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Telecom

Dalla Protezione civile a Fastweb e Sparkle, l’improvvisa accelerazione delle Procure

Il senatore del Pdl Nicola Di Girolamo (Ansa)

Il senatore del Pdl Nicola Di Girolamo (Ansa)

Nel mezzo della bufera giudiziaria che ha travolto due dei principali operatori delle telecomunicazioni in Italia, Fastweb e Telecom Sparkle, e che vede coinvolto nelle indagini il senatore Nicola Di Girolamo (Pdl), i politici di centrodestra e gli amministratori di Swisscom, la società svizzera che controlla Fastweb, si interrogano sui provvedimenti presi (e sulla tempistica) dalla procura di Roma. Continua

Ricariche gratuite alle popolazioni colpite, una buona notizia dal fronte del terremoto

sfollati

Linee telefoniche interrotte, negozi chiusi, bancomat inattivi: impossibile nei giorni del terremoto ricaricare il telefonino e quindi difficile per moltissime persone che vivono nelle zone colpite comunicare coi propri cari. Nelle emergenze il telefono diventa indispendabile, ma come fare se il credito è a zero o a pochi centesimi? Il problema, banale e importante, se l’è posto Wind che per la prima volta in Italia ha accreditato 5 euro ai propri clienti che si trovavano all’Aquila e provincia.

La good news in un momento tanto drammatico ha raggiunto gli abbonati (sono circa 60 mila) nella giornata di ieri sotto forma di un sms che recitava più o meno così: “Gentile cliente, in questa situazione di difficoltà ti accreditiamo gratuitamente 5 euro che potrai spendere per qualunque tipo di telefonata”. Molti di loro hanno chiamato il call center della compagnia, rigraziando in lacrime gli operatori. E spiegando che in effetti erano rimasti isolati e non sapevano come fare a ricaricare il cellulare.

L’idea di Wind deve aver fatto scattare una forma di “concorrenza buona”. Dopo poche ore infatti anche Telecom si è attivata, raddoppiando la ricarica gratuita e arrivando a 10 euro. Ma soprattutto raggiungendo una fetta molto più grande di popolazioe: gli abbonati Telecom nelle zone colpite dal terremoto superano i 250 mila. Chissà che questa àncora di salvezza, immediata e tangibile, a chi si è ritrovato (tra l’altro) senza la possibilità di comunicare non diventi un precedente da imitare in tutti i contesti di bisogno.

Le dritte di Altroconsumo: Canone Telecom, piange il telefono

Il logo di Telecom Italia
Come se non bastasse tutto il resto, aumenta anche il canone del telefono fisso. Mentre la concorrenza si affanna per accaparrarsi nuovi clienti giocando sulla libertà dal canone Telecom, l’ex monopolista delle telecomunicazioni fa un vero e proprio autogol: chiede all’Agcom , l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, di aumentare i costi fissi (circa due euro in più al mese), senza offrire in cambio alcun impegno concreto per migliorare l’efficienza della rete. Ma non è finita, i problemi riguardano anche i cellulari. L’azienda impone un costo troppo elevato delle tariffe di terminazione della telefonia mobile (quella parte di costi che l’operatore di chi chiama paga all’operatore di chi riceve la telefonata e che poi ricadono sulle tariffe finali), contravvenendo alla richiesta di tagli fatta del commissario europeo per le Comunicazioni, Viviane Reding.
In pratica, queste scelte di Telecom avranno notevoli ricadute sulle tasche dei consumatori. L’azienda telefonica incasserà oltre 300 milioni di euro l’anno in più grazie al ritocco del canone e circa 3 miliardi di euro per le tariffe di terminazione. Una strategia, forse, per ridurre almeno in parte il grosso debito dell’azienda.
Altroconsumo e altre associazioni del Cncu, il Consiglio nazionale consumatori e utenti, hanno promosso una petizione online contro l’aumento del canone residenziale, che in un solo giorno ha già raggiunto quasi 4 mila sottoscrizioni. All’Agcom e al Governo abbiamo chiesto anche di ridurre le tariffe di terminazione mobile, anomalia italiana che relega il nostro Paese all’angolo del panorama delle telecomunicazioni, inibendo l’apertura alla concorrenza nel settore.

Su Panorama si confessa il superlatitante John Paul Spinelli

Ombre su Telecom

È indagato a Milano nell’inchiesta sui dossier illegali raccolti dalla security di Telecom con l’accusa di associazione per delinquere, appropriazione indebita, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio. Per la procura è una delle menti dell’organizzazione ed è latitante. È Giampaolo (John Paul) Spinelli, 61 anni, che anticipa a Panorama, in un articolo pubblicato sul numero in edicola da venerdì 1 agosto, la propria linea difensiva.
Spinelli, ex agente della Cia (nel 1998 è diventato capo del Secret service di Bill Clinton e si è congedato con il grado di Gs 15, corrispondente a generale), dice a Panorama: “Sono sempre stato convinto di agire nel rispetto della legge e mai avrei pensato di essere al vertice di una cospirazione. D’altra parte io stavo abitualmente negli Stati uniti e mi occupavo di quell’area e dei paesi del Far East”. E aggiunge: “Se vuole sapere se l’ex Presidente Marco Tronchetti Provera o persone del suo staff erano al corrente dei metodi illegali di raccolta delle informazioni, rispondo che questo non mi pare argomento da intervista. Ne parlerò con il giudice”.
L’ex 007, nel frattempo, ha quasi terminato un libro di memorie. Fra le pagine, scrive Panorama, si scopre che i guai di Spinelli in Italia iniziano nel 1986 quando, durante un’operazione antiterrorismo, conosce il “giovane brigadiere” Giuliano Tavaroli che dieci anni dopo lo ingaggia come consulente di Pirelli.
Nel racconto, Spinelli descrive uno per uno gli uomini della squadra accusata di aver prodotto i dossier incriminati, dal mago dell’informatica Fabio Ghioni (il “prete”) all’ex colonnello dei carabinieri del Ros Angelo Jannone, dall’investigatore fiorentino Emanuele Cipriani all’ex collaboratore del Sisde Marco Bernardini. Ritratti ironici, a volte dissacranti, con una sola eccezione: il vecchio amico Tavaroli, colpevole soprattutto di non saper scegliere i collaboratori (”Non avrei preso con me nemmeno la metà delle persone che aveva al suo fianco”).

Esclusivo: in un libro le memorie di uno spione

Giuliano Tavaroli,

Nelle scorse settimane Guliano Tavaroli aveva anticipato a Panorama che stava preparando un libro per la Mondadori, insieme con Giorgio Boatti, giornalista e scrittore (specializzato in storia militare e dei servizi segreti). Non aveva aggiunto altro, infatti il libro è circondato da riserbo e non si ottengono conferme neppure sul titolo. Panorama è però riuscito a ricostruire il contenuto del volume, in uscita probabilmente a settembre. Il titolo del lavoro è Spie. Il sottotitolo farà riferimento ai servizi segreti delle multinazionali, a dossier e intercettazioni.
Lo stile narrativo è a due voci e gli interventi in prima persona di Tavaroli saranno verosimilmente centellinati. Un doppio registro di cui l’ex capo della security della vecchia Telecom approfitterebbe per togliersi qualche sassolino per interposta persona. Per esempio, toccherebbe a Boatti scrivere che le accuse contro Tavaroli, a rigor di logica, dovrebbero condurre ai vertici delle aziende coinvolte. L’ex capo della security sarebbe invece sfumato e insisterebbe sul rapporto stretto e strategico che aveva costruito con il management, influendo sulle strategie aziendali. Nel testo Tavaroli avrebbe ricostruito una propria versione sull’origine delle sue disavventure.
Vedrebbe intorno a sé molti nemici e l’inizio della sua fine verrebbe fatto coincidere con la nomina a direttore della prima divisione dei servizi segreti militari del suo amico fraterno Marco Mancini, con un passato comune nei carabinieri. Una coppia troppo potente che avrebbe sparigliato i vecchi giochi dell’intelligence. Per Tavaroli inizierebbero allora a girare voci e veline che arrivano nelle redazioni dei giornali e nella procura milanese. Con un solo obiettivo: fermare “i due brigadieri”. Ma gli avversari non si anniderebbero solo tra forze dell’ordine e 007, Tavaroli, come ripete spesso a chi lo frequenta, sarebbe convinto di essere finito in disgrazia anche per il progetto di semplificare, accentrandole a Milano, le intercettazioni giudiziarie, oltre che per abbatterne i costi (224 milioni di euro nel 2007). Idea che avrebbe penalizzato il sottobosco di piccole aziende collegate al business. Questo settore, come Tavaroli aveva sottolineato pure con Panorama, avrebbe orchestrato le prime campagne di stampa contro la security Telecom, accusata di voler costruire una specie di grande orecchio su scala nazionale, capace di controllare il lavoro delle procure. Secondo Tavaroli, i conflitti di interessi sarebbero altri: stando alle indiscrezioni, citerebbe il caso di una società torinese che era diventata azionista della Telecom e nello stesso tempo aveva l’appalto, in regime di monopolio, per la registrazione delle intercettazioni.
Nel libro, in base alle informazioni raccolte da Panorama, non mancheranno i riferimenti all’inchiesta milanese. Per esempio, si farebbe accenno al ritrovamento nel 2001 di una rudimentale microspia sull’auto dell’allora amministratore delegato della Telecom, Enrico Bondi. A curare la bonifica, su richiesta di quest’ultimo, furono gli uomini di Tavaroli, all’epoca ancora in Pirelli. Era stato lui a mettere la pulce, per fare le scarpe al collega Telecom, Piero Gallina? Nel volume questa sarebbe la linea di difesa: a sostituire Gallina arrivò un uomo di fiducia di Bondi, non di Tavaroli. Come dire: se cercate del marcio, guardate altrove. Il libro affronterebbe pure la vicenda della guerra per il controllo della Brasil Telecom, combattuta fra i Tavaroli boys e la Kroll, la più importante agenzia investigativa privata del mondo. In questo capitolo le pagine più interessanti dovrebbero essere dedicate al racconto del tentativo di agganciare il neopresidente brasiliano Luiz (Lula) Inacio da Silva per risolvere il contenzioso.
Gli uomini della security avrebbero scelto come contatto uno stretto collaboratore di Lula, José Dirceu, vecchia conoscenza della sinistra italiana. Tavaroli e Dirceu si sarebbero incontrati in un piccolo albergo a Roma e poi a Cuba. Con scarsi risultati: il politico brasiliano, come risulta dalle cronache, era finito nell’orbita dell’avversario della Telecom, il banchiere Daniel Dantas. Nel libro si affollano i retroscena sulle missioni “diplomatiche” dell’ex capo della security: l’incontro con l’affascinante ministro donna di Belgrado, per la rapida cessione della Telekom Serbia; l’appuntamento con il capo dei servizi segreti libici, infastidito dagli affari di Slaedine Jnifen, fratello di Afef, moglie di Tronchetti Provera… Tavaroli racconterebbe di avere dovuto rimediare agli errori della politica. Per esempio nel 1998, quando era a capo della sicurezza Pirelli. Durante il governo di Massimo D’Alema, Abdullah Ocalan, il fondatore del Pkk (il Partito dei lavoratori curdi), ricercato dai servizi segreti di Ankara con l’accusa di terrorismo, chiese asilo politico a Roma. Che tentennò, innescando un complicato caso diplomatico. Le aziende italiane in Turchia finirono nel mirino, tanto da dover nascondere le insegne. La vendita di pneumatici Pirelli crollò da 30 mila a 18 al mese. Tavaroli avrebbe provato a risolvere la crisi organizzando, dopo un terremoto in Turchia, una catena umanitaria.
In un libro, dunque, a metà tra l’autobiografico e lo storico Tavaroli, riferendosi alla Kroll, citerebbe un adagio dello spionaggio che ama ricordare: “Tutto è valido finché non ti fai scoprire “. Una legge che, forse, non ha fatto eccezione per lui.

Visco in bilico tra nuovi veleni. Che coinvolgono D’Alema

[i](Panorama)[/i]
Riuscirà il governo a superare indenne il dibattito al Senato sul caso Visco? Voto previsto intorno alle 22: nell’attesa, tiene banco un’altra vicenda, in parte collegata allo scontro tra il viceministro e la Guardia di Finanza.
Si tratta dei sospetti e dei veleni sul coinvolgimento dei vertici dei Ds (in particolare di Massimo D’Alema) in due partite finanziarie degli anni scorsi, la scalata alla Telecom di Roberto Colaninno e l’assalto alla Bnl ad opera di Unipol.
Sulla prima vicenda, il quotidiano La Stampa, in una ricostruzione completa dei fatti di questi giorni, pubblica estratti di un rapporto della Kroll, la più grande agenzia investigativa privata americana, che per conto (pare) della Telecom di Marco Tronchetti Provera indagò su alcune operazione brasiliane di Colaninno. A un certo punto si legge: “Fonti d’intelligence italiana indicano che il fondo brasiliano Inepar ha movimentato somme per l’allora primo ministro D’Alema, che fu interessato alle attività Telecom”. Due righe vaghe quanto a provenienza e attendibilità, ma che hanno scatenato una furibonda reazione della direzione della Quercia. Il suo comitato esecutivo si è riunito stamani in tutta fretta e ha approvato questa nota: “Non sono esistiti, né esistono conti bancari esteri ascrivibili, direttamente o indirettamente, ai Democratici di Sinistra o ai loro dirigenti nazionali. Si tratta di una calunnia contro la quale agiremo in ogni sede, a cominciare da quella giudiziaria”. E lo Stesso Massimo D’Alema definisce “spazzatura” quanto pubblicato da La Stampa.
Ma non solo. Clementina Forleo, giudice delle indagini preliminari di Milano che ha investigato sulle scalate bancarie di due estati fa ha stabilito che non sono più sottoposte a segreto le telefonate (73 in tutto ) tra gli indagati e sei parlamentari: i diessini D’Alema, Nicola Latorre (stretto collaboratore del presidente della Quercia) e Piero Fassino, e gli esponenti di Forza Italia Grillo, Cicu e Comincioli.
Ovviamente sono le prime tre conversazioni a suscitare la maggiore curiosità nel mondo politico. La decisione della Forleo ha spiazzato il “palazzo”: gli organismi istituzionali delle Camere avevano previsto di riservarsi la decisione se liberalizzare le intercettazioni quando gli atti fossero stati inviati in Parlamento. In concreto: da domani, più probabilmente dalla prossima settimana, ciò che si sono detti l’ex numero uno dell’Unipol Giovanni Consorte e il numero uno ds Massimo D’Alema, nel pieno della scalata alla Bnl, potrà diventare una nuova bomba pronta ad esplodere nella sinistra.
Oppure rivelarsi un bluff.

Telecom, non passi lo straniero. Ma se passa Berlusconi…

[i](Credits: Panorama-Olympia)[/i]
Insomma, diciamolo. C’è un problema Telecom? Ma no: c’è un problema Berlusconi. E dunque il popolo della sinistra (soprattutto quella girotondina) non ha pace. E come dargli torto. Sventato lo sbarco imperialista tex-mex, con la ritirata dell’At&t, chi si profila? Il Cavaliere. Alleato con Roberto Colaninno. Che già prese la Telecom sotto gli auspici di Massimo D’Alema: il leader Ds più odiato dalla base della Quercia (ma non dai vertici e dall’apparato).
Dunque è semplice: si torna all’odioso periodo della bicamerale. Fossimo nel calcio, diremmo alle torte. Colaninno-Berlusconi all’assalto di Telecom, via D’Alema? Sabina Guzzanti è sconcertata: “A questo punto ci lascia solo qualche pizzeria e poi s’è comprato tutto”. Non solo: “Se l’operazione andasse in porto il governo Prodi sarebbe gravemente responsabile. E anche qualche organo d’informazione che ha fatto diventare centrale la questione delle coppie di fatto dimenticandosi del conflitto d’interessi”. Capito il complotto? “Esterefatta” è Rosetta Loy, scrittrice. Anche lei punta l’indice sul governo di sinistra. Franco Cordelli, critico teatrale, ha “un cattivo pensiero”. Questo: “Siccome non si fa il partito democratico, Berlusconi vogliono continuare a tenerselo buono. Manovre finanziarie partorite da una politica oligarchica”. Scandalo anche per il regista Marco Bellocchio: “Il palazzo della politica decide con sprezzo della coerenza e senza provare un briciolo di vergogna per non avere approvato una microlegge come quella sui Dico”. Qui chiaramente si apre una crepa tra Bellocchio e Guzzanti. Ma subito il fronte torna a compattarsi: Lidia Ravera è sicura che “la sinistra fa mettere le mani di Berlusconi su Telecom. Cosa devo pensare?”.
Già, cosa pensare? In attesa dello sbarco in forze di Dario Fo-Franca Rame, del risveglio di Pancho Pardi, e naturalmente del grande ritorno di Nanni Moretti, che pensare di un’azienda “strategica” che ha molti debiti e zero strategie? Che non ha mai ripagato i piccoli azionisti ma ha distribuito le stock option ai grandi? Meglio così che il Cavaliere? Ma non era Berlusconi, “ottimo come imprenditore, pessimo come premier? (lo disse Fausto Bertinotti, ndr)”. Intanto aggiungiamo doverosamente che è l’azionista di controllo di Fininvest, Mediaset, Mondadori e dunque anche di Panorama.it. Soprattutto, però, è uno dei pochi (pochissimi) che ha i soldi per tenere la Telecom in Italia.
Un male o un bene se sbarca, assieme ad altri, nella telefonia ex pubblica? Per mesi la politica di sinistra ha vagheggiato un altro scenario: i servizi Telecom in mano alle banche: magari una prodiana, come l’Intesa-San Paolo, ed una un po’ diessina, come l’Unicredito o Monte dei Paschi; e la rete che ritorna direttamente allo Stato. O, in subordine, un alleato europeo a garantire, chissà perché, la famosa italianità: Telefonica (zapaterista?) e France Telecom, che se poi all’Eliseo ci andasse Ségolène Royal sarebbe il massimo.
Due soluzioni che hanno un difettuccio: neppure l’ombra di un industriale italiano. Quanto alle banche, le loro strategie si sono viste all’opera nella Fiat pre-Marchionne e nella stessa Telecom di Marco Tronchetti Provera. Senza contare che forse dovrebbero pensare un po’ di più ai clienti allo sportello.
E dunque? Logico, a proposito di Berlusconi, evocare il conflitto d’interessi. Sarebbe utile però sapere quale modello industriale ha in mente il fronte intellettual-girotondino: l’Alitalia? Le Ferrovie? Allora, è un male o un bene se il Cavaliere si prende la Telecom? Massì, diciamolo: la sinistra sotto sotto è contenta. Un po’ acciaccato il governo Prodi, ecco profilarsi un nuovo fronte.
Il Grande Nemico è ancora alle porte, tornano i girotondi. E poi c’è sempre Vodafone, notoriamente equosolidale.

Caso Telecom: si aggravano le accuse a Ghioni. E la sua salute

http://photos.hackinthebox.org
“Fabio Ghioni sta male. Lo pischiatra del carcere di Busto Arsizio (Varese), dove si trova dal 18 gennaio è seriamente preoccupato. La quantità di psicofarmaci che assume, come conferma il diario clinico, è altissima”. Così Pilerio Plastina, legale dell’ex manager Telecom, accusato dalla procura di Milano di hackeraggio nella vicenda dei dossier Telecom, inchiesta per cui è in prigione da settembre anche l’ex responsabile della Security della multinazionale italiana, Giuliano Tavaroli, interrogato oggi. “I magistrati gli hanno allungato i termini della carcerazione preventiva, aggravando l’accusa: per loro non è più uno dei partecipanti all’associazione per delinquere, ma la mente” continua Plastina. “In più gli contestano la rivelazione di segreto d’ufficio, un reato per cui in Italia non va in galera nessuno”. E così Ghioni, interrogato quattro volte dai pubblici ministeri e una volta dal giudice per le indagini preliminari, resterà in carcere sino a luglio. “È uno strumento di pressione psicologica” insiste Plastina. “I pm vogliono che accusi il suo amico Roberto Preatoni per i reati di cui è accusato lui” è la tesi del difensore. “Ma Ghioni le cose che aveva da dire le ha già dette”.

Guarda il VIDEO (molto lungo) in cui spiegano le tecniche di hackeraggio di cui oggi sono accusati.

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