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Federtaxi, liberalizzare è inutile

Taxi durante uno sciopero (Credits: La Presse)

Taxi durante uno sciopero (Credits: La Presse)

“L’abbiamo scampata perchè se facessero le liberalizzazioni dei taxi non ci sarebbe comunque la possibilità di avere un libero mercato, quindi, forse hanno capito che non ne vale la pena”

A parlare è Gianfranco Bergonzoni, segretario provinciale milanese di Federtaxi, autista in pensione a 650 euro al mese che proprio non ce la fa a considerare la sua categoria come una lobby. Continua

Vacanze italiane: il conto gonfiato è servito. La mappa dei prezzi turistici

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Leggiamo la ricevuta. Due coperti: 20 euro. Quattro bottiglie di acqua minerale: 24 euro. Sei scampi: 300 euro. Sei gamberoni: 90 euro. Un plateau (quattro ostriche, due fasolari): 70 euro. Due bourguignon: 380 euro. Una fonduta di frutta: 30 euro. Uno Zacapa (bicchierino di rum): 40 euro. Totale: 954 euro.

La cena da quasi 1000 euro

Quando le hanno presentato il conto, Barbara, una donna di 37 anni di Milano, è rimasta pietrificata. Lei voleva solo una serata un po’ speciale per festeggiare il compleanno del fidanzato. Su internet ha cercato un posto tra quelli che nel menu proponevano la bourguignon di pesce. Ha scelto la Malmaison, ristorante immerso nella vecchia città, vicino alla ferrovia, tra atmosfere che si rifanno alla casa di Napoleone e Giuseppina.
Barbara sapeva, almeno in parte, a cosa andava incontro.
Ma si sente lo stesso derubata. Racconta: “Dopo che avevamo ordinato il cameriere ha ritirato i menu e ci ha chiesto se nell’attesa gradivamo degli antipasti. Abbiamo risposto sì. Mai avremmo immaginato fossero così costosi”. Alla fine la donna ha pagato, senza battere ciglio. “Non volevo rovinare la serata e rischiare la rissa, cosa probabile se solo l’avessi detto al mio uomo”. Ora si è rivolta ad Altroconsumo, ma sa che non potrà avere indietro i soldi: “Spero solo che abbiano quello che si meritano, non posso pensare che siano in buona fede”.
Si accomodino, signori clienti, ben arrivati nei ristoranti del salasso. Non c’è solo Il Passetto, la trattoria di Roma che a due fidanzati giapponesi ha fatto pagare un pranzo 695 euro, di cui 115 solo di mancia, appioppata in modo arbitrario. Le batoste a tavola sono all’ordine del giorno. Le associazioni dei consumatori ricevono lamentele quotidiane.
C’è chi racconta di avere sborsato 24 euro per una mozzarella, due pomodorini e quattro patate servite come antipasto (non richiesto) nell’attesa delle pizze. Chi di incomprensioni sui prezzi segnati nei menu: chiedi una torta pensando di pagare una cifra, poi ti spiegano che quella si riferiva alla singola porzione. Chi si arrabbia per il conto veneziano da 64 euro per due birre, una bibita e un gelato.
Certo, gli stranieri sono le prede privilegiate dei furbacchioni. Che non si annidano solo a Roma ma un po’ ovunque, come dimostrano le indagini sulle maggiori città d’arte riportate nella MAPPA a fondo pagina. Alcuni tassisti romani chiedono 100 euro anche quando la tariffa fissa sarebbe meno della metà. Poi bottigliette d’acqua a 5 e coni gelato a 6 euro.
Inevitabile che in Giappone i giornali sparino a zero contro l’Italia. E fa certamente bene il ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, quando invita i due truffati del Passetto a tornare a spese del governo. C’è da augurarsi solo che l’appello non venga accolto da tutti quelli che in vacanza in Italia hanno preso una patacca: la spesa sarebbe incommensurabile.
“Abbiamo una concezione del turismo molto residuale” spiega Giuseppe Roma, direttore generale del Censis. “Dove si mangia peggio in Italia? Nei posti più belli, dove la gente tanto li visita lo stesso. Londra rispetto a Roma ha attrattive minime, eppure ha saputo applicare al turismo logiche industriali, di business. L’Italia vive di inerzia, di rendita. Non vengono più gli americani scottati? Ci sono i russi, poi i giappones, i cinesi…”.
Le trappole sono disseminate in modo capillare. E dentro ci finiamo tutti, a turno, nessuno escluso. Erano del “continente”, ma pur sempre italiani, i tre turisti che a Tusa, in provincia di Palermo, hanno scucito 30 euro per tre panini al salame. Spendaccione sì, ma fesso no, avrà pensato Flavio Briatore, quando dopo una cena con amici in un locale della Costa Smeralda si è visto presentare un biglietto con su scritto 2.068 euro. “Tu sei un ladro! Non esiste che io paghi questa cifra, preferisco lasciare 1.000 euro al personale. Se vuoi, denunciami” ha urlato il manager al proprietario.

La nostra Barbara invece ha tirato fuori la carta di credito e ha firmato in silenzio. In linea con una cattiva abitudine tutta italiana, quella di non passare mai al setaccio le singole righe del conto. “Negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni chi invita, anche se ha ospiti importanti, al momento di pagare controlla voce per voce” ricorda Fiammetta Fadda, critico gastronomico. “La nostra pretesa eleganza nel non verificare è sbagliata, provinciale. Il ristoratore disonesto intuisce, dal tipo di clientela o dalla serata speciale, la situazione in cui contestare il prezzo potrebbe creare imbarazzo e ne approfitta sapendo che nessuno alzerà un dito”.
Magari non è il caso della Malmaison. Certo fa specie constatare che Barbara e il fidanzato avrebbero speso meno se fossero andati a Parigi, nella centralissima avenue Montaigne, a fianco dell’Eliseo, all’interno dell’hotel Plaza Athenée, nel ristorante del “maestro degli chef contemporanei” Alain Ducasse, con tre stelle Michelin. In Italia solo cinque ristoranti (con prezzi inferiori a quello pagati da Barbara) possono fregiarsi dello stesso punteggio nella guida. Dove non c’è traccia della Malmaison.
Si trovano notizie su internet invece, sul sito prima di tutto, ma anche sui portali d’informazione. In un articolo di Affari italiani del maggio 2007 si parla del ristorante che sarebbe gestito e amministrato da Stefania Nobile, figlia di Wanna Marchi, condannata nel maggio 2006, con la madre, a 10 anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata alla truffa. In un altro sito di recensioni la stessa Stefania “dea ex machina” presenta il locale come se fosse suo: “Abbiamo voluto creare un luogo dove l’ospite potesse stare bene, rilassandosi in un ambiente sereno e familiare”.

In realtà la Malmaison risulta di proprietà del suo compagno, Davide Ivan Lacerenza, che al telefono spiega la sua versione dei fatti: “È tutto regolare. Hanno mangiato scampi di Mazara che arrivano ancora vivi, aragoste della Sardegna, astice, tonno, spada, branzino. Dai 3 ai 4 chili di roba. Gli antipasti li hanno chiesti loro, io stesso ero sorpreso sulla quantità di cose ordinate. Siamo uno dei ristoranti migliori di Milano. Vengono da noi personaggi famosi e politici. Abbiamo un ambiente esclusivo con posate d’argento e d’oro e 600 candele accese ogni sera. C’è gente che mangia caviale e spende anche 3 mila euro. Siamo aperti da 3 anni ed è la seconda persona che si lamenta”.
Chissà. Avrà anche ragione Edi Sommariva, direttore genarale della Fipe-Confcommercio, quando dice che chi va in un ristorante non compra piatti ma portate, non acquista prodotti ma emozioni. Però non si può nemmeno rischiare il batticuore. Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo, parla di malafede sempre più diffusa nel settore. “Anche nei ristoranti meno cari riscontriamo consigli buttati lì quasi a caso per aggiungere voci all’ordinazione, vedi un vino di benvenuto o un antipasto, che poi si rivelano fregature. Molti cercano di approfittare dei clienti avventizi, che non sono solo turisti ma anche chi si vuole concedere una serata particolare. Il mio consiglio è di non pagere e chiamare le forze dell’ordine”.
Che ci sia un problema di trasparenza lo riconosce lo stesso Sommariva, tanto che preannuncia un paio di iniziative che vanno in questa direzione: “Un marchio che impegni il ristoratore a seguire i clienti in una scelta più consapevole, con sanzioni amministrative e gogna mediatica in caso di inosservanza. E un comitato di conciliazione, istituito con la collaborazione di Federconsumatori, Adiconsum e Movimento difesa del cittadino, per gestire i conflitti tra imprese e clienti in tutta Italia. Noi per primi non vogliamo mele marce nella nostra categoria”. Figurarsi chi paga il conto.


Visualizza Inchiesta sui prezzi estate 2009: il conto gonfiato è servito in una mappa di dimensioni maggiori

Tassisti: ma perché non accettano le carte di credito?

Taxi n coda a Milano
di Alberto Roveri

Pagare una corsa in Taxi con carte di credito e bancomat è una rarità, soprattutto a Milano, capitale del commercio e dell’industria. Trovare a bordo delle auto pubbliche il POS (acronimo di Point of Sale) l’apparecchio usato da tutti gli esercenti che accettano il pagamento elettronico, è difficile.
Solo su specifica richiesta alle compagnie di RadioTaxi si può avere un auto con a bordo il Pos.
A Milano e hinterland, operano circa 5.300 taxi . Di questi secondo la nostra inchiesta solo il 25% accetta il pagamento con carte di credito.
I motivi del rifiuto sono di carattere economico. L’ abbonamento mensile dell’apparecchio Pos oggi viene offerto dalle banche ad un prezzo che varia dai 20 a 25 euro. Poi ci sono le percentuali che, sempre le banche, trattengono su ogni transazione: il 2 per cento se effettuate da Visa e Mastercard. L’1 per cento se si paga con Bancomat mentre la carta American Express trattiene il 3,5.

Panorama.it ha chiesto un incontro per capire quale fosse la giustificazione di una trattenuta maggiore, ma invano.
Abbiamo sentito alcuni conducenti di taxi favorevoli all’uso della moneta elettronica, molti contrari, i presidenti delle principali compagnie di Radio taxi milanesi e il presidente Italia di Visa Europa Davide Stefanini. Nelle brevi video interviste le ragioni di tutti.

Guarda la GALLERY delle videointerviste di Alberto Roveri

Venezia: dall’acqua alta viene a galla il racket dei taxi

Venezia sommersa dall'alta marea

di Gianluca Amadori

Finti parcheggiatori e personale di accoglienza abusivo, i cosiddetti intromettitori, appostati tutto il giorno per catturare i turisti, dirottandoli con l’inganno su costosi motoscafi privati per arrivare a San Marco. Minacce e violenze per imporre il controllo del territorio e tenere lontani i tassisti regolari. Danneggiamenti per poter utilizzare pontili e approdi in concessione ad altre società.

Benvenuti al Tronchetto, una delle principali porte d’accesso a Venezia, da anni considerato una specie di Far West dove i vigili urbani si vedono di rado e ogni tentativo di aprire una postazione fissa delle forze dell’ordine si è sempre rivelato vano.
A delineare l’esistenza di un racket per la gestione dei flussi turistici in arrivo nella Serenissima è stata un’inchiesta del Ros dei carabinieri: mesi di appostamenti, intercettazioni telefoniche e ambientali, pedinamenti, controlli fotografici e videoriprese, tra il 2005 e il 2006. Alla fine 20 imbarcazioni sono finite sotto sequestro e ad altrettanti motoscafisti e intromettitori è stato imposto il divieto di dimora nelle aree in cui operavano per accaparrarsi la clientela. Il sostituto procuratore Stefano Ancilotto li accusa di concorrenza illecita con metodi mafiosi, il processo si è aperto da poco di fronte al tribunale presieduto da Barbara Lancieri.

La difesa è agguerrita e respinge ogni addebito, negando che gli imputati abbiano mai commesso illeciti o utilizzato metodi violenti. Anzi, sostiene che l’amministrazione comunale ha sempre saputo, chiudendo un occhio per motivi di quieto vivere e di consensi elettorali.
Nel corso delle prime udienze pubbliche, ospitate nell’aula bunker di Mestre, è uscito un quadro che ha dell’incredibile per una delle città considerate tra le più tranquille al mondo. Alcuni turisti hanno denunciato la presenza di energumeni all’interno dei garage e riferito di offese e ingiurie per essersi rifiutati di salire sui motoscafi degli abusivi. Un autista di pullman di linea ha raccontato in aula delle minacce ricevute solo per aver consigliato ai viaggiatori in arrivo di utilizzare i vaporetti dell’Actv, il servizio pubblico. Tassisti regolari, che nel corso delle indagini avevano riferito ai carabinieri episodi di intimidazioni e violenze (negli anni vi sono stati anche motoscafi bruciati nella notte), davanti ai giudici hanno ritrattato, sostenendo che al Tronchetto non si spingevano perché c’era poca clientela e dunque non era conveniente. Alcuni di loro sono stati denunciati per reticenza. Ma non basta: durante il processo due imputati si sono spinti fino al punto di minacciare un maresciallo del Ros che stava deponendo in merito ai risultati delle indagini e sono stati allontanati a forza. Dalle intercettazioni telefoniche emergono anche contatti continui fra gli abusivi ed esponenti politici locali, tra richieste e promesse di regolarizzazione della loro posizione.

Il Comune di Venezia si è costituito parte civile contro i 20 imputati per chiedere il risarcimento dei danni all’immagine patiti dalla città, assieme alla Interparking, la società di gestione del garage assediato dai finti parcheggiatori, e all’Actv, il cui ex presidente, Valter Vanni, fu il primo a denunciare l’anomala situazione. In aula ha raccontato ai giudici che dei 4 milioni di turisti che ogni anno entrano in città dal Tronchetto soltanto il 6 per cento si serve dei mezzi pubblici, benché i motoscafi dei privati siano più costosi.
Dopo l’inchiesta la situazione al Tronchetto sembra essersi fatta più tranquilla, ma alcuni testimoni hanno riferito che pian piano il racket sta tentando di riprendere il controllo dell’isola.

Io, tassista da 4.600 euro al mese. Netti

La protesta dei taxi a Roma | Ansa
di Carmelo Abbate

Ho fatto il tassista per un giorno. Lunedì 3 dicembre mi sono seduto sul sedile davanti, lato passeggero, di un taxi di Milano alle 4 del pomeriggio e mi sono rialzato alle 2 di notte. Dieci ore da tirocinante accanto all’esperto Marco (nome di fantasia) seduto al volante. Dieci ore durante le quali ho fatto 18 corse e guadagnato da un minimo di 5 a un massimo di 50 per un totale di 343 euro (mance incluse). Cifra che, dice Marco, è un ottimo bilancio di giornata. Ma si può fare meglio. E peggio. Marco lavora con il taxi mediamente 25 giorni al mese. A questi ritmi porterebbe a casa 8 mila 575 euro lordi. Che al netto di spese per contributi pensioni e infortuni, gasolio, ammortamento e assicurazione fanno sicuramente non meno di 4.600 euro al mese. Marco, come molti altri colleghi, non usa il servizio radiotaxi, che ha un’incidenza di 300 euro al mese. Secondo gli ultimi dati diffusi a novembre dall’Agenzia delle entrate, i tassisti italiani dichiarano al fisco 1.100 euro al mese, senza tredicesima, guadagni inferiori a quelli di un metalmeccanico. A Roma la media dichiarata è di 1.150, a Milano di 1.200 euro.

Marco è uno che guadagna bene anche perché si dà da fare. Sono da poco passate le 16 quando prendiamo un cliente alla stazione Garibaldi. “Via San Paolo, grazie”. Marco: “Il mio amico è uno che sta imparando il mestiere. E se lei ci darà una lauta mancia avrà subito delle belle sensazioni”.
Silenzio. Concordano il percorso, mentre il cliente parla al telefono Marco mi spiega che con le nere che fanno le prostitute è meglio farsi dare prima i soldi. Non per essere razzisti, ma perché gli è successo troppe volte che poi non pagano. Siamo arrivati. Il tassametro segna 8,40. “Vuole una ricevuta?”. “Sì, grazie. Purtroppo ho un 50″. Marco: “Ah! Tutta mancia”. Ride, ma dura poco. “Questo era un barbone. Ha voluto tutto il resto. Diceva ho fretta, non ho fretta. Guarda, è una statistica. Quando ti dicono che hanno fretta non ti danno mai la mancia”.
Si va in piazza della Scala: parcheggio vuoto. Sale subito una ragazza. “Corso Garibaldi”. È greca. Marco: “Quando torni in Grecia, poi dimmelo che ti vengo a prendere io alla Malpensa”. Marco indica due ausiliari del traffico: “Questi sono cattivi uomini, brutti. Una volta mi hanno dato una multa di 35 euro per la macchina in doppia fila. Mi scappava. Pensa quanto mi è costata una pipì”. Arriviamo in corso Garibaldi: 7 euro più 1 di mancia. Ci fermiamo in largo Treves. Neanche il tempo di spegnere la macchina. Cliente: “Via Nesi”. Marco: “E io che vedendola con questa bella valigia avevo sperato in un bell’aeroporto”. Poi mi spiega che è un lavoro che va a fortuna: o peschi il jolly o nulla. Arriviamo: 7 euro.

Proviamo il parcheggio di Cordusio. È pieno di auto ferme, tiriamo dritto fino in Duomo. Prendiamo tre inglesi al primo colpo. “Stazione centrale, dalla parte del deposito bagagli”. Marco intuisce e chiede dove devono andare dopo. “Linate”. Li aspettiamo. Chiedono di fermarsi in un supermercato di strada verso l’aeroporto. Marco consiglia il più grande, quello di Rubattino, tutt’altro che di strada. Mi strizza l’occhio: “Almeno recuperiamo qualcosa”. Il loro aereo parte alle 19. Alle 17.45 siamo ancora a metà strada verso il supermercato. Dietro chiedono i tempi, si spazientiscono. Marco li tranquillizza. Mi strizza l’occhio: “Chissenefrega, in questo lavoro non devi farti i problemi degli altri”. Ma i clienti adesso hanno paura di perdere l’aereo, chiedono di andare direttamente all’aeroporto. Arriviamo alle 18.05: 45 euro, inclusi 5 di mancia. Il parcheggio di Linate è stracolmo di macchine bianche. Ce ne saranno almeno 200. Alle 18.45 abbiamo già una cliente in macchina. “Buccinasco“, periferia di Milano. Marco propone di fare la tangenziale: “Costa di più, ma se paga l’azienda è meglio perché facciamo prima”. La donna: “Pago io. Faccia la città”.

Marco spiega che i migliori clienti ormai sono quelli russi: “Hanno il centone facile. E nove su 10 ti danno una buona mancia”. Invece lo fanno arrabbiare quelli che nei grandi alberghi “prima di salire in macchina danno 5 euro di mancia al ragazzo che gli apre la portiera e poi a me chiedono i 20 centesimi di resto”. Alle 19.25 siamo a Buccinasco: 33 euro. Una bella corsa, ma ci ha buttato fuori città.
Marco dice che i viados sono ottimi clienti. Pagano bene, anche se ogni tanto si offrono di pagare in altro modo. Piazza Napoli, “zona di gente con i soldi”. Suona la colonnina del parcheggio. Marco fa partire il tassametro, poi scende a rispondere. Andiamo a prendere una signora a casa. Marco scende, le apre la portiera. Si va in via Ippolito Nievo. Indica lei la strada. Arriviamo dopo 10 minuti: 9 euro 10 centesimi. Senza mancia. La portiera non gliela apre nessuno. Bilancio: 4 ore di lavoro, 100 euro e “nessuna bella donna”.

Alle 20.05 siamo in via Londonio, altra zona di “gente con i soldi”. Due minuti dopo sale un ragazzo. Durante il tragitto Marco mi racconta della prima corsa della sua vita e del cliente che non dimenticherà mai. “Gli dissi che era il primo. Alla fine veniva 9 mila lire ma lui me ne ha date 100 mila. Io ho pensato subito: mi ha fregato, sono false. Invece erano buone. La seconda corsa era una signora e allora le ho detto la stessa cosa: niente”. Il ragazzo dietro dice che ha un ristorante. Marco: “Allora mi devi dare una lauta mancia, sennò penso che sei un cameriere”. La corsa dura 10 minuti: 9 euro e 20 centesimi. Marco: “Faceva tutto il brillante con il ristorante…”.
In via Farini c’è una macchina in attesa. Tiriamo dritti verso la Stazione centrale. Marco, riflessioni della sera: “Ogni giorno è diverso. Ci può essere la persona simpatica, meno simpatica. Ma una cosa è sicura: nell’arco di 24 ore lo str… ti capita sempre”. Non l’avesse mai detto. Alle 20.45 sale un cliente. “Via Keplero”. Marco sbianca. Corsa di 4,60. E il cliente non dice neanche tenga il resto.

Siamo di nuovo in stazione. Sono le 20.56. Marco temporeggia. Anche gli altri tassisti girano attorno alla rotonda. Alle 21 scatta la tariffa notturna. Il tassametro si accenderà su 6,10 invece di 3 euro. Il cliente sale in macchina alle 20.58. Si va in un paese in Brianza. Si chiacchiera. Il cliente racconta che a Monza ha un amico tassista che non verrebbe mai a Milano. Ha clienti fissi, biglietto da visita, si fa il suo bel pranzetto, la pennichella, e ha una Mercedes 300. Arriviamo alle 21.25: la corsa è 28,20. Marco chiede quanto deve scrivere sulla ricevuta. “50 euro”. Ammutolisce. Poi dice: “Grazie, non le do un bacio solo perché è un uomo”.
Di nuovo a Linate. Alle 22.20 prendiamo una coppia per corso Venezia: 17,10 euro. Una delusione. E ancora Linate, dove ci sono aerei in arrivo. E uno che nessuno carica. La scusa è quella della carta di credito, ma tutti prima gli chiedono dove va: la risposta è una corsa troppo breve. Tocca a noi. È uno che vuole andare vicinissimo. Marco dice che comunque la tariffa minima è 12 euro. Il cliente parla di 5 euro. L’atmosfera si scalda. Nessuno lo prende. Vola qualche “deficiente” qua e là. Alla fine monta da noi con fare spavaldo: “Adesso ti do 20 euro e vediamo se mi porti”. Marco lo porta. E si prende pure i 20 euro. “Questa è una giungla”.
Alle 23.20 ripartiamo con una ragazza per via Teodosio, zona vicina all’aeroporto. Marco chiede se preferisce fare un pezzo di tangenziale. La risposta è no. Come la mancia. Paga 15,60 euro e scende. Marco: “In genere aspetto che entrino nel portone di casa. Ma se non danno una mancia non aspetto, se non meritano non meritano”. Sono le 23.35 quando sale un cliente in arrivo da Londra e diretto a Sesto San Giovanni, dove arriviamo a mezzanotte e dieci: 32 euro. Senza mancia, “ma ho allungato un po’, gli avremo preso 5-6 euro”.
Taxi fermi nella capitale per protesta contro le licenze
Sempre a Linate, alle 0.45 ecco un cliente che vuole andare in centro per prendere qualcosa da bere. Dentro è tutto chiuso e lui è lì con la moglie in attesa di un volo intercontinentale del mattino presto. Andata e ritorno: altri 25 euro “compreso il caffè per me e il mio amico”.
L’ultima corsa da Linate la prendiamo poco dopo l’una. Il cliente arriva da Catania. E sono 18 euro. Ci fermiamo in centro, dove prendiamo un cliente per strada: 13 euro, caffè incluso. Un quarto alle 2. Tre tifosi del Celtic si buttano quasi sotto per fermarci. Sono ubriachi. Marco gli fa lasciare la bottiglia di birra fuori, ordina di pulirsi la bocca, fa la faccia da duro. E li portiamo all’albergo: 14 euro. Sono quasi le 2. Gli ultimi 12 euro sono quelli che paga il cronista per tornare a casa.

Doppio Veltroni: duro e in ascesa in Italia, indeciso e in calo a Roma

Walter Veltroni soddisfatto del risultato delle primarie del 14 ottobre
Roma ha vissuto ieri una giornata da incubo per la serrata dei taxi. Domani il bis, con l’aggiunta dello sciopero dei mezzi pubblici. Il sindaco della capitale, per ora, usa parole dure: “Non tratto con i rivoltosi”. Ma la durezza però, è soltanto verbale: la trattativa in realtà va avanti da un anno, su un piatto 500 nuove licenze, sull’altro un aumento delle tariffe. Né finora, sempre il sindaco, ha chiesto al Prefetto o a qualche altra autorità di pubblica sicurezza di intervenire per rimuovere una situazione di disagio per centinaia di migliaia di cittadini.

Il problema è che il sindaco si chiama Walter Veltroni. Cattivissimo e decisissimo quando veste i panni di leader del Partito democratico. Incerto e zigzagante quando sta in Campidoglio. Come segretario del Pd, Veltroni si sta scontrando con i partitini alla sua sinistra, una zavorra dalla quale ha detto di volersi liberare, e anche con l’apparato della Quercia, la sua casa di provenienza. Il tesoriere dei ds, Ugo Sposetti, ne sa qualcosa: richiesto da Veltroni di conferire al Pd i beni del fu Partito comunista, ha tentato di opporre un rifiuto che Walter ha rispedito al mittente. Vedremo come andrà a finire: ma il precedente dei dirigenti locali Democratici che Veltroni ha imposto (ultimo esempio: Marco Follini come responsabile Informazione) dall’alto non lascia molti margini.

Anche la trattativa sulla riforma elettorale rivolta principalmente a Silvio Berlusconi fa intravvedere un Veltroni muscolare, che scavalca i rituali di partito e i vincoli di coalizione. Tanto più che Veltroni, come Berlusconi, non fa mistero di non temere il referendum. I sondaggi sono altalenanti: oggi l’Ipsos attribuisce al Pd il 35% contro il 33 del Pdl berlusconiano; altri invertono le percentuali. Ma la sensazione è che si vada verso una sfida a due.

Per accreditare l’immagine di un leader affidabile, Veltroni nell’ultimo mese ha cercato di cancellare alcuni suoi tratti buonisti. Si è scagliato contro i rom e ha preso di mira gli immigrati romeni, attirandosi le ire della Romania e dell’Unione europea; ha dichiarato più volte che la sicurezza “non è una cosa di destra” e vorrebbe dimostrarlo; ha rimosso il capo dei vigili urbani di Roma sorpreso a servirsi abusivamente di un bollo per invalidi; ha promesso di agire con il pugno di ferro contro i dipendenti dell’azienda di trasporti pubblici e di quella dei rifiuti che non trovavano di meglio, di notte, che appartarsi con una squilibrata in una cappella del cimitero del Verano.

Storie, queste, anche un po’ surreali ma che a Roma stanno tenendo banco. Il fatto però è che proprio a Roma l’indice di popolarità del Veltroni sindaco scende, mentre decolla il Veltroni leader nazionale. La città, anche grazie alle esternazioni veltroniane, ha scoperto che esiste un emergenza nomadi. Non che prima non lo sapesse: ma i più ignoravano che nella metropoli della Festa del Cinema, dei grandi eventi e della politica del buonismo sociale, ci fosse gente, anche pericolosa, che vive nelle grotte. Che le stazioni della metro e delle ferrovie extraurbane fossero luoghi bui e degradati dove si rischia una coltellata.

E se l’economia a Roma continua a tirare, un po’ meno bene va per le tasche dei contribuenti che si sono visti aumentare l’addizionale comunale e regionale. Insomma, il modello romano sul quale Walter ha costruito immagine e fortuna politica sta scricchiolando, e il sindaco lo sa benissimo. Tra un po’ sul Campidoglio rischia di abbattersi anche il contraccolpo della crisi dell’Unione: Rifondazione, che proprio dal Pd di Veltroni è sospinta ai margini della politica nazionale, potrebbe passare all’opposizione a Roma trascinandosi dietro tutta l’estrema sinistra.
Il sindaco di Roma Walter Veltroni | Ansa
Tutto ciò non nuoce all’immagine di “cattivissimo”, o almeno di decisionista, che Vetroni vorrebbe cucirsi addosso in vista di uno scontro elettorale che prima o poi arriverà. Anche per questo la tentazione di mollare il Campidoglio è sempre più forte. A primavera 2008 a Roma si vota per le provinciali: lo staff veltroniano sta cercando di capire se abbinarle con lo comunali sarebbe una buona mossa per garantire continuità al kombinat politico-economico che da 15 anni governa la Capitale, o se viceversa tutto ciò potrebbe tramutarsi in una disfatta sia al comune sia alla provincia, con inevitabili ripercussioni sul Veltroni nazionale.

Certo che fare il sindaco di Roma e contemporaneamente il leader di un partito che aspira a governare l’Italia si sta rivelando sempre più difficile. Sia per il Veltroni buono sia per quello cattivo.

Sciopero dei taxi, paralisi a Roma. E a giugno tocca ai benzinai

la città soffre la mancanza di auto pubbliche soprattutto durante le manifestazioni fieristiche

Tornano a fermarsi le auto pubbliche. Le organizzazioni dei tassisti hanno infatti indetto una manifestazione per oggi a Roma. Proclamato una decina di giorni fa, lo stop è il secondo nel giro di poche settimane, dopo quello dell’8 maggio. Al centro delle proteste, che renderanno ancor più caotico il traffico in città, ci sono le norme sul cosiddetto “trasporto innovativo” contenute nel disegno di legge sulle liberalizzazioni, attualmente al voto della Camera.

La norma è pensata per venire incontro alle esigenze di particolari categorie, come i disabili, e per favorire il trasporto multiplo ed ecologico. Ma i tassisti temono conseguenze pesanti per la categoria. “Anche con le modifiche apportate attraverso gli emendamenti - afferma Loreno Bittarelli, presidente di Uritaxi - il testo non ci soddisfa. L’articolo 11 apre l’accesso al settore di soggetti terzi, uscendo dalle categorie delle auto bianche e dei noleggiatori con conducente. L’articolo 8 dà spazio alle compagnie aeree perché possano organizzarsi per effettuare trasporto auto di passeggeri anche al di fuori degli scali aeroportuali”.

I sindacati di categoria si aspettano un’alta adesione allo stop. Secondo le stime di Taxi Italiano “il fermo riguarderà circa 30.000 auto pubbliche e tassisti aderenti sia a Taxi Italiano, sia a tutte le organizzazioni di rappresentanza unite per la prima volta in piazza”.

Intanto è stato confermato anche lo sciopero dei benzinai. Nella mattinata di mercoledì 30 la Camera ha votato l’articolo 1 del disegno di legge sulle liberalizzazioni, che contiene, tra l’altro, le norme sui benzinai, volute dal ministero dello Sviluppo economico per ridurre i vincoli che limitano il settore: i parametri numerici e le distanze minime tra un impianto e l’altro. A queste novità si aggiunge anche una maggiore flessibilità sugli orari la cui competenza è stata affidata alle Regioni. Ma i gestori non ci stanno e, dopo il fallito incontro tra Bersani ed i rappresentanti di categoria, hanno proclamato l’agitazione dal 6 all’8 giugno.

Napoli, nei vicoli assalto ai taxi


La tecnica è semplicissima, collaudata. Arrivano in coppia, su due motorini. Uno si mette di traverso sulla strada, bloccando il taxi. Il secondo si affianca alla vettura: in un attimo i rapinatori spalancano gli sportelli, si avventano sui passeggeri, li derubano di borse e bagagli e scappano. È l’ultima trovata della criminalità napoletana. Teatro: i vicoli dei Quartieri Spagnoli, ma anche i viali della periferia. È un capitolo nuovo in quell’emergenza Napoli (29 morti ammazzati nei primi 85 giorni dell’anno) che ha convinto politici di centrodestra e centrosinistra a evocare perfino l’arrivo dell’esercito.
Tra i conducenti delle 2.370 auto pubbliche della città è allarme. Ha denunciato al quotidiano Il Mattino Salvatore Augusto, coordinatore di Radio taxi blu: “Capita sempre più frequentemente che noi o i nostri passeggeri veniamo derubati”. La soluzione, per i tassisti, sta nella tecnologia. Sostiene Augusto: “I nostri associati dovranno installare nelle vetture un sistema radio che consenta la localizzazione satellitare. Saranno necessari investimenti che non tutti potranno affrontare. Speriamo che le istituzioni ci aiutino”.
Secondo Ciro Langella, del sindacato Uti Consortaxi, “Il Comune ha stanziato 1 milione di euro per dotare i taxi di scatole nere per la sorveglianza satellitare, ma non ha ancora bandito la gara per acquistarle”.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
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