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La campagna elettorale nel Lazio? Ormai si è spostata nei tribunali

Il Tar del Lazio (Ansa)

Il Tar del Lazio (Ansa)

Non è ancora finita la corsa a ostacoli per il centrodestra nel Lazio e per la candidata presidente Renata Polverini in vista delle regionali di fine marzo: il Tar lunedì ha confermato l’esclusione della lista del Pdl nella provincia di Roma, ritenendo ininfluente il decreto “salva liste” varato dal governo e firmato dal presidente della Repubblica.

Intanto è attesa la pronuncia dell’ufficio circoscrizionale centrale del tribunale sull’ammissione della lista del Pdl depositata e accolta lunedì sulla base del decreto interpretativo, che è appunto in vigore da sabato. Continua

Allarme procure: sono al collasso, non ci sono più pm

Procura di Napoli

Ci sono ormai procure, come quelle per i minorenni di Caltanissetta e Reggio Calabria in cui non c’è nemmeno un sostituto,ma solo il capo dell’ufficio. E altre, come quella di Gela, dove l’unico sostituto presente su un un organico di cinque persone, sta per andar via, assieme a due colleghi “prestati” temporaneamente da altri uffici giudiziari.
Annunciato da tempo dall’Associazione magistrati, il rischio chiusura per diversi uffici requirenti sta diventando realtà, e non solo nel Mezzogiorno, visto che le procure di Pavia e Alba sono nella stessa situazione che si registra ad Enna: su 4 sostituti previsti ce n’è uno solo in servizio. E i prevedibili effetti saranno devastanti. “Non solo sarà impossibile indagare e fare i processi alle grosse organizzazioni criminali” spiega il presidente dell’Anm Luca Palamara “ma anche ai responsabili di reati comuni di allarme sociale, dalla pedofilia alla violenza sessuale. E dunque se si va avanti così, si arriverà allo sfascio totale”.
Che ormai si stia arrivando alla paralisi lo dice l’elenco dei posti senza titolare negli uffici requirenti pubblicato dal Csm e aggiornato al 10 febbraio.

Dati impietosi: se la scopertura è già del 100% nelle procure per i minorenni di Caltanissetta e Reggio, alla procura di Gela (che ha vacanze pari all’80% per ora mitigate dalle due applicazioni) si sta arrivando allo stesso risultato. Percentuali da brivido anche per le procure di Enna e Patti (75%, mancano in ogni ufficio 3 sostituti su 4), Nicosia, Ragusa e Nuoro (67%). E in tutta Italia sono oltre una ventina le procure nelle quali manca almeno la metà dei sostituti previsti.

Tanti gli uffici del Nord con scoperture da allarme rosso: se Pavia e Alba sono al 75%, Gorizia è al 60%; mentre Vercelli, Aosta, Crema, Casale Monferrato, e Brescia (procura per i minori) sono tutte al 50%. . Spesso i numeri nascondono realtà ancora più gravi, visto che non tengono conto delle toghe in aspettativa o in permesso per maternità. A Tempio Pausania la scopertura, secondo i dati del Csm, è del 50 %, ma in realtà in servizio “c’è solo il procuratore capo” riferisce Paolo Auriemma, presidente della sezione romana dell’Anm.E anche alla procura ordinaria di Caltanissetta la situazione sarebbe più tragica di quello che dicono le cifre ufficiali (44% i posti vacanti).
La ragione del problema è che sinora le carenze nelle procure venivano colmate con l’invio dei magistrati di prima nomina, ora impossibile, visto il divieto di assegnare le toghe che hanno appena superato il concorso a funzioni monocratiche, come quelle di pm o di giudice fuori da un organo collegiale.” è incredibile che sia stato impedito ai magistrati di prima nomina di svolgere funzioni monocratiche penali” dice Auriemma che segnala il paradosso per cui una toga a inizio carriera può invece nel settore civile decidere da sola su questioni delicate e disporre persino il sequestro di un’azienda. “Questa bomba ad orologeria ben programmata sta creando le condizioni di un reclutamento straordinario”.
Il problema, secondo i magistrati che chiedono di mitigare il divieto e che ora pensano anche a forme di protesta per far sentire la loro voce, non si risolve nè con gli incentivi previsti per chi va nelle sedi disagiate, nè con i trasferimenti d’ufficio, cioè ‘d’autorità .
“è immaginabile una valanga di ricorsi al Tar” prevede a proposito degli spostamenti forzati Fiorella Pilato, presidente della Terza Commissione del Csm, che segnala come la norma sui giovani magistrati stia creando “disfunzioni” anche nei tribunali, costretti a ‘rimozioni di massa dei giudici civili più esperti , da riconvertire al settore penale, per far posto ai magistrati a inizio carriera”.

Eluana: il Tar accoglie il ricorso del padre, la Lombardia dovrà sospendere le cure

Giuseppe Englaro mostra la foto di sua figlia Eluana in un'immagine di repertorio del 25 aprile 2002
Il Tar ha accolto il ricorso di Beppino Englaro e ha annullato il provvedimento con il quale la Regione Lombardia aveva negato la possibilità a tutto il personale sanitario di interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiali a Eluana. “Il Diritto costituzionale di rifiutare le cure è un diritto di libertà assoluto” e la regione Lombardia “dovrà indicare la struttura sanitaria dotata di requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi” per garantire tale diritto è la motivazione della sentenza del Tar.
Beppino Englaro, il padre di Eluana, tramite i suoi legali aveva impugnato il provvedimento dello scorso settembre della regione Lombardia con riserva di chiedere la sospensiva. Sospensiva chiesta infatti lo scorso 31 dicembre. Giovedì scorso, davanti alla terza sezione del Tar, si è tenuta l’udienza camerale che inizialmente doveva appunto riguardare le richiesta di sospensiva.
Ma su richiesta del professor Vittorio Angiolini, legale di Englaro, e dell’avvocato Franca Alessio, curatrice speciale di Eluana, i giudici hanno deciso di entrare nel merito della vicenda e, con giudizio breve, emettere una sentenza, relativa alla richiesta di annullamento dell’atto amministrativo della direzione generale dell’assessorato alla sanità. “Non posso che essere soddisfatto” ha detto Beppino Englaro, il padre di Eluana, dopo aver appreso che il Tar ha accolto il ricorso. “La sentenza parla da sé” ha detto Englaro “non c’è nessun commento da fare, basta leggere e ci si rende conto che, grazie a Dio, viviamo in uno Stato di diritto”.
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L’autorizzazione alla sospensione del trattamento vitale era stata data lo scorso 9 luglio con un decreto dei giudici della Corte d’Appello di Milano.

Gabriella Carlucci, parlamentare del Pdl e Vicepresidente della Commissione Bicamerale per l’Infanzia, giudica “gravissima la decisione del Tar della Lombardia”. “Un altro tribunale italiano” afferma la parlamentare “sostituendosi al Parlamento e alle leggi italiane, ha deciso che Eluana deve morire per fame e per sete. Un’altra sentenza devastante che promuove un’inaccettabile cultura della morte. Continua il braccio di ferro tra chi vuole difendere il sacro valore della vita ed il principio della sua intangibilità e chi ritiene che in Italia sia arrivato il momento di introdurre l’eutanasia. Personalmente ritengo che per le Regioni, per lo Stato non vi sia alcun obbligo di andare contro le proprie leggi. Continuo a pensare che nessuna struttura pubblica inserita nel servizio sanitario nazionale, possa e debba rendersi partecipe di un vero e proprio omicidio”.
Di diverso parere invece Massimo Cozza, segretario nazionale FP CGIL Medici. “Si ripristina non solo lo stato di diritto” ha detto !ma rappresenta anche una chiara risposta al vulnus che era stato inferto alla deontologia ed alla autonomia professionale dei medici, obbligati a non rispettare le riconosciute volontà. Avevamo ragione a protestare contro la circolare di Formigoni, così come contro l’atto di Indirizzo del Ministro Sacconi“. Per Cozza il medico “non può e non deve essere costretto dalla burocrazia a ostinarsi in trattamenti diagnostici e terapeutici da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute o un miglioramento della qualità della vita, quando è chiara la volontà consapevole del paziente. E l’alimentazione e la nutrizione artificiale sono riconosciuti dal mondo scientifico come trattamenti medici. Le istituzioni dovrebbe seguire le leggi, le sentenze e la scienza, non l’ideologia”.

Il VIDEO servizio:

Lucciole? “Pericolose”. E il modello Rimini potrebbe fare scuola

Prostitute in azione

Le prostitute? Soggetti pericolosi.

Il senatore Filippo Berselli, torna a riproporre il pugno duro contro la prostituzione. Chiede, il presidente della commissione Giustizia in Senato, di applicare a tutto il terrotorio nazionale la norma anti-lucciole, che assimila le prostitute ai “soggetti peicolosi”, già attiva a Rimini, attraverso una circolare del ministero dell’Interno. “Sarà di fatto una disposizione ai questori” sottolinea il senatore Pdl “affinché valutino ciò che ha fatto il questore di Rimini per applicarlo poi sul proprio territorio”.

Berselli ha avuto una conversazione telefonica col ministro dell’Interno, Maroni, sulla questione. Ho spiegato a Maroni” afferma Berselli “che cosa ha fatto il questore di Rimini e lui mi è sembrato molto interessato. Mi ha assicurato che avrebbe parlato direttamente con questo questore per capire meglio i dettagli della vicenda. Ma sulla possibilità di poter rimpatriare le prostitute straniere, applicando la norma che già esiste”, ha assicurato Berselli, “il Ministro mi è sembrato molto attento e interessato”.
Tutto ha inizio a Rimini, dove il questore, Antonio Pezzano, ha ripescato una sentenza della Cassazione del ‘96 che estendevano alle prostitute la legge del 1956 sui soggetti pericolosi. Tale legge prevede che ci sia prima una diffida del questore a non delinquere, poi la possibilità di rinviare i “rei” al comune di residenza con foglio di via obbligatorio, infine, in caso di “disobbedienza”, scatta l’arresto da uno a sei mesi, il processo, e il rimpatrio obbligatorio. Il questore di Rimini, applicando questa misura, nel solo mese di luglio ha così emesso fogli di via obbligatori per 47 prostitute straniere. Quindi ne ha denunciate 40 che ora dovranno attendere il processo e, in caso di condanna, dovranno essere rimpatriate nel loro paese, con foglio di via obbligatorio.
Oggi il senatore Berselli, confortato dall’iniziativa del questore, ha chiesto proprio a Maroni una circolare ad hoc. “Per evitare un’applicazione della normativa a macchia di leopardo, sarebbe bene che intervenisse una circolare del Viminale. Poi, evidentemente, spetterà ad ogni questore valutare la situazione, ma, forti dei risultati raggiunti a Rimini, dove la prostituzione si è dimezzata soltanto nel giro di un mese, confido che verrà applicata, in breve, a livello nazionale”.

Il Consiglio di Stato: “La base di Vicenza non va fermata”

Manifestanti del No dal molin

Contrordine. La base americana a Vicenza s’ha da fare. Il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso del governo e ribaltato l’ordinanza del Tar regionale del 18 giugno, sfavorevole all’ ampliamento della base militare “Ederle”. ‘Il consenso prestato dal governo italiano” dicono i giudici “all’ampliamento dell’insediamento militare americano all’interno dell’aeroporto Dal Molin è un atto politico, come tale insindacabile dal giudice amministrativo, secondo un tradizionale principio sancito dall’art. 31 del testo unico delle leggi sul Consiglio di Stato”.

“Il nulla-osta del Ministero della Difesa” è scritto in una nota di Palazzo Spada “si inquadra nella procedura appositamente prevista per le attività a finanziamento diretto statunitense”. Secondo quest’ultima sentenza, i “riscontri concreti sui rischi di danno ambientale” indicati nella ordinanza del Tar non sono rilevati.
E la costruzione della base “non deve essere vincolata alla consultazione popolare”: un no secco al referendum annunciato dal sindaco della città veneta, Achille Variati (Pd). E un no ancora più forte per i comitati “No dal Molin” che nel dicembre 2006 avevano guidato la protesta contro il raddoppio della base militare. Nel settembre il 2007 il Codacons aveva presentato il ricorso contro la decisione del governo di procedere alla costruzione.

Il Tar aveva accolto le proteste dei comitati il 18 giugno. Oggi invece il via libera a ruspe, gru e nuove proteste. La prossima manifestazione sul sito dei comitati è annunciata stasera, alle 20,30, davanti al cancello dell’aeroporto.

Il Tar dà ragione a Sgarbi: “Tornerò in giunta a Milano”

Vittorio Sgarbi e Letizia Moratti

Vittorio Sgarbi intervistato da Klaus Davi parla della gestione Moratti

Giustizia con sorpresa: rivincita legale per Bocca di rosa

Una prostituta in strada

di Carmelo Abbate

Sembra la storia di Bocca di rosa, con la musa di Fabrizio De André che si tira addosso “l’ira funesta delle cagnette a cui aveva sottratto l’osso”. E con i quattro gendarmi che arrivano con i pennacchi e con le armi e l’accompagnano a prendere il primo treno. Solo che questa volta la prostituta alla stazione successiva è scesa, è andata da un avvocato, ha preparato un bel ricorso al Tar che le ha dato ragione e l’ha reintegrata sul “posto di lavoro”.
È accaduto a Lonate Pozzolo, 11 mila abitanti in provincia di Varese, aerei sulla testa in fase di atterraggio verso Malpensa. La cosa potrebbe quasi passare per una storia curiosa di paese se non fosse che andando a spulciare l’archivio del Tribunale amministrativo regionale della Lombardia si scopre che il mese scorso ci sono state quattro sentenze identiche contro fogli di via emessi dai questori di Varese e Como. E a favore di altrettante prostitute, tutte di nazionalità dell’Est Europa, età compresa tra 21 e 28 anni, chi cittadina Ue chi con regolare permesso di soggiorno, chi sposata o fidanzata, e con una cosa soltanto in comune: l’avvocato. Si chiama Andrea Brumana, ha 34 anni e uno studio a Legnano. Seduto alla scrivania spiega: “Il principio che sta alla base è semplice, la prostituzione in Italia non è un reato ma un’attività lecita. Lo strumento del foglio di via è inadatto perché presuppone la commissione di un crimine che non c’è”.
Una delle quattro ragazze, bionda, jeans, maglietta e telefonino che squilla in continuazione, seduta nel suo ufficio guarda stupita: “Perché mi devo beccare un divieto del genere come se fossi un criminale? Io non ho fatto niente di male, non mi sento in colpa. Non sto in mezzo alla strada e non cerco di fermare le macchine “. Perché ha fatto ricorso? “Se mi capita un buon lavoro proprio in quel paese, perché devo rinunciarci?”. Di fronte ai provvedimenti dei questori, che per motivare l’allontanamento coatto dai comuni per un periodo di 3 anni a carico delle prostitute hanno fatto ricorso a motivi di ordine pubblico e pericolo per l’integrità morale dei minorenni, a causa dell’”adescamento in abiti succinti”, l’avvocato Brumana nel suo ricorso ha sostenuto che le sue clienti svolgevano la “professione di prostitute nel massimo rispetto della legge, del comune senso del pudore, della sicurezza pubblica”. Non solo ha allegato una cartina per mostrare la distanza del luogo di lavoro dal centro abitato, ma anche le foto delle prostitute in divisa d’ordinanza: “Stivali bianchi, jeans al ginocchio, maglione girocollo di colore verde chiaro, giubbotto bianco con cappuccio”.
Elementi che hanno convinto i giudici amministrativi della terza sezione di Milano, ai quali “appare incongruo il rilievo secondo cui l’attività di prostituzione determini la messa in pericolo della sicurezza pubblica e della moralità comune senza alcuna precisazione di un particolare comportamento”. Le spese processuali sono a carico del ministero dell’Interno.

Retromarcia di Pizza: rinuncia al ricorso, non al simbolo. E il voto non slitta

Il segretario nazionale della Democrazia Cristiana, Giuseppe Pizza | ANsa
Al simbolo sulla scheda non rinuncia. Però, per “senso di responsabilità”, è pronto ad accantonare l’idea di un ricorso, evitando di provocare così lo slittamento delle elezioni politiche del 13 e 14 aprile. Dopo l’intervento a Radio 24, che ha provocato qualche equivoco, e dopo un incontro con l’alleato Silvio Berlusconi, il segretario della Dc, Giuseppe Pizza, spiega meglio il suo pensiero: “Vogliamo che non ci sia un rinvio per evitare un trauma al Paese”. E poi spiega che gli avvocati del suo partito sono in contatto con i funzionari del ministero degli Interni per risolvere “i problemi tecnici” nati con la decisione del Consiglio di Stato di riammettere la Dc al voto di aprile.
“Sono convinto che si voterà il 13 e 14 aprile”, osserva il segretario, sottolineando che le questioni tecniche “sono superabili”. E quindi, appuntamento, per gli elettori della Dc, “alle prossime europee che si svolgeranno con un sistema completamente diverso, proporzionale e con le preferenze”. A proposito del breve incontro con il Cavaliere, il segretario della Dc si è limitato a dire: “con il presidente Berlusconi abbiamo fatto l’analisi politica; ho anche parlato a lungo con il presidente Fini perché, facendo parte di una coalizione, mi sembrava giusto coinvolgere entrambi”. Avete parlato di eventuali posti in un governo di centrodestra? “No, abbiamo parlato esclusivamente di questioni politiche e di come evitare questo trauma al Paese”.
“A Berlusconi” ha aggiunto “ho detto che dopo essermi consultato con gli organi dirigenti del partito abbiamo deciso di correre in questa situazione anche se ci penalizza gravemente”. Comunque, prosegue: “Saremo presenti solo al Senato e in quattordici regioni: Lazio, Umbria, Campania, Sicilia, Sardegna, Toscana, Puglia, Abruzzo, Molise, Lombardia, Liguria, Calabria, Emilia Romagna, Basilicata”.

Che i nodi siano facilmente superabili, non è detto. A parte il lavoro del Poligrafico dello Stato che dovrebbe ristampare in fretta e furia tutte le schede e i cartelloni con i simboli, c’è anche la questione degli italiani all’estero. Non quelli delle liste Aire che votano per sei senatori e dodici deputati (nelle loro circoscrizioni la Dc non c’è), ma per quelli temporaneamente fuori Italia che stanno votando per corrispondenza. Si tratta di diverse migliaia di persone (militari, diplomatici, ricercatori, operatori economici) che, sapendo di trovarsi all’estero il 13-14 aprile, hanno chiesto e ottenuto il voto per corrispondenza. Ciascuno di loro ha ricevuto la scheda corrispondente alla regione di appartenenza. Scheda, ovviamente, senza Pizza. C’è chi sostiene che ciascuno di loro potrebbe chiedere di invalidare le elezioni.

Pizza, in precedenza, aveva anche corretto (definendole “prive di fondamento”) le dichiarazioni che gli ha attribuito Radio24. “Nella trasmissione radiofonica ho solo dichiarato che la Democrazia Cristiana per senso di responsabilità e rispetto delle Istituzioni dello Stato potrebbe decidere di rinunciare alla legittima richiesta di rinvio del voto facendo una campagna elettorale, che in soli dieci giorni non può essere che di testimonianza”. “Il nostro diritto a partecipare con lo scudocrociato alle elezioni” argomentava “è stato riconosciuto dal Consiglio di Stato e a noi basta. L’importante è che a queste consultazioni politiche ci sia il vero simbolo della Democrazia Cristiana assente dal ‘92, quando raccolse il 29%”.
Il simbolo della Dc di Pizza - in coalizione al Senato con Pdl, Lega ed Mpa - non era stato ammesso dal Viminale alle elezioni perché troppo simile a quello dell’Udc. Poi, mercoledì, una pronuncia del Consiglio di Stato sulla riammissione aveva messo in forse lo svolgimento del voto. Lo stesso Pizza aveva dichiarato di essere pronto a una soluzione, politica, per evitare un rinvio, chiedendo però una “ammissione di errore” da parte del Viminale.
Ma adesso “che ci sono stati riconosciuti i nostri diritti, calpestati invece dal Viminale, accetteremo di fare una campagna elettorale più breve, quindi simbolica. Ma va bene lo stesso”. Una decisione sufficiente però a sgonfiare le preoccupazioni, azzerare le tante polemiche che nel frattempo si erano scatenate e a riportare di fatto il “sereno” tra i contendenti certi ormai che all’orizzonte non si profilano più le nubi di uno slittamento della data.

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