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Teodem

Vade retro, partito liquido. E viva il partito del radicamento. Che, fino a prova contraria, è il frutto di un lavoro paziente e tenace compiuto dalle nomenklature locali. Così ha detto Walter Veltroni giovedì pomeriggio (alla vigilia del tanto “chiacchierato” primo vertice con il premier Silvio Belrusconi), aprendo la seduta della Direzione del Pd dedicata all’analisi della sconfitta elettorale.
Ottimo proponimento, soprattutto alla luce del grande successo leghista, ottenuto anche grazie alle candidature in massa di giovani e capaci amministratori locali. Peccato però che a pronunciare queste parole sia stato lo stesso segretario che ha preparato le liste elettorali del partito per il voto di aprile. Dove tutto si poteva trovare, tranne il radicamento. Carta (elettorale) canta.
Sulle 27 circoscrizioni nelle quali è divisa l’Italia per l’elezione della Camera, in 14 (quindi in più della metà), in cima alla lista del Pd è stato installato un personaggio che o proveniva da tutt’altra realtà, oppure che nulla aveva avuto a che fare, fino alla graziosa offerta veltroniana, con i faticosi travagli della politica. In Piemonte 2 è stato paracadutato il veneto Luigi Bobba, in Lombardia 3 il sardo Antonello Soro, in Veneto 1 la toscana Rosi Bindi, in Friuli-Venezia Giulia il piemontese Cesare Damiano, il Liguria la romana Giovanna Melandri, in Toscana l’emiliano Dario Franceschini, in Abruzzo la piemontese Livia Turco, in Campania 1 il romano-pugliese Massimo D’Alema, in Sicilia 1 il laziale Giuseppe Fioroni. In altre tre circoscrizioni il capolista è stato pescato tra illustri sconosciuti della politica.
È il caso della prima e seconda circoscrizione del Lazio, regalate rispettivamente alla ricercatrice Marianna Madia e all’ex segretario generale del Csm Donatella Ferrante, e alla Sicilia 2, dove il numero uno è stato il ricercatore di diritto del lavoro Giuseppe Beretta.
In altre due circoscrizioni, Veltroni ha addirittura consegnato la testa di lista a esponenti dell’imprenditoria, che semmai fino a quel momento erano stati controparti sociali rispetto alla base del Pd: a Massimo Calearo in Veneto 1 e a Matteo Colaninno in Lombardia 1.
Adesso, dopo avere umiliato i “radicatori” con liste di questo tipo, dal segretario arriva disinvoltamente il contrordine. Basterà?
(S.B.)

I cattolici alzano la posta dopo l’ingresso dei Radicali nelle liste, gli ex Ds fanno sentire la loro voce davanti al rischio di un ridimensionamento della Quercia, i socialisti premono alle porte. E Veltroni si trova di nuovo costretto a mediare. Sui temi etici. Sulle candidature. Dando prova di sintesi e facendo uso del bilancino.
Sono giornate cruciali per il segretario Pd, impegnato prima a ricucire lo strappo con l’ala cattolica (riunitasi a Roma, senza Rosy Bindi ma in odore di corrente, al convegno sull’Educare al bene comune) e poi a stabilire nomi e posizioni degli aspiranti onorevoli Democratici.
La prima operazione, delicata, dicono dallo staff dell’ex sindaco capitolino, ha avuto esito positivo. Anche se poi si scopre che le parole di Veltroni non hanno convinto del tutto Paola Binetti, Luigi Bobba. Che infatti promettono (o minacciano?) che vigileranno e manterranno alta la soglia di guardia sui temi etici. L’intervento con cui Veltroni voleva sancire il disgelo è partito da lontano: da Porta Pia per approdare all’”assemblea costituente che evitò l’innalzamento di muri”. E fin qui, tutti d’accordo. Tutti in visibilio poi quando Uolter, mestro nel non scontentare quasi mai nessuno, ha scandito: “Valori come la famiglia, la dignità della persona umana, i limiti che la scienza deve porsi interpellano tutti. Solo una visione superficiale può considerare queste sollecitazioni come interferenze o ingerenze”. Quindi se la Chiesa interviene su qesti temi “non sono ingerenze ma sollecitazioni”.
Ma quello che interessava alla platea era ascoltare come il segretario del partito avrebbe spiegato l’offerta ai Radicali. E allora: “A loro abbiamo detto no all’apparentamento ma di entrare nel Pd e sottoscrivere il nostro programma superando una posizione di pura identità. Se così non fosse successo i Radicali avrebbero esasperato le loro posizioni laiciste”. Dunque, accoglierli vuol dire metterli nel percorso “di una sintesi tra laici e cattolici” evitando nuovi conflitti.
Ma come si tradurrà nella pratica (cioè nella stesura delle liste: l’altra questione del giorno) questa sintesi? E qui Veltroni, nonostante sostenga il contrario, estrae dal cilindro il bilancino. Stando cioè bene attento a distribuire posti e a valutare i pesi delle correnti, dapprima ha lanciato due candidature: Andrea Sarubbi: faccia pulita, scuole dai salesiani, microfono dei papa boys all’epoca di Tor Vergata, “fan della Binetti” e conduttore della rubrica A sua immagine il sabato e domenica; e il filosofo Mauro Cerruti, uno degli estensori della Carta dei valori del Pd. Poi , dopo aver incassato il no del fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, ne ha annunciata una terza, “un’esponente del mondo cattolico del Nord” che molti individuano in Maria Grazia Guida, della Caritas di Milano e già nell’Esecutivo Pd.
Ma non è solo lo spazio da dare nelle liste alla componente cattolica a preoccupare Veltroni. Anche il tempo stringe. Mentre il segretario era impegnato al convegno, al loft di Santa Anastasia è cominciata la “sfilata” dei segretari regionali davanti a Dario Franceschini e Goffredo Bettini, i “Caronte” democratici verso la sponda parlamentare, per mettere a punto i nomi. Il timbro finale alle liste è previsto per lunedì mattina. L’operazione dovrà essere veloce, secondo l’indicazione che arriva dal loft, non solo per anticipare la campagna elettorale ma anche per rendere meno lunga una trattativa che inevitabilmente lascerà per strada esclusi e malumori.
E basta guardare i volti, all’uscita dalla sede dei Democratici, per capire che i punti fermi sono ancora pochi, come ad esempio che è certo che Massimo D’Alema sarà capolista per la Camera in Puglia. In Veneto si parla invece di Rosy Bindi, Enrico Letta o Bersani alla Camera mentre al Senato potrebbe andare Enrico Morando. Saranno candidati anche Francesco Rutelli (ma per dare le dimissioni se vincerà il Campidoglio) e Anna Finocchiaro (in gara anche per la poltrona di governatore della Sicilia) forse nel Lazio. Balla invece la collocazione di Achille Serra che era dato per sicuro in Campania – dove però le tensioni nel Pd sono alle stelle – e allora potrebbe essere candidato in Toscana con il regista Paolo Virzì e una giovane ricercatrice.
Certi invece di esserci i tre operai che il segretario ha presentato con lo slogan: “Siamo il parito del lavoro”: sono, oltre al già annunciato Antonio Boccuzzi, il sopravvisuto della Thyssen; la dipendente e sindacalista di una Asl piemontese, Franca Biondelli; Loredana Ilardi, 33 anni, palermitana e lavoratrice di un call center, a 700 euro al mese.
Eppure: “la questione non sono i nomi ma i posti in lista”, spiega il segretario regionale del Pd Antonello Cabras che è arrivato a Roma con una lista di 79 nomi e tornerà in Sardegna con 27.

Ma la preoccupazione dei segretari regionali resta: tra politici nazionali “paracadutati” da Roma e nomi nuovi voluti da Veltroni, quanto spazio rimane alle candidature locali? Dilemma che, tra uno strappo di qui e uno di là, andrà avanti fino alla stretta finale tra sabato e domenica, se non addirittura, come prevede il margheritino Antonello Giacomelli, ”domenica notte”. E se cattolici ed ex ppi hanno fatto capire che l’ingresso dei Radicali richiede una compensazione cattolica, gli ex Ds, attraverso Maurizio Migliavacca, hanno fatto presente, a quanto si apprende, a Bettini la loro contrarietà al ridimensionamento della propria area.
Ma di non poter/voler accontentare tutti, il segretario del Pd l’ha messo in conto nel momento in cui ha deciso di seguire una linea “di rottura” rispetto al passato: dalla scelta delle alleanze alla scelta delle candidature. Insomma Veltroni tira dritto, ben sapendo che dal ballare da solo al ballo coi lupi, il passo è breve.
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Tutto poteva immaginare Walter Veltroni, tranne trovarsi tra i piedi, nel bel mezzo della campagna elettorale, la questione cattolica. Eppure il titolo di Famiglia Cristiana (settimanale tornato sotto l’osservanza delle gerarchie ecclesiastiche dopo anni di occhieggiamenti a sinistra) non lascia dubbi: l’alleanza tra Pd e radicali è “Un pasticcio veltroniano in salsa pannelliana”. Un paradosso per il candidato premier, che nei sue due mandati di sindaco di Roma, pur guidando una coalizione con tutta la sinistra, è sempre stato attentissimo a non urtare il Vaticano al punto di far cadere nel dimenticatoio, tra gli ultimi atti romani, una sorta di registro amministrativo delle coppie di fatto. E che nel congegnare a tavolino la stessa architettura del Partito democratico aveva piazzato in posizioni strategiche esponenti ex Margherita del mondo cattolico, a cominciare dal suo numero due, Dario Franceschini. La stessa staffetta per il Campidoglio con Francesco Rutelli, che da anni si è spostato su posizioni filo-Chiesa, andava in questa direzione.
I ponti d’oro indubbiamente riservati a radicali hanno per ora compromesso questo feeling. È noto che chi si mette in casa i discepoli di Marco Pannella ne guadagna in principi ma anche in guai. D’altra parte i radicali sembravano indispensabili a Veltroni per guadagnare quei voti marginali che, specie nel Lazio e in Piemonte, possono illudere di un pareggio a Senato. L’arrivo della pattuglia radicale ha coinciso con un documento dell’Ordine dei medici in difesa della legge 194 sull’aborto, ma soprattutto con un’intervista decisamente hard di Silvio Viale, ginecologo radicale e ultra-abortista. Viale, tra le altre cose, ha proposto di legalizzare l’aborto anche oltre i termini di legge, fino al quinto o sesto mese, per tutelare le esigenze psichiche della donna.
Entrambi, Ordine dei medici e Viale, hanno poi chiesto l’introduzione per legge della pillola abortiva Ru486. Un po’ troppo per la Chiesa. Soprattutto per la Chiesa attuale, che dall’Italia alla Spagna ha deciso di difendere anche in politica le proprie trincee.
In particolare in Italia, sia la Cei sia il Vaticano hanno mal sopportato il ruolo minoritario cui si è condannato Pier Ferdinando Casini. Ed ora premono perché gli ex Dc diano vita almeno ad polo di centro con Rosa Bianca e Udeur. Tuttavia sanno benissimo che anche se questo conglomerato si organizzasse avrebbe poche chance di influire sui futuri equilibri parlamentari, e perfino di raggiungere il quorum per eleggere dei senatori. Un ruolo di pura testimonianza non basta alla Chiesa.
Dunque le attenzioni delle istituzioni cattoliche sono concentrate su Pdl e Pd. Dal primo non possono attendersi nessuna sorpresa negativa: Silvio Berlusconi ha detto che la 194 non sarà materia di campagna elettorale, il che coincide con la frontiera attuale della Chiesa. I timori vengono tutti dal Pd. Radicali, medici abortisti, perfino una candidatura di prestigio come quella di Umberto Veronesi, con le sue aperture alla fecondazione assistita e all’eugenetica, hanno fatto scattare l’allarme. La risposta veltroniana è per ora improntata al buon senso (”Le istituzioni sono laiche ma ognuno, anche i cattolici, ha diritto di far sentire la propria opinione”) ma nulla più: la Chiesa vuol sapere quanto il Pd è disposto a spingersi non tanto sui diritti civili ma, appunto, su terreni impervi come l’eugenetica e l’aborto. E questo il “programma snello” ma inevitabilmente vago di Veltroni non lo dice.
La pattuglia ultracattolica nel Pd, capitanata da Paola Binetti, Giorgio Tonini e Luigi Bobba, lancia l’allarme. Se vogliamo, un già visto con il governo Prodi, ai tempi della legge sui Dico. Ma ora ai teodem si uniscono ex Dc come Rosy Bindi, Pierluigi Castegnetti, Beppe Fioroni o Enzo Carra, cioè esponenti organici della sinistra antiberlusconiana. Pezzi da novanta con molti consensi sul territorio. I loro attacchi ai radicali suonano come critiche a Veltroni: e la gioiosa macchina da guerra di Walter rischia di incepparsi di fronte a questa inopinata riedizione della guerra tra guelfi e ghibellini. Qualcosa che Veltroni, che aveva organizzato tutto, non aveva previsto.
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di Ignazio Ingrao
Referendum contro l’aborto promosso dal Movimento per la vita, 18 maggio 1981: i sì all’abrogazione della 194 ottengono il 32 per cento. Il fondatore del Movimento per la vita, Carlo Casini, lo ribattezza “il partito del 32 per cento” e promette che continuerà la battaglia. Trent’anni dopo sembra essere arrivata l’ora della rivincita, grazie all’iniziativa di Giuliano Ferrara. Invano Silvio Berlusconi e Walter Veltroni hanno tentato di tener fuori la 194 dalla campagna elettorale.
Il tema si impone come grande questione simbolica che attraversa gli schieramenti politici. Plaude il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, che chiede una verifica sull’applicazione della legge 194 e una sua revisione alla luce dei progressi scientifici. Soddisfatto il cardinale Camillo Ruini, tra i primi a sostenere Ferrara per la moratoria contro l’aborto. Si gode la rivincita Casini, che propone di affidare al futuro Parlamento “una riforma della prima parte della legge e una radicale riorganizzazione dei consultori familiari affinché non dipendano più dal ministero della Sanità”. La senatrice Maria Burani Procaccini, responsabile nazionale famiglie e minorenni di Forza Italia, annuncia per la prossima legislatura “un pro getto di legge di modifica della legge 194, fissando una serie di misure obbligatorie e prevedendo l’Ivg solo a determinate condizioni “.
Il senatore Alfredo Mantovano di An ricorda il successo dello “schieramento trasversale di parlamentari che ha approvato la legge 40 sulla fecondazione assistita, ha detto no ai dico e alla legge sull’omofobia”. Nessuno, dice Mantovano a Panorama, “può pretendere di avere il monopolio del partito della vita: c’è una sensibilità che attraversa i poli e va valorizzata”. E fa una previsione: “Se vincerà il Popolo della libertà sarà più facile anche per i cattolici del Partito democratico difendere insieme con noi i valori della vita e della famiglia”. Il deputato di Forza Italia Maurizio Lupi, fondatore dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, insieme con Ermete Realacci, punta al medesimo obiettivo: “L’esperienza dell’Intergruppo è preziosa: sui grandi temi, patrimonio di tutti, quali la vita e la famiglia, i cattolici che militano nei diversi partiti dovranno lavorare insieme”.
Lupi trova sponda nel Partito democratico. A cominciare dal teodem Luigi Bobba che propone: “Tutti siamo convinti che 130 mila aborti l’anno in Italia sono un dramma. Verifichiamo come la legge 194 è stata attuata e cosa si può fare per prevenire il maggior numero di aborti. Investiamo sui consultori, che dovevano essere uno ogni 20 mila abitanti e invece sono quasi il 30 per cento in meno. Ma non possiamo limitarci alla 194. In questa campagna elettorale si parla solo di politica economica, dimenticando che politiche per l’infanzia, ecologia e bioetica sono altrettante emergenze. Su questi temi non si può procedere a colpi di maggioranza, occorrono piuttosto una mobilitazione trasversale e larghe intese”. Al centro, l’ex portavoce del Family day Savino Pezzotta, della Rosa bianca, fa lo stesso ragionamento di Bobba e Lupi: “Le questioni eticamente delicate non possono essere delegate a un singolo partito o coalizione. Vanno affidate al Parlamento dove andrà lasciata libertà di coscienza. L’aborto è una questione pubblica, non partitica. Occorre promuovere uno schieramento trasversale che chieda di verificare l’applicazione della legge 194 e proponga eventuali correzioni alla luce dei progressi della scienza medica”.
Scende in campo anche l’altra portavoce del Family day Eugenia Roccella, candidata nelle liste del Pdl insieme con Assuntina Morresi, entrambe schierate contro l’introduzione in Italia della pillola abortiva Ru486. Ferrara è il convitato di pietra. I parlamentari cattolici hanno dapprima aderito alla sua proposta di moratoria, per poi ritirare ogni appoggio quando il direttore del Foglio ha trasformato la sua campagna in lista elettorale. Ferrara, forte dell’appoggio di Ruini, rischia di togliere voti anzitutto all’Udc di Pier Ferdinando Casini, sostenuto dall’insolito “endorsement” del direttore di Avvenire, Dino Boffo.
Tuttavia Domenico Delle Foglie, organizzatore del Family day e attuale portavoce del Comitato scienza e vita, non si fa illusioni: “Assistiamo a un’improvvisa e profonda ristrutturazione del sistema politico italiano che minaccia di essere condotta a scapito dei cattolici. I credenti, infatti, rischiano di scomparire o di essere irrilevanti in entrambi gli schieramenti. Il bipolarimo non può essere ridotto a un duopolio politico che soffoca la democrazia “. Per questo, spiega Delle Foglie, i vertici della Chiesa italiana sono scesi in campo. Cercano di reagire i cattolici del centrosinistra, mettendo da parte ogni rivalità. Il 27 febbraio si ritroveranno a fianco a fianco i vecchi nemici di un tempo, teodem e popolari della Margherita, per un convegno su “Educare al bene comune”. Tutti uniti contro l’ipotesi di accordo del Pd con Emma Bonino e i radicali. “Su questo punto non molleremo” scandisce Paola Binetti. Nel centrodestra Lupi rivendica la carta dei valori del Popolo della libertà: “La famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna viene indicata come cardine della società”.
Ma, in realtà, anche nel Pdl la spaccatura fra laici e cattolici sui temi etici resta profonda: Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi esprimono al riguardo sensibilità opposte. I vescovi vedono con grande preoccupazione la possibilità che i cattolici siano ridotti al ruolo di comprimari nel prossimo Parlamento. Per questo rilanciano un’offensiva in grande stile che avrà il suo culmine il 10 marzo, quando il presidente della Cei Bagnasco terrà il discorso di apertura al Consiglio episcopale permanente. È atteso un forte richiamo alla responsabilità dei cattolici impegnati in politica e la raccomandazione agli elettori di valutare con attenzione programmi e qualità dei candidati.
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Mancava solo la sua. E infatti è arrivata: la benedizione della senatrice Paola Binetti contro la legge 194. Per nulla intimorita da chi la voleva fuori dal Pd per aver votato contro, lo scorso dicembre, al primo e pasticciato pacchetto sicurezza voluto da Veltroni; per nulla imbarazzata dalla lettera che lo stesso segretario le ha inviato per dirle che affermare che “i gay vanno curati” è “pericoloso e sbagliato”, ora la cattolica Binetti interviene nel dibattito sulla revisione della legge sull’aborto.
E c’è poco da sorprendersi, visto che la senatrice non è nuova nel giocare ruoli di rottura, sui temi etici, con le posizioni laiche della sinistra della propria maggioranza.
Esponente di punta dei teo-dem - corrente del Partito Democratico di stampo democristiano e cristiano-sociale (ne fanno parte Luigi Bobba, Emanuela Baio Dossi, Enzo Carra e Marco Calgaro), molto vicina alle posizioni dottrinali propugnate dalla Chiesa sulla procreazione assistita e sui Dico - alla vigilia di Natale, per far capire di che pasta è fatta, la Binetti ha rincarato la dose contro le dure critiche del suo leader e le accuse di “nazismo” delle associazioni Lgbt: “È grave che Veltroni, spinto dalle pressioni degli omosessuali, voglia soffocare il confronto su temi così importanti. No, Walter, non è con i diktat su unioni civili e omosessuali che si costruisce il partito Democratico”. E a conferma della sua tesi, la Binetti ha rispolverato i suoi trascorsi professionali. La senatrice, che in passato non ha nascosto di usare il cilicio come forma di penitenza, altri non è che una neuropsichiatra. Una scienziata, insomma. “Ho esperienza decennale di omosessuali che si fanno curare” scriveva sulla Stampa “non sono andata a cercarli io, sono loro che sono venuti in terapia da me”.
Veltroni o non Veltroni, scienza o non scienza, comunque Paola Binetti le idee chiare le ha sempre avute: “La mia coscienza resta qua”. Senza uscire o farsi cacciare, come vorrebbero in tanti, dal Pd. Ma ora la posizione della senatrice si è fatta ancor più estrema, dicendosi pronta non solo a sostenere la crociata lanciata dal direttore de Il Foglio, Giuliano Ferrara e dal Cardinale Ruini, ma anche di essere disposta a votare con Forza Italia e con una formazione trasversale in Parlamento: “Sulla salvaguardia della vita” spiega “non valgono logiche di schieramento o posizioni di partito”. Altro che inciucio, insomma: “Sono convergenze alla luce del sole”.
A raccogliere politicamente le proposte del giornalista e del cardinale, è stato Sandro Bondi, coordinatore nazionale di Forza Italia, che ha confermato di aver presentato, già tre mesi fa, una mozione parlamentare per”l’istituzione di linee guida (attualmente non previste dalla 194) per permetterne un’applicazione piena, coerente e omogenea”. E la Binetti si è accodata: “Nel Pd e in Parlamento” rivela “siamo in più di quanti si creda a ritenere indispensabile la rivisitazione della legge 194″.
Un numero che non contempla certo Marina Sereni, vice capogruppo del Pd alla Camera: “La legge 194 è stata un’ottima legge che ha contribuito a sconfiggere l’aborto clandestino e a dare alle donne tutele e aiuti per una maternità consapevole. Mi auguro” ha aggiunto Sereni “che l’iniziativa a titolo personale dell’onorevole Bondi, che sa tanto di speculazione politica, resti assolutamente tale”. Dice sì al dialogo, ma no alla modifica della legge, il ministro della Salute Livia Turco. Che ha lanciato un messaggio forte e chiaro: “È una legge applicatissima”. La legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, infatti, “ha fatto sì che da trent’anni ad oggi gli aborti si siano praticamente dimezzati riducendosi del 45% e sia stato cancellato l’aborto clandestino e la conseguente altissima mortalità materna”.
Va dritta al bersaglio, invece, la capogruppo del Pdci al Senato Manuela Palermi: “La senatrice Binetti sta coprendo di vergogna e di ridicolo l’intera coalizione di governo. Affermare di essere pronta a sottoscrivere la mozione di Forza Italia contro la 194, significa insultare tutte le donne”. Ma non è solo vergogna, è totale incompatibilità: “Il suo incredibile comportamento” prosegue ancora la Palermi “rende incompatibile la sua presenza in un centrosinistra che nel suo programma ha riaffermato la laicità dello Stato. che Veltroni intervenga”.
Ma, essendo lei una senatrice, con i numeri risicati che il governo si trova a Palazzo Madama, a dover intervenire per quietare gli animi e accontentare tutti i riottosi alleati, sarà, come al solito, Romano Prodi. Che non aveva messo in conto una tegola di queste proporzioni, nella già delicata agenda d’inizio anno.
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Non è ancora nato, eppure il Partito democratico già non piace ai cattolici. Con buona pace di chi vede nella nuova formazione politica l’incarnazione del verbo “cattocomunista”.
Il dato è emerso da un sondaggio commissionato dalla Margherita all’Ipsos e lascia poco spazio a dubbi: i numeri sanciscono che i cattolici praticanti stanno abbandonando il centrosinistra a vantaggio del centrodestra. Le intenzioni di voto sono crollate dal 44 per cento del febbraio del 2005 al 26 per cento del giugno di quest’anno. Nello stesso periodo i cattolici che scelgono il centrodestra sono passati dal 36 al 52 per cento.
Se non una debacle, quanto meno un campanello d’allarme per la formazione politica in via di costituzione, visto che il potenziale elettorato è per la gran parte credente.
Vero, l’indagine è stata svolta quando ancora mancavano le candidature margheritine per il Partito Democratico (Rosy Bindi e Enrico Letta), che più di altre potrebbero intercettare i voti del popolo della Chiesa, ma dal sondaggio esce chiara la richiesta di discontinuità rispetto alle scelte del governo in carica. Il 52 per cento dei cattolici praticanti di entrambi gli schieramenti chiede una politica “chiaramente alternativa” rispetto a quella dell’esecutivo Prodi. A salvarsi, a sinistra, è solo Walter Veltroni. La candidatura a leader del Pd del sindaco di Roma è vista positivamente dal 54 per cento dei praticanti, impegnati nella vita parrocchiale.
Nelle opinioni dei credenti non sembra avere molto peso l’orientamento del Vaticano: pur condividendo per l’iniziativa del Family day (solo il 7 per cento dei praticanti lo ritiene un segno di chiusura), i cattolici non sono per la linea dura contro le coppie di conviventi.
Eppure il dato fa riflettere. E discutere, soprattutto gli esponenti Dl, eredi del Ppi. Dall’emorragia del voto cattolico, secondo Luigi Bobba, il Pd deve trarre una lezione e un nuovo corso: “Per risalire la china nel consenso tra i credenti non si può non tenere conto delle due intuizioni contenute nel Manifesto Rutelli: cambio di rotta nella linea del governo e alleanze di nuovo conio”. Mentre per il prodiano doc Franco Monaco, l’indagine Ipsos è “Curiosa. O meglio curiosa la sua interpretazione tirata per i capelli: i cattolici, disamorati dal governo, entrati in sofferenza verso il centrosinistra con la fecondazione assistita e il family day e preoccupati per l’egemonia della sinistra laica, tiferebbero per Veltroni e invocherebbero alleanze di nuovo conio”. Conclusione: “Indovinello: chi ha commissionato l’indagine? Che preluda a una lista Teodem per Walter?”.
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Per salvare i laici Dico ci vorrebbe un vero e proprio miracolo. I 50mila alla manifestazione di sabato continuano a creare agitazione nella maggioranza. Primo fra tutti al ministro della Giustizia, Clemente Mastella, leader Udeur, che come d’abitudine non le manda a dire a nessuno: “La presenza di Pollastrini, Ferrero e Pecoraro Scanio le contestazioni che mi sono state rivolte hanno aperto una frattura che non va minimizzata”. A stretto giro, ha tentato di ricucire il segretario dei Ds, Piero Fassino: “Non credo che il governo possa cadere sui Dico”. Ma il nodo è tutt’altro che risolto.
Nell’entourage di Prodi la linea è chiara: lavarsene le mani. Cioè: il governo ha fatto la sua parte, ora tocca al Parlamento. Il problema è che, attualmente, non ci sono i numeri, nel centrosinsitra, per approvare la legge sulle unioni di fatto. Senza considerare le pressioni che arrivano dal fronte ecclesiastico (”Una manifestazione nella quale, al di là dell’immagine borghese e rassicurante che si voleva dare, hanno trovato posto discutibili mascherate e carnascialate varie”, dice in sistesi L’Osservatore Romano, e che si manifestano con le prese di posizione dei Teo-Dem, a Palazzo Madama il cammino è tutto in salita. Considerando i no di Udeur e degli ultra-cattolici della Margherita, i voti del centrosinistra scendono a 150. In più, questa volta, molti senatori a vita non si uniranno all’Unione. Andreotti, Cossiga e Colombo si sono già dichiarati contrari. Incerti Ciampi, Pininfarina e Rita Levi Montalcini. Insomma senza l’appoggio di una nutrita pattuglia di liberal di Forza Italia la legge non ha alcuna chance di passare. Ma è diviso a metà addirittura il mondo gay. Ed è per questo che il premier si è detto “perplesso” sulla presenza dei ministri al corteo di sabato. Un acrobazia per dire che il governo deve restarne fuori: un’altra brutta caduta, dopo quella in politica estera, sarebbe deleteria per l’esecutivo.