morbida la mano del Parlamento sui tanto strombazzati tagli alla politica. La Finanziaria 2008, legge dal primo gennaio, prevede sì un sostanzioso capitolo di risparmi sulle spese del Palazzo, ma non sono poche le misure che, durante i quasi tre mesi di maratona parlamentare, hanno perso per strada la loro incisività. E così “La casta“, messa sotto accusa nelle piazze e sui media (da comici e cittadini), chiamata a dare risposte al sentimento di sfiducia degli elettori, ha deciso, al di là degli annunci del momento, di rendere meno severa la “cura dimagrante” alla quale si era detta disposta. Gli esempi? Non mancano.
La riduzione del numero degli assessori è stata spostata nel tempo. Non entrerà subito in vigore, come deciso in prima lettura da Senato, ma scatterà con le prossime elezioni: solo allora gli assessori di comuni, province e circoscrizioni scenderanno da 18 a 12, con conseguente risparmio su stipendi, portaborse e auto blu. Altro esempio: la stretta sui gettoni di presenza per i consiglieri di comuni, province e regioni non varrà per tutti ma sarà limitata soltanto alle città capoluogo di provincia. Anche per le comunità montane il taglio sarà meno draconiano: dovevano sparirne un’ottantina, immediatamente si disse, invece la patata bollente è stata passata alle regioni, che dovranno decidere come sfoltire.
Sul taglio degli stipendi dei supermanager c’è stata una battaglia senza esclusione di colpi. All’inizio l’emendamento proposto prevedeva un taglio immediato per tutti. Poi Lamberto Dini e Clemente Mastella minacciarono di non votare la manovra se la norma non fosse stata cambiata, limitandola ai nuovi contratti ed escludendo gli artisti della Rai, che altrimenti sarebbero passati alla concorrenza. Ma anche con queste correzioni, alla Camera si è cercato di rendere più fumoso il testo, eliminando di fatto il tetto per i vertici di Bankitalia, i membri delle autorità indipendenti e un gruppo di 25 fortunati topmanager pubblici. Alla fine, grazie a un emendamento del socialista Roberto Villetti approvato in zona Cesarini, anche per costoro varrà un tetto massimo dello stipendio, che non potrà superare i 540 milioni l’anno.
Altre misure sono state confermate senza problemi, forse perché entreranno in vigore solo in futuro. Il numero dei ministri passerà da 18 a 12, ma dal prossimo governo; mentre il numero dei componenti dell’esecutivo, compresi sottosegretari e viceministri, scenderà da 102 a 60. Confermato il congelamento degli stipendi dei deputati e dei senatori, la riduzione delle circoscrizioni, le limitazioni alla cilindrata delle auto blu, che non potranno superare i 1600 centimetri cubici.
All’attivo dell’operazione tagli va posta anche la decisione di Camera, Senato e Quirinale di ridursi le spese. Ma ci si è arrivati indipendentemente dall’iter della manovra. Le tre più alte cariche dello Stato, Giorgio Napolitano, Fausto Bertinotti e Franco Marini hanno giocato d’anticipo, decidendo di tenere le spese sotto il tetto dell’inflazione. Peccato che il loro buon esempio non è stato seguito. Calcolatrice alla mano, alla fine, le casse dello Stato, secondo il Tesoro risparmieranno la cifra di 23,8 milioni.
Poco? Tanto? Massimo Villone, senatore della sinistra democratica sempre in prima fila nella lotta contro gli sprechi (ha firmato con il collega Cesare Salvi il libro I costi della democrazia) è soddisfatto a metà di come sono andate le cose: “Al cinquanta per cento, diciamo. Abbiamo dovuto fronteggiare i tentativi di lobby potenti: c’è stata una resistenza virulenta e accanita, soprattutto sul tetto degli stipendi dei manager, ma alla fine ha prevalso la ragione. Resta il rimpianto di non aver saputo fare di più, per esempio rendendo immediatamente applicabile il tetto degli stipendi dei manager. Ma, viste le condizioni, il risultato finale non è da buttare via”.
Agli elettori, l’ardua sentenza.
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