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Amano le donne, anche quelle «a gettone». Hanno fiuto per gli affari, dalla finanza alla sanità, dai trasporti alle energie rinnovabili. Guidano contromano e veleggiano in barca. Cercano soldi per il partito e le sue fondazioni. Sono soprattutto liguri, umbri e pugliesi. E tutti hanno dovuto fare i conti con la giustizia. Sono l’eletta schiera dei dalemiani doc, i fedelissimi di Massimo D’Alema. Un cerchio che assomiglia sempre di più a un cappio. Continua
- Tags: Ambrosiano, beneficenza, fondi, ior, milioni, monsignore, nabca, Paul-Marcinkus, Renato-Dardozzi, Santa-Sede, segreti, soldi, tangenti, Vaticano, vescovo
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Per la prima volta nella storia del Vaticano dalle Mura leonine filtrano migliaia di documenti sugli affari finanziari dell’Istituto per le opere di religione (Ior), l’impenetrabile banca della Santa sede che ogni anno offre i suoi utili alla gestione diretta del Papa. Lettere, relazioni, bilanci, verbali, note contabili, bonifici, missive tra le più alte autorità d’Oltretevere su come il denaro sia talvolta gestito in modo spregiudicato da prelati, presuli e cardinali.
Oltre 4 mila documenti che costituiscono l’archivio di un testimone privilegiato: monsignor Renato Dardozzi, parmense nato nel 1922, cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e, soprattutto, per vent’anni uno dei pochissimi consiglieri dei cardinali che si sono succeduti alla segreteria di Stato, da Agostino Casaroli ad Angelo Sodano.
Dardozzi ha voluto che dopo la morte, avvenuta nel 2003, il suo sterminato archivio diventasse pubblico. Così, dopo anni di ricerche, è ora in libreria il mio libro-inchiesta (Vaticano spa, Chiarelettere, 15 euro) che rilegge dalle carte del Vaticano alcuni passaggi cruciali di quegli anni: dalle tangenti della Prima repubblica ai soldi per Bernardo Provenzano e Totò Riina (è Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo, a indicare in un’intervista pubblicata in Vaticano spa l’esistenza presso lo Ior di un sistema di conti intestati a prestanome del padre e dai quali partivano somme destinate ai due boss della mafia).
Dall’Ambrosiano all’Enimont, dalle tangenti alle minacce: per ogni questione Dardozzi raccoglieva documentazione e appunti, li custodiva in cartelline gialle classificate nell’archivio. Si è così costituita una vasta memoria storica che ora svela come una sorta di “ufficio affari riservati” all’interno del Vaticano abbia operato per raddrizzare o mettere a tacere le vicende finanziarie più imbarazzanti e tormentate negli anni di Karol Wojtyla, appena sopite le trame dell’arcivescovo Paul Casimir Marcinkus e dell’Ambrosiano di Roberto Calvi.
Dall’archivio Dardozzi emerge che un fiume di denaro, fra contanti e titoli di Stato, veniva veicolato in una specie di Ior parallelo, una ragnatela off-shore di depositi paravento intestati a fondazioni benefiche inesistenti e dai nomi cinici (”Fondazione per i bambini poveri”, “Lotta alla leucemia”), una ragnatela costruita in segreto per anni da monsignor Donato De Bonis, ex segretario e successore di Marcinkus, nominato da Casaroli prelato dello Ior.
Il sistema viene avviato nel 1987 per assicurare un discreto passaggio del testimone da un Marcinkus ormai sulla via del tramonto a De Bonis, che doveva mettere d’accordo le esperienze passate con le esigenze più riservate della clientela degli anni Novanta. E così lo Ior occulto ha continuato a prosperare per anni sfuggendo anche all’attuale presidente dello Ior, Angelo Caloia, espressione della finanza bianca del Nord.
Sono 17 i conti principali sui quali De Bonis “opera sia per formale delega”, si legge nel rapporto inviato da Caloia a Wojtyla nell’agosto 1992, quando la banca parallela inizia a emergere, “sia per prassi inveterata”. Tra il 1989 e il 1993 vengono condotte operazioni su questi depositi per oltre 310 miliardi di lire, circa 275,2 milioni di euro a valori attualizzati. Ma sono i movimenti in contanti a sorprendere: secondo una stima prudenziale, superano 110 miliardi (97,6 milioni di euro a valori attualizzati).
Bisogna aggiungere l’intensissima compravendita di titoli di Stato: in appena un biennio su questi conti riservati transitano tra 135 e 200 miliardi di cct. E si tratta solo di stime compiute dalla dirigenza della banca. Ancora oggi non si ha certezza alcuna su quanto De Bonis sia riuscito a movimentare realmente, visto che spesso ricorreva alla gestione extracontabile che non lasciava tracce.
Lo Ior parallelo ha così gestito non solo risparmi ma anche tangenti per conto terzi negli anni Novanta, assegni per i palazzi del Vaticano finiti al cardinale José Rosalio Castillo Lara, plenipotenziario economico di Wojtyla, soldi sottratti dalle somme che i fedeli lasciavano per le messe per i defunti, depositi per 30-40 miliardi delle suore che lavoravano nei manicomi, sino ai conti correnti criptati di imprenditori come i Ferruzzi, segretari dei papi come monsignor Pasquale Macchi e, soprattutto, di politici, a cominciare dall’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dal primo politico condannato in Italia per associazione mafiosa, Vito Ciancimino.
È il 15 luglio 1987 quando De Bonis firma regolare richiesta e apre il primo conto corrente del neonato sistema off-shore, numero 001-3-14774-C, con un deposito in contanti di 494.400.000 lire e un elevato tasso d’interesse garantito, il 9 per cento annuo. Per tenere lontana anche l’ombra dei sospetti il monsignore intesta il deposito alla Fondazione cardinale Francis Spellman. La scelta del nome non è casuale: si tratta del potente e temuto cardinale, ordinario militare per gli Stati Uniti, che nel dopoguerra dagli Usa finanziava la Dc anche con soldi che potrebbero essere stati trafugati agli ebrei dai nazisti. E fu Spellman ad accreditare Marcinkus presso l’allora Papa Paolo VI.
Se un funzionario dello Ior avesse voluto curiosare nel fascicolo del conto Spellman, avrebbe scoperto che agli atti non c’è traccia documentale della fondazione, né un atto costitutivo, né una lettera su carta intestata. Avrebbe dedotto che la scelta della fondazione era un semplice ma efficace artificio. Ma nello Ior nessun funzionario nutriva simili curiosità. Il prelato della banca vaticana era troppo potente e protetto dai cardinali perché qualcuno desse un’occhiata ai suoi affari. E allora perché tanto riserbo? Se si gira il classico cartellino di deposito delle firme indicate per l’operatività del conto, oltre a De Bonis è segnato il nome di Andreotti. “Non mi ricordo di questo conto” fa sapere oggi Andreotti, interpellato da Panorama.
Un conto per Andreotti. Alle persone (quasi tutti prelati e porporati) che aprono un conto allo Ior viene chiesto di lasciare in busta chiusa le volontà testamentarie. Nel fascicolo del conto Fondazione Spellman, fotocopiato da monsignor Renato Dardozzi e custodito nel suo archivio, sono indicate quelle del “gestore”, appunto De Bonis. Che con il pennarello nero a punta media che prediligeva aveva scritto su carta a righe le illuminanti disposizioni: “Quanto risulterà alla mia morte, a credito del conto 001-3-14774-C, sia messo a disposizione di S.E. Giulio Andreotti per opere di carità e di assistenza secondo la sua discrezione. Ringrazio nel nome di Dio benedetto. Donato De Bonis, Vaticano 15.7.87″.
Che si tratti di un conto segreto di Andreotti gestito da De Bonis non lo dicono solo i documenti. Ne era convinto anche l’attuale presidente dello Ior Angelo Caloia. In una serie di lettere riservate sugli affari del prelato inviate periodicamente al segretario di Stato cardinale Angelo Sodano, e riprodotte nel libro Vaticano spa, Caloia si dice certo. In quella del 21 giugno 1994, a 7 anni dall’apertura del deposito Fondazione Spellman, Caloia dà ormai per scontato che “il conto della Fondazione cardinal Spellman che l’ ex prelato ha gestito per conto di Omissis contiene cifre…”.
“Omissis” come emerge chiaramente dalla convergente documentazione conservata nell’archivio di monsignor Dardozzi, era la parola convenzionale utilizzata da Caloia e altri manager dello Ior per criptare il nome di Andreotti. Per De Bonis, invece, era stato scelto il nome in codice “Roma”. Per altri correntisti, rimasti ancor oggi nell’ombra, venivano concordati altri nomi di città, come “Ancona” o “Siena”, da usare nelle comunicazioni scritte. In pochi dovevano capire. Ancora oggi rimane sconosciuta, per esempio, l’identità di Ancona. Interpellato da Panorama, Angelo Caloia preferisce non rilasciare dichiarazioni sull’argomento.
Sul conto gestito dal prelato dello Ior per conto di Andreotti affluisce un fiume di denaro. Milioni di banconote, miliardi in contanti. Le note contabili conservate nell’archivio di Dardozzi ricostruiscono nel dettaglio tutte le movimentazioni. Il conto ha goduto di accrediti in cct e in contanti. Dal 1987 al 1992 De Bonis introduce fisicamente in Vaticano oltre 26 miliardi e li deposita tutti sul conto Fondazione Spellman. A valori rivalutati la somma corrisponde a 26,4 milioni di euro di oggi. Importo che bisogna sommare all’enorme quantità di titoli di Stato depositati e ritirati, per complessivi 42 miliardi di lire, pari ad altri 32,5 milioni di euro. In tutto sul conto in una manciata di anni entrano 46 miliardi di lire.
Ma da dove arrivano tutti questi soldi e a chi erano destinati? In Vaticano spa vengono elencati tutti i beneficiari che si dividono in due categorie: religiosi e laici. I primi sono una moltitudine. Se “la carità copre una moltitudine di peccati”, come si legge nella prima lettera di San Pietro (capitolo 4.8), è vero che dal conto Spellman vengono periodicamente distribuite centinaia tra elemosine e donazioni a suore, monache, badesse, frati e abati, enti, ordini e missioni. L’elenco dei beneficiari è sterminato: suore ospedaliere della Misericordia, adoratrici dell’Eucarestia, orsoline di Cortina d’Ampezzo, oblate benedettine di Priscilla, carmelitane d’Arezzo.
Beneficenza quindi, ma non solo. L’apparente gestione caritatevole del patrimonio rimane marginale. Per il cassiere della Dc Severino Citaristi, pluricondannato in Tangentopoli, compare un assegno da 60 milioni. Tra il 1990 e il 1991 dal conto Spellman dello Ior escono 400 milioni per l’avvocato Odoardo Ascari, difensore di Andreotti nei procedimenti aperti a Palermo per concorso in associazione mafiosa. Poi 1,563 miliardi vanno a un fantomatico Comitato Spellman con prelievi in contanti o con il ritiro di pacchi di assegni circolari di taglio diverso (da 1, 2, 5, 10, 20 milioni).
Tanti beneficiari. Un milione di dollari al cardinale brasiliano Lucas Moreira Neves, sino al 2000 prefetto della Congregazione dei vescovi, mentre altri bonifici sono destinati all’allora arcivescovo di New York, cardinale John O’Connor, al cardinale croato Franjo Kuharic dell’arcidiocesi di Zagabria, sino all’ausiliare di Skopje Prizren monsignor Nike Prela “per i fedeli di lingua albanese”.
Presenti anche diplomatici come Marino Fleri, quando era a Gerusalemme (30 mila dollari), l’ambasciatore Stefano Falez, che nel 1992 riceve somme per “la stampa cattolica slovena”, e il viceconsole onorario di New York Armando Tancredi.
Dal fondo si prelevano anche i soldi per i congressi, come quello che si tenne a New York per gli studi su Cicerone nell’aprile del 1991. Dal “memorandum presidente Andreotti” allegato alle disposizioni dei bonifici e dalla contabilità dello Ior si deduce che dal conto vennero pagati 100 mila dollari per le 182 camere degli ospiti al Plaza e allo Sheraton hotel, 225 milioni per i biglietti aerei, le visite guidate e i trasferimenti. Vengono depositati anche libretti al portatore con liquidazione del lavoro e risparmi personali. Né mancano i riferimenti alla politica.
A un versamento da 40 milioni è allegata l’indicazione, su carta intestata Palazzo di Montecitorio, “trasferire in Spellman”. Su un altro foglio viene appuntato “Sen. Lavezzari” in concomitanza con il deposito di assegni per 590 milioni di lire. Carlo Lavezzari, imprenditore siderurgico lombardo, era un amico personale di Andreotti. Ex senatore democristiano, a Roma aveva il suo ufficio sullo stesso pianerottolo di quello dell’ex presidente del Consiglio, in piazza San Lorenzo in Lucina.
Difficile, invece, individuare le identità dei beneficiari delle somme ritirate in contanti con una frenetica attività quasi quotidiana. Le valigette zeppe di denaro portate da De Bonis erano una consuetudine per gli impiegati dello Ior. Il monsignore ogni settimana consegnava migliaia di fascette delle banconote da 100 mila lire con depositi che arrivano anche a mezzo miliardo in contanti per volta.
Non disdegnava gli assegni circolari (da 4-500 milioni), né i bonifici esteri, soprattutto dalla Svizzera. I rapporti sono a Ginevra con l’Union bancaire privée, a Lugano con la Banca di credito e commercio sa e la Banque Indosuez, mentre per le operazioni con la Banca di Lugano si utilizza per comodità il conto 101-7-13907 aperto dallo Ior in quell’istituto elvetico.
La svolta del 1992. Dall’archivio Dardozzi raccontato nel libro Vaticano spa emerge che Caloia, arrivato nel 1989, comincia a sospettare dell’esistenza di questa struttura parallela solo nella primavera del 1992. Istituisce una commissione segreta, dispone controlli dai risultati allarmanti che inoltra al segretario particolare di Giovanni Paolo II, il fedelissimo don Stanislao Dziwisz, oggi arcivescovo di Cracovia, perché il Papa provveda. Ma non accade nulla.
La svolta arriverà solo nell’ottobre 1993 con l’esplosione della vicenda Enimont, la maxitangente pagata ai leader della Prima repubblica perché si rompesse il matrimonio della chimica italiana fra Eni e Montedison. Il pool di Mani pulite busserà al portone di bronzo ottenendo risposte parziali e fuorvianti. Lo scrive proprio Dardozzi all’avvocato Franzo Grande Stevens, legale di fiducia dello Ior: “Non bisogna indurre in tentazione” i giudici che vogliono far luce sui soldi transitati in Vaticano per i politici. Metà dei cct dello Ior parallelo rimarranno così fuori dallo spettro degli investigatori. Di certo senza remore anche perché, come ripeteva Marcinkus, “la Chiesa non si amministra con le Ave Maria”.

( gianluigi.nuzzi at mondadori.it)
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La conferma? L’indagine che venerdì 24 aprile ha portato all’arresto di due boss di Gela che, oltre ad architettare un attentato contro il sindaco gelese Crocetta, imponevano il pizzo alle aziende siciliane con lavori nel nord Italia (qui l’intervista all’imprenditore che ha denunciato i due boss). Conferma di che?
Di un dato impressionante. E cioè che in Lombardia Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta si sono “spartite” città e comuni e hanno siglato accordi di “non belligeranza” con le altre mafie etniche: romene, albanesi, nigeriane e cinesi.
Secondo l’analisi effettuata dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale, la presenza più massiccia nel capoluogo lombardo è senza dubbio quella della ‘ndrangheta: le cosche calabresi si sono insediate nei comuni dell’hinterland di Milano e poi successivamente negli affari del capoluogo lombardo: dalla movimentazione della terra, al narcotraffico, dalla gestione delle imprese edili e agli appalti pubblici. “Sono piccoli gruppi omogenei, propaggini delle ‘ndrine calabresi al Nord dove spesso trovano protezione anche i boss in fuga dai territori d’origine ” specifica il tenente colonnello Roberto Pugnetti, comandante Reparto Analisi del Ros dei Carabinieri “è una struttura sociale utilizzata anche i clan camorristi”
Nei comuni di Buccinasco e Cernusco sul Naviglio si sono insediate le cosche storiche calabresi: i Talia, Bruzzaniti, Barbaro e Papalia.
A Lecco, la potente cosca dei Coco Trovato mentre a Monza spiccano i clan Mancuso e Arena. Le indagini e le operazioni della Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza hanno evidenziato a Varese il dominio delle cosche catanzaresi e quella dei Farao Marincola mentre a Brescia e Bergamo quella dei Bellocco di Reggio Calabria.
Differente è metodo utilizzato da Cosa nostra per impossessarsi di un territorio: “La mafia siciliana utilizza singoli uomini d’onore attraverso i quali reinveste capitali e ricicla denaro sporco nel territorio da conquistare. In questo modo è più difficile, per gli investigatori, localizzare il mafioso” continua il colonnello Pugnetti. Fanno eccezione, in Lombardia i comuni di San Donato Milanese, dove quasi i due terzi degli abitanti sono originari di Gela e quello di Busto Arsizio, in provincia di Varese. In questi territori vivono affiliati ai clan Emanuello, di cui facevano parte anche i boss La Rosa e Trupia e i Rinzirillo.
“Anche in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Toscana le organizzazioni criminali sono riuscite ad infiltrarsi nel tessuto sociale ed economico gestendo il narcotraffico, piccole imprese edili e appalti pubblici” spiega Raffaele Grassi, Direttore della I° Divisione dello Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato “una presenza che è aumentata per la crisi economica che stiamo attraversando in questo periodo; Le organizzazioni criminali, infatti, dispongono di denaro contante che in questo periodo necessita alle aziende in crisi”.
La Regione al nord con la maggiore presenza di organizzazioni criminali dopo la Lombardia è l’Emilia Romagna;
A Modena è stata registrata la presenza di esponenti legati ai clan dei Casalesi così come a Reggio Emilia e a Parma. In queste ultime due città, assieme a quella di Piacenza, ci sono anche potenti ‘ndrine calabresi. “La Liguria, invece è considerata sia dalla camorra (clan Ascione) che dalla ‘ndrangheta uno snodo fondamentale per il traffico di sostanze stupefacenti provenienti dal sud America” spiega Grassi “i corrieri dalla Spagna attraversano la Francia e entrano in Italia .
In modo marginale anche la Toscana è nel mirino delle organizzazioni criminali: cosche di Reggio Calabria (i Condello) si sono insediate sia lungo la costa tra Viareggio, Lucca e Livorno che a Firenze (Farao Marincola). Pur essendo Regione economicamente appetibile sembra rimanere al di fuori degli interesse delle organizzazioni criminali, il Veneto. Nonostante molte aziende campane abbiano trasferito le loro attività nel Nord Est, come spiega il comandante Pugnetti, non sono stati registrati o denunciati casi di infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici. ” Il Veneto a differenza delle altre realtà del Nord Italia, ha aziende importanti ma per la maggior parte ancora a conduzione familiare” puntualizza Raffaele Grassi “quindi molto più difficili da controllare e da gestire da parte delle organizzazioni criminali in trasferta”.
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Truffe nei settori della spesa farmaceutica-sanitaria, dei rifiuti, e dei contributi comunitari; opere edilizie incompiute e uso sconsiderato dei prodotti finanziari derivati; danno all’immagine causato alla Pubblica amministrazione dai dipendenti pubblici che hanno intascato “mazzette”; consulenze indebite.
Insomma la corruzione nel Paese c’è, vive, dilaga e lotta contro tutti noi. Per fermarla, o quanto meno arginarla, serve non abbassare la guardia. Ma “I controlli interni ed esterni sull’amministrazione non sono pienamente adeguati, vi è un’attuale situazione di scarsa loro efficacia, di pochezza di effetti concreti”, ha detto il presidente della magistratura contabile Tullio Lazzaro, nel corso della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2009 alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e di altre autoritò, istituzioni e politici. Per questo, secondo Lazzaro “occorre potenziare e irrobustire i controlli, renderli effettivi nello svolgersi e concreti negli effetti”.
Il non edificante quadro della mala-amministrazione e degli sperperi, emerge poi dalla relazione del pg della Corte dei Conti Furio Pasqualucci: nel 2008, si è tradotto in atti di citazione in giudizio per un totale di circa 1 miliardo e 700mila euro di danni e in 561 sentenze di condanna in primo grado.
Tra i casi più eclatanti segnalati da Pasqualucci, l’emergenza rifiuti in Campania che nel 2008 ha portato alle prime condanne da parte della magistratura contabile regionale per un totale di 650mila euro, ma restano da definire altri due giudizi per un totale di 45milioni di euro di danni, mentre altre istruttorie sono state aperte. La procura regionale del Lazio ha invece contestato a dieci concessionari del servizio “new slot” (le slot machine collegate in rete) una cifra da capogiro di 70 miliardi di euro di danno erariale (una somma “enorme, pari a diversi punti di Pil”, ammette Pasqualucci, ma in relazione alla quale il giudizio è sospeso in attesa di una decisione della Cassazione per regolamento di competenza).
Gli onori delle cronache al caso Calciopoli sono andati non solo per processo penale ma anche per quello attivato dalla Corte dei Conti: la procura regionale del Lazio ha emesso due atti di citazione, il primo nei confronti di nove persone tra dirigenti, arbitri, assistenti di gara e due giornalisti Rai ai quali si richiede di risarcire 240milioni di euro, mentre il secondo per contestare ad altre nove persone un milione di euro per danni all’immagine e da disservizio. E ancora: sempre per danno all’immagine, stavolta del sistema sanitario, la procura della Corte dei Conti della Lombardia ha chiesto risarcimenti per oltre 8milioni di euro alle 14 persone coinvolte nell’inchiesta sulla cosiddetta “clinica degli orrori” di Milano per interventi ritenuti inutili e dannosi sui malati solo per ottenere rimborsi dallo Stato.
Notevoli anche le condanne (77) nel 2008 per danni erariali causati da attività contrattuale, per esempio appalti per la costruzione di strade, scuole o carceri che, a causa di tangenti o sovrafatturrazioni, sono stati eseguiti tardi e male, oppure mai realizzati: le citazioni in giudizio per questo tipo di danno , sempre nel 2008, sono per un totale di 831milioni di euro. Atti di citazione per circa 79milioni di euro sono invece stati emessi per frodi comunitarie, in particolare per lo sforamento delle quote latte, mentre il “ricorso ai derivati” ha causato citazioni per quasi 46mila euro. Consulenze esterne ed incarichi ‘illeciti’ sono state alla base di 96 condanne in primo grado e di oltre 20milioni di euro di danni contestati nelle citazioni a giudizio.
Il compito dell’immediato futuro per la magistratura contabile sarà “una continua e attenta attività di monitoraggio per l’attuazione del Federalismo fiscale“, ha confermato il presidente Tullio Lazzaro. Le linee iniziali del Federalismo sono state già approvate dal Senato e, ha ricordato Lazzaro, “dallo stesso dibattito parlamentare è emerso con chiarezza come sia indispensabile, al riguardo, la piena conoscenza dei dati finanziari da parte del Parlamento: è ovvio poi che il Parlamento debba basare le proprie decisioni su dati certi ed obiettivi e la garanzia di ciò, allo stesso Parlamento e ai cittadini, deve essere data dalla Corte attraverso l’esercizio delle sue funzioni e la cui indipendenza è tutelata dalla Costituzione”.
Soprattutto in un momento storico come l’attuale, caratterizzatto da “una curva discendente delle risorse complessive a disposizione”, è sempre più necessario per Lazzaro, da parte della pubblica amministrazione, “un uso delle risorse pubbliche che sia non solo legittimo ma anche pienamente rispondente ai criteri di sana amministrazione”, producendo “il migliore risultato possibile in termini di economicità e di efficacia”. A tal fine “è necessaria la massima trasparenza in ogni agire della pubblica amministrazione; la’ dove essa manchi il cittadino percepisce la funzione pubblica come un qualcosa di estraneo, di diverso da se’ e dal proprio mondo, da qui la disaffezione verso le istituzioni e anche verso i centri della politica: male, questo, oscuro e sottile che puo’ costituire un rischio mortale per la vita stessa della democrazia”.
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È tornato in libertà. L’ex sindaco di Pescara, già coordinatore regionale del Pd, Luciano D’Alfonso, passerà un Natale da uomo libero. Il gip del Tribunale di Pescara, Luca De Ninis, ha disposto la revoca degli arresti domiciliari a suo carico. D’Alfonso era finito ai domiciliari il 15 dicembre scorso, nell’ambito dell’inchiesta su presunte tangenti negli appalti pubblici al Comune di Pescara. Ieri il pm titolare dell’inchiesta, Gennaro Varone, aveva espresso parere negativo all’istanza presentata dai legali dell’ex sindaco. Il sindaco ha ora tempo fino al 5 gennaio 2009 per ritirare le dimissioni, evitando quindi il commissariamento del Comune e le elezioni anticipate.
Nel documento depositato, il pm sosteneva che l’impianto accusatorio non è stato scalfito dalle affermazioni rilasciate dall’ex sindaco nel corso dell’interrogatorio di garanzia e che quindi non c’erano elementi nuovi nell’indagine. In realtà però, stando a quanto anticipato da alcuni quotidiani, per il gip non esisterebbe a Pescara la “cupola” di cui parla l’accusa. Nella notifica di 3 pagine De Ninis smonterebbe quindi l’impianto accusatorio che ha portato D’Alfonso ai domiciliari, degradando l’accusa di “corruzione” al “finanziamento illecito al partito”.
Inoltre, stando all’anticipazione dei verbali pubblicate da un quotidiano locale, Il Centro, e riportata da il Riformista, per suffragare la colpevolezza dell’ex sindaco di Pescara, secondo il gip (che parla di “scarsità investigativa”) sarebbero state utilizzate “non prove”, ma “semplici deduzioni”.
E mentre, già dalla mattinata alcune decine di persone si erano radunate sotto l’abitazione di D’Alfonso per esprimergli solidarietà e chiedergli il ritiro delle dimissioni si fa sentire anche la “rabbia” del Pd. “Quello che è avvenuto a Pescara è gravissimo. Esprimo a D’Alfonso che torna pienamente libero la mia soddisfazione. Ma la vicenda ha dentro di sé gravi implicazioni che meritano una riflessione più compiuta che ci riserviamo di fare fin dalle prossime ore”. ha commentato il segretario Walter Veltroni. “Sconcertante che il giudice abbia appena nove giorni fa firmato una ordinanza di arresti domiciliari nei confronti di D’Alfonso, sconfessate ora dallo stesso giudice, con una nuova ordinanza che capovolge la precedente” attacca Massimo Brutti, il commissario che il leader del Pd aveva mandato in Abruzzo subito dopo gli arresti di D’Alfonso, segretario regionale di democratici.
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Innanzitutto, Sardegna e Abruzzo. A sorpresa non c’è la Campania. Ma non si sa mai.
Dopo il ciclone giudiziario, gli “agguati politici” e le sconfitte elettorali, le contromosse di Walter Veltroni, messo sotto processo dai suoi colonnelli, partono da queste due regioni.
“Questo non è il mio Pd” avrebbe detto il segretario del partito ieri, tra un’agenzia e l’altra che recitava i nomi dei politici e dei dirigenti locali democratici coinvolti a vario titolo nelle inchieste della magistratura. Aggiungendo di volere una nuova classe dirigente capace di amministrare con onestà ed entusiasmo il territorio.
Da oggi, la parola d’ordine è dunque “percorso innovativo”. Si inizia così proprio da due regioni che, per motivi diversi, sono stati il palcoscenico di dure scosse d’assestamento in casa democratica.
In Abruzzo, dopo la pesante sconfitta elettorale e le inchieste della magistratura che hanno portato all’arresto del sindaco di Pescara (che era pure segretario regionale del partito), toccherebbe a Massimo Brutti riorganizzare le fila del partito, profittando anche dei suoi buoni rapporti con i magistrati (per molti mesi è stato responsabile della Giustizia dei Democratici di sinistra).
Strana vicenda quella a Pescara: il sindaco arrestato, Luciano D’Alfonso, dopo essere stato il più giovane presidente provinciale d’Italia (a soli 30 anni nel 1995), si era guadagnato sul campo due mandati consecutivi da primo cittadino (2003 e 2008). Non solo. In occasione delle primarie del 14 ottobre 2007, era diventato il leader regionale del Pd. Ma per capire il peso di D’Alfonso forse vale la pena ricordare la scelta di Veltroni che, proprio da Pescara, complice anche la coincidenza tra elezioni politiche e amministrative, decise di cominciare il suo tour dell’Italia. “Siccome sono scaramantico” spiegò il leader democratico in quell’occasione “ho voluto far ripartire la mia sfida da Pescara: perché ogni volta che siamo partiti da qui abbiamo sempre vinto le elezioni”. Ma davanti alle calamità anche la scaramanzia non basta. Meglio affidarsi a un uomo navigato come Brutti.
In Sardegna, dove a fine novembre i dissidi interni al partito hanno costretto alle dimissioni il governatore isolano Renato Soru, si farebbero invece i nomi di Michele Meta oppure del portavoce del Pd Andrea Orlando, entrambi vicinissimi al leader democratico.
Situazione niente affatto semplice neppure a Firenze: ieri gli alleati del Pd hanno detto il loro “no” alla corsa alle primarie per la carica di primo cittadino da parte di Graziano Cioni, l’assessore comunale alla Sicurezza indagato nella vicenda Castello.
Quanto alle altre regioni, Campania in testa (dove parte dell giunta è coinvolta nell’inchiesta sulla delibera “Global service”) si resta a guardare. E se il braccio destro di Veltroni, Goffredo Bettini, rassicura sulla solidità della posizione del segretario, molti dirigenti aspettano la direzione di dopodomani. Solo allora si potrà capire quanto sia robusta la leadership in casa del Pd.

Lionel Levha, amministratore delegato di Total Italia, è stato arrestato nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Potenza per tangenti sugli appalti per estrazione di petrolio in Basilicata. Nel caso è coinvolto il deputato del Pd Salvatore Margiotta, per il quale è stata chiesta alla Camera l’autorizzazione a procedere per disporre gli arresti domiciliari.
Per l’accusa, un imprenditore gli avrebbe promesso 200mila euro in cambio di favoritismi.
Per il pm di Potenza, Henry John Woodcock, che conduce l’inchiesta, a quanto appreso dall’agenzia di stampa Ansa, Margiotta avrebbe fatto valere il suo potere e la sua influenza di parlamentare e di leader del Partito democratico della Basilicata per favorire l’aggiudicazione degli appalti alla cordata capeggiata da Francesco Ferrara, di Policoro (Matera), attualmente in carcere. L’onorevole, stando all’accusa, si sarebbe impegnato a fornire informazioni privilegiate al gruppo di imprenditori e a fare pressioni sui dirigenti della Total, società titolare di una delle concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi della Val d’Agri, in Basilicata. In cambio, Ferrara, gli avrebbe promesso una tangente di 200mila euro.
L’inchiesta ha portato a diverse misure cautelari - in carcere per alcune persone, agli arresti domiciliari per altre - disposte dal gip di Potenza Rocco Pavese ed eseguite da Carabinieri del Noe guidati dal tenente colonnello Sergio De Caprio (il “Capitano Ultimo” che arrestò Totò Riina) e personale della squadra mobile di Potenza, diretta da Barbara Strappato. Gli arresti sono stati eseguiti in gran parte a Roma, con la collaborazione della squadra mobile della Capitale e della polizia municipale di Potenza.
In carcere sono quindi finiti, oltre all’ad di Total, anche Jean Paul Juguet, responsabile Total del progetto “Tempa Rossa” (dal nome di uno dei maggiori giacimenti petroliferi della Basilicata), attualmente all’estero; Roberto Pasi, responsabile dell’ufficio di rappresentanza lucano della Total e un suo collaboratore, Roberto Francini. Disposta la detenzione in carcere dell’imprenditore Francesco Ferrara, di Policoro (Matera), e del sindaco di Gorgoglione (Matera) Ignazio Tornetta. Arresti domiciliari anche per altre tre persone, e obbligo di dimora per altri cinque indagati.
Tra i reati contestati vi sono l’associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d’asta (con riferimento specifico agli appalti dei lavori per le estrazioni petrolifere), corruzione e concussione. Il gip ha disposto varie perquisizioni, ancora in corso, e il sequestro di numerose società.
L’on. Salvatore Margiotta, per il quale il pm aveva chiesto i domiciliari, non ha aspettato la necessaria autorizzazione a procedere della Camera dei deputati. Il politico si è autosospeso da tutti gli incarichi di partito ricoperti a livello nazionale e in Basilicata, dove è stato eletto. Margiotta, in una dichiarazione, si dice innocente ed esprime “stupore ed amarezza” per il provvedimento della magistratura. “La verità non potrà che emergere, spero prestissimo. Nel frattempo, poiché non voglio che in alcun modo il Pd, partito in cui milito e che amo, sia coinvolto in questa vicenda” conclude “mi autosospendo sin da ora da tutti gli incarichi di partito a livello nazionale e regionale”.

A caccia di defunti negli ospedali e negli obitori. Per arrivare un secondo prima dei concorrenti e accaparrarsi il funerale. Dietro, un sistema collaudato e infallibile che andava avanti da anni. Facendo guadagnare agli informatori (gli infermieri) e ai beneficiari (dipendenti e titolari delle pompe funebri) decine di migliaia di euro. La scorsa notte a Milano sono state arrestate 41 persone, cinque sono in carcere e 36 ai domiciliari. L’accusa nella maggior parte dei casi è di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla rivelazione di segreti d’ufficio.
All’operazione, chiamata “Caronte”, hanno partecipato circa 300 agenti in esecuzione di tre ordinanze emesse dal gip Giuseppe Vanore, su richiesta dei pm Fabio Napoleone e Grazia Colacicco che hanno coordinato le indagini della sezione di polizia giudiziaria della procura di Milano. In tutto sono state fatte 81 perquisizioni. Le intercettazioni e i controlli hanno rivelato che praticamente tutte le persone morte in ospedale e i defunti degli obitori finivano nella rete delle “spie” delle società di pompe funebri coinvolte, escludendo dal mercato le altre.
Gli infermieri favorivano le imprese in vari modi. Segnalando la presenza dei familiari nella camera mortuaria, comunicando il loro indirizzo e numero di telefono agli impiegati che subito li contattavano per il funerale, consigliando loro stessi ai parenti una determinata azienda. Se quest’ultima riceveva l’incarico della cerimonia funebre, l’infermiere guadagnava fino a 250 euro. Ma il calcolo degli inquirenti sul giro d’affari legato a queste attività illecite va ben oltre. Considerato che a Milano ci sono circa 40 decessi al giorno, le tangenti incassate dagli addetti degli ospedali arrivavano fino a 15 mila euro quotidiani. E se un funerale frutta all’impresa in media 3.500 euro, l’incasso giornaliero arriva a 150 mila euro, di cui il 5-10 per cento finiva nelle tasche degli infermieri. I più attivi e spregiudicati guadagnavano dai 5 ai 10 mila euro al mese in bustarelle.
Alcuni di loro avevano persino un ruolo di coordinatori degli altri colleghi, semplici esecutori. In funzione del mercato delle salme organizzavano i turni degli operatori di camera mortuaria e distribuivano schede telefoniche intestate a terze persone e sostituite periodicamente per le telefonate più delicate.
Le persone indagate sono 48, di cui 24 infermieri, due dipendenti di ospedali e 22 rappresentanti legali o dipendenti delle aziende funerarie. Gli arrestati sono 41 e le cinque persone finite in carcere sono tutte titolari o collaboratori delle imprese. Si tratta di Alcide, Massimo e Andrea Cerato, responsabili della società di onoranze funebri San Siro, Riccardo D’Antoni, titolare della Varesina, altra azienda del settore, e Vito Lo Verde, dipendente della Varesina. Le aziende coinvolte sono in tutto 19, gli ospedali sono otto.
Il cosiddetto “business del caro estinto” non è un’esclusiva milanese. Nei mesi scorsi ci sono state indagini simili, anche se non di tali dimensioni, in diverse città d’Italia e il Codacons stima che questi affari illeciti “generano un giro d’affari annuo di tre miliardi e mezzo di euro per più di 5 mila imprese di pompe funebri”. Dura condanna del collegio degli infermieri Ipasvi di Milano-Lodi verso i colleghi coinvolti, mentre la Sefit (l’associazione Servizi funerari italiani) sottolinea che gli arresti di oggi sono “la punta di un iceberg. Denunciamo da anni la presenza di illeciti tra gli ospedali e le imprese dei servizi funerari”.
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