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La spintarella? Vecchio stile. I corsi a pagamento? Uno spreco.
Adesso, per entrare all’Università , va di moda il “do ut sess”. Cioè, sesso in cambio dell’ammissione.
Per superare i temutissimi test di ingresso, gran parte delle aspiranti matricole si sono dette disposte a tutto: a pagare (il 22%) o a prendere la tessera di partito (il 18%). Ma soprattutto, per una buona parte di loro (il 29%), non sarebbe un problema fare sesso in cambio dell’accesso alla facoltà la.
A squarciare il velo su come siano davvero cambiate le abitudini sessuali dei giovani freschi di maturità è un’inchiesta svolta da UniversiNet.it, da anni portale di riferimento per la preparazione gratuita ai test di ammissione, consultato ogni anno da più di 250 mila ragazzi.
I risultati della ricerca, che ha coinvolto 12.160 studenti, sono davvero poco confortanti vista l’età di riferimento e cioè, in media, ragazzi di 19 anni.
Per il 78% di quelli che hanno partecipato al sondaggio, per superare l’esame di accesso è più importante trovare una raccomandazione che studiare. Solo il 15% (l’anno scorso il dato era al 20%) ritiene invece molto più utile trovare sui libri le risposte dei quiz.
Qual è la raccomandazione più forte? Per 4 su 10 quella di un politico di livello nazionale, poi quella di un professore (per il 23%) e quella che automaticamente si otterrebbe frequentando un corso di preparazione a pagamento (21%). E circa 1 su 3 (appunto il 29% degli intervistati), per avere una raccomandazione sarebbero pronte anche ad andare a letto con il potente di turno. Secondo i risultati dell’indagine, il 9% dei ragazzi e il 38% delle ragazze è disposto a metterci il sesso pur di riuscire a discriversi in un Ateneo.
“I dati del 2009 mostrano una incredibile perdita di fiducia nel sistema di valutazione universitaria, forse acuito dagli ultimi scandali sulla valutazione della maturità ” dice Renato Reggiani, direttore editoriale di universinet.it. “Ma la nostra inchiesta si limita a fotografare una situazione, dai nostri dati emerge un degrado morale dell’università italiana o almeno della sua percezione da parte degli studenti che ritengono quasi inutile la preparazione e optano per scorciatoie classiche come la raccomandazione del politico o del professore o sessuali”.
Contro i test d’ammissione e il numero chiuso nelle facoltà si è fatta sentire anche l’Unione degli Universitari. “Il numero chiuso” sostiene l’Udu “è e rimane uno strumento aprioristico che nega l’accesso al sapere. Ogni anno i test sono caratterizzati da errori nella loro stesura, errori nelle correzioni, domande assurde, ricorsi ai Tar che durano anni”. “I test d’ingresso” insiste il sindacato degli studenti “sono la lotteria del nostro futuro. Non chiediamo il diritto alla laurea, chiediamo di essere seriamente valutati durante il corso degli studi, chiediamo una valutazione sulla base del nostro impegno accademico e delle nostre capacita’, non sulla base di 120 minuti di domande a crocette”.

E la Lega propone il “test della cadrega“. Sì, quello dell’esilarante scena con Aldo-Dracula meridionale, Giovanni e Giacomo nei panni di due “signorotti transilvani-leghisti” con l’hobby di dare la caccia ai “Terùn” (qui il VIDEO).
La “cadrega” ha da diventare, secono dil Carroccio, una prova d’ingresso da inserire nella riforma della scuola: un test per gli insegnanti “sulla cultura, le tradizioni e il dialetto delle regioni in cui intendono insegnare”. La richiesta leghista, presentata in commissione Cultura della Camera durante la riunione del comitato ristretto, apre un confronto aspro nel centrodestra, fa alzare il solito polverone e scatena le proteste dell’opposizione. Pertanto, il presidente della commissione Valentina Aprea decide di sospendere la seduta e di sconvocare il comitato ristretto. Inutile discutere oltre su questo tema, avverte, dovrà essere la conferenza dei capigruppo di Montecitorio ad occuparsene. L’esame proseguirà in Aula.
“Ma questa decisione della Aprea non ci trova d’accordo” avverte la parlamentare della Lega Paola Goisis autrice della proposta del test ai professori “spero davvero che il testo non venga calendarizzato in Aula prima che ci sia stato un chiarimento nel centrodestra perché non si può scavalcare così la volontà del secondo grande partito della maggioranza”.
“Noi” prosegue la leghista “avevamo presentato una proposta di legge di riforma della scuola. Ma questa non era condivisa da tutta la maggioranza. Così abbiamo chiesto che ne venisse recepita almeno una parte nel testo unificato che ora è all’esame della commissione Cultura. Abbiamo rinunciato a tutto, ma su questo punto insisteremo fino alla fine: ci dovrà essere un albo regionale al quale potranno iscriversi tutti i professori che vogliono. Ma prima dovrà essere fatta una pre-selezione che attesti la tutela e la valorizzazione del territorio da parte dell’insegnante”.
La Lega inosmma ci prova, chiede che i criteri “padani” di selezione degli insegnanti vengano inseriti nella riforma della scuola. E i titoli di studio? “Non garantiscono un’omogeneità di fondo” osserva la deputata del Carroccio “e spesso risultano comprati. Pertanto non costituiscono una garanzia sull’adeguatezza dell’ insegnante. Questa nostra proposta che, ripeto, è l’unico punto che noi chiediamo venga inserito nella riforma, punta ad ottenere una sostanziale uguaglianza tra i professori del Nord e quelli del Sud. Non è possibile, infatti, che la maggior parte dei professori che insegna al nord sia meridionale”.
Inevitabile, a questo punto, che si alzi il polverone, come spesso accade quando a fare proposte di legge sono quelli del Carroccio. Toni alti, tensione elevata: il resto della maggioranza, a cominciare dalla vicepresidente della commissione Cultura Paola Frassinetti, non sembra essere d’accordo e scatta il braccio di ferro tra il Pdl e il Carroccio. La riforma, per il momento, si blocca.
Mentre il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ammonisce: “Durante l’esame della riforma la prima commissione e l’aula valutino il pieno e totale rispetto dei principi fondamentali della nostra carta costituzionale. Si tratta di questione che non può essere opinabile ma che deve essere soltanto riferita a quel che c’è scritto nella Carta”.
Il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto butta acqua sul fuoco osservando che in realtà “non esistono ragioni di divisione sui problemi della scuola tra Pdl e Lega perchè prioritari per noi” sottolinea “sono i progetti di riforma portati avanti del ministro Gelmini sull’università e sui licei“.
Il capogruppo del Pd in commissione Cultura Manuela Ghizzoni critica aspramente la presa di posizione della Lega: “L’istruzione è un tema troppo serio e non può divenire oggetto di pericolose incursioni ideologiche dal sapore tutto nordista”.
Per il momento l’esame della riforma è stato sospeso. L’ultima parola toccherà alla Conferenza dei capigruppo di Montecitorio.

Tutto cominciò con la madonnina di Civitavecchia, la statua che, raccontano, versò le prime lacrime di sangue il 2 febbraio 1995. A 14 anni di distanza, dopo fatti di cronaca e fiction televisive che hanno reso famosi gli esperti di polizia e carabinieri, siamo prossimi a una svolta: anche l’Italia avrà una banca dati del dna.
Che c’entra la madonnina? La famiglia Gregori, che la custodiva, rifiutò di sottoporsi al test del dna (che avrebbe dovuto accertare o escludere l’appartenenza del sangue ai componenti) e la Corte costituzionale nel 1996 stabilì di fatto l’impossibilità del prelievo coattivo perché il Codice di procedura penale era troppo vago, invitando altresì il legislatore a rimediare.
Anni di vuoto
Nel 2003 il procuratore antimafia Piero Luigi Vigna ricordò in un convegno del Ris la vicenda di Civitavecchia sollecitando un intervento legislativo. Il 3 marzo 2004 venne così costituito il gruppo di lavoro Biosicurezza nell’ambito del Comitato per la biosicurezza e le biotecnologie di Palazzo Chigi. Nel documento conclusivo del 18 aprile 2005 gli esperti tracciarono uno schema di disegno di legge sulla banca dati del dna e sul prelievo coattivo di campioni biologici, sostituendo tra l’altro l’articolo del codice giudicato incostituzionale nel ’96.
La caduta del governo Prodi non consentì l’approvazione di due disegni di legge. Dopo le elezioni del 2008, però, si è ripartiti da quei testi: il Senato ha dato il via libera all’unanimità il 22 dicembre e la Camera ne sta discutendo in questi giorni nelle commissioni riunite Giustizia ed Esteri. “Entro qualche settimana dovrebbe essere approvato dall’aula” anticipa Manlio Contento, del Pdl, relatore della commissione Giustizia. La legge prevede l’adesione al trattato di Prüm.
Le nuove norme
A 13 anni da quella sentenza della Consulta, la ben nota rapidità del legislatore consentirà entro un anno (con le norme di attuazione) di mettere l’Italia alla pari con 24 paesi europei. La banca dati sarà istituita presso il ministero dell’Interno e il laboratorio centrale per la banca dati presso quello della Giustizia. La prima conserverà i profili di dna che saranno stati tipizzati nel laboratorio; qui saranno anche conservati i relativi campioni biologici. Sarà prelevata mucosa dal cavo orale a chi è in carcere con sentenza irrevocabile, agli arrestati con custodia in carcere o ai domiciliari, dopo un arresto in flagranza o un fermo convalidati dal giudice, a chi è sottoposto a misura alternativa e al destinatario di una misura detentiva per un reato con pena massima non inferiore a tre anni. Inoltre, l’autorità giudiziaria disporrà l’invio alla banca dati dei profili di dna tipizzati nel corso di un’inchiesta.
Fondamentale per le investigazioni è la reintroduzione del prelievo coattivo di campioni biologici (capelli, peli o mucosa del cavo orale): il giudice può disporlo per effettuare una perizia, se non c’è il consenso della persona, in caso di reati con pena dell’ergastolo o della reclusione con pena massima superiore a tre anni. In caso di urgenza può provvedere il pm, salvo convalida del giudice entro 48 ore.
I profili conservati nella banca dati e i campioni biologici saranno distrutti d’ufficio se l’accusato viene assolto con sentenza definitiva perché il fatto non sussiste o per non averlo commesso.
Lotta al crimine
“Fin dalla prima riunione con i paesi che disponevano di una banca dati, ci dimostrarono di avere ridotto drasticamente il numero dei reati ripetitivi: dal furto allo stupro”: Leonardo Santi, presidente del Comitato per la biosicurezza, sente vicino il traguardo al quale lavora da anni. “Per l’avvio è previsto che si firmino convenzioni con strutture di alta specializzazione in attesa che banca dati e laboratorio siano funzionanti”.
Gli investigatori pregustano un innalzamento vertiginoso di casi risolti. Ne sa qualcosa Aldo Spinella, dirigente superiore della polizia scientifica del Viminale e membro del gruppo di lavoro Biosicurezza, uno dei massimi esperti in materia: “Dopo la strage di Capaci del 1992 l’allora procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, mi inviò a prelevare campioni biologici a diversi mafiosi: in tasca avevo un’ordinanza di prelievo coattivo. Dalla sentenza del 1996 a oggi si sottopone al test del dna solo chi vuole dimostrare la propria innocenza”.
Spinella snocciola cifre inequivocabili: “In Gran Bretagna dal 2000 al 2005 la soluzione dei casi è cresciuta del 49 per cento. E in dettaglio: con la semplice investigazione 26 per cento di casi risolti; con il test del dna (ma senza banca dati) si sale al 38 per cento; con la banca dati si arriva al 59″.
I dubbi
“Prima degli eventuali emendamenti ascolteremo gli esperti della polizia giudiziaria” spiega Contento. Si discute se mantenere a 40 anni il limite di conservazione dei dati, mentre sui regolamenti di attuazione il relatore è convinto che “impiegheremo molto meno di un anno”, pur occorrendo una riorganizzazione della polizia penitenziaria per la formazione del personale addetto ai prelievi. Tuttavia, anche se al Garante per la privacy spetterà il controllo sulla banca dati e al Comitato per la biosicurezza quello sul laboratorio, qualche esperto avanza dubbi.
È il caso di Giuseppe Gennari, magistrato del tribunale di Milano e docente di diritto privato all’Università Bocconi: “Sembra possibile l’invio alla banca dati di tutto il materiale raccolto da polizia o carabinieri durante un’indagine, dunque anche quello delle vittime di un reato. Dovrebbe esserne prevista la distruzione, ma questa clausola di salvataggio non c’è”.
Un altro problema, secondo Gennari, riguarda la cancellazione dei dati, “non essendo prevista in caso di assoluzione perché il fatto non costituisce reato, di archiviazione o di proscioglimento in istruttoria per insufficienza di elementi”. Gennari si definisce “un fermo sostenitore della banca dati purché organizzata con criteri internazionalmente riconosciuti” e, in sostanza, teme le conseguenze del vuoto legislativo degli ultimi anni: “Non capita quasi mai di ordinare la distruzione di ciò che è conservato in un fascicolo processuale, così come in tanti laboratori in tutta Italia c’è un patrimonio non illegale, ma dimenticato, che verrebbe convogliato nella banca dati”.
Premesso che con gli emendamenti è possibile migliorare il testo, chi si è occupato dell’argomento contesta la tesi di Gennari. Spiega il magistrato Giuseppe Capoccia, dell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia: “La legge parla di reperti acquisiti sul luogo del fatto, cosa diversa dal campione. Il reperto è uno schizzo di sangue, un capello; il campione è quello acquisito con le procedure ordinarie e sappiamo perciò che quella saliva appartiene a un determinato soggetto”.
Il punto è che la banca dati sarà divisa in due blocchi: “Nel blocco A saranno conservati i reperti, cioè il profilo di dna relativo, per esempio, a una cicca di sigaretta trovata sul luogo di una rapina o di un omicidio e che non sappiamo a chi attribuire. Per questo si farà un riscontro con il blocco B, nel quale saranno conservati i profili di chi è già in carcere e di chi man mano viene identificato come responsabile di un reato”.
Secondo Capoccia, dunque, non c’è alcun rischio che i profili di dna prelevati a una vittima di reato finiscano nella banca dati: “Sono elementi che resteranno nei fascicoli, al pari di intercettazioni o di assegni a vuoto”.
Molti passaggi, utili a eliminare ogni dubbio, potranno essere chiariti con le norme di attuazione: “La legge prevede il trasferimento di tutti gli archivi delle forze di polizia e laboratori in genere. Al momento dell’entrata in funzione della banca dati si potrà stabilire che cosa conservare e che cosa distruggere”.
Capoccia, inoltre, respinge le critiche sulle ipotesi di cancellazione dei dati: “Se c’è archiviazione o proscioglimento in istruttoria per insufficienza di elementi, il caso potrebbe essere riaperto nell’eventualità di nuovi elementi. Se invece si viene assolti nel merito in dibattimento, la sentenza resta anche se l’assolto dovesse confessare successivamente”.
Test di massa? Sì, se necessari
Un altro dubbio riguarda la possibilità che un’intera comunità possa essere costretta a sottoporsi al test del dna. Un’ipotesi già verificatasi nel 2002 in un paesino nei pressi di Dobbiaco, in Alto Adige. Lo ricorda il pm di Bolzano Axel Bisignano, titolare dell’inchiesta per lo stupro e l’omicidio di una donna di 74 anni a Valle San Silvestro: “Per vari motivi” spiega a Panorama “era altamente probabile che il colpevole vivesse lì e dunque chiesi ai 600 uomini del paese di sottoporsi al test del dna. Furono sollevate perplessità , anche dalla stampa. Replicai che, se per legge non erano obbligati, avrei potuto effettuare centinaia di perquisizioni domiciliari sequestrando magari gli spazzolini da denti”. Alla fine accettarono e con il test venne individuato l’omicida, un diciannovenne che confessò. “La nuova normativa agevolerebbe molto le indagini” conclude Bisignano.
È impossibile stabilire quanti profili di dna siano conservati oggi. Con la banca dati, però, un episodio come lo stupro al parco della Caffarella a Roma avrebbe avuto più probabilità di essere risolto: così come il test del dna ha scagionato i due romeni arrestati, il profilo sarebbe stato confrontato con il database delle persone già arrestate e, in questo caso, per il colpevole non ci sarebbe stato scampo.
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Quesito numero uno: “Il braccio di una gru sta per uccidere te e quattro muratori. Luca può pigiare un bottone che cambierà la direzione del braccio della gru. Il braccio ucciderà un altro muratore ma tu e gli altri quattro muratori sarete salvi. È giusto che Luca pigi il bottone?”
Quesito numero due: “Un automobilista perde il controllo della macchina. Sta per andare verso cinque persone che sono sul marciapiede e le ucciderà . Se tu spingi una persona sotto la macchina essa si fermerà . La persona morirà ma le cinque persone saranno salve. È giusto che tu spinga la persona?”
Agghiacciante. Sono due delle tre domande di un test che il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Torino ha inviato al dirigente scolastico della Scuola elementare “Vittorio Alfieri”, istituto nel centro storico del capoluogo piemontese. Queste domande dovevano finire sul banco degli studenti delle classi quarte di età compresa tra i 9 e 9 anni e 11 mesi. La richiesta è arrivata, l’11 gennaio scorso, direttamente da una professoressa di Psicologia Generale presso la Facoltà di Scienze della Formazione: “Si tratta di un esperimento, argomento di tesi di laurea di una studentessa per cercare di analizzare la loro comprensione di situazioni morali” si legge nella lettera “l’esperimento dovrà svolgersi singolarmente e in una stanza quieta”.
“Sono sconcertata e stupita che un test così violento possa essere somministrato ad un bambino durante l’orario scolastico” spiega Maria Elena Testa, madre di uno degli studenti di nove anni che frequenta la quarta classe all’Istituto Alfieri. “È vero che i bambini oggi sono abituati a immagini violente che vengono mandate in onda in televisione o pubblicate sui giornali ma questo test è veramente qualcosa di sconvolgente” Poi prosegue: “Queste domande mettono il bambino nella condizione di dover comunque scegliere chi e quante persone far morire di morte violenta. Quando ho provato a leggere queste domande a mio figlio mi ha guardato inorridito e mi ha detto che non avrebbe saputo che cosa rispondere”. Il 13 febbraio, questa vicenda è finita negli uffici della Procura della Repubblica di Torino. Sarà proprio Maria Elena Testa a presentare un esposto al procuratore capo.
“Ci troviamo purtroppo di fronte all’ennesima prova del tentativo di trasformare le nostre scuole da luoghi di istruzione e crescita a una sorta di laboratori per studi psicologici o psichiatrici, come è avvenuto negli Usa con catastrofiche conseguenze sia per il loro sistema di istruzione che per le famiglie” afferma Roberto Elia Cestari, Presidente nazionale del Comitato Cittadini per i Diritti dell’Uomo “questa iniziativa avviene in violazione della legge regionale 21/2007 che vieta all’interno delle scuole dell’obbligo di ogni ordine e grado della Regione Piemonte di somministrare test o questionari relativi allo stato psichico ed emozionale degli alunni se non finalizzati ad uso interno ed esclusivamente didattico.
Inoltre tutti i test volti alla valutazione dello stato psichico del minore, possono essere svolti esclusivamente all’interno di strutture sanitarie pubbliche sotto lo stretto controllo di operatori sanitari qualificati e previo obbligatorio consenso informato dell’avente potestà sul minore ai sensi della normativa vigente”.
A scendere in campo in difesa della Legge (di cui è stato il relatore) e dei bambini anche il consigliere regionale di Alleanza Nazionale, Gian Luca Vignale: “Il 30 ottobre 2008 gli assessori alla Sanità e all’Istruzione della Regione Piemonte, di concerto con il Direttore Generale dell’Ufficio scolastico Regionale per il Piemonte, hanno trasmesso una lettera a tutti i Dirigenti scolastici delle istituzioni scolastiche del territorio in cui, pur riportando integralmente quanto previsto dall’art.4, si dà un’interpretazione della norma che viola palesemente quanto la legge regionale prevede”. “Con questa interpretazione” conclude Vignale “si dà la possibilità di somministrare test o questionari da parte delle scuole per valutare gli stili di vita dei minori fra i quali gli aspetti relazionali, psicologici e comportamentali vanifica la volontà del legislatore”.

Manometteva i referti del Corat di Livorno, il centro di raccolta degli esami oncologici della Asl, e poi li spediva ai pazienti. È l’accusa per la quale un’infermiera è stata arrestata, in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari. I referti manomessi sarebbero stati più di 400, 33 pap test e 368 al colon retto, e questo avrebbe provocato ritardi nella diagnosi di 18 casi di tumore al colon.
L’infermiera, Susanna Fiorini, 49 anni, è accusata di lesioni personali aggravate, falsità materiale commessa da dipendente pubblico incaricata di pubblico servizio e abuso d’ufficio. Gli inquirenti temono che i casi di tumore diagnosticato in ritardo possano essere superiori ai 18 già scoperti e per questo la procura ha dato incarico a un medico di svolgere una consulenza tecnica sui referti manomessi.
L’Asl, però, rassicura: “Nei mesi scorsi” ha spiegato il direttore sanitario, Danilo Zuccherelli “abbiamo già contattato tutti i pazienti vittime della manomissione di referti e verificato il loro stato di salute, riavviandoli dentro un corretto percorso assistenziale”. L’infermiera, prima spostata di incarico, attualmente in ferie, sarà sospesa dal lavoro.
Le indagini, coordinate dai pm Paola Rizzo e Giuseppe Rizzo e condotte dalla squadra mobile guidata da Marco Staffa, sono scattate a luglio, dopo una denuncia della Asl, e hanno riguardato i test svolti dal 2006 al 5 luglio 2008, relativi al colon retto e alla cervice dell’utero. Secondo gli investigatori, l’infermiera avrebbe falsificato i referti attraverso un articolato lavoro di fotocopiatura, sostituendo e manomettendo gli originali. Poi avrebbe spedito a casa dei pazienti i referti alterati, inserendo nella banca dati del Corat i risultati falsificati.
Ancora poco chiaro, invece, il movente del sabotaggio. Gli inquirenti non escludono che la donna abbia agito per “rappresaglia” contro l’efficienza del Corat o che l’abbia fatto per “snellire” il proprio lavoro e dunque evitare di richiamare quei pazienti sottoposti allo screening per i quali erano necessari ulteriori approfondimenti clinici. La procura ha chiesto e ottenuto l’arresto temendo la reiterazione del reato (l’infermiera non aveva subito provvedimenti disciplinari; l’Asl ha avviato le procedure dopo il provvedimento dei magistrati) e l’inquinamento delle prove.
Nella perquisizione domiciliare, gli inquirenti, tra l’altro, hanno trovato un ricettario sottratto a un medico che lavora in un altro reparto dell’ospedale. Sono in corso accertamenti per stabilire se l’infermiera abbia redatto anche false ricette.
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Centoventisei onorevoli con tanto di bigliettino in mano. Davanti a Montecitorio, come fossero al supermercato. In fila dalla mattina per il test antidroga voluto e organizzato dall’Udc, anche per ribadire la battaglia morale del partito cattolico, dopo il fattaccio dell’onorevole Cosimo Mele, un ex da pochi giorni: da quando è scoppiato il polverone sulla sua notte hard all’hotel Flora.
È lui comunque il convitato di pietra: “E basta co ’sto Mele”, sbotta infine il segretario Lorenzo Cesa. “È un fatto doloroso, che ci ha molto amareggiato, ma è un fatto privato che non può in alcun modo inficiare il partito” mette in chiaro Pier Ferdinando Casini. E il presidente Rocco Buttiglione rincara: “Non si può sputtanare un partito per l’errore di un singolo uomo che tra l’altro non è neppure un massimo dirigente. Attaccare l’Udc è da infami. Qual è il partito che non ha un drogato, un corrotto, un mafioso o un camorrista?”. La priorità , per tutta la classe politica, dice “deve essere la selezione morale”. Accanto ai deputati centristi, molti azzurri, tanti leghisti, pochi di An. Nessuno o quasi del Centrosinistra.
Il test è triplice: della saliva, dell’urina o del sangue. Ci vogliono 5 minuti per farlo, molto di più occorre invece attendere il turno. E aspettando, si alzano i toni.
Comincia Adolfo Urso, di An: “È importante fare il test, ma è abbastanza inutile”. Perché? “L’unico test serio sarebbe stato quello tricologico, un capello può dire se hai assunto sostanze stupefacenti anche un mese fa. Saliva, sangue, urine cancellano tutto in poco più di 48 ore”. Continua Ignazio La Russa, capogruppo di An alla Camera: “Casini dice che non è venuto nessuno di An a fare il test? Eccoci qui, siamo venuti per rispondere alla sconcia chiamata alle armi di Casini. Bisogna imparare a non essere demagogici”.

Così la sfida tra centristi e aennini è lanciata. Ma non è più sul grado di “durezza” nell’opposizione, sulla presenza o meno in Aula nei momenti decisivi, bensì sul test antidroga. In contrapposizione all’iniziativa Udc, An si rivolge infatti a un laboratorio poco distante dalla Camera, per il test tricologico (quello basato sull’esame dei capelli, ndr): “Abbiamo fatto una convenzione con un laboratorio del Pantheon per un test antidroga tricologico, che non è una presa in giro come questa. E in più lo paghiamo noi, senza rimborsi”, ammicca La Russa.
A sparigliare il campo ci pensano però i Verdi e alcuni deputati della Rosa nel Pugno, capitanati da Paolo Cento: con un blitz arrivano presso l’ambulanza con pere, mele e preservativi: “Le pere è meglio mangiarle che farsele”, tuona Cento che sfida l’Udc a “fare i test a sorpresa e non programmati”. I profilattici servono, spiega il sottosegretario all’Economia, a propagandare l’uso del condom in Parlamento. Mentre le mele sono per ironizzare sull’onorevole (su cui la procura di Roma ha aperto un’inchiesta).
È allora che si sfiora la rissa: un militante dell’Udc, se la prende: “Invece di pensare a questi episodi dovrebbero occuparsi dei rifiuti in Campania”. Piccato, risponde Cento: “Di monnezza è pieno il Parlamento, quello bisognerebbe ripulire”. Il militante ribatte: “Certo, tu di monnezza te ne intendi”. Ma Cento lo fulmina: “Io a mignotte però non ci vado”.
E pensare che è il diario di una onorevole giornata in piazza Montecitorio…

Con l’auto giù dalla scalinata di Trinità dei Monti. No, i problemi di parcheggio non c’entrano. Piuttosto, una semplice svista. Che ha portato G.D.F. un italo-colombiano di 24 anni a fare un “fuoristrada” artistico per le vie di Roma.
Dicono infatti gli agenti del primo gruppo della Polizia Municipale che il giovanotto proveniva da via Sistina e doveva imboccare viale Trinità dei Monti, quando invece ha girato a sinistra scendendo i primi sette gradini. Qui ha capito che qualcosa non andava. È infatti sceso dall’auto, ma essendo completamente ubriaco, non si è reso conto di essere sulle scale.

Quindi è risalito sulla sua Toyota e ha percorso altri scalini fino alla piazzola al termine della prima rampa. Dove un centinaio di persone lo hanno bloccato, gli hanno fatto spegnere la macchina e poi lo hanno aiutato a spingerla fino a piazza di Spagna. In fondo alla scalinata, vicino alla Barcaccia, l’uomo ha infine trovato i vigili. Il test dell’etilometro ha dato, ovviamente, esito positivo.
Al ventiquattrenne, denunciato per danneggiamento di monumenti artistici avendo scheggiato i primi cinque gradini della scalinata, è stata ritirata la patente.

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La proposta ha suscitato scalpore. L’assessore alla Salute del Comune di Milano, Carla De Albertis (di An), intende distribuire gratuitamente alle famiglie dei test antidroga. In questo modo, ha spiegato, i genitori potranno controllare se i loro figli abusano di sostanze stupefacenti e intervenire per farli smettere. In una prima fase la distribuzione riguarderà le quasi 4 mila famiglie di Zona 6 con ragazzi tra i 13 e i 16 anni e poi sarà estesa a tutti i nuclei. Per richiamare l’attenzione sulla propria iniziativa, l’assessore De Albertis si è spinta oltre: “Proporrò il test a tutti i colleghi della Giunta”, ha dichiarato. Non si è tirato indietro Vittorio Sgarbi, responsabile della Cultura, che interpellato da Panorama.it ha risposto di essere pronto a sottoporsi alla prova: “Accetto la sfida, non ho niente da nascondere”.
La pubblicità però si è dimostrata superflua. In pochi giorni la polemica sugli stupefacenti è esplosa sulla scia dei fatti di Vercelli, dove l’autista di un autobus responsabile di un incidente in cui sono morti due bambini è risultato positivo al test della cannabis. Il dibattito sulla distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti, sulla loro pericolosità per la salute e sull’opportunità di prevedere esami specifici per alcune categorie di lavoratori è tornata alla ribalta.
Ma se un genitore vuole sapere se il proprio figlio si droga, non deve aspettare che il test glielo regali il Comune.

Su Internet ci sono decine di aziende che vendono questo tipo di kit a prezzi modici. La media è intorno ai 20 euro, ma certi stick scendona fino a 2 euro. Alcuni produttori parlano proprio di uno “strumento concreto per tutti coloro che hanno dei dubbi sui propri familiari. Da oggi”, si legge nel lancio, “è possibile eseguire un test antidroga senza andare in un laboratorio di analisi, quindi nell’assoluta tranquillità della propria casa e senza alcuna intromissione nella privacy familiare”. Altri usano come traino la celebre inchiesta delle Iene tra i parlamentari.
Il sito che offre gli Screen Droga Test fornisce anche una lista delle famracie italiane in cui si possono trovare. A Milano ce ne sono una ventina. “Li abbiamo da alcuni mesi” spiega Carlo Arienti, della farmacia di via Solferino, “ma i clienti non ne conoscevano neppure l’esistenza. Ora cominciamo a ricevere richieste e domande da parte dei genitori”. Richieste subito accontentate con una vasta scelta di prodotti.
Sono proprio i kit acquistati dal Comune. Ce ne sono di otto tipi: sei rilevano attraverso l’urina le singole sostanze (marijuana, cocaina, anfetamine, ecstasi, benzodiazepine e oppiacei), uno ne rileva cinque contemporaneamente (tutte tranne le benzodiazepine, che sono dei sedativi) e uno le rileva tutte e sei attraverso la saliva. Costano rispettivamente 12, 24 e 36 euro.
I farmacisti precisano che si tratta solo di esami preliminari, che attestano la presenza o meno di sostanze stupefacenti anche a distanza di alcuni giorni. Per analizzarne la concentrazione o il momento della somministrazione, occorre ricorrere ai controlli di laboratorio.
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I kit antidroga (disponibili in farmacia e che il Comune di Milano vuole distribuire gratuitamente alle famiglie), per scoprire se i figli fanno uso di stupefacenti, secondo voi, sono un test corretto e utile per controllare i comportamenti degli adolescenti?