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Le prossime Terzigno? In Puglia o in Sicilia. Sempre che gli amministratori, i quali negano emergenze paragonabili alla provincia di Napoli, non raddrizzino la situazione. È quanto emerge da un indicatore di rischio elaborato per Panorama sulla base del Rapporto 2009 dell’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Lo studio tiene conto di vari fattori: Continua

La cosiddetta Sanitopoli pugliese potrebbe diventare anche Rifiutopoli. Quattro anni fa il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola aveva lanciato un grande piano che avrebbe dovuto risolvere l’emergenza rifiuti e portare al 55 per cento la raccolta differenziata nello spazio di un lustro. Quattro anni dopo l’obiettivo è un sogno infranto (attualmente viene separato poco più di un decimo della spazzatura), mentre la Direzione distrettuale antimafia di Bari e i carabinieri del nucleo investigativo e di quello ecologico (Noe) indagano sul ciclo di smaltimento.
Nell’inchiesta della procura sulla sanità regionale un filone importante è rappresentato dal presunto inquinamento ambientale e dal business dei rifiuti.
L’indagine della pm antimafia Désirée Digeronimo è partita da Altamura (Bari), ascoltando le telefonate di Carlo Dante Columella, 65 anni, sponsor elettorale dell’ex assessore regionale alla Sanità Alberto Tedesco e dello stesso Vendola, oltre che imprenditore specializzato nello smaltimento dei rifiuti. Per Columella gli investigatori ipotizzano i reati di associazione per delinquere e corruzione, presunta gestione non autorizzata dei rifiuti e un loro traffico illecito. Gli inquirenti hanno avviato controlli sulla sua discarica in contrada Le Lamie, che invece dei previsti 900 mila metri cubi di spazzatura è arrivata a contenerne il doppio e oggi è chiusa. Una montagna di rifiuti su cui indagano i carabinieri del Noe e un consulente della procura.
L’imprenditore nel 2006 era stato arrestato su richiesta del tribunale di Trani, insieme con altre 12 persone, accusato fra l’altro di avere inquinato una falda acquifera. Però due anni dopo è stato assolto (oggi è in attesa dell’appello). Le sue attività quindi procedono, grazie ad appalti per la gestione e il trattamento dei rifiuti urbani.
Di questa attività si occupa la sua Tradeco, che in alcune aree pugliesi agisce in associazione temporanea d’impresa (Ati) con il “consorzio stabile di gestioni ambientali” Cogeam.
Ne è presidente, e socio al 48 per cento, tramite la Cisa spa, Antonio Albanese, 46 anni. Un’altra quota del 51 per cento fa capo alla Marcegaglia spa. Va sottolineato che nessun dirigente di questo gruppo risulta coinvolto nell’inchiesta di Digeronimo.
L’azienda di proprietà della famiglia del presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, in Puglia ha un forte ruolo nel ciclo dei rifiuti. Per esempio gestisce tre dei quattro termovalorizzatori, realizzati sotto diverse insegne, sempre insieme con la Cisa. A Massafra (Taranto) brucia ecoballe (il cdr, combustibile derivato dai rifiuti) e produce energia, 12 megawatt l’ora, da quasi quattro anni l’impianto della Appia energy (presidente Albanese, amministratore delegato Roberto Garavaglia, 55 anni, manager del gruppo Marcegaglia). A Manfredonia (Foggia) è stato autorizzato lo stabilimento dell’Eta Energie tecnologie ambiente (presieduta da Garavaglia). A Modugno la Eco energia (sempre guidata dal tandem Albanese-Garavaglia, nel cda Antonio Marcegaglia, presente anche nell’Appia energy) ha costruito un termovalorizzatore che nell’ottobre 2008 è stato sequestrato dalla procura di Bari per la mancanza di alcune autorizzazioni; il pm ha iscritto sul registro degli indagati Albanese, i due progettisti, Carmine Carella e Nicola Trentadue, e l’ex dirigente regionale del settore ecologia (oggi trasferito alla programmazione e finanza) Luca Limongelli, quest’ultimo accusato di falso ideologico e abuso d’ufficio. Attualmente la struttura non è più sotto sequestro, per le accuse deciderà il gip.
Tutti questi impianti funzionano bruciando cdr e sono costruiti e consegnati chiavi in mano dall’Euroenergy group srl (presidente Garavaglia), anch’essa controllata dalla famiglia Marcegaglia.
L’unico “inceneritore” pubblico è quello di Taranto. “La precedente giunta ne aveva previsti tre” ricorda il consigliere regionale del Pdl Rocco Palese “ma il presidente Vendola, quando è arrivato, ha detto che erano troppi e che la Puglia rischiava di diventare la pattumiera d’Italia, così ne ha cancellati un paio. Successivamente ne ha autorizzati tre, tutti privati”.
Pierfelice Zazzera, medico e parlamentare dell’Idv, afferma: “Da un governo di centrosinistra ci saremmo aspettati un forte controllo pubblico nella gestione dei rifiuti, che è stata invece affidata a una sorta di monopolio privato”.
L’incarico non riguarda solo i termovalorizzatori ma anche la “gestione unitaria” dei rifiuti urbani, comprese la raccolta differenziata e la produzione di ecoballe (prevista entro questo novembre in quattro siti). Delle dieci gare del 2004 promosse dal commissario straordinario Raffaele Fitto con fondi europei, il successore Vendola ha confermato solo sei aggiudicazioni, in altrettanti bacini di utenza (tre in provincia di Lecce, due a Bari, uno a Foggia). Gli appalti sono stati tutti vinti dal consorzio specializzato Cogeam che ha superato 84 ricorsi davanti a tar e Consiglio di Stato. In tre zone al consorzio è associata la Tradeco della famiglia Columella. Oltre che nelle province di Lecce e Foggia, a Spinazzola, borgo della Murgia barese.
Qui la discarica è stata progettata nei pressi di un sito archeologico (in località Grottelline) dove sono stati scoperti resti neolitici e una chiesa rupestre. Di conseguenza il pm della procura di Trani Michele Ruggiero ha posto sotto sequestro l’area. La procura ha iscritto sul registro degli indagati, come a Modugno, Albanese, Carella e Limongelli, quest’ultimo con l’accusa di avere “falsamente” indicato come destinata a verde una parte di cava occupata dalla discarica.
Nel novembre 2008 dai computer della Regione Puglia sono spariti i dati necessari alla valutazione d’impatto ambientale di Spinazzola. Zazzera ha presentato un’interrogazione parlamentare. “Subito dopo un vicepresidente della Confindustria ha telefonato a un importante esponente del mio partito per chiedere chiarimenti sulla vicenda” sostiene il deputato.
Il gruppo Marcegaglia commenta con fermezza, attraverso l’ingegnere Garavaglia, le accuse di politici e comitati locali: “Siamo ovviamente attenti alle indagini che riguardano le nostre iniziative, ma non mi risultano coinvolgimenti nel caso dell’inchiesta di Bari”. E per quanto riguarda la discarica di Spinazzola e il termovalorizzatore di Modugno? “Si tratta di situazioni in via di chiarimento, tuttavia è preferibile non parlare di indagini in corso” risponde il manager.
Garavaglia, visti i comuni impegni di lavoro, è in compagnia di Albanese. E il socio annuncia di attendere serenamente le decisioni dei magistrati: “Il sito per la discarica di Spinazzola era stato individuato dal commissario straordinario per i rifiuti. La sovrintendenza archeologica ha dato parere favorevole alla discarica e noi non abbiamo certo fornito falsa documentazione”.
Albanese è coinvolto in un’indagine della Guardia di finanza su una presunta frode. La Aleco srl (secondo la camera di commercio l’impresa appartiene al gruppo Albanese, lui assicura di avere ceduto le quote, seppure in via preliminare, mentre Garavaglia ne è stato consigliere) avrebbe percepito finanziamenti pubblici non dovuti. “Si è parlato di molti milioni di euro, invece il contributo in questione è di 1,8 milioni, di cui solo 700 mila a fondo perduto, e non credo proprio ci siano state irregolarità ” replica Albanese.
Di fronte a tutte queste vicende, Garavaglia, accento e stile laborioso lombardi, resta imperturbabile: “Queste società sono state scelte perché erano autorizzate a fare un certo tipo di lavoro. In ogni caso le vicende giudiziarie di cui si parla sono iniziate dopo che abbiamo partecipato alle gare, dove nessuno ha sollevato obiezioni sui nostri soci e alleati, anche se, immagino, ci sono stati controlli rigorosi”. Poi aggiunge: “Certo il mondo dei rifiuti è un po’ difficile e non solo al Sud: questo è un dato di fatto”.
Parafrasando una canzone di Francesco de Gregori “a noi cafoni ci han sempre chiamato” e qui non ci trattano da signori. Stiamo parlando degli abitanti della Valle dell’Ufita, quel pezzo dell’Irpinia ai confini con la Puglia che dopo aver subito massicce ondate di emigrazione (oggi i 21 comuni della comunità montana contano 67mila abitanti, ed erano più di 100mila negli anni ’70) e il terremoto del 1980, dopo essere stati dimenticati dalla politiche di sviluppo industriale di quasi tutti i Governi, ora, come si trattano i veri cafoni, vengono ricordati e chiamati a prendendosi quasi tutta l’immondizia di Napoli.
È proprio in mezzo a queste incontaminate colline dell’Appennino, dove le uniche risorse sono il vento, la terra, l’aria buona e i racconti degli anziani, che il Commissario straordinario sull’emergenza sta pensando di dislocare una mega discarica situata tra i comuni di Vallata e Bisaccia in grado di contenere tra i 2 e i 4 milioni di metricubi di immondizia (compreso l’amianto, i rifiuti ospedalieri e quelli delle concerie), da aggiungersi alle due in corso di realizzazione a Sant’Antarcangelo a Trimonte (Benevento) e a Svignano Irpino (Avellino), e al tanto contestato buco di Difesa Grande.
I cafoni però dicono no. E lo fanno attraverso la voce di Giuseppe Solimine, sindaco di Trevico uno dei comuni più suggestivi dell’Ufita, di impronta longobarda, situato a 1.092 metri d’altezza, dove è nato Ettore Scola.
Perché dite no alle discariche?
La provincia di Avellino da due anni ha introdotto la raccolta differenziata raggiungendo punte dell’80% nei comuni di Vallata e Trevico. I rifiuti per noi sono addirittura diventati una risorsa e rivendiamo i materiali ferrosi alle aziende interessate. E il buon comportamento deve essere premiato e non disincentivato.
Ma questa è una emergenza e bisogna fare appello al buon senso di tutti.
Quando c’è stato bisogno di riaprire la discarica di Difesa che già contiene più di un milione di metricubi di rifiuti, le amministrazioni locali hanno stretto i denti e, in via del tutto
eccezionale, accolto per 20 giorni l’immondizia napoletana. Consapevoli del problema poi abbiamo realizzato assieme alle altre istituzioni locali un progetto sul territorio (mettendo sul piatto risorse pubbliche per 12milioni di euro) che prevede un centro di stoccaggio e un termovalorizzatore in grado di smaltire non solo i rifiuti delle nostra provincia ma che possa sostenere anche una “quota emergenza Napoli” equamente ripartita con le altre province campane.
In pratica lei dice: aiutiamo Napoli ma non solo noi…
Forse perché questo è il territorio meno popolato della provincia o forse perché è il più distante dai centri napoletani del potere, fatto sta il Commissario sta decidendo di inviarci i rifiuti utilizzando una soluzione, quella delle discariche, espressamente vietata dai regolamenti comunitari. Dimenticandosi tra l’altro che sotto ai nostri piedi si trovano le falde che alimentano gli acquedotti dei versanti tirrenico e adriatico, sulle nostre colline crescono i vitigni di tre vini insigniti dell’etichetta Docg (Taurasi, Fiano e Greco di Tufo) e gli uliveti dell’olio di Ravece.
Ma forse l’enogastronomia non è una ragione sufficiente per rispedire
i rifiuti al mittente.
Queste sono le uniche risorse che abbiamo per tentare di rilanciare un territorio che per anni è stato dimenticato dalle istituzioni centrali. Qui non ci sono industrie, non c’è lavoro, i giovani emigrano e i paesi restano popolati dagli anziani. Se vengono meno la qualità dell’aria e i prodotti della nostra terra, firmiamo la nostra condanna a morte. Non diciamo no per partito preso: abbiamo accolto diverse migliaia di pale eoliche (impianti che arrivano a una capacità di tre Megawatt per 130 metri d’altezza) pur ricevendo in
cambio benefici dimensionati. Diciamo sì ai termovalorizzatori ma basta discariche.
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Bruciavano rifiuti tossici nella campagne intorno a Napoli per ricavarne il rame, che poi rivendevano. I termovalorizzatore che servirebbero in Campania non riescono a farli, ma intanto una banda di eco-criminali aveva trovato il modo di trarre guadagno dalla combustione dei materiali di scarto. La procura di Napoli e i carabinieri del Noe di Caserta hanno scoperto il traffico e hanno arrestato tre persone.
L’operazione “Nerone”, dal nome di uno degli arrestati, ha portato anche all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per altre tre persone, al sequestro di tre aziende di Casoria, Napoli e Afragola, di un impianto per lo smaltimento sempre ad Afragola e di alcuni mezzi meccanici usati per spostare i materiali. Le accuse sono di associazione per delinquere, traffico organizzato di rifiuti e ricettazione.
I sei indagati avevano organizzato un traffico di rifiuti contenenti rame, che venivano triturati e bruciati in modo abusivo, per recuperare le materia prima (diverse tonnellate al giorno) e rivenderla. La combustione era fatta direttamente su terreni agricoli, liberando scorie altamente tossiche per la salute. L’aspetto più preoccupante è che queste sostanze pericolose contaminavano i cibi attraverso le piogge e le falde acquifere. Le attività inquinanti andavano avanti da mesi e i campi su cui venivano bruciati i rifiuti non sono stati per ora bonificati.
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![[i]2 gennaio 2008[/i] - Il corteo contro la riapertura della discarica prevista dal commissario di Governo per fronteggiare l'emergenza rifiuti avanza in mezzo all'immondizia accatastata del quartiere Pianura a Napoli.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-gennaio/rifiuti/normal_rifiuti12.jpg)
L’ultimo episodio è di lunedì 14 gennaio. La magistratura ha sequestrato l’inceneritore municipale di Terni e ha inviato nove avvisi di garanzia, tra cui al sindaco e ai consiglieri di amministrazione della società che gestisce l’impianto, per reati ambientali. I casi di chiusura di strutture per lo smaltimento dei rifiuti, autorizzati ma che si rivelano inquinanti, sono numerosi. Precedenti che a volte giustificano le paure dei cittadini e fanno nascere le proteste.
2 febbraio 2007: i carabinieri del Noe (Nucleo operativo ecologico) sequestrano la discarica di Timpazzo, vicino a Gela. Stessa sorte per il termovalorizzatore di Montale (Pistoia), chiuso per fumi non a norma nel luglio 2007. Sigilli nell’agosto 2007 anche alla discarica comunale di Trapani e nell’ottobre 2006 a quella di San Giovanni a Piro (Salerno). Nel novembre 2007 il Noe sequestra la discarica di Lo Uttaro, nel Casertano, riaperta dal commissario straordinario per l’emergenza pochi giorni prima. L’impianto, destinato a rifiuti urbani, è ormai saturo di residui speciali e la concentrazione di sostanze pericolose è così alta che per alcuni dei 12 indagati si ipotizza il reato di disastro ambientale.
Non è sempre colpa della cosiddetta “Sindrome Nimby” (Not in my backyard). I dati sugli interventi del Noe, forniti dal Comando dei carabinieri per la tutela dell’ambiente parlano chiaro. Nel 2007 sono state controllate 358 discariche, autorizzate e non. Di queste, 262 (quasi i tre quarti) sono risultate fuori norma, quelle in regola erano solo 70 e in 26 casi è stato necessario approfondire le analisi. I motivi dell’irregolarità sono diversi. A volte si scelgono siti non adatti, come parchi naturali o zone archeologiche. Spesso i progetti sono buoni e hanno le carte in regola, ma una volta in funzione gli impianti cominciano a produrre emissioni e scarichi nocivi e a contaminare terreni e falde acquifere con sostanze cancerogene. In questo caso è la gestione che lascia a desiderare e nessuno vigila sul rispetto delle leggi.
“Ecco perché non ci fidiamo più delle garanzie date dalle istituzioni”, dice Antonio Cariello, del Nucleo guardie ambientali Wwf di Salerno, che ha denunciato il disastro ambientale della discarica di Basso dell’Olmo e ha promosso le proteste contro quella di Serre. “Qui finisce ogni tipo di rifiuti, senza alcun controllo”, continua. “Tre mesi fa abbiamo sequestrato un tir con 300 quintali di materiali ritenuti pericolosi”. Secondo chi cerca di fermare lo scempio ambientale, in queste discariche vengono buttati scarti nocivi, che andrebbero adeguatamente trattati, oppure umidi che dovrebbero essere smaltiti nei siti di compostaggio. Tutti rifiuti per cui gli impianti non sono stati progettati.

Gli scarichi di Basso dell’Olmo, Salerno
Per Alessandro Beulcke, direttore del progetto Nimby Forum, gli allarmismi possono essere evitati. “Le proteste dei cittadini spesso nascono da una cattiva conoscenza dei progetti degli impianti”, spiega. “È normale che gli abitanti di una certa zona si preoccupino, quando si vedono aprire un cantiere davanti a casa senza sapere il perché oppure hanno solo informazioni che derivano dal passaparola. Ad esempio, pochi sanno che il tanto odiato termovalorizzatore di Acerra di fatto produrrebbe emissioni al di sotto dei limiti fissati dalla normativa europea. Sarebbe opportuno comunque ascoltare i cittadini in fase di progetto e successivamente è fondamentale il monitoraggio, certificato da enti indipendenti, di emissioni e scarichi. In questo modo si guadagna la fiducia della gente. L’azienda che gestisce i termovalorizzatori di alcune città dell’Emilia Romagna, per citare un caso, ha scelto questa strada già da qualche anno: i dati sulle emissioni vengono aggiornati in tempo reale e sono disponibili su Internet“.
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Blocchi sulle strade, sindaci incatenati alle ruspe, picchetti di protesta per bloccare i lavori per nuove discariche, con tanto di benedizione del vescovo (Monsignor Raffaele Nogaro a Caserta). L’unico robusto incremento nella sporca faccenda dei rifiuti in Campania (e in Sicilia) riguarda le proteste. Tante, vibranti e spettacolari. Al punto che l’emergenza ambientale è ormai questione di ordine pubblico. Prendiamo la Campania: 6 milioni di abitanti e 7.300 tonnellate di rifiuti ogni giorno. L’equivalente di 350 Tir. Eppure la soluzione ci sarebbe.
Secondo il direttore del progetto Nimby Forum, Alessandro Beulke, la ricetta è fatta di tre soli, fondamentali, ingredienti: “Più alfabetizzazione ambientale per i cittadini, maggiore disponibilità al dialogo e capacità comunicativa da parte delle istituzioni locali e nazionali, tecnologie all’avanguardia e procedure certificate delle aziende che lavorano nel ciclo dei rifiuti”. Il Forum, promosso da Aris, associazione non profit con l’obiettivo di avvicinare cittadini ed enti nella realizzazione di opere utili ma ostacolate da chi le vede sorgere nel proprio “cortile”, chiarisce: oggi non si può prescindere da termovalorizzatori e raccolta differenziata, come dimostrano i casi virtuosi di Francia e Germania, ma anche, senza varcare le Alpi, di Brescia. “In Campania invece” è l’amaro paradosso citato da Beulcke “i termovalorizzatori li bloccano come fossero ecomostri e i rifiuti li mandano in Germania dove, proprio grazie a questi impianti, li trasformano in energia. Guadagnandoci due volte”. Il perché è semplice “La legge Ronchi, tuttora in vigore, dice che un termovalorizzatore (un inceneritore di rifiuti in grado di generare calore e produrre energia elettrica), per assolvere al suo compito dovrebbe non precedere, bensì seguire un accurato processo di raccolta differenziata. Ed è qui il guaio” spiega Beulcke: “La Sicilia, per esempio, in questo è molto scarsa, intorno al 5%”.
Ed è cominciata una nuova corsa contro il tempo. “In Campania è il momento peggiore, la situazione più difficile e drammatica di questi ultimi 14 anni di amministrazione straordinaria” è costretto ad ammettere Guido Bertolaso, commissario per l’emergenza rifiuti dall’ottobre 2006: “L’unica discarica ufficiale sarà satura tra alcune settimane, e l’inceneritore costruito ad Acerra funzionerà da ottobre. Per il secondo inceneritore previsto, i lavori non sono cominciati. Dei dodici siti di smaltimento già progettati, uno solo funziona. Inoltre, gli otto centri di smaltimento esistenti sono in attesa di una ristrutturazione completa, in quanto progettati in maniera errata” ha detto Bertolaso.
Siciliani e campani chiedono una politica ambientale di smaltimento rifiuti più attenta alla salute delle persone, lamentando (leggi il caso della discarica di Basso dell’Olmo) di aver già patito conseguenze durissime per le discariche abusive, e non solo, nel loro territorio. “Sono aumentati i casi di tumore rispetto alla media nazionale e di malattie del sistema immunitario” sostengono al Comitato allarme rifiuti campano. Ribattono i Verdi di Caserta: “Si possono contrarre infezioni anche per la presenza dei rifiuti per le strade”. Per uscire dall’impasse, i comitati di protesta campani, sostenuti dal sacerdote pacifista e barricadero, Alex Zanotelli e dalle Assise per la città di Napoli e del Mezzogiorno, hanno rivolto un appello niente meno che alla Commissione Europea per disincentivare la realizzazione di termovalorizzatori, considerati ad alto potere inquinante. Uno di questi impianti dovrebbe sorgere, infatti, nei pressi di un’oasi protetta del Wwf, a Serre, nel parco naturale del Cilento, a sud della regione, da cui vengono molti prodotti alimentari Dop campani. L’altro sito dovrebbe sorgere nell’area di “Lo Uttaro”, nel casertano, progettata a solo 1 km da un ospedale in costruzione.
Proteste e appelli anche in Sicilia dove dovrebbero sorgere 4 termovalorizzatori pronti a mandare in fumo l’immondizia di casa propria e, forse, anche quella campana.
Senza contare gli ostacoli dovuti agli interessi delle ecomafie. Nella relazione sull’emergenza rifiuti redatta dalla Corte dei Conti si denunciano le irregolarità negli appalti per lo smaltimento assegnati anche a imprese indagate per mafia, il mancato rispetto e continue deroghe alla normativa europea e nazionale, e persino procedure non trasparenti nella scelta del personale che lavora al commissariato per l’emergenza rifiuti. Ora, un disegno di legge promette in soli 5 articoli di risolvere il problema, multe di 60 mila euro e fino a dieci anni di reclusione per chi commette reati ambientali, tra cui la frode, il danno, il disastro ambientale ed il traffico illecito di materiale radioattivo.
Già , ma la legge non basta a mettere fine all’allarme nelle due regioni martoriate dal problema rifiuti. Chi protesta chiede oggi l’approvazione di un nuovo piano che privilegi scelte meno inquinanti, come il riciclaggio e la raccolta differenziata ed una conferenza interregionale per non puntare tutto sulla termodistruzione. In fondo, anche Beulke è “d’accordo con chi, come Legambiente, dice sì alla termovalorizzazione sempre che sia un processo a valle di una corretta pianificazione della gestione dei rifiuti”.