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Thyssen

Parla l’onorevole Boccuzzi: deputato al dolore

Antonio Boccuzzi, l'unico operaio superstite del rogo delle acciaierie ThyssenKrupp

La giacca se l’è dovuta mettere, perché per poter entrare a Montecitorio è un obbligo. Ma il codino, no. A quello non ha rinunciato. È la domanda più frequente che gli fanno, da quando è stato eletto: “Ma perché non te lo tagli?”. Antonio Boccuzzi, operaio, superstite del rogo della ThyssenKrupp del 5 dicembre 2007 e da 19 mesi deputato del Pd, la risposta vera a quella domanda la dà raramente. Molti pensano che il codino, insieme con quel taglio curioso (capelli lunghi al centro, rasati corti sulle tempie dove sono più chiari) sia un vezzo. Leggi l’intervista

Morti bianche: che cosa è cambiato un anno dopo la Thyssen

Quattro morti in un'acciaieria a Torino
Era la notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007. Una notte come tutte le altre, per gli operai dell’acciaieria Thyssenkrupp di Torino. All’improvviso, durante una normale fase di lavorazione del metallo, partono alcune scintille che raggiungono chiazze d’olio e rimasugli di carta e sviluppano un principio di incendio. Le tute blu corrono agli estintori, sembra che riescano a domarlo. Poi si rompe un tubo, esce olio incandescente, si forma una nube e provoca un’esplosione. Muoiono in sette.
È passato un anno dall’inferno. Un anno in cui sono successe tante cose, a cominciare dalla chiusura dello stabilimento torinese della società tedesca. La multinazionale ha liquidato le sette famiglie degli operai scomparsi con una cifra record: 13 milioni di euro a titolo di risarcimento per vedove, fratelli, orfani, madri e padri. Infine, per la prima volta in Italia, il 17 novembre il Tribunale di Torino ha rinviato a giudizio l’amministratore delegato della Thyssenkrupp, Harald Espenhahn, con l’accusa pesantissima di «omicidio volontario con dolo eventuale». Una pena che prevede fino a 21 anni di carcere. Per gli altri cinque manager, il capo d’imputazione è omicidio colposo. Accolta la linea del pubblico ministero Raffaele Guariniello, secondo il quale Espenhahn e i suoi erano al corrente dei rischi concreti per la salute degli operai e non hanno mosso un dito per prevenire gli incidenti.
Nell’attesa di conoscere i dati 2008 sugli infortuni e le morti sul lavoro, e capire se quella strage è servita a qualcosa, alcuni segnali positivi vanno sicuramente registrati. Soprattutto laddove è c’è stata la strage, in Piemonte, le organizzazioni dei lavoratoi e degli imprenditori si sono seduti attorno a un tavolo e hanno elaborato misure concrete per provare a fare in modo che non accada mai più. «Abbiamo fatto diversi accordi con l’Unione industriale e con le associazioni dei piccoli imprenditori, che hanno mostrato una grande attenzione e disponibilità» spiega Enrica Valfré, responsabile Salute e sicurezza alla Camera del Lavoro di Torino. «A partire da febbraio in molte aziende verranno impiantati schermi sui quali saranno proiettate informazioni specifiche sui rischi che si corrono nel singolo reparto. Poi speciali microchip da applicare alle tute dei lavoratori, che impediranno di entrare senza l’equipaggiamento adeguato. Inoltre verrà sperimentata la cartella sanitaria individuale, che l’operaio si porterà addosso e sulla quale ci sarà scritta la sua storia in fatto di salute».
È chiaro: bisogna invertire la rotta. L’Italia ha il primato in Europa per le morti sul lavoro, che stando a un rapporto del Censis sono il doppio rispetto agli omicidi. Gli ultimi dati disponibili sono quelli dell’Inail riferiti al 2007: oltre 912 mila denunce per infortuni, l’1,7 per cento in meno rispetto all’anno prima. Quanto ai morti se ne sono contati 1.170: nel 2006 erano stati 171 in più. Un trend al ribasso, dunque, che diventa più significativo alla luce del numero degli occupati che nel 2007, stando all’Istat, è cresciuto dell’1 per cento. Un aspetto interessante ai fini dell’analisi è quello che riguarda la forma contrattuale del lavoratore che subisce incidenti: le uniche due categorie con il segno più sono quelle degli interinali e dei parasubordinati, adibiti perloppiù a lavori manuali nei settori dell’industria manifatturiera (più 13,6 e più 5,6 per cento).
Qualcuno, di fronte a queste tabelle, storce il naso. Paola Agnello Modica, della segreteria nazionale Cgil, seduta alla scrivania del suo ufficio romano di corso d’Italia, al termine di una lunga ed estenuante gionata di lavoro scava tra le pile di carte alle sue spalle, si accende una sigaretta e argomenta lenta e chiara: «I dati Inail sono incompleti, mancano quelli relativi alle malattie professionali. L’Organizzazione internazionale per il lavoro stima che in Europa per ogni morte a causa di infortunio ce ne sono altre 4 per malattie di origine professionale». C’è poi un altro motivo che renderebbe quei numeri lacunosi: «Abbiamo segnalazioni sempre più frequenti di gente cui il datore di lavoro consiglia di non denunciare l’infortunio». In buona sostanza, gli incidenti verrebbero mascherati come domestici per far ricadere le cure sul Servizio sanitario nazionale e, soprattutto, per evitare l’innalzamento del premio Inail a carico dell’imprenditore. Chiosa: «E ci credo che poi l’Inail ha i conti in attivo».
In effetti, andando a spulciare i conti dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, nel 2006 il saldo attivo è stato di 1,828 miliardi di euro, lo 0,12 per cento del prodotto interno lordo. Mentre gli infortuni hanno un peso per il bilancio pubblico di 40 miliardi di euro, il 2,7 per cento del pil.
C’è di più. Stando ai calcoli dell’Anmil (Associazione nazionale mutilati e invalidi sul lavoro) le 3,115 milioni di aziende assicurate in Italia pagano all’Inail un premio medio annuo di 2.630 euro. Di questi, solo 1.900 sarebbero destinati direttamente alle prestazioni in favore di lavoratori e famiglie, mentre il resto si perderebbe tra le pieghe del bilancio. Tanto basta per far dire a Pietro Mercandelli, presidente dell’Anmil, che «se veramente si vuole fare qualcosa per arginare il fenomeno delle morti bianche, bisogna utilizzare quei fondi». Stime alla mano, se si investisse in prevenzione il 50 per cento di quello che pagano le aziende si otterrebbe una riduzione degli infortuni del 25 per cento. Oltre al risultato di salvare la vita delle persone, ci sarebbe anche una ricaduta economica di non poco conto: spesa di 900 milioni di euro in meno e abbattimento del costo sociale di 10 miliardi. In ogni caso, come si evince dalla storie raccolte in questa inchiesta, le rendite elargite dall’Inail in seguito agli infortuni o morti sul lavoro, per Mercandelli sono e rimangono «inadeguate».
Qualcosa va fatto, e qualcosa si sta facendo. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha ripetuto in questi mesi che intende riaprire il confronto con le parti sociali per rimettere mano al Testo Unico, troppo sbilanciato sulle pene ai danni dei datori di lavoro. E dal ministero confermano a Panorama che si lavora per favorire una convergenza delle parti. Se poi non dovesse arrivare, si procederà lo stesso a eliminare molti adempimenti burocratici in capo ai datori di lavoro. Più sostanza e meno forma, questo è il succo del discorso. I sindacati non fanno i salti di gioia: il Testo Unico, figlio del governo Prodi, entrato in vigore nel maggio 2008 per loro va bene così com’è. La Agnello Modica è perentoria: «Non bisogna tornare indietro, con la scusa di rivedere l’impianto sanzionatorio temo si voglia rimettere in discussione l’intera architettura della legge». E porta alcuni dati interni secondo i quali nei mesi successivi all’entrata in vigore del Testo Unico gli infortuni sarebbero crollati del 25 per cento.
Di certo qualcosa verrà fatto. Come auspica da tempo la Confindustria, che giudica il quadro normativo attuale in modo negativo. «Anche la parte sanzionatoria non ci convince, e non certo per una riserva di principio» afferma Samuele Gattegno, presidente del comitato tecnico sulla sicurezza. «Piuttosto vorremmo maggior equilibrio e proporzionalità rispetto alla gravità delle violazioni. Siamo certi della sensibilità del governo e confidiamo in misure correttive».
Si troverà un accordo? È possibile. Specialmente se sul tavolo delle trattative siederà il pragmatismo e il buon senso di gente come Claudio De Albertis, presidente dell’Assimpredil (associazione imprenditori edili di Milano, Monza, Lodi e provincia): «Alla luce di quello che sta succedendo da noi tra le parti sociali, credo che un accordo sia possibile. La legge non è da buttare. Ci sono cose buone, a cominciare dalle norme che prevedono la sospensione dei cantieri per lacune sulla sicurezza. E lo dice uno che ha subito questa misura per un mese e mezzo: ci è servita come monito. Detto questo, il Testo Unico va sicuramente migliorato. C’è bisogno di una maggiore semplificazione. Per esempio, in fatto di valutazione del rischio ci si ingarbuglia tra molteplici documenti e adempimenti formali e si perde di vista le questioni concrete. Rimango inoltre scettico sull’entità di alcune sanzioni: talmente elevate da risultare di fatto inapplicabili».

Rinviati a giudizio tutti gli imputati per il rogo alla Thyssen

Quattro morti in un'acciaieria a Torino

Si è chiusa con il rinvio a giudizio per tutti e sei gli imputati l’udienza preliminare del procedimento giudiziario contro gli accusati per il rogo alle acciaierie Thyssen di Torino, costato la vita a sette operai lo scorso 6 dicembre. Secondo quanto riferito da fonti giudiziarie, sono state accolte le ipotesi del pm Raffaele Guariniello e rinviati e giudizio l’amministratore delegato Harald Espenhan per il reato di omicidio volontario con dolo eventuale e degli altri cinque imputati per omicidio colposo con colpa cosciente; a tutti è stata contestata l’omissione dolosa di cautele antinfortunistiche.
È stata accolta anche la richiesta di rinvio a giudizio della società, per il reato di omicidio colposo con colpa cosciente commesso dai singoli imputati, “perché il reato è stato commesso nell’interesse e a vantaggio della società”, come aveva spiegato il pm Raffale Guariniello. I sei imputati nel processo sono Harald Espenhah, amministratore delegato in Italia della Thyssen; Marco Pucci, Gerald Pregnitz e Giuseppe Salerno, responsabili a vario titolo dello stabilimento torinese; Daniele Moroni, dirigente di Terni, e Cosimo Cafueri, responsabile del servizio prevenzione e protezione dai rischi.Il processo verrà celebrato dal prossimo 15 gennaio in corte d’Assise. Il pm Raffaele Guariniello, a margine dell’udienza, ha parlato di “sentenza storica” perché per la prima volta sono stati rinviati a giudizio persone fisiche e società per tali reati.
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Strage a Mineo. Tre mesi fa la stessa tragedia a Molfetta

gli operai stavano facendo manutenzione a una cisterna usata per il trasporto dello zolfo
La nuova tragedia in provincia di Catania porta subito alla memoria le cinque vittime di Molfetta. Il 3 marzo scorso morirono intossicati nell’autocisterna della ‘Truck center’, il titolare dell’azienda e quattro dipendenti per le esalazioni venefiche contenute nella cisterna. Oltre che per la gravità dell’episodio, la notizia commosse l’Italia anche perché quattro delle cinque vittime morirono per salvare i compagni.
Il primo operaio a cadere nella cisterna fu Guglielmo Mangano, di 44 anni: era impegnato nel lavaggio dell’autocisterna che era forse scivolato. Gli altri, uno dopo l’altro, erano entrati nella cisterna nel tentativo di aiutare i compagni di lavoro: Michele Tasca, il più giovane (avrebbe compiuto 20 anni la domenica successiva), Vincenzo Altomare, il più anziano aveva 64 anni, era il titolare dell’azienda, Luigi Farinola, 37 anni, che non potrà vedere il bimbo che la moglie porta in grembo e Biagio Sciancalepore, anche lui giovanissimo, aveva solo 26 anni e pare lavorasse solo da qualche giorno alla ‘Truck center’.
L’unico sopravvissuto, Cosimo Ventrella, di 57 anni, avrebbe strattonato Altomare per farlo desistere dal calarsi nella cisterna. Non è stato ancora accertato quale fu la sostanza tossica che provocò la tragedia perché sono ancora in corso le analisi dei campioni prelevati nella cisterna.

Diliberto rinuncia, lancia un operaio Thyssen e fa la gara col Pd

Il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto | Ansa
È ormai una gara, a sinistra, a candidare i “simboli”. E chi, meglio degli operai della Thyssen di Torino per far vedere che si portano avanti gli interessi dei lavoratori?
Il Pd ci ha pensato per primo e subito ha rinfacciato alla Sinistra Arcobaleno di non aver fatto altrettanto. Non poteva esserci ferita più grande per la neonata formazione che candida l’ex presidente della Camera, ma soprattutto ex sindacalista Fausto Bertinotti a Palazzo Chigi. E così oggi è arrivata la contromossa, direttamente da uno dei quattro leader della Cosa, Oliviero Diliberto. Che ha pensato di “rispondere con i fatti e non con le chiacchiere” alle “polemiche sulla casta”, dimostrando che “non tutti i politici sono uguali”. Insomma, il segretario del Pdci ha detto che non si candiderà alle elezioni politiche per “lasciare il posto a un delegato operaio della Thyssen”.
Quindi, dopo il no di Mastella, ecco un altro pezzo da novanta dell’ex Unione che rinuncia. Certo, per il segretario dei Comunisti italiani (lo stesso che con rammarico ha rinunciato alla falce e martello nel simbolo elettorale della Cosa Rossa; lo stesso che buttò lì l’idea di portare a Roma la mummia di Lenin; lo stesso che affermava di voler partecipare ai talk show televisivi “perché plasticamente bisogna far vedere che Berlusconi ci fa schifo”), la situazione è diversa, rispetto a quella dell’ex ministro della Giustizia.
“Io” ha detto Diliberto “rinuncio al mio posto in Parlamento perché la politica si può fare anche bene dalle istituzioni. Vuol dire che al posto mio ci sarà un operaio in più” e sarà il dirigente del Pdci Ciro Argentino, già consigliere provinciale e ora candidato capolista in Piemonte, un posto che Diliberto giudica “strasicuro”. “Noi” ha detto ancora Diliberto (in corsa per la sua quinta legislatura) “avevamo deciso di eleggere l’operaio e nella trattativa non c’era posto, perciò mi chiamo fuori io e la cosa non mi pesa. Continuerò a fare il segretario di questo partito con raddoppiata lena e impegno”.
Nel primo pomeriggio era stato lo stesso Argentino a intervenire sul tema, dopo le polemiche legate all’ipotesi di una sua esclusione dalle liste proprio per fare posto al leader del Pdci: “Ho scelto volontariamente di non candidarmi alle elezioni politiche” riportava l’Ansa, alle 14,33, un’ora e mezza prima della conferenza stampa di Diliberto “per evitare qualunque strumentalizzazione della vicenda della Thyssen a fini elettorali. Sono orgoglioso della candidatura a capolista a Torino del mio segretario Oliviero Diliberto che rappresenta un riconoscimento pieno del lavoro e dei successi politici della Federazione del Pdci della quale io sono un dirigente. Trovo miserabile la polemica da parte del Partito Democratico che specula su una contrapposizione che non esiste offendendo così anche la memoria dei miei compagni di lavoro morti nel rogo della Thyssen Krupp”.

La sicurezza sul lavoro resta un miraggio, nuova strage a Molfetta

Non sappiamo se, come diceva il film di Petri, la classe operaia andrà in Paradiso, è invece purtroppo vero che non passa giorno senza dover piangere qualche incidente mortale sul lavoro.<br />[i](Credits: [url=http://uberg.ods.org/]Gianfranco Uber[/url])[/i]

Non più singole vittime, ma vere stragi. Mentre il tema delle morti sul lavoro diventa centrale nella campagna elettorale, nei cantieri muoiono sempre più operai. E sempre più numerosi in un solo incidente. Portando in alto i numeri dell’emergenza: il bilancio del 2007 ha superato le mille persone decedute, ma il 2008 sembra destinato a bruciare il triste record. Con una media che già tocca le tre vittime al giorno.

Dopo i sette morti della Thyssen lo scorso dicembre, lunedì quattro operai hanno perso la vita in un incidente avvenuto in un’autocisterna nella zona industriale di Molfetta. Un’altra persona rimasta intossicata apparsa subito in condizioni gravissime è morta dodici ore dopo, mentre una sesta non sarebbe in pericolo di vita. Tra le vittime c’è anche il titolare dell’azienda per cui lavoravano gli operai.

Secondo una prima ricostruzione dei vigili del fuoco, gli operai stavano svolgendo la manutenzione di un’autocisterna adibita al trasporto di zolfo in polvere. In particolare, dovevano procedere al lavaggio. Quando il primo operatore ha accusato un malore all’interno del serbatoio, il titolare della ditta, Vincenzo Altomare si è precipitato a soccorrerlo. A causa delle letali esalazioni di zolfo, però, Altomare non è riuscito ad aiutare il suo collega, anzi, si è sentito male a sua volta. A questo punto sono intervenuti l’autista di un camion di un’altra ditta che opera nella zona industriale e altri due operai. Una corsa di solidarietà tra operai che si è trasformata in tragedia. La strage si è compiuta in pochi minuti.
gli operai stavano facendo manutenzione a una cisterna usata per il trasporto dello zolfo
L’incidente è avvenuto nell’azienda “Truck center”, che si occupa di parcheggi, attrezzature e impianti, nella zona industriale di Molfetta. Sulle cause è stata ovviamente aperta un’inchiesta della magistratura per omicidio colposo plurimo: indagano i carabinieri diretti dal comandante provinciale, colonnello Gianfranco Cavallo.

A proposito delle precauzioni che non sarebbero state adottate, Franco Sarto, vicepresidente dell’Anmelp (Associazione nazionale dei medici del lavoro pubblici), spiega che “lo zolfo a contatto con l’acqua diventa acido solforico. Anche con l’umidità dell’aria. Quegli operai avrebbero dovuto essere protetti da scafandri. Nelle autocisterne è difficile entrare con le bombole, per questo ci sono gli autorespiratori, collegati all’esterno con dei tubi”.

Ma il professor Giancarlo Umani Ronchi, ordinario di Medicina Legale all’Università La Sapienza di Roma, parla di tragica fatalità, visto che un’intossicazione da zolfo ha pochissimi precedenti negli ultimi decenni. “Sinceramente”, dice, “in tanti anni è la prima volta che sento un episodio del genere, sono casi rarissimi”. Rari, ma fatali: “Quando si formano vapori di zolfo, di anidride solforosa o idrogeno solforato, il sangue non si ossigena più, viene bloccata l’emoglobina, e si muore per asfissia. Non respiratoria, ma sanguigna”. E la morte è rapida: “Non c’è molto tempo, quasi subito interviene la perdita di conoscenza, che probabilmente è quello che è capitato agli operai scesi nella cisterna per tentare di soccorrere la prima vittima, e si muore. C’è poco da fare, ci vorrebbe (ma solo se sono passati pochi istanti di esposizione) un’immediata rianimazione e un soccorso con ossigeno, ma anche in questo caso le speranze sono pochissime, lo zolfo è un elemento che una volta respirato non perdona”.

Inutile dire che mentre ancora si cerca di far luce sulle modalità della strage, sui morti di Molfetta si è già acceso il dibattito politico: dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano in giù, tutti si sono affrettati a dichiarare il proprio cordoglio e a raccomandare il massimo dell’impegno in favore della sicurezza sul lavoro.

Cgil, Cisl e Uil di Puglia hanno proclamato per il 5 marzo prossimo due ore di sciopero ”per esprimere lo sdegno di tutti i lavoratori pugliesi e sollecitare il governo all’emanazione urgente del Testo unico per la sicurezza sui posti di lavoro, evitando che la fine prematura della legislatura faccia decadere i termini della delega”. I rappresentanti nazionali delle tre sigle confederali, Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, hanno chiesto al premier uscente Romano Prodi di convocare subito un consiglio di ministri per approvare il decreto di attuazione della legge delega 123 sulla sicurezza sul lavoro.

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Thyssen, chiuse le indagini. Contestato l’omicidio volontario al manager

Due operai all'uscita della Thyssen Krupp poco dopo l'incidente in cui la notte tra il 5 e il 6 dicembre hanno perso la vita quattro dipendenti, altri tre sono gravemente feriti !foto Ansa
La Procura di Torino ha chiuso formalmente l’indagine sul rogo della ThyssenKrupp del 6 dicembre costato la vita a sette operai. Il reati più gravi, contestato al solo Harald Espenhahn, amministratore delegato del gruppo italiano, sono l’omicidio volontario con dolo eventuale (è la prima volta che viene contestato a un manager per un infortunio sul lavoro) e l’incendio con dolo eventuale. Per gli altri, a seconda delle condotte, si ipotizzano l’omicidio colposo e l’incendio colposo con colpa cosciente e l’omissione volontaria di cautele contro gli incidenti. Dalle prove raccolte dalla Procura - 200 mila fogli riuniti in 170 faldoni - sembra chiaro che, vista la chiusura prevista dell’impianto che doveva trasferirsi a Terni, ci sia stata una sorta di “disattenzione” nei confronti delle necessità della fabbrica.

“Giustizia deve essere fatta”. Così il ministro del Lavoro Cesare Damiano ha commentato l’accusa di omicidio volontario della procura di Torino contro l’amministratore delegato di ThyssenKrupp in Italia. “Fin dall’inizio - ha detto il ministro a margine della presentazione della nuova annata del Brunello di Montalcino - ho dichiarato di avere piena fiducia nell’opera della magistratura, che ha condotto le sue indagini e fatto le sue conclusioni”. Per Damiano quello che “deve essere chiaro e che sulla vicenda, e in generale sul tema dei morti sul lavoro, i riflettori non si devono spegnere. L’azione di contrasto che ha portato aventi il governo va continuata - ha insistito - soprattutto nella lotta al lavoro nero e nella conclusione dell’ultimo articolo ancora in delega della legge sulla sicurezza sul lavoro”.

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