
“Fabio Ghioni sta male. Lo pischiatra del carcere di Busto Arsizio (Varese), dove si trova dal 18 gennaio è seriamente preoccupato. La quantità di psicofarmaci che assume, come conferma il diario clinico, è altissima”. Così Pilerio Plastina, legale dell’ex manager Telecom, accusato dalla procura di Milano di hackeraggio nella vicenda dei dossier Telecom, inchiesta per cui è in prigione da settembre anche l’ex responsabile della Security della multinazionale italiana, Giuliano Tavaroli, interrogato oggi. “I magistrati gli hanno allungato i termini della carcerazione preventiva, aggravando l’accusa: per loro non è più uno dei partecipanti all’associazione per delinquere, ma la mente” continua Plastina. “In più gli contestano la rivelazione di segreto d’ufficio, un reato per cui in Italia non va in galera nessuno”. E così Ghioni, interrogato quattro volte dai pubblici ministeri e una volta dal giudice per le indagini preliminari, resterà in carcere sino a luglio. “È uno strumento di pressione psicologica” insiste Plastina. “I pm vogliono che accusi il suo amico Roberto Preatoni per i reati di cui è accusato lui” è la tesi del difensore. “Ma Ghioni le cose che aveva da dire le ha già dette”.
Guarda il VIDEO (molto lungo) in cui spiegano le tecniche di hackeraggio di cui oggi sono accusati.
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La svolta, più o meno a sorpresa, nella partita Telecom Italia fa volare in Borsa il titolo e manda in fibrillazione il governo. A dirlo, i fatti. E le dichiarazioni.
Da una parte, e in tempi non sospetti, quelle rese dal presidente del Consiglio Romano Prodi, durante la sua visita in Brasile e Cile, poco meno di una settimana fa: “Olimpia e le banche? È un problema che riguarda esclusivamente Telecom Italia e non il governo”. Il premier Prodi così affrontava l’argomento tlc durante l’incontro con la Fiesp, l’associazione degli imprenditori dello Stato di San Paolo. Annunciando cioè che al governo toccava solo un ruolo da spettatore nella vicenda. Anzi, insistendo sulla vocazione all’apertura del mercato mostrata dall’Italia, anche nel comparto della telefonia dichiarava “nessuna preclusione agli investimenti stranieri nel settore”. Dove, per altro, “la presenza straniera è fortissima: tra le prime sei imprese telefoniche italiane, cinque sono a capitale non italiano e mi sembra che un’apertura più di cosi non possa essere dimostrata”.
Parole che oggi stonano parecchio con quelle pronunciate da due ministri, appena saputo che il consiglio di amministrazione straordinario di Pirelli S.p.a. ha valutato “favorevolmente” le due distinte offerte di AT&T e American Movil per l’acquisto di un terzo delle azioni di Olimpia, holding di controllo di Telecom Italia. Il ministro competente, quello delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, in una nota ha espresso “grandissima preoccupazione” annunciando che “il governo seguirà con grande attenzione l’evolversi della situazione”. L’altra posizione è quella del ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, che con toni al solito più battaglieri ha fatto sapere che la preoccupazione non basta: “Il Governo italiano deve essere pronto a contrastare queste azioni”. Perché, sbotta il ministro: “Deve finire questo shopping che finanzieri internazionali d’assalto vanno facendo ad asset fondamentali per l’Italia, come Telecom. Chiedo a Prodi di convocare un incontro urgente per reagire in modo istituzionalmente adeguato”.
Bisognerà aspettare la definitiva parola del portavoce unico, Silvio Sircana, per conoscere realmete la posizione del governo italiano nella vicenda? Oppure tutto si riduce a una strategia più oscura ma più ampia: attirare compratori stranieri per spronare quelli italiani a muovere le loro divisioni a difesa del mercato nostrano?

Anche Internet è finita nell’inchiesta milanese sulle intercettazioni illegali. Nelle scorse settimane è stato sentito come testimone dai magistrati lombardi Michele Bianco, 49 anni, ex manager del provider del gruppo Telecom, Tin.it, allontanato ai tempi in cui in Pirelli e, poi,nella stessa Telecom sorgeva l’astro di Giuliano Tavaroli, ex capo della Security della multinazionale milanese, in carcere da settembre.
Bianco nel novembre 1999 diventa responsabile della Security di Tin.it, con oltre 3,5 milioni di clienti. Nel 2000 Tin.it viene incorporato da Seat Pagine gialle (sempre nell’orbita Telecom) e, a novembre, Bianco passa alla guida della struttura “Security e rapporti con l’autorità giudiziaria” della divisione Internet che offre servizi a 5 milioni di navigatori. Insomma Bianco gestisce un giocattolo che in mano a persone sbagliate consentirebbe di sbirciare la posta elettronica di milioni di persone. Un’operazione che, legalmente, possono effettuare solo le procure, con il supporto tecnico proprio dell’ufficio di Bianco.
Nel 2001 in Telecom cambia tutto. Il nuovo presidente è Marco Tronchetti Provera, l’amministratore delegato diventa Enrico Bondi. Perde il posto, in modo poco chiaro, anche il responsabile della Security Piero Gallina. Dopo Gallina tocca a Bianco: “Nel novembre 2001 il management mi chiese di occuparmi d’altro e fui costretto ad accettare” dice a Panorama.it. Nell’aprile 2002 lascia Seat pagine gialle. Ora Bianco è stato ascoltato dai magistrati, ma non può rivelare che cosa abbia detto: “Ho l’obbligo di riservatezza”. Una cosa è certa: il Grande fratello era anche digitale e poteva sbirciare le email di milioni di italiani.
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