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Taranto
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Morti sul lavoro e guai ambientali riportano l’Ilva al centro delle polemiche, dopo mesi di scontri tra governo e Regione Puglia sulle emissioni di diossina.
La notte scorsa un operaio polacco, Jan Zygmunt Paurowicz, di 54 anni, dipendente di una ditta specializzata in montaggi, la Pirson Montaggio (del Gruppo belga Pirson International), è morto in un incidente avvenuto nello stabilimento siderurgico di Taranto, uno dei maggiori complessi industriali per la lavorazione dell’acciaio in Europa.
L’uomo stava smontando alcune parti dell’altoforno 4, un impianto fermo dal mese di luglio per lavori di rifacimento, quando è stato colpito dal braccio di una gru ed è precipitato da un’altezza di 14 metri. L’operaio, che era al suo ultimo giorno di lavoro nello stabilimento di Taranto, è morto poco dopo il trasporto in ospedale. La procura di Taranto ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo e ha disposto il sequestro dell’impianto in cui è accaduto l’incidente.
È il il terzo infortunio mortale all’interno dello stabilimento siderurgico dall’inizio dell’anno e anche in questa occasione la vittima è un lavoratore dell’appalto. Mentre la Fiom segnala che dalla metà degli anni ‘90 i morti all’Ilva di Taranto sono arrivati a 44. L’azienda ha espresso in una nota “le più sentite e sincere condoglianze” per la morte dell’operaio. “In questo momento”, continua il comunicato, “l’Ilva, attraverso le proprie strutture di controllo, sta prestando aiuto alle due società coinvolte, collaborando con i rispettivi responsabili nel tentativo di ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto e accertarne le cause”.
A Genova invece il presidente del cda del Gruppo Ilva, Emilio Riva, il direttore dello stabilimento, Giuseppe Frustaci, i responsabili dello smaltimento dei rifiuti, Franco Risso e Enrico Calderari, sono stati denunciati dai carabinieri del Noe (Nucleo Operativo Ecologico) per stoccaggio illecito di rifiuti nell’ambito di un’operazione contro il traffico illecito di rifiuti che ha interessato varie regioni d’Italia.
Nell’impianto di Genova sono state sequestrate 100 mila tonnellate di rifiuti speciali costituiti prevalentemente da polverino d’acciaio e circa 5 mila tonnellate di pasta di zolfo. Ai quattro manager dell’Ilva si contesta di aver realizzato uno stoccaggio di rifiuti speciali non pericolosi in mancanza delle previste autorizzazioni.
Nell’operazione del Noe sono stati arrestati inoltre presunti aderenti a un’organizzazione dedita al traffico illecito di rifiuti, con base in Abruzzo e diramazioni in diverse altre regioni. Il materiale sequestrato a Genova, residui della attività dell’altoforno chiuso in modo definitivo nel 2005, era stato accumulato tra il 1998 e il 2005. Nonostante fosse stato in parte smaltito, sia attraverso la eliminazione sia con il recupero del ferro dal polverino, l’accumulo aveva superato in grande misura le quantità indicate dalla legge.
L’azienda ha anche in questo caso diffuso una nota che “smentisce qualsiasi coinvolgimento in un presunto traffico illecito di materiali speciali ed esprime piena fiducia nell’operato degli inquirenti. Lo smaltimento dei materiali in questione (polverino di acciaieria e pasta di zolfo) rientrava tra i punti contemplati dall’accordo di programma che la stessa Ilva ha firmato con le varie istituzioni nazionali e locali nel 2005. È tra l’altro in corso con tali istituzioni un confronto relativo alle modalità più idonee per procedere al completo smaltimento degli stessi materiali”.
Questi fatti riportano alla cronaca un’azienda che ha una storia più che centenaria, ma anche contrassegnata da forti polemiche sull’impatto ambientale degli stabilimenti di Taranto e Genova. In passato sono state aperte diverse inchieste sull’inquinamento dell’Ilva. In Puglia in particolare negli ultimi mesi si è inasprito lo scontro col presidente della Regione, Nichi Vendola, che ha dichiarato: “Approfittando del vantaggio competitivo che deriva dal non avere i rigori normativi di altre aree d’Europa l’Ilva farà sempre più utili (negli ultimi quattro anni ha prodotto utili per 2,5 miliardi, ndr)”.
“In qualsiasi parte d’Europa, Slovenia esclusa, l’Ilva fosse stata, avrebbe dovuto chiudere o abbassare le emissioni” ha spiegato il direttore dell’Arpa pugliese, il professor Giorgio Assennato. “Soltanto in Italia esiste una legge con dei limiti così alti”. Il governo pugliese, in più riprese, ha chiesto di cambiare quella norma sia al governo di centrosinistra sia a quello di centrodestra. “Mai abbiamo avuto risposte”, ha continuato Vendola. “E ora mi trovo con i dirigenti cambiati, con Emilio Riva, il padrone dell’Ilva, come socio della Cai e sempre lui come principale beneficiario della processione anti Kyoto del governo Berlusconi. Io ho il dovere di mettere tutti gli interlocutori di fronte alle proprie responsabilità”. Un mese fa la Giunta pugliese ha approvato un disegno di legge che mette un tetto alle emissioni di diossina.
Intossicate, quindi tossiche. Dopo i maiali irlandesi, le pecore pugliesi. In entrambi i casi è la diossina a rendere gli animali pericolosi per la salute. Ma l’origine della sostanza tossica nei due casi dovrebbe essere diversa. Oggi è cominciato il trasporto al macello comunale di Conversano (Bari) dei 1600 ovini allevati in otto masserie tra Taranto e Statte e risultati contaminati dalla diossina, prodotta da stabilimenti dell’area industriale. Le pecore saranno abbattute nelle prossime ore, probabilmente domani, su disposizione della Regione Puglia.
Secondo le analisi eseguite dall’Azienda sanitaria locale, gli animali avrebbero assunto veleno e le loro carni risulterebbero contaminate e immangiabili. Gli allevatori saranno risarciti con un plafond di 160mila euro: ogni animale contaminato e abbattuto vale circa 133 euro lordi.
L’Ilva di Taranto ieri è intervenuta sulla vicenda con una nota, sottolineando che ”allo stato non vi è nessun elemento che possa mettere in correlazione la contaminazione degli animali con la diossina prodotta in maniera univoca dallo stabilimento siderurgico di Taranto”. Secondo i dati dell’Ines (Inventario nazionale emissioni e sorgenti) la città pugliese è la più inquinata d’Italia e una delle peggiori a livello europeo.
Nel caso dei bovini e dei suini irlandesi, invece, l’origine dell’inquinamento degli animali sarebbe da ricercare nel mangime: un olio altamente tossico usato per i macchinari industriali avrebbe infatti contaminato il cibo poi dato ai maiali e alle mucche. Secondo la Cia (Confederazione italiana agricoltori) un caso simile non è possibile in Italia. “Bisogna evitare l’allarmismo”, dice l’associazione: “gli allevamenti italiani, sia bovini che suini, sono estremamente sicuri. I mangimi che vengono utilizzati sono sottoposti ad analisi rigorose. Gli allevatori rispettano ogni regola igienica e di sanità e da tempo hanno investito in qualità”.
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Discutine sul FORUM: “Le 1600 pecore di Taranto: dopo il danno, la beffa? Sarà una strage…”
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Sembra paradossale ma nelle elezioni amministrative in Puglia, per il centrosinistra è più importante conquistare Lucera, che Lecce. Sta di fatto che per la città d’arte del foggiano invece si è scomodato un leader di peso come il diessino Massimo D’Alema, ministro degli Esteri, a chiudere la campagna elettorale di Vincenzo Morlacco, candidato sindaco del centrosinistra appoggiato da otto liste. E contro il quale dal centrodestra ha fatto rotta su Lucera un altro big nazionale: Pier Ferdiando Casini, che si è speso in favore di Costantino Dell’Osso. La sfida di Lucera, cui partecipano come candidati sindaci anche Antonietta D’Andola (civiche di centro) e Antonio Tutolo (diventato noto per il suo “Partito della pagnotta”), è molto grossa, almeno nei numeri: 540 aspiranti consiglieri “reclutati” da quattro candidati sindaci in 19 liste. In proporzione più candidati di Taranto e Lecce.
Nella capoluogo del Salento i candidati sono cinque, 23 le liste, 920 aspiranti per i quaranta seggi in palio a Palazzo Carafa: più o meno 1 ogni 80 elettori, che sono 77 mila. Scende da Palazzo Carafa un pilastro della politica di destra del Mezzogiorno, il sindaco Adriana Poli Bortone, che è stata anche Ministro dell’agricoltura nel primo governo Berlusconi del 1994, eletta deputato di An in cinque tornate elettorali e poi anche Europarlamentare. Con lei fuori dalla gara, l’Unione immagina di poter recuperare il terreno perduto nel 2002, quando finì 69 a 31 (per cento) a favore della Cdl. A raccogliere l’eredità della signora di An, la CdL ha scelto di puntare sul quarantenne Paolo Perrone, laurea alla Bocconi, emergente di Forza Italia, già vicesindaco a assessore ai lavori pubblici. In caso di vittoria, Perrone ha già annunciato che come vice sceglierebbe proprio l’attuale sindaco Poli Bortone e si impegnerebbe a realizzare un suo sogno particolare: “portare a Lecce – possibilmente da sindaco – un concerto dei Police“. Potrebbe, vorrebbe impedirglielo Antonio Rotundo, 56 anni, candidato del centrosinistra che ha scelto dopo 3 legislature in Parlamento di tornare a casa per correre per la fascia di primo cittadino. Rotundo è un dalemiano doc e sta facendo una campagna elettorale di attacco, per arrivare almeno al ballottaggio. Completano la lista dei candidati, il centrista Wojtek Pankiewitc, l’ex An Mario De Cristofaro (ora a capo di una lista civica), e l’attuale assessore allo sport, Salvatore Bianco.
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Ou Xin Qian arriverà a Roma il 5 giugno. In rappresentanza della commissione nazionale Riforme e sviluppo cinese, incontrerà il premier Romano Prodi non per discutere della rivolta nella Chinatown milanese, ma di affari. Pechino ha grandi liquidità da impiegare (si parla, per il mercato europeo, di 900 miliardi di dollari in riserve valutarie). E tutti i paesi corrono per accaparrarsi questi capitali.
Il piano del governo affidato al ministro per l’Attuazione del programma Giulio Santagata, vuole fare della Penisola la porta d’ingresso delle merci cinesi in Europa e attirare investimenti di Pechino. “Vogliamo trasformare l’Italia in una piattaforma logistica per la distribuzione” spiega Santagata. “Valutiamo se e a quali condizioni il Paese può diventare l’attracco per il mercato Europa-Cina e viceversa”.
Il traffico commerciale fra le due aree cresce del 13 per cento annuo, ma occorre battere la concorrenza di greci, spagnoli e francesi. La rosa dei porti, per ora, comprende: Gioia Tauro, Taranto, Trieste, Genova, Ravenna e Napoli (dove la cinese Cosco controlla già il 70 per cento dello smercio). I cinesi decideranno se e dove mettere risorse. Quanto agli aeroporti, l’Enac ha condotto uno studio per individuare i più appetibili: Fiumicino, Malpensa e Brescia.
La seconda fase punta al sistema produttivo. “Non possiamo diventare solo un terreno di transito” prosegue Santagata. “Dobbiamo cogliere la possibilità di portare qui alcune fasi di lavorazione dei prodotti”. Fra le aziende interessate a partnership con i cinesi: Eni, Fiat, Candy, De’ Longhi, Zegna, Venchi, Poste italiane, Finmeccanica, Costa, Fata, Snaidero, Alitalia, AirCargo e Livingstone (gruppo Ventaglio).
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di Laura Maragnani
Rieccolo! I chili sono molti di meno, gli anni molti di più. E anche la voce e il tono non sono più quelli di una volta, di quando ringhiava in diretta tv contro “negri, ricchioni, zingari, magistrati e comunisti”. Ma è bastata una voce, “Giancarlo Cito si candida a sindaco”, e in un attimo a Taranto i sondaggi sono impazziti. Cito ritorna? Il 27 per cento degli elettori gli darebbe il voto. E senza che lui abbia ancora tenuto un comizio, senza neanche aver presentato un programma. Ha solo fatto un’apparizione, il 18 marzo, come ospite d’onore del Super Tombolone che va in onda su Tbm e Super Sette, le tv private di cui è il tycoon. Non ha spiccicato una parola di politica. Ma è bastato.
“Volevo abbandonare tutto e andarmene all’estero” spiega. “Poi ho pensato ai miei due figli, ai miei due nipoti, al terzo nipote che sta per nascere. Voglio poterli guardare negli occhi. E guardare la gente della mia città a testa alta”.
Cito chi se lo ricorda? Il muscolare fondatore di At6-Lega d’azione meridionale. Il geometra con un passato da picchiatore del Msi, eletto sindaco nel 1993 con una valanga di preferenze. Il dominus del consiglio comunale, il populista che girava per le strade a riparare le buche in diretta tv. Proprio lui. Eletto deputato. Condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Finito in carcere. Dal 1° marzo, dopo quattro anni passati fra prigione e servizi sociali, è di nuovo un uomo libero.
Cambiatissimo. In carcere ha perso 45 chili, ha avuto svariati collassi, si è messo a studiare: giurisprudenza. Tesi (ovviamente) sul concorso esterno in associazione mafiosa, “un reato che non esiste. E la Costituzione italiana, articolo 25, secondo comma, dice che non si può condannare una persona per un reato che non esiste”. Tono forbito, educato, pacato. “Guardi che in diritto costituzionale ho preso 27, in diritto amministrativo 28…”.
Dov’è finito il sanguigno e virulento Cito di una volta? Il decisionista che apostrofava gli avversari con “coglione” e “farabutto”? A laurearsi, il 27 aprile, sarà un Cito tirato a nuovo: “Un cittadino mandato in carcere innocente”. “Una vittima” che fa autocritica sul suo passato: “Ho sbagliato. Sì, in carcere ho capito di avere sbagliato ad attaccare le istituzioni”. Sospira: “Ho sbagliato e ho chiesto scusa. Non per viltà o per opportunismo, ma perché sono un galantuomo”.
Rieccolo. L’amministrazione cittadina è allo sbando, le casse comunali sono vuote, il comune è commissariato. La giunta precedente, di centrodestra, ha lasciato un buco di centinaia di milioni di euro. Gli stipendi dei dipendenti comunali sono a rischio, capita che al cimitero non vengano seppelliti i morti, i cassonetti tracimano. Cosa c’è di diverso da quei primi anni Novanta in cui Cito cominciò la sua parabola? Sui blog locali si ricorda nostalgicamente di come, quando c’era lui, l’illuminazione stradale funzionava, le buche nell’asfalto venivano riparate e gli scippi diminuivano.
E ora? Ora centrodestra e centrosinistra (troppi candidati, troppe divisioni, troppe liste) sono nel panico. Aspettano che il 26 aprile la commissione elettorale si pronunci sull’ammissibilità della candidatura di Cito. Aspettano che il 27 si laurei. Che il 28 annunci la sua lista. Le firme ci sono già, le hanno raccolte in un attimo.
Rieccolo. E se ne vedranno delle belle.