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Telefono-Arcobaleno
Più di 480 siti italiani oscurati, 1.023 perquisizioni a casa di presunti pedofili, 1.792 fascicoli processuali aperti. Il Nit, Nucleo investigativo telematico, controlla ogni anno oltre 20 mila portali sospetti. E, grazie alla specializzazione dei suoi investigatori e alla rapidità delle indagini, spesso risale alla fonte della pedopornografia online, a casi di sfruttamento sessuale di minori, a chi sta dietro lo schermo del computer. L’operazione dell’inizio di maggio, chiamata “Veritate”, è finita su tutti i giornali: 57 perquisizioni in 15 regioni, quattro arresti e una ragazzina italiana di 13 anni liberata dei suoi sfruttatori.
Il Nit, nato nel 2001, opera in tutta Italia, ma ha sede presso la procura di Siracusa. Proprio nella città del Telefono Arcobaleno, presieduto da Giovanni Arena, da cui parte la gran parte delle denunce. È l’unico caso in Italia di un pool di magistrati dedicati ai reati online con a disposizione un “braccio operativo” di polizia giudiziaria specializzato. Il Nit è composto da sei investigatori, tra carabinieri, appartenenti alla Guardia di finanza e alla Polizia postale, supportati da agenti della polizia locale. Il maresciallo Domenico Di Somma è stato uno dei fondatori, insieme all’allora procuratore aggiunto Giuseppe Toscano, e ne è tuttora il comandante.
“Gli esperti del Nit sono investigatori molto speciali”, spiega, “invece di pedinare i criminali sulle strade, li seguono nelle infinite vie della Rete. Le difficoltà non sono poche, bisogna agire molto rapidamente una volta trovata la traccia giusta: i siti sono estremamente volatili. Anche se di recente abbiamo potuto contare sulle informazioni di alcuni ‘pentiti’”. Investigare sul web è come esplorare un mondo parallelo, con le proprie regole e i propri tempi e soprattutto con molte possibilità per chi compie reati di nascondersi.
Il 90 per cento dei reati informatici riguarda la pedofilia. La pedopornografia online non conosce crisi e gli italiani sono al quinto posto nel mondo tra i fruitori di questo mercato. Gli indagati sono spesso persone che fanno lavori grazie ai quali entrano in contatto coi bambini. Nel momento in cui i controlli aumentano, i siti incriminati “migrano” su provider stranieri. Inoltre l’anonimato è spesso un’assicurazione di impunità, anche se di recente un accordo coi principali gestori ha reso più difficile restare anonimi nel creare un sito illegale. “E poi”, continua Di Somma, “anche lo ’smanettatore’ più scaltro prima o poi commette un errore. A quel punto entriamo in scena noi, che magari lo stavamo osservando da mesi. Preferiamo infatti non usare la trappola degli ‘agenti provocatori’”.
Ma il comandante del Nit rifiuta la cultura del sospetto che demonizza Internet. “I genitori stiano sempre attenti ed educhino i figli sui pericoli che si possono incontrare online, proprio come li mettono in guardia prima di uscire per strada”, consiglia. I cattivi incontri sul web sono frequenti come quelli nella realtà, se è vero che, spiega Di Somma, “il pedo-business è in continua crescita, nella misura in cui aumenta la domanda”. La rete di sfruttamento dei bambini è internazionale, i piccoli sono spesso dell’Est Europa, c’è anche qualche italiano. È proprio in nome delle vittime che gli esperti del Nit non vogliono sentir parlare di “soddisfazione” per i risultati raggiunti con le loro operazioni. “La nostra è un’attività molto dolorosa”, conclude Di Somma. “Monitorando questi siti negli anni a volte capita di riconoscere qualche bambino. Il pensiero che sia cresciuto sotto i nostri occhi e nelle mani dei suoi aguzzini è impossibile da accettare”.
Oltre 30 mila siti internet a contenuto pedo-pornografico denunciati da Telefono Arcobaleno nei primi otto mesi del 2008, con un incremento del 40 per cento rispetto allo stesso periodo del 2007, che già presentava un dato record. L’organizzazione ha segnalato 3.790 siti al mese, 875 siti alla settimana, 125 siti al giorno. Con punte che hanno sfiorato i 5 mila siti in un mese e superato i 300 in un giorno. “Solo nel mese di agosto, abbiamo presentato 4.125 denunce in tutto il mondo - dichiara Giovanni Arena, presidente di Telefono Arcobaleno - Al di sotto della prima posizione, nella quale si conferma ancora una volta la Germania, si colloca la Cina, vera e propria novità nello scenario della pedofilia su internet, segno che la massiccia presenza internazionale in occasione dello svolgimento dei Giochi olimpici ha imposto l’apertura delle maglie della censura della rete internet”. Il report di Telefono Arcobaleno riguarda esclusivamente i siti con espliciti contenuti e materiali pedofili e pedo-pornografici che sono segnalati a Interpol e polizie nazionali, secondo le rispettive competenze, e sono resi immediatamente disponibili all’Autorità giudiziaria italiana e al Nucleo investigativo telematico, che ha accesso al database delle segnalazioni di Telefono Arcobaleno. Il rapporto può essere consultato e scaricato dal sito internet dell’associazione che da dodici anni in prima linea nel contrasto internazionale della pedofilia informatica.
Secondo un sondaggio di Eurobarometro, invece, nell’età compresa tra i 12 e i 15 anni, il 74 per cento utilizza giornalmente internet per almeno tre ore e praticamente tutti i bambini intervistati hanno risposto di essere stati esposti accidentalmente ad immagini pornografiche. Lo sfruttamento sessuale dei bambini on line ha un valore stimato di oltre 4 miliardi di dollari l’anno e la pedopornografia è un fenomeno prevalentemente europeo, il 61 per cento dei clienti e dei consumatori della pedofilia in rete proviene infatti dal Vecchio continente. Lo scorso luglio il Parlamento europeo ha presentato il nuovo programma comunitario “Safer internet”, per il periodo 2009-2013, di cui relatrice è la parlamentare italiana Roberta Angelilli, con l’obiettivo di promuovere un uso più sicuro di internet e delle altre tecnologie della comunicazione, in particolare a favore dei minori. Sono previsti 55 milioni di euro, 10 milioni in più rispetto all’edizione precedente, che serviranno per la creazione di un database europeo per la raccolta di immagini pedopornografiche, a disposizione delle forze di polizia ed operatori interessati; per la diffusione di software per le investigazioni di polizia, che supportino le operazioni di ritrovamento del minore sfruttato; per l’individuazione dei sistemi di tracciabilità dei movimenti finanziari legati allo scambio di queste immagini; per la diffusione di un marchio comune “children friendly”, attribuibile a siti considerati “sicuri” per i minori e per le famiglie.
In Italia, l’età media stimata dei bambini sfruttati passa dai 10 anni del 2003 ai 7 anni del 2007, con punte di età talora molto più basse. La fascia di età dei bambini maggiormente coinvolti va dai 7 ai 14 anni, ma è in aumento l’offerta pedopornografica con immagini di bimbi anche molto piccoli. I dati della Polizia postale italiana, aggiornati al giugno 2008, annunciano l’arresto di 205 persone e la denuncia di altri 4.007 individui, nel quadro di operazioni per la lotta alla pedopornografia on line. Inoltre la polizia ha fornito ai provider una lista nera di siti che, ad oggi, contiene 163 indirizzi. In Italia sono stati rilevati ed oscurati 177 siti pedopornografici, e altri 11 mila, la cui origine era di altra nazionalità, sono stati segnalati ai rispettivi organi di polizia all’estero. Le regioni più a rischio pedofilia sono quelle del nord con in testa la Lombardia (121 decreti di perquisizione nel 2007). Crescono, inoltre, secondo la Angelilli, i fenomeni di “grooming” e “cyberbullismo“. Secondo l’articolo 23 della convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali, si definisce grooming la manipolazione psicologica per scopi sessuali. In questo processo, ancora scarsamente studiato in Italia, colui che abusa, cura (”grooms”) la vittima, inducendo gradualmente il bambino a superare le resistenze attraverso tecniche di manipolazione psicologica. Il termine cyberbullying (bullismo in rete) è stato coniato dall’educatore canadese Bill Belsey e si distingue dalla cybermolestia, che avviene tra adulti o tra un adulto e un minorenne. In Europa, studi recenti indicano che mediamente il 15 per cento degli adolescenti tra gli 11 e i 15 anni sono stati già vittime di prepotenze on line, attraverso intimidazioni, minacce, maltrattamenti e sopraffazioni tra minori, anche utilizzando messaggi e foto via web, sms, mms o video su social network come You Tube.
“Il decreto sicurezza, così com’è, mette la parola fine alla lotta alla pedofilia online in Italia”. Lo ripete due volte, Giovanni Arena, presidente di Telefono Arcobaleno, l’Ong italiana che da dodici anni si occupa di segnalare e combattere il mercato degli abusi sessuali sui minori. Vuol essere sicuro che si capisca bene: “non voglio dare un giudizio politico, ma tecnico” chiarisce: “l’articolo 2 del decreto sicurezza appena approvato al Senato è un articolo “salvapedofili” dice. Un’accusa forte: “Il decreto contiene una disposizione che concentra la competenza dei moltissimi procedimenti contro la pedofilia on line nelle già intasatissime procure antimafia, togliendoli alle procure ordinarie. Oggi un giudizio per casi di pedofilia dura in media tre o quattro anni in primo grado, ma nelle procure distrettuali, oberate da migliaia di procedimenti diversi durerebbe molto di più”. “Potrebbe essere” dice Arena “la morte dell’attività di contrasto alla pedopornografia in rete, che, come tutti sappiamo, deve essere attività dinamica in linea con l’evoluzione tecnologica e con l’aggressività di coloro che fanno mercato dei bambini in tutto il mondo attraverso internet. Si aggiunge un altro tassello a un impianto normativo ingestibile”. La sua speranza è che “al passaggio alla Camera venga cambiato quest’articolo delirante”.
L’ultima caccia ai pedofili online è finita stamattina: quarantuno persone arrestate in tutta la Spagna. Più di cento hard disk e un migliaio di supporti digitali requisiti. La Polizia spagnola ha diffuso un comunicato, in cui si dà il merito della scoperta (e della segnalazione) della rete pedofila proprio a Telefono arcobaleno. Sono loro, i cacciatori dei pedofili online. “Abbiamo fatto più di 21mila segnalazioni di siti nei primi sei mesi del 2008″ dice Maria Clara Marchi, responsabile dell’ Ong “e prevediamo un aumento dei casi del 30% nel corso dell’anno”. Numeri alti, per un fenomeno sommerso: “Siamo un’equipe di sei persone” spiega Marchi, “seguiamo le tracce del mercato pedopornografico sulla rete”. M a non c’è il rischio di finirci impigliati, nella rete? “Beh, ovviamente abbiamo delle regole di operatività molto ferree, non scarichiamo materiale, non ci immischiamo. Il trucco è entrare nella testa di queste persone, seguire le loro tracce. Poi ogni volta che si scopre un sito, si scopre una rete di contatti. E facciamo partire le denunce”. Una procedura che, secondo Telefono Arcobaleno, va a colpo sicuro: “Non gettiamo fango su gente che non c’entra. le denunce sono circostanziate, precise, con la prova di materiale scaricato che poi viene regolarmente rinvenuto dalla polizia nelle case delle persone arrestate. Questi sono collezionisti, si muovono con circospezione, con password criptate, siti ultranascosti, è un mondo abbastanza underground, in cui è assai improbabile che si capiti per caso”.
Il Telefono arcobaleno funziona dal 1996. Dodici anni di monitoraggio e segnalazioni anche grazie a un numero verde, 800 025 777, a disposizione dei minori vittime di abusi. Secondo il report diffuso dall’associazione, il numero di siti pedofili on line è triplicato dal 2005 al 2007, passando dai 13.315 del 2005 ai 39.418 del 2007. E c’è anche una vera e propria “sottocultura” pedofila sommersa, che considera legittimo l’amore “consenziente” con i minori rifacendosi a paraventi letterari come Lolita o i grandi filosofi greci dell’antichità. E nascondendosi la realtà di brutale sfruttamento del turismo sessuale pedofilo diffuso in Stati come la Thailandia. “Così” denuncia Telefono Arcobaleno, “nascono iniziative come il “boy love day” proclamato su internet per la giornata di ieri, il 24 giugno”. “È importante contrastare radicalmente queste rivendicazioni pseudo-culturali” dice il presidente Giovanni Arena “e devo dire che in questo senso in Italia c’è la giusta sensibilità e i siti di questo tipo accessibili sono stati sequestrati”. La maggior parte di quelli attivi, dice Arena, si trovano in Olanda, Svezia, Germania e Usa. Il discorso normativo è diverso in altri Paesi: “In Olanda, ad esempio, c’è secondo me un’eccessiva tutela alla libertà di espressione su un tema così delicato e si arriva a permettere proclami deliranti di questi che sono mercanti dell’abuso”.
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L’attenzione alla violenza su donne e minori è in genere poca, e spesso influenzata negativamente dai casi di cronaca, come quelli recenti di Marsciano o della scuola di Rignano Flaminio. Persino i ginecologi, in prima linea nel fornire assistenza alle vittime, sono spesso dotati più di buona volontà che di competenza scientifica, anche se occorre dire che non è colpa loro: “In Italia fino al 1996 la legge puniva la violenza sulle donne come reato contro la pubblica morale e non contro la persona. Da allora, è via via cresciuto l’impegno anche dei ginecologi, pur in assenza di nozioni e di corsi sull’argomento, persino nelle scuole di specialità” spiega Giovanni Monni, ginecologo dell’Ospedale Microcitemico di Cagliari e presidente dell’Aogoi, l’associazione che riunisce oltre 5.000 ginecologi ospedalieri e che ha appena pubblicato un manuale per gli specialisti frutto del lavoro di una Commissione Nazionale attiva da 6 anni (ne dà conto la sezione anti-violenza del sito dell’associazione).
“La violenza contro le donne tra i 15 e i 44 anni uccide quanto il cancro” ha scritto il Ministro della Salute Livia Turco nella presentazione del volume. “Il prezzo in termini di salute delle donne supera quello degli incidenti stradali e della malaria messi insieme”. In questo l’Italia - come in generale i paesi occidentali - non è indenne da quella che in alcuni paesi meno sviluppati è una vera piaga: secondo quanto è stato riportato a fine del 2006 dall’allora segretario generale dell’ONU Kofi Annan di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a livello mondiale una donna su tre è stata picchiata o abusata sessualmente, e una su quattro ha subito violenza durante la gravidanza.
Per aggiungere tragedia alla tragedia, infatti, si tratta di un prezzo che le donne spesso pagano nel momento di maggiore vulnerabilità: “La violenza durante gravidanza e puerperio è la seconda causa di mortalità dopo l’emorragia”, spiega Valeria Dubini, ginecologa dell’Ospedale Nuovo San Giovanni di Dio di Firenze e curatrice del manuale dell’AOGOI, intitolato “Violenza contro le donne. Compiti e obblighi del ginecologo” (qui il .pdf). “In alcuni casi la gravidanza è l’occasione di contatto con il ginecologo, che può portare alla luce violenze che vanno avanti da tempo, ma in altre occasioni può acuire una situazione già drammatica, come sembra essere accaduto a Marsciano”.
Il fatto che gli autori delle violenze - sulle donne come pure sui minori - siano familiari più o meno stretti non è un’eccezione, piuttosto una tragica regola ignota ai più. Come sconosciute in molti casi persino ai professionisti sono le priorità da seguire nell’assistenza alle vittime: “La prima accoglienza è importantissima, perché è in sé un atto di cura. In parallelo, occorre adottare tutte le misure per prevenire la gravidanza e le infezioni a trasmissione sessuale. Solo in secondo piano c’è la raccolta delle prove per l’eventualità di una denuncia penale” spiega Valeria Dubini.
Assai spesso è la donna stessa a non voler sporgere denuncia e il ginecologo è tenuto a presentarla d’ufficio solo in caso di violenze continuate, o in presenza di reati congiunti. “Non è compito dei ginecologi incrementare il numero delle denunce” spiega Alessandra Kusterman, ginecologa degli Istituti Clinici di Perfezionamento presso la Clinica Mangiagalli di Milano e responsabile del “Soccorso Violenza Sessuale” aperto nel 1996 nell’ospedale milanese. “Il fatto è che in molti casi la violenza si consuma in assenza di testimoni, e anche nei pochi casi in cui la donna è determinata a procedere contro l’aggressore si scontrano due versioni dei fatti. I segni di violenza sono spesso poco visibili, e anche se la giurisprudenza ha riconosciuto che lo stato psichico della vittima è di per sé significativo, il procedimento penale rischia di essere inutile se non dannoso. La denuncia penale spesso finisce senza la condanna dell’aggressore, quando non addirittura con la condanna per calunnia della donna”.
“In ogni caso non è a quello che devono puntare i medici” conclude la Dubini. “Il loro obiettivo deve essere quello di imparare a cogliere per tempo i sottili segnali, sgradevoli, che tutti preferiremmo ignorare. Devono avere orecchie sensibili, che sono il presupposto migliore per intervenire a evitare il peggio”.
Orecchie e occhi più sensibili e più preparati di quanto siano stati finora: “Lo studio inglese che per primo qualche anno fa ha segnalato l’altissima frequenza di episodi cruenti ai danni delle donne in gravidanza ha anche rilevato un dato che deve fare riflettere: in quattro casi su dieci, le donne uccise avevano in qualche modo chiesto aiuto al medico”.
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Oltre un quarto degli omicidi compiuti in famiglia - Bracciale antiviolenza. Utile, solo se c’è chi risponde all’allarme - Sito del Telefono Arcobaleno contro la pedofilia - L’elenco online dei Centri antiviolenza in Italia - La campagna di Amnesty International
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“Nella mia famiglia c’è una persona omosessuale. So che pedofilia e omosessualità non sono legate, ma mi accorgo di avere un po’ di confusione in testa a riguardo”. “Se mio figlio fosse vittima di abusi sessuali, credo che farei fatica ad accorgermene in tempo. Quali sono i segnali d’allarme?”. “A un mio alunno è successo e la mia lentezza nel capirlo mi ha lasciato un terribile senso di colpa”. “Con quali parole posso spiegare al mio bambino che deve fare attenzione a quel vicino di casa così simpatico, ma di cui io non mi fido affatto?”.
Lunedì pomeriggio, all’Istituto “Quintino di Vona-Tito Speri” di Milano si fa lezione di lotta alla pedofilia. Tra i banchi ci sono una cinquantina di persone, tra padri, madri e insegnanti. In cattedra psicoterapeuti, assistenti sociali e legali di Telefono Arcobaleno. L’associazione ha deciso di replicare anche a Milano, città ai primi posti in Italia per i reati di violenza sui bambini, le “Settimane della prevenzione contro l’abuso sull’infanzia”. Un’iniziativa rivolta alle scuole, elementari e medie, che coinvolge genitori e docenti. È proprio a scuola o in famiglia infatti che spesso si verificano gli abusi. Ma è nella stessa cerchia che si trova l’adulto che può far uscire la piccola vittima dall’incubo.
L’interesse in aula è alto, i dubbi sono tanti. C’è chi racconta casi vissuti in prima persona, altri fanno riferimento ai fatti di Rignano Flaminio, tutti cercano delle risposte. Marika La Rosa, la psicoterapeuta, dà indicazioni il più possibile chiare e precise e qualche consiglio pratico. Distingue tra i vari tipi di abuso, fornisce un profilo del possibile pedofilo, elenca i segnali che rendono legittimo sospettare che un minore stia subendo una violenza: mutamenti improvvisi d’umore, calo del rendimento scolastico, ribellioni, segni sul corpo, un insolito comportamento seduttivo verso gli adulti, una conoscenza della sessualità eccezionale per la tenera età. “Questi sintomi presi singolarmente non devono allarmare”, spiega, “ma se si presentano associati, l’abuso è probabile”.
A questo punto la prima cosa da fare è rivolgersi a degli esperti, riferendo i propri sospetti. “Non spetta a genitori e docenti accertare la violenza”, continua l’operatrice, “non è opportuno cercare riscontri o interrogare i bambini, si rischia solo di compromettere ulteriormente la situazione. Fate subito una segnalazione all’autorità territoriale competente e se avete dei dubbi, rivolgetevi al nostro Numero Verde (800 025777, ndr)”.
Le domande degli adulti presenti continuano: “Una mia allieva mi ha confessato di aver subito uno stupro e io non ho denunciato il fatto. L’ho convinta però a parlarne con la madre. Mi sono mossa nel modo giusto?”. “Il figlio della mia vicina è stato molestato. Ora è tutto finito, ma lei si chiede che conseguenze avrà quando sarà adulto”. “Se qualcuno ha precedenti per pedofilia, è legittimo pensare che possa compiere di nuovo lo stesso reato?”. “Com’è possibile che tante volte i componenti della famiglia in cui si consuma una violenza sanno ma non parlano?”.