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Che ricadute ci saranno alla prima ondata di intercettazioni che coinvolgono i massimi vertici dei Ds e Giovanni Consorte? Intanto c’è da dire che proprio l’ex capo della Unipol ha spiegato oggi che “siamo solo agli inizi”.
Ma già ora si possono prevedere le conseguenze sul governo, sulla sinistra e nei rapporti con l’opposizione. Tutti hanno notato che il centrodestra è stato cauto, cautissimo sulla faccenda. Ipergarantista. È un atteggiamento dettato non solo dal fatto che la vicenda coinvolge anche esponenti del centrodestra (Roberto Calderoli della Lega, Aldo Brancher di Forza Italia, Ivo Tarolli ex Udc e altre 46 persone tra cui il presidente del Palermo Maurizio Zamparini sono accusati di appropriazione indebita in un filone laterale dell’inchiesta Antonveneta), ma soprattutto dal desiderio di non rompere definitivamente i ponti con Massimo D’Alema, una sponda utile per puntare al dopo Prodi. Non solo.
Il coinvolgimento dello stato maggiore diessino nelle scalate bancarie azzera molti discorsi sul conflitto d’interesse; anzi Berlusconi spera che azzoppi la legge varata dal governo.
Ma l’atteggiamento dell’opposizione è un problema minore. Perché i regolamenti di conti sono tutti attesi nella maggioranza. Tra Margherita, prodiani e ds è gelo: già nell’estate scorsa personalità come Francesco Rutelli e Arturo Parisi condannarono senza mezzi termini le scalate bancarie, evocando la questione morale e difendendo l’establishment tradizionale. Oggi quei discorsi stanno tornando. Ad approfittare della situazione è ovviamente Romano Prodi, che si è esposto al massimo per togliere dagli impicci Vincenzo Visco nell’affaire della Guardia di Finanza (e ora si capisce meglio qual era la posta in gioco), e dunque vanta nei confronti della Quercia cospicui crediti.
Ma neppure Prodi può sentirsi più tranquillo. C’è una parte dell’Unione che non ha crediti da incassare né rivincite da consumare, ed è la sinistra massimalista di Rifondazione e dei Verdi. Il flop della manifestazione anti Bush, in contrasto con l’affollamento di quella dei no global, ed i cattivi risultati delle amministrative stanno aumentando la voglia di sfilarsi dal governo. L’ala estrema presenterà il conto sulle questioni economiche: tesoretto, pensioni, lavoro. Se il Documento di programmazione economica (Dpef) che il governo deve portare in Parlamento entro giugno non conterrà precise garanzie di carattere “sociale”, Rifondazione e soci potrebbero uscire dall’esecutivo.
Un appoggio esterno che, tra non molto, potrebbe essere l’anticamera ad una nuova opposizione. Da dove, del resto, i duri della sinistra hanno sempre portato a casa molti voti, a differenza di adesso.
Il VIDEO servizio:
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L’unica “stoccata”, se tale si può definire, Silvio Berlusconi la riserva alla gestione del tesoretto, dai microfoni di Radio anch’io, su RadioUno: “Io impiegherei il tesoretto, che ammonta a 10 miliardi di euro, per ridurre le tasse, e restituire i soldi ai loro legittimi proprietari che sanno certamente impiegarlo meglio di quanto sappia fare questo governo”. Per il resto è ancora un Cavaliere molto accondiscendente, quello che interviene senza lancia in resta e con i toni piuttosto addolciti, da nonno.
A cominciare dal trattamento riservato al “nonno” della Rai e decano del giornalismo italiano: l’ottantaseienne Enzo Biagi, tornato in tv con RT - Rotocalco televisivo dopo 5 anni di lontananza: “Ho assistito alla prima puntata e l’ho trovata veramente avvincente. Complimenti: se continuerà così, gli auguro lunga vita e permanenza in Rai”. Parole sorprendenti per chi ritiene Berlusconi responsabile dell’allontanamento di Biagi-Santoro-Luttazzi, con quello che venne definito l’editto di Sofia del 2002: “Io” spiega il Cavaliere “non ho mai detto che non dovessero continuare in Rai. Io ho detto che non dovevano utilizzare la Rai per fare trasmissioni faziose. Forse ho calcato la mano ma il servizio pubblico è pagato da tutti, anche da chi non la pensa come Biagi o gli altri”.
Pacato anche nei confronti degli avversari, Ds e Dl, dei cui congressi è stato ospite. Dice il presidente di FI di esserne venuto via “col cuore un po’ più leggero di quello che avevo quando sono entrato”, perché “in entrambi i casi c’è stata un’accoglienza cordiale e l’intenzione di guardare all’avversario come un uomo da rispettare e non come un nemico”. In quest’apertura di credito c’è chi, ovviamente, legge il “rischio” inciucio tra i leader del nascente Partito democratico e Berlusconi, deciso a giocare da solo, anche senza i suoi, il ruolo di interlocutore del centrosinistra.
Fantapolitica? Probabile, perché i toni morbidi il Cav li ha usati anche nei confronti della vicenda Telecom (per la quale il suo gruppo si sarebbe mosso solo per “un atto ‘patriottico’, senza nessuna pretesa di comandare in nessun modo dentro questa società”) e del 25 aprile che, ha ricordato il Cavaliere, non deve essere una festa “in cui la realtà storica viene stravolta e utilizzata da una parte contro l’altra” (motivo, sostiene, che lo ha sempre tenuto lontano dalle manifestazioni), ma il ricordo del giorno della liberazione “che è sì un merito dei partigiani” ma anche di tanti giovani degli Stati Uniti che con il loro sacrificio “ci hanno liberato dal nazi-fascismo”.
Un Cavaliere in forma, insomma. Smagliante, tanto che - c’è da crederci - gli piacerebbe pure scendere in campo nella semifinale di Champion’s tra il suo Milan e il Manchester United. Non potendo, il Cav. si è limitato a dettare la sua formazione: “Kakà seconda punta, di fianco a Gilardino, e Seedorf dietro le punte. Il resto è il solito Milan… padrone del campo e padrone del gioco che vince all’Old Trafford, tenendo alto il prestigio del calcio italiano”.
Per se stesso, Berlusconi ha intanto scelto il ruolo del nonno contento, confermando e rallegrandosi della notizia della gravidanza della figlia Barbara: “Sono felice perché il papa è un ragazzo che mi piace moltissimo, è fidanzato con mia figlia da cinque anni e quando ce l’ho al tavolo mi sembra anche lui un mio figlio, quindi sono veramente felice”.
A dare man forte al buonismo del leader dell’opposizione, ci ha pensato poi il direttore del Gr Antonio Caprarica: ha tolto la parola a un ascoltatore che si rivolgeva a Berlusconi più o meno così: scusi Presidente, ma come posso fidarmi di lei in fatto di famiglia dal momento che in pubblico dice certe cose e in privato ne fa altre?
A quel punto Caprarica s’è arrabbiato (”In Italia non è un reato essere separati o divorziati”) e ha tolto la parola al radioascoltatore e spazio a Berlusconi, lasciando tutti di stucco. Forse innanzitutto lo stesso Cav che avrebbe saputo senz’altro come rispondere: con parole, oggi più che mai, addolcite.
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Al di là delle dichiarazioni ufficiali, l’unico punto su cui le forze della maggioranza hanno trovato un’intesa sicura a proposito delle prossime scelte in tema di politica economica è l’accantonamento della riforma dei redditi da capitale, cioè la rinuncia, almeno per il momento, ad unificare la tassazione al 20 per cento.
Per il resto rimangono forti le divergenze in particolare tra Ds e Margherita su come utilizzare l’extragettito, cioè quel surplus derivante dallo straordinario incremento delle entrate registrato nel 2006 e che sembra continuare anche nei primi mesi di quest’anno.
La Margherita e il vice premier Francesco Rutelli vorrebbero che buona parte di quei circa 3 miliardi di euro derivanti dal boom delle entrate fosse destinato all’abolizione dell’Ici sulla prima casa, un provvedimento che costerebbe circa 2,8 miliardi di euro e che da solo, quindi, si mangerebbe tutta la dotazione finanziaria disponibile.
I Ds propongono, invece, che la manovra sull’Ici sia di diversa natura e a minor impatto finanziario. In pratica vorrebbero che nel calcolo dell’Ici sulla prima casa alla detrazione fissa di 103 euro fosse aggiunta un’ulteriore detrazione tra i 30 e i 40 euro per ogni figlio a carico. Il costo di questa operazione sarebbe di oltre 1 miliardo, una cifra che lascerebbe libere risorse per un altro intervento che sta parecchio a cuore al partito di Piero Fassino, quello sui cosiddetti incapienti, quei cittadini con un reddito così basso da essere esentati dal pagamento delle tasse e quindi in condizioni di non poter usufruire di facilitazioni attraverso sgravi. Per questa categoria di persone, costituita in larga misura da titolari di pensioni sociali, i Ds vorrebbero che fosse elargito un assegno di 200 euro una tantum prima della fine dell’anno. Secondo calcoli di fonte Ds gli incapienti sarebbero circa 10 milioni.