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John Elkann, nipote di Gianni Agnelli, alla inaugurazione della mostra sul nonno
È l’indagine per evasione fiscale più mediatica degli ultimi anni. Ma gli 007 del fisco che se ne occupano procedono con la riservatezza dovuta a un’inchiesta sull’ultima famiglia sabauda regnante: gli Agnelli. Continua
La consistenza dei patrimoni degli italiani detenuti all’estero “che potrebbero essere rimpatriati aderendo allo scudo fiscale è di quasi 300 miliardi di euro“. Continua
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Ci sono mille modi per sprecare soldi: regalandoli a destra e a manca con prodigalità sospetta, buttandoli dalla finestra per il solo gusto di vederli volare, non volendoli risparmiare per principio, comprando cose inutili, conducendo un tenore di vita superiore alle proprie risorse…
Quando di mezzo ci sono soldi pubblici il metodo più semplice è pretenderne tanti sapendo che sono troppi e poi utilizzarne pochi con l’intenzione di mettere la differenza al “pizzo”, come dicono a Roma.
Alla Camera dei deputati si sono specializzati proprio in questo sistema: da anni battono cassa al Tesoro chiedendo e prendendo 10 per poi spendere 7 e mettere 3 da parte. Qualche volta chiedono 9 e poi si atteggiano a Quintino Sella del Terzo millennio; in realtà è come se continuassero a sprecare 2, perché potrebbero fin da principio rivendicare il giusto senza giochetti.
Qualche giorno fa, per esempio, è stata diffusa la notizia che per tre anni la Camera non chiederà un incremento della propria dotazione allo Stato e qualcuno ha salutato il fatto come un esempio di rigore, per una volta proveniente dall’alto. Ma è un abbaglio perché i soldi richiesti da Montecitorio restano ugualmente e strutturalmente in eccesso rispetto alle spese preventivate, che non sono né poche né oculate, anzi.
Nonostante la crisi, i parlamentari non hanno perso il vizio di non farsi mancare nulla. E i cospicui avanzi di cassa portati a bilancio non sono frutto di parsimonia, ma di un artificio contabile giocato sulla differenza tra bilancio di cassa e di competenza. La riprova è data dal fatto che le spese vere non diminuiscono, ma crescono anno dopo anno: dell’1,5 per cento nel 2008 e dell’1,3 nel 2009 secondo il bilancio di previsione.
Senza rinunciare a quasi nessuno dei privilegi che si sono autoconcessi, i deputati nel corso degli anni hanno messo da parte un fondo cassa che non è uno scherzo, un tesoretto di oltre 343 milioni di euro a fine 2008, così come risulta dal conto consuntivo approvato due settimane fa, salito già a 370 milioni a luglio 2009 e quindi pari a più di un terzo dell’intera dotazione annuale di Montecitorio, che nel 2008 è stata di 978 milioni.
Una dotazione particolarmente ricca e calcolata in modo assai singolare. Dal momento che i deputati sono 630, il doppio dei senatori, e i dipendenti pure (1.800 circa contro i 990 del Senato dopo gli ultimi pensionamenti di luglio), e poiché il Senato ha un bilancio di circa 500 milioni, alla Camera, sostengono i deputati, deve essere erogata una dotazione doppia. Senza considerare, però, che molte spese fisse risultano praticamente identiche dall’una e dall’altra parte.
L’aula in cui si vota, per esempio, è una in entrambe le camere, così come il numero delle leggi approvate è ovviamente lo stesso, e le commissioni idem, e via di questo passo. Anche per la Camera dovrebbe valere il principio elementare delle economie di scala, ma forse a Montecitorio le leggi dell’economia valgono a corrente alternata.
Ogni volta che si accingono a redigere un nuovo bilancio i deputati questori partono in pratica con un abbuono ricco e quindi se volessero potrebbero davvero offrire il buon esempio all’inclita e al vulgo chiedendo al Tesoro una dotazione ridotta rispetto alla solita.
Potrebbero fare il bel gesto invitando il ministro Giulio Tremonti a utilizzare per qualche buona causa più urgente la differenza, una volta tanto ottenendo l’applauso sincero di chi li ha votati. Potrebbero, magari, indirizzare quel surplus ai terremotati dell’Abruzzo; i terremotati, però, non pagano gli interessi, le banche sì: circa 15,4 milioni di euro nel 2008 su depositi e conti correnti della Camera.
Ma perché mai a Montecitorio insistono con il trucchetto di succhiare tanto per spendere meno? Che senso ha?
Quel di più probabilmente è richiesto per affrontare gli imprevisti, oltre che per lucrare gli interessi. In primo luogo le temutissime interruzioni di legislatura. Quando capitano, e in Italia purtroppo capitano abbastanza spesso, per le camere è un trauma, non solo perché è come se ai peones di Montecitorio e Palazzo Madama franasse il terreno sotto i piedi, ma anche da un punto di vista economico. La fine repentina della legislatura costa un sacco di soldi, dalle spese minime, come quelle per l’imballaggio delle carte dei parlamentari decaduti, all’imbiancatura degli uffici per i nuovi arrivati, dalle buonuscite per chi deve dire addio al Palazzo al numero delle pensioni che ovviamente cresce.

Nella tabella, il bilancio della Camera dello scorso anno
Le pensioni risultano proprio uno dei capitoli di spesa più cospicui di Montecitorio, 175 milioni circa, anche perché sono concesse con criteri decisamente più generosi rispetto a quelli richiesti ai comuni mortali. Se, per esempio, ai dipendenti normali servono almeno 36 anni di contributi, ai deputati ne bastano 5, un settimo, per un vitalizio baby di tutto rispetto: 3.300 euro.
E poi fra gli imprevisti ci può stare anche l’aumento delle indennità. È vero che deputati e senatori hanno giurato che non avrebbero votato aumenti fino alla fine della legislatura, ma di mezzo c’è la crisi: chi potrebbe giurare che, passata la tempesta, a Montecitorio e a Palazzo Madama non tornino subito a far festa con un ritocchino? Perché nel frattempo nessuno si impegna sul serio nel disboscamento della fitta giungla di privilegi parlamentari grandi e piccoli.
Dal telefono ai viaggi gratis, dai 4 mila euro al mese per le spese di soggiorno agli altri 4.190 per la cura dei “rapporti con il proprio collegio di appartenenza”, ottenuti a titolo di rimborso, sia che quelle spese ci siano state o no, a prescindere, come avrebbe detto Totò, dal momento che non sono richieste ricevute o pezze d’appoggio. I quattrini vengono erogati sulla fiducia, e forse è anche per questo che chi li prende viene chiamato onorevole. Qualche giorno fa la deputata radicale Rita Bernardini ha cercato di correggere l’andazzo: la sua proposta è stata approvata da 49 deputati e respinta da 428. Una maggioranza schiacciante, per una volta bipartisan.

La fine anticipata della legislatura è, oltre che “un’anomalia (come ha detto il presidente della Repubblica, firmando lo scioglimento delle Camere), anche un brusco stop per molti provvedimenti del governo già all’esame del Parlamento cui si aggiunge anche buona parte dei decreti di applicazione della Finanziaria; qualche misura verrà recuperata con il decreto “milleproroghe”, in scadenza a febbraio, ma molto resterà nel limbo dei progetti mai nati.
Armonizzazione delle rendite finanziarie e affitti (con l’aliquota unica al 20%), la terza “lenzuolata” di liberalizzazioni a firma di Bersani e la riforma dei servizi pubblici locali del ministro Lanzillotta, il riassetto delle autorità con lo scioglimento di Isvap e Covip e la riassegnazione delle loro competenze a Bankitalia e Consob, il Ddl Gentiloni sulla tv: sono questi i provvedimenti più importanti che con lo scioglimento anticipato delle Camere restano in stand-by.
Mentre: dalla nuova legge sull’immigrazione a quella sulla non autosufficienza, dalla riforma del testo sulle droghe alla legge sulla prostituzione, fanno parte della lista dei principali provvedimenti su temi sociali il cui cammino si interrompe. Nonostante il lavorio di convegni, studi, dibattiti in commissione e in Aula, emendamenti, estenuanti mediazioni, questi provvedimenti sono giunti, almeno per questa legislatura, al capolinea. Saranno quindi il prossimo esecutivo e il nuovo Parlamento a valutare, ripartendo comunque da zero con l’iter, se e quali disegni di legge o parti di essi riprendere.
In realtà, dopo il decreto di scioglimento, deputati e senatori rimangono nella pienezza dei loro poteri fino all’elezione del nuovo Parlamento. Ma per una prassi consolidata, le Camere sciolte si limitano a compiere gli atti ritenuti “costituzionalmente doverosi” ovvero urgenti, restando di regola ad esse preclusa in tale fase ogni attività tipicamente riconducibile ad espressione di indirizzo politico. Hanno quindi subito uno stop forzato, tra gli altri:
- la delega per la modifica della disciplina dell’immigrazione e delle norme sulla condizione dello straniero;
- il disegno di legge sulla non autosufficienza, che fissa i Livelli essenziali di assistenza per le persone non autosufficienti e contiene anche l”istituzione del Fondo per la lotta alle povertà estreme e del Fondo di solidarietà sui mutui per l’acquisto della prima casa e misure per il riordino dei congedi parentali;
- le norme per la promozione del welfare familiare e generazionale;
- il nuovo testo sulle droghe;
- la nuova legge sulla prostituzione;
- le nuove norme sulla cittadinanza;
- le otto disposizioni relative al consenso informato e al testamento biologico;- le norme per la tutela dei diritti della partoriente, la promozione del parto fisiologico e la salvaguardia della salute del neonato;
- le disposizioni penali contro il grave sfruttamento dell’attività lavorativa e interventi per contrastare lo sfruttamento di lavoratori irregolarmente presenti sul territorio nazionale (anche attraverso l’estensione dell’art.18 sulla protezione sociale di chi denuncia i propri sfruttatori, previsto dalla legge sull’immigrazione e oggi applicata per le vittime della tratta);
- le norme in materia di sensibilizzazione e repressione della discriminazione razziale, per l’orientamento sessuale e l’ identità di genere;
- le norme a tutela dei minori nella visione di film e di videogiochi;
- il disegno di legge su diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi, prima meglio conosciuto come Pacs, dopo chiamato Dico e infine Cus;
- il provvedimento di ammodernamento del Sistema sanitario nazionale;
- le misure di sensibilizzazione e prevenzione, nonché repressione dei delitti contro la persona e nell’ambito della famiglia;
- le disposizioni in materia di circolazione e di sicurezza stradale;
- le disposizioni concernenti i delitti contro l’ambiente.
Alcuni dei disegni di legge di iniziativa governativa non sono neppure arrivati sul tavolo del Consiglio dei ministri: è il caso del nuovo testo sulle droghe, che avrebbe dovuto superare la legge Fini-Giovanardi del 2006 - arenatosi per diversità di vedute all’interno dell’esecutivo - e del disegno di legge di modifica della legge Merlin del 1958 sulla prostituzione, il cui esame a Palazzo Chigi è stato più volte rinviato per lo stesso motivo. Non si sa neppure, a questo punto, a cosa verranno destinate le risorse del nuovo extragettito fiscale, il cosiddetto “tesoretto”.
Nel vertice di maggioranza del 10 gennaio l’esecutivo si era impegnato a convogliare “il tesoretto” verso interventi utili a restituire potere d’acquisto ai salari.
Ma con un governo in carica esclusivamente per il disbrigo degli affari correnti…
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La Finanziaria, che oggi verrà discussa a palazzo Chigi con sindacati e Confindustria, e che soprattutto Romano Prodi intende blindare in un summit con la maggioranza, sembra improvvisamente divenuta una sorta di preavviso di sfratto per il premier. Gli umori prevalenti nell’Unione, infatti, concedono a Prodi la possibilità, anzi il dovere di far passare la legge di bilancio. Dopodiché, all’inizio 2008, dovrebbe togliere le tende per lasciare spazio alle elezioni anticipate da lì a tre mesi, o al massimo ad un governo diverso che faccia durare la legislatura fino al 2009. La novità è che queste voci si alzano non più dall’opposizione, ma dalla maggioranza, ed in particolare dal futuro Pd di Walter Veltroni, che teme di essere trascinato a fondo dall’impopolarità del governo certificata da sondaggi sempre più disastrosi.
Prodi cerca di giocare d’anticipo, proponendo sì un governo diverso dopo la Finanziaria, ma in questo caso una sorta di rimpasto, un dimagrimento della squadra di ministri e sottosegretari, sempre però sotto la sua regia. In attesa di capire ciò che avverrà da qui a tre mesi, cerchiamo di vedere che cosa c’è nella Finanziaria e se davvero si tratterà di una manovrina leggera da mandar giù come un bicchier d’acqua.
10,7 miliardi è l’entità dell’operazione (circa 6 di entrate - grazie al maggior gettito fiscale - e 4,6 di risparmi), una bazzecola rispetto ai 70 di un anno fa. La riduzione delle tasse si concentrerà soprattutto sugli sgravi per le imprese, o diminuendo l’Irap al di sotto del 4% o abbassando dal 33 al 28% l’Ires; il tutto al posto degli attuali incentivi. L’altro obiettivo è la casa, con un taglio dell’Ici pari a un miliardo di euro; taglio però che prevede due ipotesi: o beneficiare solo i contribuenti fino ad un certo reddito (40 mila euro) e con famiglie numerose; oppure concederlo a tutti, indipendentemente dal reddito, ma solo nelle grandi città. Il capitolo casa proseguirebbe con la possibilità per i meno abbienti di detrarre dal reddito una quota dell’affitto e con il rilancio dell’edilizia popolare.
A parte, in un decreto collegato da 7 miliardi, verrebbe inserito il pacchetto Welfare: riforma delle pensioni e ammortizzatori sociali, ma niente modifiche alla legge Biagi. E niente aumento della tassa (al 20%) sulle rendite finanziarie. In questo modo Prodi spera di varare una Finanziaria “di equità”, di lanciare un primo segnale di riduzione delle tasse, ma soprattutto di accontentare un po’ entrambe le anime della maggioranza, l’estrema sinistra e i moderati. È possibile che gli alleati si accontentino, ma i rischi non mancano.
La manovra sulle tasse, attraverso l’Ici, appare abbastanza ridotta rispetto a quanto chiesto dalla Margherita e dai Ds: un miliardo in luogo di 3-4. Il rinvio a tempi migliori della tassa sulle rendite indispettisce l’estrema sinistra, che ripete che l’impegno fa parte del programma dell’Unione. L’ostacolo maggiore viene però dal decreto sul Welfare. Le misure contro il precariato non ci sono: se non in forma indiretta, perché gli sgravi alle imprese presuppongono che queste si impegnino a fare più contratti a tempo indeterminato. E anche la riforma delle pensioni è stata bocciata dalla Fiom. Non solo. Il ministero dell’Economia sta studiando una misura per mandare in pensione di vecchiaia alcune categorie di dipendenti pubblici. Il pensionamento avverrebbe a 65 anni, anziché a 67; o addirittura a 70 e 75 anni come adesso è consentito per esempio a magistrati e docenti universitari. Certo, si tratta di una misura che contraddice la richiesta del governo di aumentare l’età pensionabile, ma che farebbe risparmiare dei soldi allo Stato. Scontentando però molti interessati: magistrati, cattedratici e dirigenti del settore pubblico.
Se davvero la Finanziaria passerà liscia per poi aprire la strada a nuovi scenari, lo si capirà da tre cose cose: il 3 ottobre dal voto al Senato sull’affaire Visco, chiesto da Antonio Di Pietro contro il viceministro; dalla condotta, sempre a palazzo Madama, del drappello di Lamberto Dini, in marcia verso il centrodestra; e dalla manifestazione del 20 ottobre indetta dall’estrema sinistra contro il piano Welfare. Manifestazione alla quale, nonostante promesse e divieti, sembrano voler partecipare anche segretari di partito e forse ministri in carica. E nel frattempo si terrà il referendum nelle fabbriche promosso dalla Cgil dopo la ribellione della Fiom: un vittoria del no metterebbe in crisi il sindacato, e probabilmente anche il governo. Che in questo caso non arriverebbe a Natale.

Parlamentari o parlatori? Leggendo le dichiarazioni che deputati e senatori hanno rilasciato alle agenzie di stampa durante l’estate, sembra sia nata una gara a chi conia più neologismi. E non mancano gli esiti involontariamente comici, tanto che la politica spesso si confonde col cabaret. Enrico Bertolino, che gioca volentieri con le parole ed è sempre attento a come i politici comunicano, accetta di commentare con Panorama.it i termini più abusati del momento.
L’ultima in ordine di tempo è emergenza. Una parola che ormai compare nei contesti più svariati: emergenza smog, criminalità, incendi, addirittura emergenza scritte sui muri.
Ormai è diventata un suffisso usato solo per spaventare. E la usano soltanto i politici. Nemmeno sugli aerei si pronuncia in modo definitivo: le hostess dicono ‘in caso d’emergenza’. Quando ci dicono che c’è una vera emergenza, significa che stiamo già precipitando. Ma è possibile che l’Italia precipiti a causa delle scritte sui muri?
Dopo quella dei writer spunta l’emergenza lavavetri
Bè, anche voi giornalisti avete le vostre responsabilità. Qualche giorno fa, un quotidiano titolava ‘Sui lavavetri la sinistra si divide’. Un titolo così può significare solo che una parte della sinistra lava il parabrezza e l’altra il lunotto… Un altro esempio? ‘La Juventus vola però Zebinà picchia uno stewart’, quando l’ho letto ho pensato che al calciatore avessero rubato il bagaglio…. Ma la parola che mi fa più innervosire è tesoretto. Tutto è cominciato con quello del governo e adesso spunta quello delle imprese. Ma se c’è un tesoretto allora ci sono anche i piratini, che sono quelli che lo rubano. Tesoretto è una parola sbagliata, va bene per le favole non per la politica.
Come bisognerebbe chiamarlo?
Sono soldi pagati dai cittadini al fisco in misura maggiore delle aspettative del governo. Di questo si tratta: tasse pagate dalle persone, non soldini messi da un bambino nel salvadanaio. Per non parlare poi dello scalone. I più clementi hanno proposto lo scalino. È l’aumento dell’età pensionabile, ma il pensionato che cosa ne capisce? Se gli si dice che gli tolgono scalone e scalino pensa solo che se gli levano pure l’ascensore è fottuto! Un’altra parola assurda se l’è inventata Bersani per indicare il nuovo pacchetto di liberalizzazioni: lenzuolata.Una volta si diceva che la coperta era troppo corta. Adesso, siccome anche quella costa troppo, si è passati direttamente al lenzuolo.
Insomma troppe parole sbagliate…
No, su una si sono messi d’accordo tutti: fannulloni. Quando avete scritto ‘Licenziati gli insegnanti fannulloni’ c’è stato un consenso unanime tra politici e sindacati. Avranno pensato: se si accorgono che non facciamo niente dalla mattina alla sera mandano a casa pure noi.
Un linguaggio corretto da parte dei giornalisti basterebbe ad azzittire i politici?
No, quelli parlano sempre, soprattutto d’estate, quando il parlamento è chiuso e loro devono inventarsi qualcosa per avere visibilità.
Dunque nessun rimedio?
Un rimedio non so, ma un consiglio lo darei. Inviterei tutti i politici a leggere Plutarco.
Non è chiedere troppo?
C’è un suo libretto fondamentale che s’intitola L’arte di ascoltare. Plutarco dice: ‘la natura ci ha dato due orecchi ma una lingua sola’. Forse perché dovremmo più ascoltare che parlare. Se i politici fossero più impegnati a sentire le ragioni dei cittadini, avrebbero molto da fare. E forse non ci sarebbe più tempo per inventare parole nuove con cui nascondere la realtà.

“Ci vuole un fisico bestiale” per riuscire a sopportare una settimana di passione come quella che sta vivendo il presidente del Consiglio Romano Prodi. E non solo per questioni giudiziarie. Ma soprattutto per le (solite) fibrillazioni interne a governo e maggioranza.
Già, perché sul fronte pensioni rimane il rischio, per il Professore, di giocarsi la poltrona. A tirare il premier per la giacca ci si sono messi in tanti, in questi giorni: la Ue con i suoi richiami, Bankitalia con il governatore Mario Draghi, i sindacati, i senatori contrari alla condotta del Governo (vedi Lamberto Dini) il vicepremier Rutelli che ha preso le distanze dai rissosi alleati di Prc. Prodi deve fare i conti soprattutto con questi ultimi e con la loro volontà di non perdere la partita con l’ala moderata della compagine di Governo.
Moderati che da parte loro hanno alzato il tiro: martedì 17 Emma Bonino ha “sventolato” le sue dimissioni. Per ricucire lo strappo del suo ministro, Prodi le ha ribadito la fiducia e ha buttato giù l’ormai famosa ipotesi a “quota 96″. Cioè quella che dovrebbe permettere, a partire dal 1 gennaio del 2008, di andare in pensione a 58 anni invece che a 60 come previsto dalla legge Maroni. Dal 2010 invece potranno andare in pensione quelle persone che raggiungeranno “quota 96″ con la somma dell’età anagrafica e degli anni di contributi pagati (ad esempio: 58 anni di età e 38 anni di contributi o 59 anni di età e 37 anni di contributi).
Ipotesi percorribile? Sembrava. Invece, mercoledì 18 (il giorno nero del fallimento della gara del Tesoro per Alitalia) è arrivato l’affondo di Rifondazione, a cui la quota 96 proprio non va giù (in realtà anche i sindacati spingono per una soluzione più soft: quota 95 nel 2010 da far crescere a 96 nel 2011 o 2012). E pensare che il meccanismo delle quote è invece giudicato dal ministro Padoa-Schioppa ancora poco. Per il titolare di via XX settembre, dopo Alitalia, perdere terreno anche sul fronte della previdenza sarebbe davvero un brutto colpo. A regime, cioè nel 2016, la nuova riforma dovrà garantire all’Inps gli stessi risultati finanziari che garantirebbe la Maroni qualora rimanesse in vigore (circa 9,8 miliardi di euro all’anno), tuona da tempo Tps. Che vorrebbe inoltre accorciare la lista dei cosiddetti “lavori usuranti” esonerati dall’aumento dell’età pensionabile (ad oggi interesserebbe circa un milione e mezzo di persone) lanciata martedì 17 dal leader della Uil Luigi Angeletti.
In tutto questo caos, l’unica certezza è che giovedì 19, a poche ore dalla presentazione del piano (e mentre il governo è alle prese col voto di fiducia sulla destinazione del tesoretto proveniente dall’extragettito) le cose sono ancora in alto mare. E non è ancora finita.
Il VIDEO servizio:
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Inizia oggi quello che dovrebbe essere il rush finale tra governo e sindacati per decidere sulle principali partite economiche: dalle pensioni (primo punto all’ordine del giorno) alla destinazione del tesoretto, alle tasse, alla casa, al sostegno ai redditi bassi. L’obiettivo è di chiudere entro fine giugno, quando l’esecutivo dovrà presentare al Parlamento il Documento di programmazione economica, cioè gli impegni di spese, entrate e relative riforme per i prossimi tre anni. Ma al momento ci sono poche probabilità che si trovi un accordo su tutto.
Il ministro Tommaso Padoa-Schioppa ha messo sul tavolo 2,5 miliardi del totale di 10 del tesoretto, gli introiti extra che il governo si trova quest’anno in cassa. Ma secondo Romano Prodi, 1,3 miliardi dovranno servire per aumentare le pensioni al minimo e 600 milioni per non meglio precisati interventi a favore dei giovani e dei redditi bassi. Insomma, restano altri 600 milioni.
Abolire lo scalone Maroni sulle pensioni significa rimetterci da qui al 2016, ben 65,6 miliardi. Questo solo nel caso non si facesse nulla. Ma anche se lo scalone fosse sostituito con scalini, si tratterebbe di trovare da 9,3 a 2,5 miliardi nei prossimi otto anni. La prima cifra se dal 2008 l’età per la pensione di anzianità venisse innalzata di un anno, e di un altro ancora ogni 18 mesi. La seconda se, sempre dal 2008, si andasse in pensione di anzianità a 59 anni. Un limite, però, troppo simile ai 60 dello scalone.
Dunque? Dunque il governo deve come minimo reperire soldi per almeno 8 miliardi da qui al 2016. E non basteranno certamente i due miliardi ottenibili con la fusione dei maggiori enti previdenziali. Né si possono aumentare i già alti contributi per i dipendenti: ci sarà un altro ritocco sugli autonomi, e forse un altro ancora sui precari, cosa però che fa a botte contro le promesse di aiutare i giovani senza lavoro fisso. Del tutto risibile appare poi l’idea di coprire il buco con “tagli ai costi della politica”: un buon proposito sempre disatteso, che certamente non passerebbe il vaglio della commissione di Bruxelles e dei vari organismi internazionali.
Non solo. Si profila una nuova guerra tra governo e comuni: oggetto, 4,4 miliardi di avanzi comunali non spesi, e che il governo vorrebbe incamerare: I comuni dicono che si tratta di una beffa per le amministrazioni più virtuose, e probabilmente non hanno neppure torto. Ancora: per i costi aggiuntivi del recente contratto degli statali occorrono 3,5 miliardi, e altri 4-5 per i cantieri Anas che altrimenti rischiano di chiudere.
Poi c’è la lista delle richieste dei singoli ministri e partiti. Dagli sgravi Ici reclamati dalla Margherita al piano casa di Rifondazione. Fino all’allentamento della morsa sugli studi di settore, cosa che sta provocando una mezza rivolta fiscale al Nord. Insomma, improvvisamente la coperta si è fatta cortissima. Al punto che i buoni propositi di varare per il 2008 una Finanziaria “leggera”, dopo quella durissima sul piano fiscale del 2007, rischiano di restare nel casseto. Nella maggioranza c’è addirittura chi parla di una “patrimoniale” per mettere a posto le cose, una tassa che copirebbe ovviamente “i grandi patrimoni ed i grandi redditi”. Ma in Italia il concetto di grandi redditi e patrimoni è opinabile, ed il rischio di spremere ulteriormente chi dichiara tutto al fisco è in agguato.
Previsioni? Quasi impossibili. Molti vorrebbero rinviare tutto a settembre. Il che significa entrare già nel periodo della Finanziaria e, quanto alle pensioni, tenersi lo scalone Maroni.
In alternativa i sindacati potrebbero essere messi di fronte alla proposta di trasformare lo scalone in scalini, ma assieme ad una drastica revisione dei coefficienti che determinano le pensioni (quelli previsti dalla riforma Dini).
Una cosa che le confederazioni, finora, non hanno neppure voluto prendere in considerazione.