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E adesso è un coro di no. Da destra a sinistra, tutti in campo per scongiurare l’incubo del rinvio e difendere l’appuntamento elettorale del 13 aprile. Il governo Prodi (in carica per il disbrigo degli affari correnti) corre ai ripari, Berlusconi e Veltroni dichiarano all’unisono di non voler sentir parlare di slittamento del voto. E anche dal Quirinale si seguono con attenzione le iniziative del ministero dell’Interno, dopo che proprio il ministro Giuliano Amato, aveva parlato di possibile rinvio, in quanto la Dc di Giuseppe Pizza, ammessa alla corsa elettorale dal Consiglio di Stato, avrebbe meno di 15 giorni per fare campagna, contro i 30 previsti per legge. Ma soprattutto – sostengono al ministero – mancherebbero i tempi tecnici per completare il processo elettorale: dalla ristampa di 50 milioni di schede (che potrebbe costare 1,5 milioni di euro) all’annullamento dei voti che gli italiani all’estero stanno già inviando, ai termini previsti per la pubblicazione delle liste dei candidati (solo per citarne alcuni).
E pensare che a bloccare la Dc era stato l’ufficio elettorale del Viminale che aveva bocciato, lo scorso 4 marzo, il simbolo della Democrazia cristiana di Pizza, insieme a quello della Dc di Angelo Sandri. Tutti e due hanno però presentato ricorso in Cassazione, e l’8 marzo l’ufficio centrale elettorale li ha respinti entrambi. Pizza si è rivolto a questo punto al Tar, sostenendo l’illegittimità dell’esclusione, ricevendo un’altra bocciatura. Quindi il ricorso al Consiglio di Stato, e la decisione di ieri che ha ribaltato le precedenti. Ma la vicenda potrebbe avere ancora un altro esito. Di qui la decisione dell’esecutivo, attraverso il Viminale, di presentare un doppio ricorso affinché sia revocata l’ordinanza del Consiglio di Stato e sia chiarito una volta per tutte dalla Cassazione a chi spetta giudicare in materia elettorale. La sentenza della Corte viene data per imminente, al massimo entro lunedì.
La preoccupazione è palpabile. Berlusconi si è appellato a Pizza, suo alleato, affinché rinunci: “Sarebbe un dramma per il Paese perdere ulteriore tempo. Faccio appello alla Dc affinché abbia senso di responsabilità e rinunci alla richiesta di avere altri giorni in più per la campagna elettorale”. Più dure invece le parole del leader del Pd: “Sono assolutamente contrario al rinvio delle elezioni. Sarebbe per il nostro Paese anche un colpo di immagine gravissimo e non vorrei che il rinvio fosse un auspicio del Pdl, visto che l’aria è cambiata” ha detto Veltroni sottolineando che “è una cosa aperta nella destra, la destra la risolva”. Anche nel Pdl però avanzano sospetti: “Poco tempo fa chiedevano disperatamente di non andare alle urne” ricorda Ignazio La Russa, capogruppo di An alla Camera. “Ora temiamo che stiano manovrando per non mandarci a votare”.
In realtà di manovre dall’una o dall’altra parte non c’è traccia. Si tratta solo dell’ennesima puntata dello scontro sul simbolo che la Dc di Pizza, coalizzata con il Pdl, vuole sulla scheda elettorale nonostante sia già presente quello del partito di Pier Ferdinando Casini. Gli eredi dello scudocrociato chiedono anche che si ripeta tutto il procedimento pre elettorale: deposito del simbolo, sorteggio della collocazione nella scheda, presenza sui manifesti elettorali. E a chi ricorda il vincolo costituzionale dei 70 giorni si ribatte che quei giorni devono essere effettivi e dunque la data delle elezioni potrebbe essere fissata anche 90 giorno dopo.
Se ce ne fosse bisogno, a complicare ulteriormente le cose c’è che il provvedimento dei giudici di Palazzo Spada è solo “cautelare”. Nel merito, ovvero a decidere sulla effettiva validità delle ragioni della Dc, dovrà tornare a pronunciarsi il Tar (la sentenza è fissata per l’otto aprile). Ma tanto basta per sospendere la decisione di esclusione assunta dal ministero dell’Interno.
Cosa, quindi, potrebbe succedere? Se Pizza rientra in gioco si prospettano due diversi scenari. O le elezioni, appunto, vengono rinviate; oppure Pizza accetta di correre senza recuperare il tempo perso e le elezioni si svolgono regolarmente sempre che il ministero degli Interni sia in grado di rifare tutte le procedure e di ristampare schede, liste e manifesti. Se il ricorso del governo contro la riammissione viene accettato, le elezioni si svolgono regolarmente, ma Pizza potrebbe provare a farle annullare in seguito attraverso il giudizio di merito. Anche se da noi nessuna legge prevede un organo che possa annullare le consultazioni elettorali.
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di Gianluigi Nuzzi
“Sono stato fatto fuori perché combattevo apertamente un disegno subdolo che preconizzava la smilitarizzazione della Guardia di finanza o il suo smembramento a favore dell’Agenzia delle entrate. La richiesta di trasferire l’intera gerarchia della Lombardia nell’estate del 2006, in piena inchiesta Unipol, va quindi interpretata come un campanello d’allarme della fase iniziale di un progetto più ampio e inquietante. Che passava prima nel commissariamento politico delle fiamme gialle, ‘congelando’ il suo comandante, affidato a generali di corpo d’armata amici, e poi via via nel ridurre lo spettro d’influenza e d’azione della Gdf. Del resto il fatto che il gip di Roma abbia disposto un supplemento di indagine nell’inchiesta su Visco dimostra che in questa vicenda rimangono troppe zone d’ombra”. Rimosso dal comando da Tommaso Padoa-Schioppa, reintegrato dal Tar del Lazio e dimissionario per scelta di contropiede, l’ex comandante della Guardia di finanza, Roberto Speciale, legge in tutta la sua storia, iniziata con i durissimi scontri del luglio 2006 con Vincenzo Visco che gli intimava di rimuovere da Milano senza motivo quattro ufficiali, il naufragio di un progetto per mettere la Finanza nell’angolo.
Generale, sono accuse gravi, può dimostrarle?
Già da articoli e dichiarazioni subito dopo l’insediamento di questo governo, ho assistito a tentativi striscianti e talvolta anche palesi di mettere in sofferenza la Gdf rispetto a tutte le altre articolazioni del ministero dell’Economia.
La maggioranza invece l’accusa di aver creato una gestione personalistica e persino deviata della Finanza…
Leggo tante bugie. Prenda i risultati della Guardia di finanza nella lotta all’evasione fiscale, sbandierati da questo governo pochi giorni fa. Tutti dimenticano che la direttiva per la lotta all’evasione seguita dai finanzieri nel 2007 è firmata da Roberto Speciale. Direttiva che a oggi non è stata modificata in nessuna delle sue parti. Strano, anche Romano Prodi ha perso la memoria.
Che c’entra il presidente del Consiglio?
Quando si insediò ci incontrammo e mi chiese con determinazione una mano nel recupero dell’evasione. Diceva che era fondamentale per il suo governo. Bene, al giuramento degli allievi a Bergamo, a fine primavera 2007, mi ringraziò personalmente per i brillanti risultati conseguiti. Poi è sparito. Deve essere un vezzo: dimenticano i complimenti e voltano le spalle. Eppure, nel centrosinistra avevo molti amici.
Lei è stato scelto dal centrodestra alla guida della Guardia di finanza.
Sì, però con il gradimento di tutti.
Ma non è stato Niccolò Pollari, ex numero uno del Sismi, a sostenere la sua candidatura a comandante della Guardia di finanza?
Pollari e io siamo entrambi siciliani, quasi dello stesso paese ma con carriere distinte e distanti. Ci lega un’amicizia fraterna e una stima incommensurabile, ma mai le nostre carriere si sono intersecate o hanno interferito. A volere fortemente la mia nomina fu Giulio Tremonti.
In questo suo scontro istituzionale cosa le ha pesato di più: l’accusa di usare elicotteri o aerei come taxi, di guidare la Gdf come un corpo deviato…
La interrompo subito: io respingo tutte le accuse giornalistiche di aver utilizzato mezzi del corpo a fini personali. I documenti lo dimostrano. Ma la sofferenza maggiore è il silenzio assordante di tutti gli amici dei Ds. O meglio di tutti coloro che consideravo tali. Penso a Massimo D’Alema, Marco Minniti, Anna Finocchiaro. Una parola da loro me la sarei aspettata.

Che rapporto aveva con D’Alema?
Splendido, di stima reciproca. Quando arrivai al comando generale, fu il primo a telefonarmi. Ricordo ancora le sue frasi di apprezzamento per il mio discorso di insediamento. Mi sono sempre ritenuto un interlocutore dei Ds. Molti di loro mi consultavano quando c’erano leggi che interessavano le Forze armate. Un esempio? Ricordo ancora contatti e riunioni quando doveva essere varata la trasformazione dell’esercito di leva in esercito professionale. Mi chiedevano pareri Minniti, il senatore Gianni Nieddu… persino Luciano Violante.
Per la riforma che ha rivoluzionato i servizi segreti?
Esattamente. È stato davvero cortese. Un giorno mi chiese se poteva sentirmi sulla riforma e gli risposi: “Presidente, prendo l’auto e vengo a trovarla subito”. E lui di rimando: “No, vengo io al comando generale”. E così è stato. Oggi in alcuni punti di quella riforma ritrovo il mio pensiero. Infatti ho insistito perché fosse più stringente il coordinamento del servizio segreto centrale, l’ex Cesis, sul braccio civile e su quello militare. Poi se Gian Carlo Caselli afferma che non mi vorrebbe avversario in una partita di scacchi, battuta che mi ha ripetuto ieri mattina Francesco Cossiga al telefono, significa che apprezza implicitamente il mio rispetto delle regole. Che negli scacchi sono cristalline.
È normale che un comandante coltivi rapporti con i politici?
Il comandante generale non è un politico ma una figura istituzionale e quindi può essere amico di tutti.
Oggi quali politici apprezza?
Le dico i pochi della maggioranza. Fausto Bertinotti e Franco Marini per la loro equità, Antonio Di Pietro perché è un legalitario. Giuliano Amato e lo stesso Violante. Fuori da ogni coro Cossiga.
E nel centrodestra?
Non faccio mistero delle mie simpatie per la Casa delle libertà. E quindi Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini e Roberto Castelli. Ma stimo moltissimo anche un antimilitarista come Daniele Capezzone: autentico liberale negli ideali e nei comportamenti.
Non sono un po’ troppi? Lancia messaggi per la sua discesa in politica?
Ora penso alla mia famiglia naturale, con la quale mi devo scusare perché per 42 anni ho pensato solo alla mia seconda famiglia, ovvero l’Esercito, e per altri quattro alla terza, ossia la Finanza. E mi scuso con mia moglie, unica consorte di un comandante della Guardia di finanza a finire sui giornali solo perché è stata madrina di eventi sulle nevi esattamente come tutte le mogli dei precedenti comandanti. Comunque, se dovessi un domani fare politica, scenderei in campo a difesa delle persone in divisa, in servizio e in quiescenza. Immagino un ruolo politico che metta al servizio del Paese le mie competenze in sicurezza e difesa.
Insomma, già studia per un incarico di governo?
Ogni studente nutre la legittima ambizione di conseguire la laurea con il massimo dei voti.
Da politico quale priorità individuerebbe?
È sempre più urgente la razionalizzazione delle forze armate e delle forze di polizia, oggi afflitte da sovrapposizioni, diseconomie, risparmiando così risorse a beneficio del personale. Il panorama delle forze armate è infatti sbilanciato. Ci sono forze come l’Esercito che sono sottovalutate negli impegni operativi e nella pianificazione delle risorse.
Quando annuncerà con chi farà politica?
Ancora non ho deciso. Ogni giorno ricevo proposte che preferisco declinare. Stamattina mi ha tirato giù dal letto Francesco Storace chiedendomi di entrare nel suo partito.
Lei è comunque un generale che gode di giudizi controversi. A iniziare da quelli di ex amici come il suo successore, Cosimo D’Arrigo, che l’accusa di avere compiuto un gesto fuori dalla realtà, quando ha chiesto che la sua lettera di dimissioni fosse inoltrata a tutte le fiamme gialle.
L’ho chiesto perché la sentenza del tar parla chiaro. Annulla con effetto immediato la rimozione dall’ufficio e dispone il ripristino dello status quo ante 1º giugno 2007. Altro che pensione! Il giudice mi ha riportato in servizio. Lo status quo ante non ammette altre interpretazioni.
E le accuse di D’Arrigo che prende le distanze?
L’unica nota positiva in questa vicenda era costituita dalla scelta del mio successore, appunto D’Arrigo, a cui mi legano da sempre sentimenti di stima e d’amicizia, ovviamente ricambiati. Va da sé che questi sentimenti non potranno mutare anche a seguito delle dichiarazioni poco felici che ha rilasciato o che meglio gli hanno suggerito di rilasciare.
Dopo le inchieste aperte dalla procura militare e dalla Corte dei conti sui viaggi da lei compiuti con aerei ed elicotteri del corpo e sull’uso dei fondi riservati era normale che l’attuale comandante prendesse le distanze.
Se io ho una colpa, è quella di avere voluto presenziare, per il bene della Gdf, a tutte le cerimonie, nessuna esclusa, che riguardavano il corpo. È una colpa? Ma questi che mi accusano di uso personale si sono mai immaginati il film di una giornata da comandante generale, la mole di impegni giornalieri?
E non lo trova uno spreco di denaro impiegare mezzi da 6 mila euro l’ora?
Presenziare a quegli appuntamenti significa essere vicini al personale con il vertice che si sposta ovunque nel Paese. Non è dispendioso, ne valeva la pena. Tra l’altro la somma investita è contemplata dalle procedure di impiego dei mezzi aerei della Gdf.
Scusi, ma quando andava e tornava da Capri mica era per le feste del corpo…
Io ho sempre raggiunto Capri con mezzi privati e credo che persone come l’imprenditore Roberto Russo lo possano testimoniare, visto che era lui ad accompagnare me e i miei familiari con la sua barca.
È andata sempre così?
Solo una volta con il mare grosso il compianto generale Giovanni Mariella, comandante della Campania, mi mise a disposizione un mezzo per rientrare su Roma per impegni di servizio.
Dai tabulati risulta invece che lei ha usato spesso l’elicottero a Ferragosto.
Perché dovevo presenziare come capo di una forza di polizia alla riunione che ogni 15 agosto fissa il ministro dell’Interno.
Non poteva tornare a Capri con mezzi propri, in auto e poi in traghetto?
E perché mai, scusi? Se per esigenze di servizio richiamo dalla licenza un finanziere semplice devo pagare la missione e il viaggio di andata e ritorno. Perché invece il comandante generale deve essere penalizzato?
Eppure sono pendenti due inchieste, della Corte dei conti e della procura militare…
Con testimoni pronti a ricostruire la verità. Guardi, chi mi diffama si è inventato che io andavo a queste cerimonie il fine settimana, non sapendo che queste celebrazioni venivano programmate proprio al sabato per non interferire con il ciclo scolastico. Io rientravo in giornata subito dopo la cerimonia. Basta controllare, è agli atti. Così ho querelato. Di nuovo.
L’accusano anche di avere fatto portare in montagna, a Passo Rolle, casse di spigole da mangiare con amici e mogli.
Ah quella storia… satira pura e altra querela. Quelle spigole e frutti di mare, in tutto 20 chili, li ho comprati a mie spese per regalarli ai militari della Scuola alpina di Predazzo che non mangiano mai pesce, solo patate, polenta e würstel. “Se non vi offendete ve li offro io”. Così ho fatto arrivare il pesce all’aeroporto di Pratica di Mare. Le cassette sono finite nella stiva dell’aereo che doveva tornare comunque a Bolzano a riprendermi. Così è stato: a Bolzano il pesce è stato scaricato e io mi sono imbarcato. Non l’ho nemmeno assaggiato.

E la gestione dei fondi riservati?
Chi può pensare che mi intascavo 2 mila euro al mese quando ho rinunciato allo stipendio di tutto riguardo che mi veniva offerto dalla Corte dei conti?
Come vengono gestiti questi fondi?
La Gdf come ogni forza di polizia dispone di 8-900 mila euro destinati alle spese per fini istituzionali, come il pagamento delle fonti informative. Ricordo ancora quando una fonte qualificata, subito dopo l’insediamento del governo Prodi, chiese 5 milioni di euro per la cattura di Bernardo Provenzano. La coltivammo per mesi…
E come andò a finire?
E chi li aveva 5 milioni di euro? Segnalammo la cosa a chi di dovere e non ne abbiamo saputo più nulla.
Vuol dire che è stata pagata questa somma per trovare Provenzano?
Questo lo dice lei. Noi abbiamo seguito la legge. Come sempre.
( gianluigi.nuzzi at mondadori.it)

L’ex comandante della Guardia di Finanza Roberto Speciale adesso ha le mani libere. Concetto di gran moda in questo periodo, nei palazzi della politica italiana. Già, proprio la politica sembra essere il prossimo approdo dell’ufficiale delle Fiamme Gialle, dopo le dimissioni che hanno spiazzato e sorpreso Prodi&Co.
A fare il pensionato normale, il generale non pensa affatto. Chi ben lo conosce sa che da quest’estate (il decreto decreto con il quale il governo lo rimuove dal suo incarico, nominando al suo posto il generale Cosimo D’Arrigo è del primo giugno scorso) sta valutando l’opportunità di fare politica, candidandosi al Senato. E ora è uscito allo scoperto: “Ci sto pensando seriamente”, ha ammesso in un’intervista a Libero dove fa sapere di puntare ad una candidatura a Palazzo Madama. Svelati i piani sul suo futuro, resta un segreto: con chi si potrebbe candidare, l’ex comandante della GdF che, secondo i calcoli riportati dal Corriere della Sera, potrebbe valere qualche centinaio di migliaia di voti? A chiederselo sono in tanti. Non meno sono quelli che se lo contendono visto che, in base a un sondaggio, risulta che Speciale, nel suo braccio di ferro col governo, ha guadagnato una straordinaria popolarità.
Già, ma a quale partito, a quale schieramento la porterà in dote? Se fosse necessario scommettere, converrebbe puntare sul fatto che il generale andrà a allinearsi nel centrodestra: “Per adesso” dice lui “esistono dei progetti sui quali sto riflettendo. Sono abituato a ragionare sulle cose a lungo prima di decidere. Il mio desiderio è quello di poter servire lo Stato con una diversa funzione istituzionale”. Ammette infatti che “tutto il centrodestra” gli è stato vicino anche se deve “riconoscere la vicinanza affettuosa di Di Pietro”. Che, guarda caso, ha a suo tempo fatto più o meno lo stesso percorso: dall’addio alla toga al Palazzo politico. senza lasciar passare troppo tempo prima di entrare nelle fila del centrosinistra.

Aspettare per 14 anni la fissazione dell’udienza di un ricorso porta ansia e malessere che devono essere risarciti: non si tratta di danno biologico, bensì di danno esistenziale. È questo il senso della pronunzia della Corte d’appello di Firenze che ha condannato il Tribunale amministrativo regionale (e di conseguenza il ministero dell’Economia) a pagare la somma di 14mila euro ad una professoressa coinvolta nella lentezza del tribunale amministrativo. Nel 1993 la professoressa fiorentina aveva perfezionato il ricorso davanti al Tar contestando la sua esclusione da una graduatoria per ricercatori. Passa un anno, due, dieci. Il Tar non fissa nemmeno l’udienza di discussione. A quel punto la professoressa rinuncia ma, al tredicesimo anno, va da un avvocato.
Veloce, visti i tempi biblici del Tar, la sentenza della corte d’appello che è competente, dal gennaio scorso, a giudicare il ritardo dei giudici amministrativi del distretto, in deroga alla norma generale che vede Genova competente per la Toscana. Veloce e assertiva, la Corte d’appello decreta l’avvenuto danno esistenziale (concretizzando quest’ultimo in ansia e malessere) derivato dall’estenuante attesa e condanna al pagamento di 14mila euro lo Stato. “Non si tratta di un danno biologico” hanno spiegato i patrocinanti della professoressa, avvocati Saverio Crea e Marcello Stanca “ma piuttosto di un danno esistenziale: ansia e malessere provocati dall’attesa”.
Il danno è stato quantificato in via forfettaria (mille euro per ogni anno di attesa) e senza necessità di una prova specifica, cosa invece richiesta in caso di danno biologico. “Ansia e malessere” afferma l’avvocato Crea “sono considerati in sé, cioè a prescindere dalla necessità di attestare l’avvenuta insorgenza di patologie e sindromi post traumatiche da stress”. Scrive il collegio: “La responsabilità prescinde dalla colpa o dal dolo del giudice della causa posto che la stessa si correla all’obbligo che lo Stato contraente si è assunto, con la ratifica della Convenzione di Strasburgo, di assicurare alle persone la tutela giudiziaria in tempi ragionevoli e di apprestare conseguentemente un’organizzazione giudiziaria idonea a farvi fronte”. Ovviamente, la Corte d’appello ha condannato il ministero dell’Economia anche a pagare le spese del procedimento, quantificate in 2.327,50 euro.
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di Roberto Ormanni
Doppio aumento in vista per deputati e senatori, proprio quando i vertici di Camera e Senato hanno deciso un pacchetto di austerità per ridurre le pensioni dei parlamentari e alcune voci della loro busta paga. La paradossale situazione è figlia del meccanismo che aggancia lo stipendio base dei parlamentari a quello del primo presidente della Corte di cassazione, cioè il magistrato italiano di grado più alto.
Ogni tre anni per tutti i magistrati scatta un aumento calcolato in base a un complicato sistema di previsione dell’indice Istat. Nel gennaio 2008, data del prossimo scatto, esso sarà del 4 per cento circa; di pari percentuale si rivaluterà l’indennità dei parlamentari, cioè la voce più consistente della loro busta paga. Ma non basta, è in arrivo un altro aumento, assai più consistente. E sempre per “via giudiziaria”.
La nuova legge sull’ordinamento della magistratura, in via di approvazione, allinea tutti gli stipendi a quelli dei giudici amministrativi. Attualmente ai componenti di Tar e Consiglio di Stato, a parità di grado, è riconosciuta un’anzianità di 8 anni in più rispetto ai magistrati ordinari, e dunque uno stipendio più alto. Per metterli alla pari, il Parlamento dovrà quindi approvare una legge che conceda a questi ultimi un aumento valutabile intorno al 12 per cento. Anche in questo caso, beneficiandone il primo presidente di Cassazione se ne avvantaggeranno anche deputati e senatori.
Tutto grazie all’unione con i magistrati nella buona e nella cattiva sorte. Ma in questo caso non occorre aspettare la morte per separarsi. Basterebbe una legge per sganciare la retribuzione dei parlamentari da quella del primo presidente di Cassazione. Ma il Parlamento la approverà mai?

A una settimana dal naufragio di Cardiff (Gran Bretagna) il calcio italiano, bocciato dalla Uefa nella corsa per organizzare gli Europei del 2012, non ha smaltito la batosta. Il presidente della Federcalcio Giancarlo Abete è in difficoltà per la nomina dei tre vicepresidenti. Associazioni e leghe collegate alla Figc non si sono messe d’accordo e Antonio Matarrese, presidente della Lega di A e B, rischia di perdere la corsa alla poltrona. Si deciderà il 3 maggio. Lo stesso giorno Abete dovrà scegliere se accettare le dimissioni di Franco Carraro da membro nell’esecutivo Uefa ora guidata da Michel Platini. Se lo farà, l’Italia perderà il suo seggio, che è ad personam. Come se non bastasse, in questo pasticcio, il Tar di Catania ha nominato il prefetto di Roma Achille Serra, commissario ad acta per decidere l’arbitro della partita Catania-Ascoli. Sarà per questo circo che il presidente del Comitato olimpico italiano Gianni Petrucci è sempre più deciso a ridimensionare i contributi al calcio, che nel 2007 ammontano a 81 milioni di euro. La domanda è: perché dare più denari per questo teatrino desolante, penalizzando sport che nel mondo mostrano le facce migliori dell’Italia, dall’atletica di Stefano Baldini, al nuoto di Filippo Magini?
Al Coni ci tengono a sottolineare che a Cardiff non è stato sconfitto il nostro sport, ma solo un calcio arrogante (in Galles la delegazione italiana sfoggiava cinque Ferrari) e senza credibilità. La prova? Gli ultimi mondiali assegnati all’Italia: 2006 scherma, 2008 ciclismo, 2009 nuoto, 2010 pallavolo. E le olimpiadi invernali del 2006 sono state affidate a una città di pianura (seppur circondata dalle Alpi) come Torino. Nel mondo si fidano dell’Italia, non del suo calcio.
Dalla sospensione all’annullamento. E adesso c’è chi, come Carlo Giovanardi (Udc), chiede che il ministro della Salute Livia Turco riferisca in Parlamento, e chi, come Gianfranco Rotondi (segretario della Dc per le Autonomie) equipara a una sconfitta per il governo Prodi l’annullamento da parte del Tar del Lazio al provvedimento che ha innalzato da 500 milligrammi a un grammo la quantità massima di cannabis consentita, oltre la quale scattano le sanzioni penali. Sconfitta politica o meno, i giudici della III sezione quater del Tar hanno nel merito accolto il ricorso proposto contro il ministero della Salute e quello della Solidarietà Sociale dal Codacons, dall’Associazione Articolo 32 e dall’Aidma (Associazione italiana per i diritti del malato), giustificando la loro sentenza così: “Il decreto del ministro della salute del 4 agosto 2006 deve essere annullato in quanto la motivazione dell’atto, non spiega le ragioni delle scelte operate, né esse vengono adeguatamente giustificate sulla base di approfondimenti tecnici specifici sugli effetti dannosi delle sostanze stupefacenti in questione”. Nella sostanza, il Tribunale amministrativo sostiene che la cannabis ha un principio attivo più potente rispetto a quello di altre sostanze stupefacenti e pertanto è sufficiente una dose minima per “indurre alterazioni comportamentali e scadimento delle capacità psicomotorie, senza considerare che per il secondo dei suddetti parametri è prevista un’alta incidenza ed intensità di effetti disabilitanti, intesi proprio come grave scadimento della performance pisco-motoria nell’esecuzione di compiti complessi”. Sulla base di questa considerazione, i giudici amministrativi precisano che “il raddoppio del fattore moltiplicatore, da 20 a 40, non appare certo congruo”. Tradotto? La cannabis non è una droga da prendere così alla leggera. Ora, i ministri Turco e Ferrero non sembrano disposti a fare marcia indietro, sull’esempio dell’ inglese Independent on Sunday. Tuttavia hanno deciso di non impugnare la sentenza davanti al Consiglio di Stato. La sentenza del Tar sul decreto Turco, ha spiegato il ministro della Solidarietà sociale, “dice che questo decreto ha elementi di arbitrarietà, ma dice anche che pure il decreto del precedente governo, che aveva fissato le quantità massime di droga detenibili per uso personale senza incorrere nel reato di spaccio, aveva questa arbitrarietà”. Quindi? Quindi la strada che Turco e Ferrero intraprenderanno sarà quella di annullare il precedente decreto Fini-Giovanardi sulle quantità massime consentite. Una strada tutta politica che non sarà facile percorrere, viste anche le resistenze di esonenti della maggioranza, e che, come dice il Tar, entra solo superficialmente nel merito scientifico degli effetti dannosi delle sostanze stupefacenti. Leggi l’intervista a Riccardo Gatti, psicoterapeuta e specialista in psichiatria, direttore del Dipartimento delle Dipendenze della Asl di Milano
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Secondo voi, la decisione del Tar del Lazio di annullare il decreto Turco che raddoppia (da 500mg a 1000 mg) la quantità massima di cannabis consentita è:

Il Tribunale regionale del Lazio (Tar) ha deciso di sospendere il decreto ministeriale con il quale veniva innalzato, da 500 a 1.000 milligrammi, la quantità massima di cannabis detenebile a uso personale. Il decreto era stato emanato a novembre dell’anno scorso dal ministro della Salute Livia Turco, con l’intenzione di far rientrare l’uso della sostanza vietata tra gli atti da prevenire e non reprimere. Cioè: in base al decreto, chi viene trovato in possesso di un quantitativo al di sotto del nuovo limite di 1 grammo è punibile con una sanzione amministrativa e non più con una pena detentiva, come inizialmente previsto dalla legge Fini-Giovanardi approvata dal precedente governo.
Il ministro della Salute non ci sta e promette battaglia: “Rispetto sempre le sentenze ma contro questa farò appello al Consiglio di Stato perché ne ritengo infondate le motivazioni”.
Il provvedimento governativo, seguendo i convincimenti di una parte della sinistra, non affrontava la questione droga alla radice, mettendo mano a una legge. Questo era anche il convincimento del Codacons - che aveva chiesto, insieme alla cooperativa sociale-comunità terapeutica di Taranto, al Tar la sospensione del Decreto - e che ora esulta: “È senza alcun dubbio una decisione giusta, visto anche il raddoppio, dal 2001 al 2005, del numero di consumatori di cannabis soprattutto dei giovani tra i 15 e i 24 anni” ha commentato il presidente del Carlo Rienzi.