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Caso Bonsu, parlano i vigili di Parma: “Non siamo il Ku klux klan”

Polizia municipale di Parma

La verità sul presunto pestaggio di Emmanuel Bonsu in un parco di Parma forse è ancora lontana. Ma iniziano a chiarirsi i ruoli di tutti i protagonisti. Come Panorama può ricostruire in esclusiva.
Partiamo dal punto più importante: la ferita all’occhio del ventiduenne ghanese che ha impressionato l’opinione pubblica. Ecco che cosa scrive nella relazione del 2 ottobre al suo comandante, il trentenne Pasquale F., ex studente di scienze naturali, agente scelto del Nucleo di pronto intervento della polizia municipale: “Dato il modo energico e violento di divincolarsi non posso escludere di aver urtato involontariamente al volto Emmanuel Bonsu durante la collisione con lo stesso”.
Il più giovane dei vigili coinvolti nella discussa operazione antidroga che ha portato al fermo di Bonsu sembra ammettere implicitamente che potrebbe essere lui l’uomo che ha colpito il ragazzo africano.
Ora le relazioni di Pasquale F. e dei colleghi che hanno partecipato il 29 settembre al parco Falcone e Borsellino di Parma all’arresto di uno spacciatore e alla ricerca dei complici sono in mano al sostituto procuratore emiliano Roberta Licci. I vigili hanno dato quasi un’unica versione: Pasquale F. si sarebbe avvicinato a Bonsu, gli avrebbe mostrato il tesserino di riconoscimento e lui avrebbe iniziato la fuga. Nelle versioni degli agenti poche differenze: c’è chi dice che Bonsu era seduto, chi lo ricorda in piedi, per qualcuno è stato strattonato da F., per altri ha iniziato subito a scappare. Ma su una cosa sono tutti d’accordo: pensavano che il “signore di colore” fosse uno spacciatore e gli avrebbero intimato l’alt al grido “fermo, polizia!”.
I racconti concordano anche sul fatto che il primo a placcare Bonsu sarebbe stato Pasquale F., subito aiutato da tre colleghi che dopo essere caduti “rovinosamente” a terra con Emmanuel lo avrebbero ammanettato. I tre uomini, notati da diversi testimoni, sono gli agenti scelti Giorgio A., 39 anni, laurea in lettere e aspirante professore, e Ferdinando V., 48 anni, ex autista di autobus e titolo di dottore in legge, e l’agente semplice Andrea S. Quest’ultimo sarebbe stato il primo a ostacolare la fuga del giovane ghanese, come ricorda lo stesso vigile: “Riuscivo a fargli perdere momentaneamente l’equilibrio tanto che lo vedevo andare a ridosso della recinzione della struttura sportiva”.
Dopo questa mischia i tre sarebbero stati aiutati a bloccare lo studente da altri due colleghi: Marcello F., 32 anni, ex muratore, e Mirko C., 34 anni, ex operaio. Tra questi sei vigili gli inquirenti stanno cercando i colpevoli delle presunte violenze contro Bonsu.
I carabinieri del Ris dovranno stabilire anche chi avrebbe scritto sulla busta degli effetti personali del ragazzo “Emmanuel negro”. Un aiuto alle indagini potrebbe venire ancora una volta dalla relazione di Pasquale F. che scrive: “Giunti al comando mi occupavo in parte del piantonamento del Bonsu presso l’ufficio pronto intervento con l’ausilio dei colleghi (…) e nel frattempo provvedevo alla stesura del verbale di identificazione e di elezione domicilio”.
Il ragazzo ha pure denunciato di essere stato maltrattato in auto. Chi viaggiava con lui? Le relazioni concordano: davanti c’era Pasquale F., dietro, insieme con Bonsu, Marcello F. e un minorenne, A. M., portato al comando per un controllo.
Tutti i vigili protagonisti di quella missione hanno accettato di incontrare Panorama per spiegare le loro ragioni, in gruppo, senza entrare nel dettaglio delle singole responsabilità. Andrea S. si presenta all’appuntamento zoppicando. Dice di essersi fatto male nel tentativo di fermare Emmanuel. Il referto medico parla di una prognosi di 20 giorni. L’altro contuso nell’inseguimento è Marcello F., mosca sul mento, che nella relazione ha dato questa versione: “Tentavo di afferrare Bonsu per il braccio sinistro, ma questi si divincolava con violenza e accusavo un dolore acuto al polso destro che mi costringeva a lasciare la presa”. Inizialmente preferisce non rispondere alle domande del cronista: “Con quello che hanno scritto i giornali come possiamo fidarci?” dice con tono duro.
A vederli tutti insieme, questi vigili non assomigliano alla locandina degli Intoccabili. L’incontro sembra una terapia di gruppo e i più loquaci sono Andrea S., zazzera spettinata e maglione azzurro, e Stefania S., ispettrice, la veterana della squadra con 15 anni di servizio. Quel lunedì guidava l’operazione antidroga, “la seconda degli ultimi mesi”. Ma il ragazzo nella denuncia non se la prende con lei. Cita tre uomini: uno sarebbe alto 1,65, occhiali da vista con montatura rotonda, 30-40 anni, pizzo; un altro avrebbe 26-27 anni e quella sera avrebbe indossato pantaloni e giubbotto di jeans; un terzo, 30-35 anni, viene descritto come robusto e palestrato. Al magistrato il compito di identificarli. I vigili sotto osservazione hanno tutti i capelli corti, qualcuno ha il pizzetto e un paio il fisico di chi passa qualche ora in palestra. Niente di eccezionale. A vista nessun tatuaggio.
Con Panorama i vigili del Nucleo respingono l’accusa di essere picchiatori e razzisti. Un sospetto che li costringe a vivere in questi giorni in modo quasi clandestino. Infatti, dopo l’esplosione del caso, i loro cognomi sono stati pubblicati su alcuni siti di estrema sinistra e su un quotidiano. “Mia madre è agitatissima, da quando è uscita la notizia non perde un telegiornale e non dorme la notte” racconta Stefania S.
Adesso i vigili sono preoccupati, ma dieci giorni fa i testimoni li hanno visti scambiarsi il cinque, esultare, gridare. “Erano molto adrenalinici” ricorda Francesca Zara, campionessa di basket (ascolta l’AUDIO della testimone). Il dirigente del settore sicurezza e comandante dei vigili in via di insediamento, Giovanni Maria Jacobazzi, già capo dei carabinieri del Nas di Parma, li descrive così: “Qui nessuno è razzista, nessuno è iscritto al Ku klux klan e se si è verificato qualche errore è stato fatto in buona fede”. E dopo aver ascoltato la testimonianza raccolta da Panorama.it di Zara che assicura di aver visto pistole per aria e calci, ribadisce: “Se queste cose sono successe davvero, qualcuno dovrà risponderne. Per me sono inaccettabili”.
I poliziotti difendono il loro operato: “Nessuno nega che nel fermo di Emmanuel ci sia stata una fase concitata, di contatto. Ma i ragazzi non hanno dato calci e pugni” afferma convinta l’ispettrice Stefania S. E la pistola agitata in aria? Nella stanza c’è uno scambio di sguardi. “Una cosa è certa: nessuno ha picchiato Emmanuel né in macchina né in caserma” puntualizza Marcello F., che sedeva a fianco di Emmanuel durante il trasporto. “In auto c’era anche una persona estranea che potrà testimoniare la verità”. Il jolly dei vigili sarebbe A. M., il minorenne inizialmente sospettato di essere un cliente del pusher arrestato.
Il discorso passa alla politica. “Non siamo di estrema destra. Qui siamo apartitici, apolitici, asindacali. Siamo solo tutti cattolici e sputiamo sangue per 1.300 euro al mese con gli straordinari” rivendica sempre Marcello F.
“Tra di noi c’è gente che ha salvato sei o sette vite umane” aggiunge Andrea S. Che nei prossimi giorni dovrà presentarsi in tribunale per un’altra denuncia: “Ma non si tratta di una rissa, come ha scritto qualcuno. C’è stata una persona che ha sbagliato e per questo è stata arrestata. Dirò la mia dopo la decisione del giudice”.

Emmanuel Bonsu con la madre

Alla fine qual è l’aspetto più negativo di questa storia? “L’accusa di razzismo” rispondono tutti insieme. Pasquale F. è indignato: “Hanno paragonato questo caso al massacro dei ghanesi di Castel Volturno, è incredibile. Quando sequestriamo nei mercati merce contraffatta agli extracomunitari, c’è sempre qualcuno che ci accusa di discriminazioni” sospira.
Alcuni ricordano un inseguimento sulla via Emilia in mezzo agli insulti. “La stranezza è che nessuno ci attacca quando fermiamo i cinesi” nota Stefania S. I sei poliziotti municipali dell’operazione antidroga non sopportano più il presunto “doppiopesismo”.
Ferdinando V. si toglie l’ultimo sassolino dalla scarpa: “Durante un sequestro un extracomunitario mi ha fratturato il setto nasale con un calcio. Ho dovuto curarmi a mie spese, visto che non siamo assicurati per questi incidenti. Però non ho letto titoloni sui giornali. Forse perché un vigile ferito non fa notizia”.

“Così malmenavano Emmanuel”. La testimonianza di una campionessa di basket

Emmanuel Bonsu Foster

Sono da poco passate le 18, di lunedì 29 settembre. È il giorno in cui scoppia il caso di Emmanuel Bonsu Foster.
Tra le mamme che aspettano i figli fuori da scuola, nei pressi del parco (luogo poco sicuro, soprattutto di sera), c’è anche Francesca Zara, 32 anni. Professione: giocatrice di pallacanestro. E di successo. Ora fa la play-ala nella Lavezzini Basket Parma, dopo aver fatto fortuna a Seattle nella Women’s National Basketball Association, poi in Russia e in Francia.
Francesca (alta, bionda, occhi azzurri) porta il cane a passeggio quella sera (il parco è proprio di fronte al campo d’allenamento della sua squadra). Tra le aiuole e le vie del parco la cestista nota una certa confusione: alcuni agenti in borghese che arrestano uno spacciatore palestinese.
Pochi minuti ancora e Francesca assiste anche al fermo di Emmanuel Bonsu Foster, il 22enne ghanese che ha accusato gli agenti della Polizia Municipale di Parma di averlo insultato e picchiato (proprio oggi il giovane è stato ricoverato per il peggioramento della ferita all’occhio sinistro per un intervento chirurgico nel reparto di chirurgia maxillo-facciale): “Ho visto Emmanuel a terra. Urlava, spaventato. Intorno a lui c’erano almeno tre persone - solo poi ho capito essere agenti in borghese - che lo malmenavano. Una di loro aveva anche una pistola”, dice la campionessa a Panorama.it

Qui, in esclusiva, il documento AUDIO con la testimonianza di Francesca Zara.

Francesca Zara

Luxuria: quel matrimonio non s’ha da fare se il testimone sono io

Il deputato transgender di Rifondazione comunista, Vladimiro Guadagno (Vladimir Luxuria),
“Ancora una volta la Chiesa dimostra il suo volto discriminatorio e integralista, imponendo ai fedeli divieti illegittimi e razzisti”. Basta così? Neanche per sogno: “Il paradosso è che io, da politico, ho il privilegio di poter celebrare matrimoni civili, ma da trans ho un diritto in meno”.
È inviperita Vladimir Luxuria. Si dice dispiaciuta ma, soprattutto, si sente discriminata la deputata di Rifondazione Comunista a cui il vescovo di Foggia ha vietato di poter essere testimone di nozze di una cugina. E per questo reagisce “con stupore e rabbia al divieto imposto, in quanto transessuale”.
“È un fatto gravissimo” accusa Luxuria “che dimostra ancora una volta la lontananza dei vertici ecclesiastici dalla comunità cattolica, sempre pià aperta e tollerante. Per quanto mi riguarda, ho accettato la richiesta di mia cugina e del futuro marito senza opporre alcun problema riguardo alla scelta di sposarsi con rito cattolico. Sono una persona educata rispetto dei valori altrui e quindi mi sarei aspettata un atteggiamento altrettanto tollerante da parte del vescovo”.
Alle rimostranze dell’onorevole transgender, la chiesa risponde così: “La decisione di negare il permesso di essere testimone di nozze” dice don Francesco, parroco del santuario pugliese “non è stata presa in quanto Luxuria è omosessuale, ma in quanto non crede nei valori della famiglia, anche dal punto di vista politico”.
Spiegazione che non consola Luxuria. Il cui piglio si fa ancora più battagliero quando spiega cosa pensa di fare: “Mi sono informata e so che non è necessario essere cattolici per fare il testimone di nozze. Non ti chiedono né il battesimo, né la cresima. Puoi essere di qualsiasi religione, non controllano neppure la fedina penale. L’unico requisito richiesto è la maggiore età e io l’ho passata da parecchio tempo”, afferma ridendo.
La deputata promette, anzi minaccia, di andare fino in fondo in questa storia, presentando, a breve, una interrogazione parlamentare sulla questione. Poi il giudizio, duro, sulla Chiesa di oggi: “Ancora una volta questa è la Chiesa del bussate e vi sarà chiuso, non disposta al dialogo, al confronto. La faccenda” conclude l’onorevole di Prc “mi rattrista e non è certo isolata. Molti, meno in vista di me, ogni giorno, subiscono queste umiliazioni senza poter fare nulla. Quanto accaduto spero che possa contribuire a far calare il velo di ipocrisia che spesso circonda gli ‘affari’ della Chiesa”.

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