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Taranto, giunta sciolta: le donne della politica affilano le unghie?

Mara Carfagna, ministro delle Pari Opportunità

Bipartisan. In questo modo potremmo definire la reazione delle “quote rosa” della politica italiana alla sentenza del Tar che ieri ha ordinato lo scioglimento della giunta di Taranto a causa della mancata presenza di donne fra gli assessori. Continua

Taranto: niente donne, giunta sciolta. Femminismo o sessismo?

Femminismo, la rivincita delle donne: sciolta la giunta di Taranto, solo maschile

Giunta sciolta, tutto da rifare. Povero centro-sinistra pugliese:  dopo i guai con la giunta vendoliana dell’estate, stavolta è toccato a quella provinciale di Taranto essere completamente azzerata.
Il motivo? Quote rosa non rispettate (come dispone il regolamento dell’ente) e troppo testosterone, in una giunta tutta al maschile. Continua

Abusi sui bambini: storie di violenza da Taranto, Verona e Palermo

Abusi su minori

Abusi su bambini e ragazzini, da parte di coetanei o di adulti. Da Taranto, a Verona, fino a Palermo storie diverse tra loro, ma con un denominatore comune: le vittime indifese. Le violenze avvenute in Puglia sono maturate nel contesto familiare. Due uomini conviventi, di 39 e 58 anni, di Taranto, il primo dei quali è lo zio delle vittime, avrebbero narcotizzato e costretto per oltre dieci anni quattro minorenni a subire abusi sessuali. Per questo sono stati arrestati dai carabinieri in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del tribunale jonico Patrizia Todisco su richiesta del pm Filomena Di Tursi.

Il trentanovenne è stato arrestato questa mattina, all’altro indagato il provvedimento restrittivo è stato notificato in carcere dove l’uomo sconta una pena di due anni e sei mesi per abusi sessuali compiuti nei confronti del figlio. Le vittime dei nuovi abusi sono un ragazzo di 21 anni, una ragazza di 19 anni, e due gemelli (maschio e femmina) di 16 anni. L’inchiesta è stata avviata nel novembre del 2008 dopo la denuncia da parte della madre delle vittime, che poi hanno confermato le accuse nel corso di un incidente probatorio. Le violenze - secondo l’accusa - si sarebbero protratte da quando i due gemelli avevano cinque anni e fino al 2007. Le vittime vivono in una casa famiglia, ma per più di dieci anni hanno trascorso i fine settimana con il padre ed il suo convivente. Le violenze si sarebbero consumate in una casa di campagna e nell’abitazione del trentanovenne.

La moglie dell’uomo di 58 anni cui è stata notificata in carcere l’ordinanza di custodia cautelare per abusi sessuali si suicidò nel 1991 dopo aver scoperto che suo marito aveva violentato il loro figlio minorenne. Il cinquantottenne è tornato in carcere nel febbraio scorso dopo che la sentenza di condanna alla pena di due anni e sei mesi di reclusione per la violenza sessuale ai danni del figlio era diventata definitiva.

“Mettevano qualcosa nel latte o nel succo di frutta e poi ci costringevano a bere. Dopo qualche minuto non capivamo più niente”: è una delle dichiarazioni rilasciate dai minorenni nel corso dell’incidente probatorio durante il quale la magistratura tarantina ha ritenuto di aver raccolto prove a carico dei due uomini accusati di aver narcotizzato e violentato per circa dieci anni quattro ragazzi. L’uomo di 39 anni aveva in affidamento i nipoti nel fine settimana poiché i genitori dei piccoli non si occupavano dei figli da quando questi alloggiavano in una casa famiglia.

La vittime delle violenze sessuali di Verona invece è una ragazzina che all’epoca dei fatti aveva 12 anni o oggi ne ha 13. Tre minorenni tra i 14 e i 16 anni sono stati arrestati dalla squadra mobile. I provvedimenti sono stati emessi dal tribunale dei minori di Venezia. L’indagine, coordinata dal procuratore capo del tribunale dei minori Gaspare Larosa, è iniziata alcuni mesi fa, dopo la segnalazione alla polizia da parte di un’insegnante, che aveva notato un cambiamento nel comportamento della ragazza, rispetto ad un anno prima.

La docente è riuscita a scoprire che nell’estate 2008 l’adolescente, mentre stava andando ad un campo scolastico, è stata accerchiata e trascinata in una stradina dai tre coetanei, che le hanno poi usato violenza sessuale. La sezione specializzata tutela minori della squadra mobile scaligera è riuscita ad accertare le reponsabilità dei tre ragazzi, il più grande dei quali è già noto alle forze dell’ordine per essere il capo di una baby gang. Per tutti l’accusa è di violenza sessuale di gruppo.

Quella condotta dalla mobile di Verona è stata un’indagine difficile anche per l’omertà degli amici dei tre minori poi arrestati. Gli investigatori non escludono che l’atteggiamento tenuto dagli amici possa essere dovuto alla paura per la possibile reazione del più grande dei tre, ritenuto il capetto di una baby gang, più volte denunciato e al centro di varie indagini su episodi di bullismo. I tre indagati sono di origine albanese, integrati e ben inseriti anche a scuola.

La violenza, come accertato dalle indagini, è avvenuta un pomeriggio di un giorno d’estate 2008. La ragazzina stava andando al campo estivo quando ha incontrato i tre che conosceva di vista. Una volta avvicinata i tre l’hanno portata in una stradina e stuprata. Da quel momento la vita della ragazza, allora dodicenne, non è stata più la stessa e del suo cambiamento si sono accorti sia i genitori sia un’insegnate. I primi si sono affidati ad una psicologa, la seconda invece ha avviato un rapporto fiduciario con la piccola che è proseguito e approfondito con personale specializzato del Tribunale dei minori di Venezia. Sulla base degli accertamenti svolti il pm dei minori Rossella Salvati ha chiesto e ottenuto dal gip Marina Ventura gli arresti per i tre: il sedicenne è finito nel carcere minorile di Treviso, gli altri due invece in una comunità di collocamento.

Sono accusati di violenza sessuale di gruppo, oltre che di detenzione e trasmissione di materiale pedopornografico, tre minorenni che avrebbero fatto sesso con una 13enne e poi avrebbero ripreso i fatti col telefonino per inviare le immagini da un cellulare all’altro. I protagonisti sono due studenti e una studentessa di una scuola media ed uno che frequenta un liceo del centro di Palermo, tutti di età compresa tra i 13 ed i 15 anni. A scoprire il sesso di gruppo è stato un professore che ha denunciato il caso. Un’inchiesta è stata aperta dalla Procura del tribunale dei minorenni che ha indagato i tre studenti. Le indagini, condotte nel massimo riserbo, come scrive oggi il Giornale di Sicilia, sono coordinate dal pm Maria Grazia Puliatti.

L’ambiente è quello della scuola media, frequentata da tre dei quattro protagonisti. Gli atti sessuali sarebbero stati compiuti da due ragazzi insieme ad una loro coetanea. Le immagini sarebbero state riprese con il telefonino da un’altra ragazza. La polizia ha effettuato perquisizioni e sequestrato alcuni cellulari e computer alla ricerca di prove e del video incriminato.

Paradossi giudiziari: “Io ho confessato, ma ne ssuno mi crede”

La giustizia funziona quando riesce a fare a meno di giudici e tribunali

Il perfetto canovaccio di un film sull’assurdità della giustizia italiana è stato scritto la scorsa settimana in una piccola aula del tribunale di Taranto. Sinossi: due magistrati indagano sulle proprie inchieste. Negli anni passati hanno ottenuto la condanna di sei persone, che si proclamano innocenti, per l’omicidio di tre anziane. Delitti di cui si è poi accusato il tunisino Ezzedine Sebai, il “killer delle vecchiette”.
Sulla base di questa nuova ipotesi, la procura decide quindi nel 2006 di riaprire i casi. E a chi vengono affidati? A Pina Montanaro e Vincenzo Petrocelli, gli stessi pubblici ministeri che avevano chiesto il carcere per i sei. I magistrati in sostanza si dovranno adoperare per scoprire se hanno mandato degli incolpevoli in galera. Se sono gli autori di quello che potrebbe essere il più grande errore giudiziario mai avvenuto in Italia. Stando al Codice di procedura penale, potrebbero astenersi “per gravi ragioni di convenienza”. Eppure, la procura procede. Le inchieste inciampano in prove e riscontri: il tunisino è rinviato a giudizio. Ma la scorsa settimana i due magistrati ne chiedono l’assoluzione: è un “mitomane”, sostengono.
Un loro collega, che ha indagato sull’omicidio di un’altra anziana, la pensa diversamente: quello che dice Sebai è vero, merita trent’anni. Spaccatura che esemplifica i guazzabugli di una procura già coinvolta in ingiuste detenzioni clamorose.

Come quella di Domenico Morrone, per cui ottenne la pena proprio Petrocelli, che a dicembre ha avuto il risarcimento record di 4,5 milioni di euro. O come la vicenda dei quattro uomini ritenuti colpevoli e poi assolti per la “strage della barberia”, che ora chiedono 12 milioni di euro di risarcimento.
Il tunisino che rischia di generare l’ennesimo cortocircuito giudiziario ha 44 anni. Ha affermato di avere ucciso 14 anziane in Puglia, tra il 1995 e il 1997. Vedove che gli ricordavano le megere che da bambino abusavano di lui: per questo le avrebbe ammazzate, stordito da alcol e risentimento. Oggi è rinchiuso nel carcere di Augusta, vicino a Siracusa, dove sconta l’ergastolo per cinque omicidi. In molti casi invece le indagini non sono partite. Per quattro assassinii è sotto processo a Taranto: per tre di questi sono già stati puniti presunti innocenti. A dispetto delle parole del serial killer e dei riscontri alle sue dichiarazioni.
Come nel caso dell’uccisione di Grazia Montemurro, sgozzata nella sua casa di Massafra il 5 aprile 1997. La sera stessa viene arrestato il nipote, Cosimo Montemurro. Si prende 18 anni ed esce dal carcere a novembre 2007. Due anni prima Sebai si era intestato i 14 delitti, compreso quello di Massafra. Racconta dettagli, dà orari precisi, ricostruisce dinamiche.

Del caso si occupa il pm di Taranto Pina Montanaro, che aveva già chiesto la condanna del nipote della signora. Per il magistrato le parole del tunisino non bastano. Potrebbe avere letto quei particolari sui giornali. O averli appresi in carcere. Allora imbastisce la prova del nove. Fa accompagnare Sebai alla stazione di Massafra. I carabinieri gli dicono di raggiungere la casa dell’omicidio. Il serial killer ha raccontato di essersi spostato in treno e poi a piedi. Quella strada dovrebbe conoscerla: infatti porta i militari all’abitazione. Mentre riemerge la testimonianza di un prete che ha parlato con il tunisino nei giorni dell’assassinio. Riassumendo: il serial killer conosce i particolari dell’uccisione, il luogo del delitto, il modo per arrivarci, è stato visto da un testimone. Ma non gli credono. Colpevole è ritenuto Cosimo Montemurro, che si dice innocente. Il magistrato, riconsiderando la sua vecchia indagine, conclude che il tunisino non c’entra: mente, per motivi oscuri.
“L’incompatibilità del magistrato è evidente” accusa Luciano Faraon, che difende Sebai da tre anni. “È troppo coinvolta nel caso, visti i precedenti. Avrebbe dovuto astenersi, però inspiegabilmente non l’ha fatto. A Taranto stanno ammazzando il giusto processo”.
La procura sostiene l’ipotesi contraria: per sveltire gli accertamenti era necessario affidare i casi a chi se n’era già occupato.
Montanaro ha riaperto l’inchiesta su un altro delitto. L’omicidio di Pasqua Ludovico, 86 anni, sgozzata con 12 coltellate nel maggio 1997 a Castellaneta. Vengono condannati a 16 anni due braccianti: i fratellastri Vincenzo Faiuolo e Francesco Orlandi. Si incolpano a vicenda, ma ritrattano subito dopo. È l’unico elemento contro di loro. Contro Sebai, invece, c’è molto di più. Anche in questo caso il tunisino viene portato alla stazione e raggiunge l’appartamento della vittima: “Riconosce senza ombra di dubbio due porte finestre di colore verde” annotano i carabinieri di Taranto.

Il tunisino racconta di avere rubato una pistola e dei proiettili. Dopo li ha nascosti a casa. In effetti dall’abitazione dell’anziana manca una vecchia rivoltella del marito, morto nel 1950. E nell’appartamento di Sebai c’è una pistola arrugginita: “Potrebbe risalire agli anni 1940-1950 circa” scrivono i carabinieri. Eppure, il magistrato chiede l’assoluzione. “È un mitomane” dice nella requisitoria. Vuole scagionare i detenuti conosciuti in carcere. Ma perché? E com’è arrivata quella pistola a casa sua? Come faceva a conoscere la strada? Gli avevano schizzato una piantina nell’ora d’aria ipotizzando già che venisse portato alla stazione?
Claudio Defilippi, che difende i fratellastri incolpati dell’omicidio, chiede che intervengano il Csm e il ministero della Giustizia: “Le prove contro il tunisino sono lampanti. I magistrati non dovevano accettare l’incarico per chiara incompatibilità. Avevano già chiesto la condanna di persone che si assumono innocenti. Ora il tunisino è stato scagionato. Così resta il dubbio che i pm abbiano ratificato le loro precedenti decisioni”.
Anche per il delitto di Celeste Commessatti, 73 anni, assassinata a Palagiano il 13 agosto 1995, il pm Vincenzo Petrocelli, che adesso ha chiesto l’assoluzione per Sebai, aveva ottenuto il carcere per tre persone, tra cui Vincenzo Donvito, suicida in cella il 19 luglio 2005. Petrocelli è lo stesso magistrato che fece condannare a 21 anni il pescatore tarantino Domenico Morrone: incarcerato per l’uccisione di due ragazzi, poi assolto e risarcito un mese fa: i 4,5 milioni di euro sono la più alta somma mai pagata dal ministero della Giustizia per un’ingiusta detenzione.

Pure per l’assassinio di Palagiano Sebai fornisce dettagli con una dovizia che non ha il sapore dei racconti di seconda mano. Al pm dichiara di avere venduto la refurtiva a un ricettatore di Taranto, “Silviuccio”. La polizia, dal nomignolo, risale a Silvio Epiro. Lo torchia, fino a quando l’uomo non tira fuori dalla tasca sinistra della giacca due collane e tre anelli di oro giallo: i gioielli rubati nella casa di Celeste Commessatti. “Me li ha dati Fathi Said”. E chi è? Uno degli alias di Ezzedine Sebai, il serial killer a cui due magistrati hanno deciso di non credere.

Sequestri e morti bianche, l’Ilva nella bufera

L'Ilva di Taranto

Morti sul lavoro e guai ambientali riportano l’Ilva al centro delle polemiche, dopo mesi di scontri tra governo e Regione Puglia sulle emissioni di diossina.
La notte scorsa un operaio polacco, Jan Zygmunt Paurowicz, di 54 anni, dipendente di una ditta specializzata in montaggi, la Pirson Montaggio (del Gruppo belga Pirson International), è morto in un incidente avvenuto nello stabilimento siderurgico di Taranto, uno dei maggiori complessi industriali per la lavorazione dell’acciaio in Europa.
L’uomo stava smontando alcune parti dell’altoforno 4, un impianto fermo dal mese di luglio per lavori di rifacimento, quando è stato colpito dal braccio di una gru ed è precipitato da un’altezza di 14 metri. L’operaio, che era al suo ultimo giorno di lavoro nello stabilimento di Taranto, è morto poco dopo il trasporto in ospedale. La procura di Taranto ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo e ha disposto il sequestro dell’impianto in cui è accaduto l’incidente.

È il il terzo infortunio mortale all’interno dello stabilimento siderurgico dall’inizio dell’anno e anche in questa occasione la vittima è un lavoratore dell’appalto. Mentre la Fiom segnala che dalla metà degli anni ‘90 i morti all’Ilva di Taranto sono arrivati a 44. L’azienda ha espresso in una nota “le più sentite e sincere condoglianze” per la morte dell’operaio. “In questo momento”, continua il comunicato, “l’Ilva, attraverso le proprie strutture di controllo, sta prestando aiuto alle due società coinvolte, collaborando con i rispettivi responsabili nel tentativo di ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto e accertarne le cause”.

A Genova invece il presidente del cda del Gruppo Ilva, Emilio Riva, il direttore dello stabilimento, Giuseppe Frustaci, i responsabili dello smaltimento dei rifiuti, Franco Risso e Enrico Calderari, sono stati denunciati dai carabinieri del Noe (Nucleo Operativo Ecologico) per stoccaggio illecito di rifiuti nell’ambito di un’operazione contro il traffico illecito di rifiuti che ha interessato varie regioni d’Italia.
Nell’impianto di Genova sono state sequestrate 100 mila tonnellate di rifiuti speciali costituiti prevalentemente da polverino d’acciaio e circa 5 mila tonnellate di pasta di zolfo. Ai quattro manager dell’Ilva si contesta di aver realizzato uno stoccaggio di rifiuti speciali non pericolosi in mancanza delle previste autorizzazioni.

Nell’operazione del Noe sono stati arrestati inoltre presunti aderenti a un’organizzazione dedita al traffico illecito di rifiuti, con base in Abruzzo e diramazioni in diverse altre regioni. Il materiale sequestrato a Genova, residui della attività dell’altoforno chiuso in modo definitivo nel 2005, era stato accumulato tra il 1998 e il 2005. Nonostante fosse stato in parte smaltito, sia attraverso la eliminazione sia con il recupero del ferro dal polverino, l’accumulo aveva superato in grande misura le quantità indicate dalla legge.

L’azienda ha anche in questo caso diffuso una nota che “smentisce qualsiasi coinvolgimento in un presunto traffico illecito di materiali speciali ed esprime piena fiducia nell’operato degli inquirenti. Lo smaltimento dei materiali in questione (polverino di acciaieria e pasta di zolfo) rientrava tra i punti contemplati dall’accordo di programma che la stessa Ilva ha firmato con le varie istituzioni nazionali e locali nel 2005. È tra l’altro in corso con tali istituzioni un confronto relativo alle modalità più idonee per procedere al completo smaltimento degli stessi materiali”.

Questi fatti riportano alla cronaca un’azienda che ha una storia più che centenaria, ma anche contrassegnata da forti polemiche sull’impatto ambientale degli stabilimenti di Taranto e Genova. In passato sono state aperte diverse inchieste sull’inquinamento dell’Ilva. In Puglia in particolare negli ultimi mesi si è inasprito lo scontro col presidente della Regione, Nichi Vendola, che ha dichiarato: “Approfittando del vantaggio competitivo che deriva dal non avere i rigori normativi di altre aree d’Europa l’Ilva farà sempre più utili (negli ultimi quattro anni ha prodotto utili per 2,5 miliardi, ndr)”.
“In qualsiasi parte d’Europa, Slovenia esclusa, l’Ilva fosse stata, avrebbe dovuto chiudere o abbassare le emissioni” ha spiegato il direttore dell’Arpa pugliese, il professor Giorgio Assennato. “Soltanto in Italia esiste una legge con dei limiti così alti”. Il governo pugliese, in più riprese, ha chiesto di cambiare quella norma sia al governo di centrosinistra sia a quello di centrodestra. “Mai abbiamo avuto risposte”, ha continuato Vendola. “E ora mi trovo con i dirigenti cambiati, con Emilio Riva, il padrone dell’Ilva, come socio della Cai e sempre lui come principale beneficiario della processione anti Kyoto del governo Berlusconi. Io ho il dovere di mettere tutti gli interlocutori di fronte alle proprie responsabilità”. Un mese fa la Giunta pugliese ha approvato un disegno di legge che mette un tetto alle emissioni di diossina.

Taranto, macellate 1600 pecore alla diossina

Le pecore scortate dai vigili urbani

Intossicate, quindi tossiche. Dopo i maiali irlandesi, le pecore pugliesi. In entrambi i casi è la diossina a rendere gli animali pericolosi per la salute. Ma l’origine della sostanza tossica nei due casi dovrebbe essere diversa. Oggi è cominciato il trasporto al macello comunale di Conversano (Bari) dei 1600 ovini allevati in otto masserie tra Taranto e Statte e risultati contaminati dalla diossina, prodotta da stabilimenti dell’area industriale. Le pecore saranno abbattute nelle prossime ore, probabilmente domani, su disposizione della Regione Puglia.
Secondo le analisi eseguite dall’Azienda sanitaria locale, gli animali avrebbero assunto veleno e le loro carni risulterebbero contaminate e immangiabili. Gli allevatori saranno risarciti con un plafond di 160mila euro: ogni animale contaminato e abbattuto vale circa 133 euro lordi.
L’Ilva di Taranto ieri è intervenuta sulla vicenda con una nota, sottolineando che ”allo stato non vi è nessun elemento che possa mettere in correlazione la contaminazione degli animali con la diossina prodotta in maniera univoca dallo stabilimento siderurgico di Taranto”. Secondo i dati dell’Ines (Inventario nazionale emissioni e sorgenti) la città pugliese è la più inquinata d’Italia e una delle peggiori a livello europeo.
Nel caso dei bovini e dei suini irlandesi, invece, l’origine dell’inquinamento degli animali sarebbe da ricercare nel mangime: un olio altamente tossico usato per i macchinari industriali avrebbe infatti contaminato il cibo poi dato ai maiali e alle mucche. Secondo la Cia (Confederazione italiana agricoltori) un caso simile non è possibile in Italia. “Bisogna evitare l’allarmismo”, dice l’associazione: “gli allevamenti italiani, sia bovini che suini, sono estremamente sicuri. I mangimi che vengono utilizzati sono sottoposti ad analisi rigorose. Gli allevatori rispettano ogni regola igienica e di sanità e da tempo hanno investito in qualità”.

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Discutine sul FORUM: “Le 1600 pecore di Taranto: dopo il danno, la beffa? Sarà una strage…”

Lecce val bene un concerto. Per le Amministrative si scommette sui Police

Palazzo Carafa, la sede del Comune di Lecce
Sembra paradossale ma nelle elezioni amministrative in Puglia, per il centrosinistra è più importante conquistare Lucera, che Lecce. Sta di fatto che per la città d’arte del foggiano invece si è scomodato un leader di peso come il diessino Massimo D’Alema, ministro degli Esteri, a chiudere la campagna elettorale di Vincenzo Morlacco, candidato sindaco del centrosinistra appoggiato da otto liste. E contro il quale dal centrodestra ha fatto rotta su Lucera un altro big nazionale: Pier Ferdiando Casini, che si è speso in favore di Costantino Dell’Osso. La sfida di Lucera, cui partecipano come candidati sindaci anche Antonietta D’Andola (civiche di centro) e Antonio Tutolo (diventato noto per il suo “Partito della pagnotta”), è molto grossa, almeno nei numeri: 540 aspiranti consiglieri “reclutati” da quattro candidati sindaci in 19 liste. In proporzione più candidati di Taranto e Lecce.
Nella capoluogo del Salento i candidati sono cinque, 23 le liste, 920 aspiranti per i quaranta seggi in palio a Palazzo Carafa: più o meno 1 ogni 80 elettori, che sono 77 mila. Scende da Palazzo Carafa un pilastro della politica di destra del Mezzogiorno, il sindaco Adriana Poli Bortone, che è stata anche Ministro dell’agricoltura nel primo governo Berlusconi del 1994, eletta deputato di An in cinque tornate elettorali e poi anche Europarlamentare. Con lei fuori dalla gara, l’Unione immagina di poter recuperare il terreno perduto nel 2002, quando finì 69 a 31 (per cento) a favore della Cdl. A raccogliere l’eredità della signora di An, la CdL ha scelto di puntare sul quarantenne Paolo Perrone, laurea alla Bocconi, emergente di Forza Italia, già vicesindaco a assessore ai lavori pubblici. In caso di vittoria, Perrone ha già annunciato che come vice sceglierebbe proprio l’attuale sindaco Poli Bortone e si impegnerebbe a realizzare un suo sogno particolare: “portare a Lecce – possibilmente da sindaco – un concerto dei Police“. Potrebbe, vorrebbe impedirglielo Antonio Rotundo, 56 anni, candidato del centrosinistra che ha scelto dopo 3 legislature in Parlamento di tornare a casa per correre per la fascia di primo cittadino. Rotundo è un dalemiano doc e sta facendo una campagna elettorale di attacco, per arrivare almeno al ballottaggio. Completano la lista dei candidati, il centrista Wojtek Pankiewitc, l’ex An Mario De Cristofaro (ora a capo di una lista civica), e l’attuale assessore allo sport, Salvatore Bianco.

Nei porti italiani si entra col giallo

Il porto di Gioia Tauro
Ou Xin Qian arriverà a Roma il 5 giugno. In rappresentanza della commissione nazionale Riforme e sviluppo cinese, incontrerà il premier Romano Prodi non per discutere della rivolta nella Chinatown milanese, ma di affari. Pechino ha grandi liquidità da impiegare (si parla, per il mercato europeo, di 900 miliardi di dollari in riserve valutarie). E tutti i paesi corrono per accaparrarsi questi capitali.
Il piano del governo affidato al ministro per l’Attuazione del programma Giulio Santagata, vuole fare della Penisola la porta d’ingresso delle merci cinesi in Europa e attirare investimenti di Pechino. “Vogliamo trasformare l’Italia in una piattaforma logistica per la distribuzione” spiega Santagata. “Valutiamo se e a quali condizioni il Paese può diventare l’attracco per il mercato Europa-Cina e viceversa”.
Il traffico commerciale fra le due aree cresce del 13 per cento annuo, ma occorre battere la concorrenza di greci, spagnoli e francesi. La rosa dei porti, per ora, comprende: Gioia Tauro, Taranto, Trieste, Genova, Ravenna e Napoli (dove la cinese Cosco controlla già il 70 per cento dello smercio). I cinesi decideranno se e dove mettere risorse. Quanto agli aeroporti, l’Enac ha condotto uno studio per individuare i più appetibili: Fiumicino, Malpensa e Brescia.
La seconda fase punta al sistema produttivo. “Non possiamo diventare solo un terreno di transito” prosegue Santagata. “Dobbiamo cogliere la possibilità di portare qui alcune fasi di lavorazione dei prodotti”. Fra le aziende interessate a partnership con i cinesi: Eni, Fiat, Candy, De’ Longhi, Zegna, Venchi, Poste italiane, Finmeccanica, Costa, Fata, Snaidero, Alitalia, AirCargo e Livingstone (gruppo Ventaglio).

Amministrative: se a Taranto torna il ciclone Cito

Giancarlo Cito, già sindaco di Taranto nel '93

di Laura Maragnani 

Rieccolo! I chili sono molti di meno, gli anni molti di più. E anche la voce e il tono non sono più quelli di una volta, di quando ringhiava in diretta tv contro “negri, ricchioni, zingari, magistrati e comunisti”. Ma è bastata una voce, “Giancarlo Cito si candida a sindaco”, e in un attimo a Taranto i sondaggi sono impazziti. Cito ritorna? Il 27 per cento degli elettori gli darebbe il voto. E senza che lui abbia ancora tenuto un comizio, senza neanche aver presentato un programma. Ha solo fatto un’apparizione, il 18 marzo, come ospite d’onore del Super Tombolone che va in onda su Tbm e Super Sette, le tv private di cui è il tycoon. Non ha spiccicato una parola di politica. Ma è bastato.
“Volevo abbandonare tutto e andarmene all’estero” spiega. “Poi ho pensato ai miei due figli, ai miei due nipoti, al terzo nipote che sta per nascere. Voglio poterli guardare negli occhi. E guardare la gente della mia città a testa alta”.
Cito chi se lo ricorda? Il muscolare fondatore di At6-Lega d’azione meridionale. Il geometra con un passato da picchiatore del Msi, eletto sindaco nel 1993 con una valanga di preferenze. Il dominus del consiglio comunale, il populista che girava per le strade a riparare le buche in diretta tv. Proprio lui. Eletto deputato. Condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Finito in carcere. Dal 1° marzo, dopo quattro anni passati fra prigione e servizi sociali, è di nuovo un uomo libero.
Cambiatissimo. In carcere ha perso 45 chili, ha avuto svariati collassi, si è messo a studiare: giurisprudenza. Tesi (ovviamente) sul concorso esterno in associazione mafiosa, “un reato che non esiste. E la Costituzione italiana, articolo 25, secondo comma, dice che non si può condannare una persona per un reato che non esiste”. Tono forbito, educato, pacato. “Guardi che in diritto costituzionale ho preso 27, in diritto amministrativo 28…”.
Dov’è finito il sanguigno e virulento Cito di una volta? Il decisionista che apostrofava gli avversari con “coglione” e “farabutto”? A laurearsi, il 27 aprile, sarà un Cito tirato a nuovo: “Un cittadino mandato in carcere innocente”. “Una vittima” che fa autocritica sul suo passato: “Ho sbagliato. Sì, in carcere ho capito di avere sbagliato ad attaccare le istituzioni”. Sospira: “Ho sbagliato e ho chiesto scusa. Non per viltà o per opportunismo, ma perché sono un galantuomo”.
Rieccolo. L’amministrazione cittadina è allo sbando, le casse comunali sono vuote, il comune è commissariato. La giunta precedente, di centrodestra, ha lasciato un buco di centinaia di milioni di euro. Gli stipendi dei dipendenti comunali sono a rischio, capita che al cimitero non vengano seppelliti i morti, i cassonetti tracimano. Cosa c’è di diverso da quei primi anni Novanta in cui Cito cominciò la sua parabola? Sui blog locali si ricorda nostalgicamente di come, quando c’era lui, l’illuminazione stradale funzionava, le buche nell’asfalto venivano riparate e gli scippi diminuivano.
E ora? Ora centrodestra e centrosinistra (troppi candidati, troppe divisioni, troppe liste) sono nel panico. Aspettano che il 26 aprile la commissione elettorale si pronunci sull’ammissibilità della candidatura di Cito. Aspettano che il 27 si laurei. Che il 28 annunci la sua lista. Le firme ci sono già, le hanno raccolte in un attimo.
Rieccolo. E se ne vedranno delle belle.

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