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Gli jihadisti della porta accanto: come e dove vivono i nuovi terroristi fai-da-te

Uno dei fermati dalla polizia dopo l'attentato alla caserma Santa Barbara

Uno dei fermati dalla polizia dopo l'attentato alla caserma Santa Barbara

Caserme e questure, ma anche treni, stazioni, metropolitane, stadi, centri commerciali e ogni altro luogo affollato: sono questi i possibili obiettivi dei nuovi terroristi fai-da-te. Continua

Per la Lega il burqa come il passamontagna delle Br

(Credits: Roberto Ponti/Ag. Sestini)

(Credits: Roberto Ponti/Ag. Sestini)

Il burqa pericoloso come il passamontagna usato dai brigatisti rossi. Simboli delle varie forme di terrorismo, secondo la Lega. Dell’integralismo islamico, il primo, e degli anni di piombo il secondo. Continua

Libia o non Libia? Con le Frecce o senza? Scontro su Berlusconi a Tripoli

La Giornata Azzurra 2008 dell'aeronautica militare
Libia o non Libia? Con le Frecce o senza?
La visita del premier Silvio Berlusconi a Muammar Gheddafi - il 30 agosto prossimo per celebrare la prima giornata dell’Amicizia tra Italia e Libia - continua a lasciare sul cielo di Roma una scia di polemiche. Non meno dell’esibizione (il primo settembre) sul cielo di Tripoli in occasione dei festeggiamenti per la ricorrenza del 40/o anniversario della Rivoluzione, delle Frecce Tricolori.
Soprattutto dopo che il principe Andrea, duca di York, ha scelto di non andare in Libia, dopo le polemiche per la liberazione dell’attentatore di Lockerbie Al Megrahi, decisa da un tribunale del Regno Unito.

Contrari all’esibizione della pattuglia acrobatica e alla trasferta del premier sono soprattutto Italia dei Valori e Radicali, ma il ministro della difesa Ignazio La Russa conferma: “Ho dato il mio assenso tecnico per l’esibizione delle Frecce tricolori a Tripoli e non vedo il motivo per cambiare idea“. Il ministro rispedisce al mittente anche la polemica legata ai costi dell’esibizione: “Le spese” spiega La Russa “saranno inferiori rispetto a quelle di un’esibizione solita, anche in Italia: gli oneri, infatti, saranno tutti a carico dell’organizzazione libica. Solo una cifra che definisco ridicola graverà sull’Italia: sarà pari a circa 300 euro al giorno per ciascun militare delle Frecce tricolori che sarà impegnato nell’esibizione”.
Il ministro ha poi evidenziato che il suo è solo un “assenso tecnico”. “Se ci fossero problemi politici, ne dovremmo parlare con la presidenza del Consiglio ed il ministero degli esteri. Ma io davvero non trovo nulla di strano. Abbiamo avuto una richiesta ufficiale dal governo libico ed abbiamo dato l’ok. La nostra pattuglia acrobatica è una squadra di eccellenza e porta il marchio del ‘made in Italy’ ovunque nel mondo. Sarà applaudita anche dal popolo libico, e questo non può che farci piacere, soprattutto in una fase di sensibile miglioramento dei rapporti diplomatici tra Italia e Libia”.
Se i Radicali contestano soprattutto il costo della missione in Libia della pattuglia acrobatica, per il capogruppo alla Camera dell’Italia dei Valori Massimo Donadi “inviare le Frecce Tricolori a Tripoli è un vergognoso regalo al dittatore che ha accolto come un eroe il terrorista responsabile della strage di Lockerbie“; e per il capogruppo al Senato dell’Idv Felice Belisario sarebbe “un appiattimento sulle richieste del leader libico che ha finanziato il terrorismo internazionale, sequestrato i beni degli italiani, violato i diritti umani, offeso il nostro Paese anche durante la visita in Italia”.

Per il governo risponde il titolare della Farnesina, Franco Frattini, per il quale l’accoglienza da eroe in Libia dell’attentatore di Lockerbie scarcerato per motivi di salute, non fa venire meno l’opportunità della visita del premier a Tripoli. Visita quindi “opportunissima” quella di Berlusconi al colonnello Gheddafi per il ministro degli Esteri. E per “tre ragioni”. “Innanzitutto” ha detto Frattini a margine del Meeting dell’amicizia di Rimini “perché Gheddafi è il presidente dell’Unione Africana. Pertanto, non facciamo chiacchiere sull’Africa e poi non incontriamo chi la rappresenta. In secondo luogo, con la Libia, abbiamo dimostrato con il resto del mondo di aver rotto con il colonialismo. Non l’ha fatto nessun altro Paese, ne rivendichiamo il merito. In terzo luogo” ha concluso il ministro “perché con la Libia abbiamo un rapporto ormai consolidato che non è anzitutto economico, ma è un rapporto di collaborazione mediterranea”.

La visita comunque non smette di suscitare divergenze. Anche nella stampa. Se il neodirettore del Giornale, Vittorio Feltri, dice sì per ragioni di real politik, un no netto viene dal direttore di Libero, Maurizio Belpietro, che afferma: “Caro Cavaliere, non salga sul cammello”. Feltri non ha dubbi: “Chiunque capisce che la collaborazione con il Colonnello, piaccia o no, è indispensabile; quindi non ci è consentito assumere atteggiamenti ostili verso di lui che possano compromettere il ‘contatto’”.
Per Belpietro, soprattutto dopo l’accoglienza trionfale a Tripoli del terrorista di Lockerbie, “non si tratta di fare i puri di spirito, semmai è ora di non essere troppo cinici. C’è un problema di coerenza, o, meglio ancora, un problema morale. Se Berlusconi vuole salvare capra e cavoli, ovvero la lotta al terrorismo e le ragioni politiche, inventi qualcosa, trovi una via d’uscita. L’importante e che insieme alla capra e ai cavoli salvi anche la faccia”.

Bari, fermati i leader di Al Qaeda in Europa. Avevano Parigi nel mirino

La jihad via web

Nei loro progetti, in quanto supporto di Al Qaida in Europa, ci sarebbe stata una serie di attentati in Francia e Inghilterra e, in particolare, all’aeroporto parigino Charles De Gaulle. Associazione con finalità di terrorismo internazionale e addestramento e arruolamento con finalità terroristiche: sono le accuse per le quali gli agenti della Digos di Bari e del Servizio Centrale Antiterrorismo dell’Ucigos hanno arrestato l’imam del Belgio Bassam Ayachi, siriano di 63 anni con cittadinanza francese, e Raphael Marcel Frederic Gendron, francese di 34.
“Due elementi di grande spessore operativo ancora da definire”, li ha definiti il responsabile della divisione antiterrorismo internazionale della Polizia di Stato, Claudio Galzerano, a latere della conferenza stampa con la quale è stata illustrata l’operazione. “Ci sono evidenze investigative” ha aggiunto “ancora oggetto di approfonditissima valutazione, riferimenti che devono trovare il carattere dell’attualita’ e della concretezza per costituire una minaccia vera”.
Ai due l’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip del tribunale di Bari Giulia Romanazzi, è stata notificata in carcere dove sono detenuti dall’11 novembre 2008 con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, dopo essere stati bloccati nel porto di Bari a bordo di un camper sul quale avevano nascosto immigrati clandestini. Insieme ad Ayachi e Gendron sono indagate per gli stessi reati una decina di persone arrestate nel dicembre scorso in Francia e Belgio.
Secondo i pm inquirenti della procura di Bari, Roberto Rossi e Francesca Romana Pirrelli, che hanno chiesto gli arresti, durante la detenzione Ayachi e Gendron “hanno progettato e organizzato attentati terroristici e azioni di guerriglia continuando quindi nella loro attività associativa”.

L’indagine è partita dall’analisi del contenuto di sei pen-drive e di numerosi dvd (uno dal titolo “Torture”) trovati nella disponibilità degli indagati nel novembre 2008, insieme con le successive intercettazioni ambientali. Tra i documenti trovati, anche letture e commenti di comunicati di Osama bin Laden e discorsi di al Zarqawi, resoconti di operazioni della resistenza irachena contro l’esercito Usa, foto di guerriglieri, manuali di combattimenti e scene di addestramento e combattimento. Successivaente è scattato l’arresto per associazione finalizzata al terrorismo internazionale.
Secondo le informazioni diffuse dalla Digos della Questura di Bari, e dall’Ucigos, Bassam Ayachi, di origine siriana, era già noto da tempo alle autorità belghe e a quelle italiane perché leader e guida spirituale del “Belgium Islamic Centre Assabyle (CIBA)” di Bruxelles, ritenuto uno dei più importanti centri di irradiazione dell’Islam di orientamento salafita in Europa. Uno dei suoi figli Ayachi Abdel Rahman, inoltre, è stato di recente condannato in Belgio (il 23 gennaio 2009 dalla Corte di Appello di Bruxelles), proprio insieme al secondo arrestato, Raphael Gendron, per aver diffuso, sul sito internet del centro islamico www.assabyle.com, un video antisemita, xenofobo e razzista, contenente anche minacce contro lo Stato d’Israele. Il sito, oscurato nel 2004, era stato subito dopo ricreato con il nome www.ribaat.org – registrato in Pakistan e tuttora attivo – utilizzato sempre per immettere in rete documenti di propaganda dell’Islam radicale e di apologia del jihad.
Quanto a Raphael Gendron, si tratta di un ingegnere elettronico francese convertitosi all’Islam, stretto collaboratore del Bassam, e tra i cofondatori del CIBA. Gli investigatori della Polizia di Stato hanno fatto un meticoloso lavoro di traduzione e analisi della documentazione sequestrata ai due francesi al momento dell’arresto nel porto di Bari ed è emerso che proprio quest’ultimo era il gestore e l’amministratore del sito www.ribaat.org nonché di altri siti internet che operano nell’ambito di quel fenomeno noto come “jihad informatico”.

Bari, presi leader di al Qaeda: Parigi nel mirino

Molti dei documenti trovati in possesso di Gendron, infatti, sono stati rinvenuti anche in rete. Si tratta di scritti riferibili ad autori islamisti, tradotti spesso in francese, che tendono a giustificare sotto il profilo ideologico e religioso il jihad, compresi gli attentati suicidi, soprattutto nelle zone teatro di conflitti interetnici e religiosi, ma anche nei confronti dell’Occidente e d’Israele. Tra la documentazione sequestrata vi erano anche diversi manuali sulle arti marziali, sulle tecniche di combattimento dei reparti speciali israeliani, sulle tecniche di guerriglia, di terrorismo e di controterrorismo.

Quarant’anni dopo al Quirinale il primo incontro tra le vedove Pinelli e Calabresi

Giorgio Napolitano

Il Giorno della memoria, dedicato alle vittime del terrorismo, quest’anno al Quirinale ha avuto un valore ancora più importante. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva auspicato la chiusura della stagione di odio e rancore. E in questo clima oggi si sono incontrate per la prima volta dopo quarant’anni Licia Rognini, vedova di Giuseppe Pinelli, e Gemma Capra, vedova del commissario Calabresi.

“Finalmente, dopo 40 anni, possiamo stringerci la mano e guardarci negli occhi. Finalmente due famiglie si ritrovano”. Gemma Capra, vedova di Luigi Calabresi, si china sorridente verso Licia Rognini, vedova di Giuseppe Pinelli, seduta in seconda fila, nel salone dei Corazzieri al Quirinale, pochi istanti prima che inizino le celebrazioni del Giorno della memoria per ricordare le vittime del terrorismo. Licia Pinelli non si alza, vista anche l’avanzata età, ma ricambia il sorriso e risponde: “Fingiamo che non siano passati tutti questi anni”. È stata una giornata “intesa e ricca di emozioni”, ha riferito all’agenzia Ansa la signora Calabresi, accompagnata dal figlio Mario al Quirinale. Terminata la cerimonia le due donne sono state ricevute dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Poi, prima di salutarsi e dopo aver “parlato di figli e nipoti”, una promessa reciproca: “Ci rivedremo presto. La signora Pinelli”, fa sapere Gemma Capra Calabresi, “mi ha invitata a casa sua”.

Il capo dello Stato nel suo discorso ha accomunato “nel rispetto e nell’omaggio i familiari di tutte le vittime di una stagione di odio e di violenza” e ha rivolto un particolare ricordo alla “figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un’improvvisa, assurda fine”. Poi ha precisato: “Qui non si vuole rimettere in questione un processo, qui si compie un gesto politico e istituzionale, si rompe il silenzio su una ferita, non separabile da quella dei 17 che persero la vita a Piazza Fontana, e su un nome, di cui va riaffermata e onorata la linearità, sottraendola alla rimozione e all’oblio. Grazie”, ha detto con voce commossa Napolitano, “signora Pinelli per aver accettato, lei e le sue figlie, di essere oggi con noi”.

“Non si possono gettare indiscriminati e ingiusti sospetti sull’operato di quanti indagarono e in particolare sull’operato della magistratura” anche se i processi per nei gravi fatti di terrorismo “rimasero spesso non determinate le cause sul piano dei profili di responsabilità individuali e non solo”, ha detto il presidente della Repubblica. Su questo aspetto ha invitato tutti a soffermarsi sulla valutazione storica. “È parte dolorosa della storia italiana delle seconda metà del ‘900 anche quanto è rimasto incompiuto nel cammino della verità e delle giustizia. Il nostro Stato democratico porta su di se questo peso”.

Poi Napolitano ha rivendicato “attenzione e rigore” nelle azioni che ha promosso di recente per assicurare alla giustizia italiana il terrorista Cesare Battisti che ha ottenuto una formula vicina all’asilo politico in Brasile, paese che non ha concesso l’estradizione verso l’Italia. Il capo dello Stato pur senza citare espressamente i loro nomi, ricorda i casi di Cesare Battisti in Brasile e Marina Petrella in Francia. “Attenzione e rigore ho dovuto mostrare in tempi recenti nell’esercizio delle mie funzioni”, ha spiegato, “nei rapporti con i capi di Stato della Francia e del Brasile per trattamenti incomprensibilmente indulgenti riservati a terroristi condannati per fatti di sangue e da lungo tempo sottrattisi alla giustizia italiana”.

Espulsi dall’Italia due presunti terroristi islamici

Musulmani in preghiera
Due nordafricani residenti in Italia sono stati espulsi ieri sera su disposizione del ministro Roberto Maroni. L’accusa per entrambi è di terrorismo. Sono Mohammed Essadek, marocchino di 39 anni e Sghaier Miri, tunisino di 34. Essadek, secondo quanto si apprende da fonti investigative, viveva a Gaiarine, in provincia di Treviso, vicino a casa del ministro Luca Zaia che ha commentato “ringrazio gli inquirenti e Maroni, l’attenzione deve essere elevata”. Il tunisino Miri era, invece, lavorava come operaio in una fabbrica di legnami a Cormons (Gorizia) e viveva a San Giovanni al Natisone. Non svolgeva attività di predicazione nè si era esposto con interventi pubblici.
Secondo fonti investigative, entrambi avevano contatti con esponenti di Al Qaeda e avevano parlato più volte, come risulta dalle intercettazioni, degli effetti che potrebbero essere generati dall’esplosione di un ordigno nel nostro paese. Ma i due non stavano preparando concretamente un attentato: sono stati inquisiti per la loro attività di proselitismo e per aver manifestato intolleranza verso i non musulmani. Nelle conversazioni intercettate Essadek ripeteva spesso che ”ogni credente è legittimato a concludere con il martirio il proprio percorso di vita spirituale”. Il ministro Maroni aveva firmato il provvedimento di espulsione per i due già lo scorso 20 febbraio, ma le autorità del Marocco e della Tunisia soltanto nei giorni scorsi hanno emesso i documenti di viaggio.
Essadek è stato rimpatriato dall’aeroporto di Bologna con un volo della Royal Air Maroc; Miri è partito nella serata di ieri dall’aeroporto di Fiumicino con un volo dell’Alitalia per Tunisi.
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Latitanti italiani: Battisti e i suoi fratelli

Cesare Battisti

In molti a Parigi hanno applaudito l’asilo politico concesso dal Brasile a Cesare Battisti, fuggito dalla Francia nel 2004 alla volta di Copacabana. Tomàs, 20 anni, studente in legge, è uno di loro. Ha gli occhi chiari della madre e vive in un palazzo liberty sulla Rive gauche. Scende di corsa lo scalone di marmo con in corrimano in ferro e raggiunge il cronista alla porta. Lo squadra come se fosse un fantasma: «È la prima volta da quando sono nato che qualcuno tira fuori il passato di mia madre. Quella pagina per noi è girata».
La madre è Paola Filippi, 56 anni, padovana, «emigrata» a Parigi nel 1982, ex compagna di lotta di Battisti, condannata in via definitiva dal tribunale di Milano a 23 anni per banda armata e concorso in omicidio. Oggi fa l’interprete e l’aiuto-psicologa negli ospedali (ha dato qualche esame ai tempi della lotta armata). Nella capitale francese gli ex terroristi sono una piccola comunità: in base agli elenchi più aggiornati (qui sotto quello del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri) i latitanti di estrema sinistra residenti in Francia e incolpati di reati legati all’eversione sono una quarantina. Per dieci di loro lo Stato italiano ha in corso una richiesta di estradizione.
Dunque non c’è solo il caso Battisti. Per esempio Oltralpe vivono alcuni suoi vecchi compagni dei Proletari armati per il comunismo che hanno preferito la fuga al carcere. Tra questi Luigi Bergamin, ideologo dei Pac, condannato a 26 anni di reclusione. La Francia ha rifiutato la sua estradizione e lui continua a fare il traduttore a Metz. Non rischia il rimpatrio neppure Filippi, naturalizzata francese grazie al matrimonio. Secondo la giustizia italiana, questa signora di mezza età, il 16 febbraio 1979 partecipò insieme con Battisti e con l’allora fidanzato Diego Giacomini all’omicidio di Lino Sabbadin, macellaio di Santa Maria di Sala (Venezia), condannato a morte per aver ucciso un rapinatore. Paola e Diego, autonomi duri, all’epoca erano soprannominati Bonnie e Clyde, a causa della passione per le rapine e per il tiro a segno con la pistola. Scrisse di lei Pietro Forno, giudice istruttore nel processo ai Pac: «La Filippi si comportava da capo e dimostrava una freddezza che non aveva nemmeno il Battisti».
Il figlio, vittima di anni che non ha mai vissuto, non crede ai magistrati: «Mia madre mi ha assicurato che le accuse sono false. Ora non intende più parlarne, ha cancellato tutto. Vive nel futuro». Difficile spiegarlo ai parenti delle vittime. «La sua pena è l’esilio» ribatte Tomàs. «Per non essere arrestata non ha potuto partecipare neppure ai funerali dei genitori». Era un bimbo di 7 anni quando ha chiesto per la prima volta alla madre perché non tornasse mai in Italia: «Da allora, ne abbiamo riparlato solo quando sono diventato maggiorenne, poi basta». Il ragazzo conosce le vicende dei Proletari armati per il comunismo attraverso i giornali francesi e dice con tono fermo: «Sono contento che il Brasile non abbia concesso l’estradizione per Battisti. Contro di lui ci sono solo le dichiarazioni dei pentiti». Probabilmente ripete la versione della madre, che al figlio non ha mai confidato il suo pentimento. Dice il ragazzo: «Quella è la sua storia, non la mia»
La stessa di altri latitanti, fuggiti a Parigi quando il presidente François Mitterrand concesse asilo ai protagonisti degli anni di piombo in cambio della buona condotta. Un patto che ha resistito sino al 2002, quando è stata concessa l’estradizione dell’ex Br Paolo Persichetti. In altri 15 casi è stata rifiutata: 4 richieste riguardavano latitanti condannati all’ergastolo. Nel 2008 Marina Petrella si è salvata dall’espulsione per «ragioni umanitarie», minacciando il suicidio dopo aver perso in prigione quasi 20 chili.
Nello stanzino al secondo piano del ministero della Giustizia francese, in place Vendôme, Teresa Angela Camelio, magistrato di collegamento italiano ed esperta di terrorismo (in Toscana ha combattuto nuove Brigate rosse e anarcoinsurrezionalisti), mette a punto le richieste. La sua scrivania, dopo il trasferimento del predecessore Stefano Mogini, era rimasta vuota per quasi due anni: ora ha ripreso a funzionare a pieno ritmo. Le posizioni dei latitanti italiani sono di nuovo sotto esame. Non è facile riportarli in patria: nonostante l’età, la dottrina Mitterand sopporta bene gli assalti dei magistrati italiani. Come la recente richiesta di fermo per Bergamin da parte della procura di Milano. Anche perché in Francia il mandato di arresto europeo è applicabile solo per i reati successivi all’agosto del 1993, ponendo di fatto gli anni di piombo sotto l’egida dell’istituto dell’estradizione e quindi del potere politico anziché di quello giudiziario.
E quando l’Italia bussa, la Rive gauche ribolle: nel caso Petrella si è mobilitata persino Valeria Bruni Tedeschi, cognata del presidente Nicolas Sarkozy. Ecco perché molti latitanti restano a invecchiare in Francia e, magari, ad attendere la prescrizione della pena: «Non sono più ricercata dal marzo scorso» esulta con Panorama, per esempio, l’ex brigatista torinese Olga Girotto. Non hanno la stessa fortuna i suoi dieci ex compagni per cui è in corso la richiesta d’estradizione.
Cinque di loro vivono a Parigi, tre nell’hinterland, gli altri due a Montpellier e Duisans. Hanno tutti cambiato vita. Giovanni Alimonti, 53 anni, fa l’insegnante di italiano; Massimo Carfora, 52, è titolare di una società che organizza fiere e saloni; Giorgio Pietrostefani, 65, accusato dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi, fa l’editore; Vincenzo Spanò, cinquntaduenne reggino, ha un ristorante. In cima alla lista dei super ricercati ci sono Roberta Cappelli, 53 anni, commerciante, e l’ex marito Enrico Villimburgo, 54, tecnico informatico, condannati all’ergastolo ed ex componenti della sanguinaria colonna romana delle Br (rapimento e uccisione di Aldo Moro, omicidi Bachelet, Minervini, Galvaligi…). Villimburgo risulta domiciliato in una viuzza a pochi passi dalla chiesa di Notre-Dame-de Lorette. Sulle cassette della posta il nome non c’è e nel cortile del caseggiato nessuno lo ricorda. Nella vicina pizzeria «Cantina clandestina» non l’hanno mai visto. Il proprietario, un piccolo editore, informa che, in compenso, ha conosciuto il fondatore delle Br Renato Curcio.
Cappelli vive, invece a est, in rue Reulley, a pochi passi dalla Camera del lavoro. Il palazzo dove risiede sembra una prigione: è un parallelepipedo di cemento alto 11 piani con 330 finestre tutte uguali sulla facciata. Lei non si nasconde: il nome è sull’elenco telefonico da quando si è rifugiata Oltralpe, nel 1993. Se la Francia concedesse l’estradizione, tornerebbe in Italia a scontare la pena o scapperebbe all’estero come Battisti? Cappelli, con voce stanca, risponde: «Mi scusi signore, è talmente evidente: se sono rimasta qua con tutte queste bufere, che cosa vuol dire secondo lei?». Battisti nega di aver commesso quello di cui lo accusano, l’ex Br, sceglie un’altra linea: «Io mi assumo tutta responsabilità di quella storia». Quindi aggiunge con leggerezza un «voilà», quasi a significare: ecco, mi sono tolta un peso.
Nella lista dei dieci per cui l’Italia ha chiesto l’estradizione c’è anche chi la prende con allegria: «Sono temutissimo: non si sa mai che cosa potrei preparare tra un piatto di pasta e un tiramisù» scherza Maurizio Di Marzio, romano, ex terrorista e oggi ristoratore. Da maggio, dopo la nascita del figlio, ha aperto una piccola brasserie poco distante da piazza della Bastiglia: «Qui vengono a mangiare pure diversi amici poliziotti» assicura. Il suo locale è un punto di riferimento per alcuni latitanti. Di Marzio è fuggito in Francia nel 1994, prima di essere condannato definitivamente a 18 anni per due ferimenti, una rapina e un tentato sequestro. La sua richiesta di estradizione è pronta da 14 anni, ma la Francia non l’ha mai firmata. Lui si sente un perseguitato: «In Italia ho trascorso sei anni in prigione, me ne restano da scontare altri cinque: perché continuo a essere inserito nella lista dei super ricercati? Non ho mai ucciso, al contrario di pentiti come Savasta, Segio, Peci, che mettevano le tacche sulle pistole».
Di Marzio dice i non aver fiducia nella giustizia italiana: «Nei processi sono emerse un sacco di fandonie e se Cesare dice che è innocente gli credo». Parla di Battisti, di cui ricorda le serare passate insieme con Cappelli e Villimburgo a discutere di estradizione, ma anche di politica, «magari prima delle elezioni italiane». Cita Karl Marx, però giura di essere cambiato: «Qui lo siamo tutti. Io sono persino diventato un padrone» prova a sdrammatizzare. Al figlio non sa cosa racconterà della sua storia e si capisce che non ha ancora metabolizzato il passato: «Ho fatto un mare di sciocchezze e non ripeterei l’esperienza della lotta armata, ma prima di giudicare bisogna considerare il contesto, il clima degli anni ‘70». Vuole dire qualcosa ai parenti delle vittime? «Che li capisco, ma mi chiedo anche perché non intervistino mai quelli di chi è morto nelle stragi di Stato». Sembra di riascoltare un vecchio 45 giri: l’orologio di Parigi è fermo al 1993. Chissà se il ministero della Giustizia italiano riuscirà a sbloccarlo. Sarkozy e Lula permettendo.

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Su Battisti, il Brasile non cede. L’Italia richiama l’ambasciatore

Cesare Battisti

La nuova presa di posizione è del procuratore generale Antonio Fernando de Souza, che ha chiesto l’archiviazione del processo di estradizione dell’ex terrorista italiano al Tribunale supremo federale.

La notizia, diffusa dalla tv brasiliana Globo, ha spinto l’Italia ha deciso alla scelta di richiamare per consultazioni l’ambasciatore in Brasile. La decisione “grave” di non concedere l’estradizione in Italia per Cesare Battisti “è francamente inaccettabile” ha sottolineato il ministro degli Esteri Franco Frattini spiegando le motivazioni che hanno condotto il governo ha richiamare in patria per consultazione l’ambasciatore a Brasilia Michele Valensise.
“Avevamo auspicato” dice Frattini “il ripensamento e una riflessione approfondita. Il fatto di decidere solo dopo 48 ore, senza avere oggettivamente valutato con la profondità che avevamo auspicato, ci sembra un po’ di non voler decidere e coprire puramente e semplicemente la decisione politica del ministro della Giustizia“. “Questo” rileva il ministro degli Esteri “è francamente inaccettabile, quindi convochiamo l’ambasciatore d’Italia a Roma per consultazioni sulla vicenda. Voglio capire anche da lui quali sono le strade. Il Brasile” conclude “è un grande Paese, amico dell’Italia da sempre. Dal Brasile non ce l’aspettavamo. Di qui la gravita’ della reazione del governo italiano”.

Il procuratore De Souza ha risposto col suo parere negativo alla domanda che gli era stata posta dal presidente del Supremo Tribunale Federale (Stf), Gilmar Mendes, una settimana fa, sull’estradizione di Battisti. Il procuratore generale brasiliano ha spiegato che non si può più concedere l’estradizione, perché Battisti ha ottenuto dal ministro della giustizia, Tarso Genro, lo status di rifugiato politico. Pertanto l’ex membro dei Pac (Proletari armati per il comunsimo) non potrà essere trasferito in Italia. L’anno scorso lo stesso procuratore De Souza aveva dato parere positivo riguardo all’estradizione di Battisti. Il Stf si riunirà probabilmente a partire dal 2 febbraio per decidere la scarcerazione o meno di Battisti alla luce del parere dato stasera dalla magistratura brasiliana.
Il Brasile ha una lunga consuetudine come rifugio di latitanti. Il caso più eclatante è forse quello del dottor Josef Mengele, detto l’Angelo della Morte di Auschwitz, morto in questo paese nel 1979. In Brasile trovò rifugio anche Ronald Biggs, autore della nota rapina al treno britannico, tornato a Londra nel 2001.
Genro ha citato come esempio della consuetudine del Brasile a ospitare gli esiliati, lo status di rifugiato politico concesso nel 1989 al dittatore paraguayano Alfredo Stroessner, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa privata Estado. Stroessner è stato uno dei più duraturi dittatori sudamericani, che a Brasilia si è rifugiato fino alla morte nel 2006, all’età di 93 anni.

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Lula sfida Napolitano: su Battisti non torniamo indietro

Lula con Napolitano

Il Brasile insiste e non torna indietro: a Cesare Battisti va riconosciuto lo status di rifugiato politico anche se l’Italia è uno stato di diritto con una magistratura democratica. Il Governo si prepara comunque alle contromosse, forte del pieno appoggio del Quirinale.
Soprattutto quelle legali, attraverso la strada dei ricorsi: di ogni strumento giuridico “previsto dall’ordinamento brasiliano e da quello internazionale per sostenere le ragioni poste a base della richiesta di estradizione di Battisti”. A sottolinearlo è lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che oggi ha ricevuto dal presidente brasiliano, Inacio Lula da Silva, la risposta alla lettera che gli aveva inviato una settimana fa, dove esprimeva senza mezzi termini “rammarico” per la concessione dello status di rifugiato politico all’ex terrorista dei Pac, condannato all’ergastolo per quattro omicidi, compiuti tra il 1977 ed il 1979.
Napolitano, che stasera ha ricevuto il ministro degli Esteri Franco Frattini con cui ha condiviso la lettera di Lula, dice così di “apprezzare” la strada dei ricorsi intrapresa dal governo Berlusconi. Ricorsi e “strade percorribili” che - fa sapere una nota della Farnesina - saranno valutati “con la massima urgenza per contribuire alla revisione del caso”.
Sui contenuti della lettera vige il riserbo. Brasilia ha fatto sapere che non ne divulgherà il contenuto, il Quirinale ne ha solo sottolineato alcuni passaggi. Tra cui quello secondo il quale Lula ha fatto riferimento alle “basi giuridiche, interne e internazionali, della decisione presa dalle competenti autorità brasiliane per il caso Battisti, nella sua specificità”. E, ancora, che Lula “ha voluto esprimere la piena considerazione del suo paese ‘per la magistratura italiana e per lo stato di diritto democratico vigente in Italia e fiducia nel carattere democratico, umanitario e legittimo’ del nostro ordinamento giuridico”. Una sottolineatura che lascerebbe intendere - secondo alcune fonti che seguono la vicenda - spazi di “manovra” per una positiva soluzione della vicenda sul fronte legale, quello cioè dei ricorsi giuridici.
Mentre sembra così, almeno per ora, allontanarsi l’ipotesi di contromosse più dure sul piano diplomatico, come il richiamo dell’ambasciatore italiano a Brasilia, Michele Valensise, gli strumenti giuridici sul tappeto sarebbero, sostanzialmente, due: la presentazione di un’istanza di ritiro della decisione, che la diplomazia italiana in Brasile dovrebbe presentare direttamente al ministro della giustizia, Tenso Genro, autore della decisione. O, in alternativa - spiegano fonti legali - un ricorso alla Corte Suprema Federale di Giustizia. Ricorso più volte ipotizzato nei giorni scorsi dal ministro Frattini, che sarebbe motivato dal fatto che la decisione sarebbe in contrasto con la Convenzione di Ginevra sui rifugiati perchè non esisterebbe nessuna motivazione politica contro Battisti.
Lula ha comunque tenuto, secondo quanto reso noto dal Quirinale, a riaffermare, nella chiusa della missiva, “i legami storici e culturali che uniscono Brasile e Italia e della volontà di rafforzare le relazioni bilaterali tra i due paesi”. Legami forti e tradizionali quindi, che dovrebbero portare il premier Silvio Berlusconi a compiere in tempi rapidi una visita ufficiale nel paese: visita, mai annunciata formalmente, che è oggi in ’stand by’. Le due diplomazie sono in attesa di vedere come si svilupperà il caso Battisti.
L’ex terrorista resta intanto un rifugiato politico per il Brasile e, nonostante sembrasse imminente la sua liberazione, al momento resta ancora in carcere in attesa della decisione della Corte Suprema, attesa per inizio febbraio con la ripresa dell’attività dopo le ferie estive. L’Italia - secondo quanto riferito da fonti di stampa brasiliane - avrebbe già presentato una petizione al Supremo Tribunale, chiedendo di essere ascoltata prima della decisione sull’eventuale scarcerazione.

Sul fronte interno, intanto, continuano le prese di posizione, con il ministro per le Politiche europee, Andrea Ronchi, che torna a commentare come “inaccettabile” la decisione” mentre Maurizio Costanzo lancia un appello agli italiani - dal palco del Maurizio Costanzo Show in onda domenica 25 su Canale5 - a inviare “cartoline postali all’ambasciata del Brasile a Roma” scrivendo “vergogna o estradate Battisti”. Anche in Brasile sono comunque in molti a non pensarla come il ministro della Giustizia verde-oro Genro. Almeno stando a quanto riporta O Estado de S. Paulo, il più autorevole quotidiano di San Paolo del Brasile, che nella sua edizione online mette in evidenza un sondaggio in cui si chiede: “Siete d’accordo sulla concessione dello status di rifugiato politico all’italiano Cesare Battisti?”
Al momento, il 71% di votanti ha risposto “no”.

Su Battisti, il governo incalza il Brasile: “Faremo ogni ricorso possibile”

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Prima la lettera del Presidente Napolitano: disattesa. Poi il monito del presidente della Camera Fini, di fronte al quale Ignacio Lula ha replicato secco: “Decidiamo noi”. Sull’estradizione di Cesare Battisti, s’intende.
Ora ci prova il governo, a convincere l’esecutivo brasiliano (e in particolar modo, il ministro della Giustizia Tarso Genro) a rimandare l’ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo (Pac), condannato all’ergastolo in Italia per quattro omicidi tra il 1977 e il 1979.
Sono allo studio e stanno per essere assunte una serie di iniziative con la “predisposizione di tutti i ricorsi possibili” dai parte dei ministri della Giustizia e degli Esteri, compreso un “intervento presso la Corte suprema brasiliana” per chiedere l’estradizione di Cesare Battisti. Al Question Time della Camera il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito, fa sapere che il governo non si arrenderà davanti alla decisione del Brasile di concedere all’ex terrorista lo status di “rifugiato politico”.
Il governo, ha ricordato Vito, ha già compiuto “numerosi passi ai più alti livelli”, non appena pervenuta la notizia della concessione dello status di rifugiato politico a Cesare Battisti, e auspica che siano “create le condizioni” per “rivedere” le decisioni prese dal governo brasiliano. L’esecutivo, ha aggiunto il ministro per i Rapporti con il parlamento rispondendo a un’interrogazione dell’Italia dei Valori, “condivide lo stupore e il profondo rammarico” espresso dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo la mancata estradizione di Battisti all’Italia. “Non appena pervenuta la notizia” ha fatto sapere Vito “il governo ha convocato l’ambasciatore brasiliano e ha sottolineato a nome del premier il rammarico e la sorpresa del governo per una decisione inattesa da parte di un governo tradizionalmente amico verso un cittadino la cui responsabilità è stata riconosciuta in diverse sedi”.

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